lug 30 2010

Propositi per l’anno a venire

di Massimo | in Omnia | nessun commento

L’anno finisce ufficialmente il 31 dicembre, ma se vogliamo dire le cose come stanno, noi non siamo poi così d’accordo. La fine di un anno e l’inizio del nuovo è un avvenimento importante, un momento in cui ci si può voltare e guardare questo piccolo tassello temporale della nostra vita: vedere con piacere che sono entrate a farne parte persone nuove, le cose belle che abbiamo fatto, i nostri errori, tutto quello che abbiamo imparato, le nostre strade che sono dirette verso i nostri sogni. E il 31 dicembre diciamocelo, non è un gran giorno, magari può esserlo per il Sole: dopo la grande prova del solstizio d’inverno, finisce un anno e altro-giro altra-corsa, ma per noi? Agosto invece: finito il mese di luglio, si abbandonano uffici, testi di studio, aule universitarie, e – almeno per qualche settimana – si stacca da tutto, si viaggia, si va al mare, ci si rinnova in preparazione a settembre, mese del nuovo inizio.

Quest’anno per noi finisce ad agosto ed è quindi il momento dei buoni propositi per l’anno prossimo.

Più coerenza con noi stessi, perché anche se sembra scontato, non sempre lo siamo. E peggio ancora è quando non lo siamo inconsciamente. Quindi, se le azioni di un nostro amico non sono coerenti con quello che pensa o dice di voler fare, facciamoglielo notare, parliamone insieme: farà bene ad entrambi.

Cambiamo qualche abitudine, e prendiamone di nuove; di migliori. Sento spesso dire “non riuscirei mai a farlo”, “non ce la farò mai” senza che la possibilità sia stata minimamente considerata. Nel nuovo anno possiamo provarci, ancora più motivati.

Facciamo scelte etiche e sostenibili. E’ curioso come le persone tendono a mostrare una coerenza esagerata in determinate occasioni. Non so se vi è mai successo di parlare con qualcuno di boicottaggio, o di scelte alternative, di multinazionali, di vegetarianesimo, e sentirvi rispondere che se si smettesse di comprare questo bisognerebbe non comprare più neanche quello, né l’altro: insomma, niente. Guardacaso succede sempre con cambiamenti di abitudini, che vanno a scomodare l’abitudine semplice, sostituendola con una più complessa, come acquistare prodotti di una certa marca, evitare alcuni fast food, o addirittura leggere le etichette dei cibi che si acquistano. E’ innegabile che eliminare immediatamente tutto ciò che ha fatto finora parte della nostra vita non sarebbe fattibile, ma si può iniziando pian pianino da qualcosa. Ad esempio, non è facile diventare vegetariani dall’oggi al domani, ma converrete con me che ridurre il consumo di carne non sarebbe un’impresa così impossibile, no? E il passo successivo potrebbe essere dividere i giorni della settimana in “vegetariani” e “carnivori”. E una volta che uno ci crede può fare i passi successivi da solo. Possiamo fare scelte via via sempre migliori, ma non dobbiamo farci scoraggiare da chi ci fa apparire tutto come se fosse impossibile.

Vogliamo condividere questi propositi con chi come noi sa di essere ancora in cammino, e non crede di essere già arrivato.
Un augurio di buone vacanze, M & G.

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lug 20 2010

L’errore di Marcello Lippi

Tanto, tanto tempo fa, andai al teatro della Pergola a vedere uno spettacolo su Medea. Era un racconto un po’ trasversale, rispetto al mito, con ampie divagazioni. Il primo spettacolo durante il quale io abbia mai preso appunti – sana abitudine che ho cercato di mantenere negli anni. Fra questi appunti scritti malamente, al buio, spicca “Un eroe deve anche morire al momento giusto“, riferito a Giasone. Giasone, eroe di serie B anche e soprattutto perché non muore al momento giusto. Invecchia, esce dal mito: se ne perdono le tracce.

2006: Quella sera di luglio della finale dei mondiali di calcio. Sono con tanti splendidi amici, in un bellissimo locale ormai chiuso. Lì scopro il rum Mathusalem. Fine primo tempo, siamo sotto di un gol. Usciamo e passiamo di locale in locale lanciando occhiate e voci per sapere come sta andando la partita. L’Italia riprende il gol e si va ai rigori. Ci fermiamo in un altro pub, il vecchio Shots, con l’emozione che si taglia col coltello.

L’Italia vinse. E quella sera fu qualcosa di indimenticabile. Ballammo seminudi bloccando il traffico alla Stazione. Potevi abbracciare persone sconosciute, felice, ed erano abbracci veri, sentiti. C’era un’unità che non avevo mai nemmeno concepito.
I calciatori, paladini nazionali, tornano in trionfo, vivono la loro apoteosi. Il loro leader, il carlomagno, il condottiero è il viareggino Marcello Lippi. Glorioso CT della nazionale vincitrice.

Un eroe deve anche morire al momento giusto

2010: L’Italia se ne torna dal Sudafrica con la coda fra le gambe, infamando giocatori e CT. Incapaci, maldestri. Marcello Lippi? Quel coglione che ha sbagliato tutto.

Ma secondo me il vero errore di Marcello Lippi è stato uno solo, a monte.
Accettare di ricoprire di nuovo il ruolo di Commissario Tecnico della nazionale. Perché quando è tornato, nel 2006, era un eroe. Se si fosse ritirato per sempre sarebbe per sempre stato “Quello che ha portato l’Italia a vincere i mondiali”. Osannato in perpetuo. E nel 2010 se ne sarebbe potuto stare, col sigaro fra le dita, in un qualche lido versiliano, all’ombra, parlando piano, a chi lo interrogasse, di come si fa a far vincere una squadra su tutte le altre squadre del mondo.
Come Cincinnato che tornato vittorioso dalla guerra che era stato chiamato a comandare, restituisce il fascio della dittatura e torna ai suoi campi.

Ma la gola è potente. La promessa di altro denaro e la possibilità vaga di altra gloria fanno perdere di vista, alle persone, l’attenta costruzione della propria vita e della propria storia.

Un eroe deve anche morire al momento giusto“. O ritirarsi, al momento giusto. Altrimenti, ecco a voi Giasone. Ecco a voi Marcello Lippi.
Eroi, sì, ma eroi di serie B.

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lug 8 2010

La leonessa e Orlandino

Davanti, Palazzo Vecchio.
Titaneggia armonicamente su una piazza della Signoria ampia, abbacinante, gremita, immersa del brusio di mille e mille persone; una mole pesante, mastodontica eppure slanciata verso il cielo, col caldo taglio di sole che scavalca la Loggia dei Lanzi e ne illumina il corpo. Da sette secoli, il palazzo del potere a Firenze.
Sotto le sue possenti mura di pietra forte, schierati in fila su piedistalli, i simboli storici di questo potere.
Sulla destra, vicino all’ingresso principale e in penombra, la candida massa del David  di Michelangelo che, raccolto il sasso, si slaccia la frombola e guarda a sud, prendendo le misure per colpire in fronte il Golia di Roma.
Al centro, opera in bronzo, di Donatello, la piccola Giuditta che pur sfinita taglia il capo al grande generale Oloferne.
A sinistra, quasi al limitare della Fontana del Biancone, il Marzocco, forse il simbolo più puro di Firenze. Il Leone sicuro, seduto, dallo sguardo fermo, che regge con una zampa lo scudo gigliato. E così come per Roma animale-simbolo è la lupa, così per Firenze animale-simbolo divenne il leone.

Ai tempi, a Roma, sotto il Campidoglio, venivano tenute lupe vive in gabbia. E a Firenze, dietro Palazzo Vecchio, in gabbia venivano quindi tenuti i leoni. In quella che oggi si chiama – appunto – via dei Leoni, che sbocca in piazza del Grano, all’uscita degli Uffizi.

La leggenda vuole che un giorno, per distrazione del guardiano, una leonessa riuscisse a scappare seminando il panico mentre tranquillamente se ne andava per le vie trotterellando. Ci fu un fuggi fuggi generale di commercianti, passanti e massaie – le strade si svuotavano al passare della leonessa con un gran levarsi di grida. L’unico a non scappare fu un bimbetto di appena un anno, di nome Orlando – Orlandino – che se ne rimase a giocare in strada affatto spaventato dal micione. Inutile dire che la madre, insieme alle altre donne, si sbracciava e sgolava disperata nel tentativo di chiamare aiuto, ma le guardie della Signoria e del Bargello tardavano ad arrivare.

Bichat, chirurgo francese del diciottesimo secolo, fu il primo ad accorgersi della presenza, all’interno delle guance, di bolle di grasso che da allora portano il suo nome. Queste bolle sono particolarmente sviluppate nei bambini, e in generale in tutti i cuccioli di mammifero. Si tratta di un vero e proprio segnale di riconoscimento che l’evoluzione ha garantito ai piccoli mammiferi: uno stop, un alt, una croce rossa, una zona demilitarizzata volta alla conservazione della specie. Insieme ad altri caratteri neotenici, quale la testa sproporzionatamente più grossa, l’impaccio nei movimenti e le dimensioni ridotte, costituiscono la bandiera della cuccioleria, che ogni madre mammifera riconosce. Probabilmente è proprio così che è iniziato l’addomesticamento di animali come il lupo: migliaia di anni fa, delle donne trovarono dei cuccioli, nacque loro in cuore una struggente tenerezza, li tennero con sé e generazione dopo generazione divennero cani.

La leonessa si avvicinò ad Orlandino. Lo sollevò per la collottola tenendo fra le fauci il bavero del vestitino, e con passi lenti e cadenzati lo lasciò davanti alla madre incredula.
Tutti gridarono al miracolo.
Il che comunque fu un vantaggio, per il piccolo Orlandino, che ebbe l’onore di una rendita vitalizia versatagli dalla Signoria come omaggio al miracolato dall’Altissimo. Non dovette lavorare un solo giorno della sua vita. In culo alla scienza.

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giu 29 2010

La Mezzaluna Sterile

Tutti ci ricordiamo, più o meno vagamente, di quando da bambini abbiamo iniziato a studiare Storia. Gli uomini preistorici, il fuoco, le pietre scheggiate legate in cima ai bastoni, la ruota, i graffiti, la caccia. E poi? E poi l’agricoltura, la pastorizia, la città. Ancora prima degli Egiziani. Dove? In Mesopotamia. La terra fra il Tigri e l’Eufrate.
Ripensaci. Le Ziggurat, la scrittura cuneiforme sulle tavolette d’argilla, l’urbanizzazione, la nascita dello Stato. La Porta di Ishtar. In Mesopotamia. Cuore pulsante della Mezzaluna Fertile.
Se ci ripensi te lo ricordi. La terra fra i due grandi fiumi che offriva spontaneamente cereali e legumi. Selvatici, a perdita d’occhio, su colline dolci, sensuali. Senza neanche bisogno di coltivarli. E pascoli vasti, greggi, armenti pacifici che ruminano biade dorate. E gli uomini che iniziano a costruire Ur, Uruk, Eridu, che si asciugano la fronte e drizzano la schiena, proteggendosi gli occhi dal sole e lanciando uno sguardo alla lussureggiante terra di mezzo, ai canali ingegnosi che imbrigliano i fiumi, ai canneti e alle foreste di pioppi: al la della nascita della nostra Storia.
La Mesopotamia, il grande corno della Mezzaluna Fertile.

La notizia è recente. Lo Shatt al Arab, il fiume in cui confluiscono Tigri ed Eufrate, non arriva più al mare. L’acqua salata del Golfo Persico rifluisce gorgogliando verso l’entroterra attraverso il suo letto inaridito. I fertili acquitrini dell’Eufrate si sono disseccati: a stento l’acqua scorre, nell’alveo. Il Tigri è ridotto alla metà del Tevere. Le colture e le produzioni di riso e grano in Mesopotamia sono quasi decimate sotto le folate sabbiose, foriere di sventura, delle tempeste del deserto che avanza.

L’uomo, a monte, ha abusato di dighe ed invasi. Ha vampirizzato l’azzurro delle vene della terra, di una terra generosa oltre ogni immaginazione – ma non abbastanza da saziare l’avida voracità umana, che pare desolantemente infinita.

Quando un fiume si secca, si secca con lui un pezzo di civiltà, come un arto necrotico in cui non scorra più il sangue. Qui in Italia assistiamo a fenomeni di desertificazione, di sfruttamento selvaggio dei corsi d’acqua ad opera di gente che sta affondando la propria barca e noi con lei. Non paghi, assistiamo anche a disastri dolosi come quello del Lambro, pugnalate deliberate inferte alla nostra stessa vita.

Su questo fronte l’importante, ciò che veramente, veramente importa, è amare i fiumi. Solo così diventerà inaccettabile dissacrarli.
Dico, passeggiare sul loro greto d’estate. Guardarli d’inverno, dai ponti. E a primavera andare in campagna e camminare nei ruscelli che corrono a valle, dopo che è piovuto. Ascoltarli. Amare la loro freschezza che è vita corrente, amare la loro voce argentina che gorgoglia sciacquando la terra. Immaginare quanto sarebbe bello non temere l’inquinamento dei corsi d’acqua, poter essere a Firenze e mettere i piedi in Arno quando ti va, e berci quando hai sete.

Ai nostri figli probabilmente racconteremo molte storie. Di come ci siamo innamorati della mamma o del papà. Del viaggio di Ulisse. E dato che sono loro le persone a cui dobbiamo rendere conto della situazione della Terra, dovremo raccontare loro anche di come i fratelli dei nostri padri abbiano trasformato la Mezzaluna Fertile nella Mezzaluna Sterile, di come la culla della civiltà sia stata spazzata via. Purtroppo, certo.
Ma è un motivo in più, mi dico, per cercare di fare quanto è in nostro potere per poter loro raccontare anche altro. Ad esempio, anche di come abbiamo salvato il nostro fiume, e di andarci con loro, stando distesi sul greto coi piedi a bagno e il viso nel cielo a contare le forme delle nuvole.

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giu 25 2010

I fuochi di San Giovanni

24 giugno, San Giovanni. Patrono di Firenze. Festa fondamentale del folklore fiorentino: quella di San Giovanni è una figura storicamente molto amata, qui da noi. Era addirittura effigiata sul retro dei fiorini.

Per questo tradizionalmente, la sera del 24, si fanno “i fochi”. Da Piazzale Michelangelo un’equipe di esperti artisti pirotecnici spara tre quarti d’ora di fuochi d’artificio, che esplodono nel cielo fra il Piazzale e l’Arno, all’altezza fra Ponte San Niccolò e Ponte alle Grazie – subito a monte di Ponte Vecchio.

In una sua canzonetta, Pieraccioni dice «Firenze spara i fuochi quando arriva San Giovani, noi si guardano e si dice “Gli eran meglio quegl’ altr’ anni”» perché in effetti in questa occasione è quello che i fiorentini riescono a dire meglio. E’ vero, non saranno fuochi opulenti come quelli di Dubai, né spettacolari come quelli di Las Vegas, però è bello, una volta l’anno, vedere l’intera popolazione fiorentina, centinaia di migliaia di persone, tutte lì, fra Fiesole, i Lungarni, il Piazzale ed ogni terrazza che guardi verso il centro, tutte col naso all’insù verso il cielo buio illuminato da lampi artificiali colorati. Con le coppie che si tengono strette e i bambini che levano grida di stupore – e tu che cerchi di imitarli per recuperare una meraviglia così ingenua e originale.

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I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

Sono cent’anni che ti aspettiamo! E anche se non lo sapevi, ci stavi cercando.

Chi sono questi idioti coi cartelli?
E soprattutto, perché? li stavi cercando?
Leggi qua sopra: capirai.

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