Vold-è-mort
Sì, mi rendo conto che parlare di Harry Potter può sembrare da ragazzine quattordicenni. Ma vi ricrederete.
Il numero di copie vendute della saga ha sfondato ampiamente il tetto delle cento milioni. I sette libri che la compongono sono stati tradotti in decine e decine di lingue. E’ il fenomeno letterario più esplosivo della storia.
Figuriamoci, è perfino riuscito a far scoprire il piacere redentore di leggere a una bella fetta della sorgente generazione di bimbiminkia pur senza essere un intrattenimento stupido come i libri di Moccia. Certo, è spesso infantile fino all’imbarazzante – specie nel solito campo amoroso – ma riesce a dare concretamente dei modelli affascinanti di integrità morale ed interpersonale che non solo suggeriscono una condotta, ma ti ci trascinano verso – il tutto alleggerito da una narrazione fluente e delicata.
E’ stato un fenomeno sociale di proporzioni globali. Prima dell’uscita di ogni volume, davanti alle librerie di tutto il mondo, c’erano file interminabili di persone di tutte le età travestite da maghi e streghe, pronte a scattare ferinamente sulle pile di copie, come fossero state acqua nel deserto. Diavolo, immaginate. Cinquanta, cento milioni di persone che bevono come ipnotizzate ciò che scrivi, totalmente indifese, pronte a recepire e fare proprio appieno ogni tuo messaggio, perfino il capriccio etico più improbabile.

Un potente stregone dei giorni nostri
Ora, c’è un momento in particolare nella saga che era il più atteso. L’attimo in cui davvero ciascun lettore che l’avesse seguita sarebbe stato irrimediabilmente succube delle Rowling. Ovviamente mi riferisco al duello finale Harry Potter VS Voldemort. Ah, informazione dell’ultimo momento: sto per spoilerare. Se siete interessati a non avere anticipazioni di nessun tipo circa la storia di Harry Potter, tornate a navigare sui siti porno (ma anche lì state attenti: una volta un porno mi fece un tragico spoiler sul Conte di Montecristo di Dumas padre). A chi se ne fottesse degli spoiler e non conoscesse la storia del maghetto Potter, basti sapere che Voldemort è il cattivo. E che è davvero, davvero, davvero cattivo. Buh!
Io già mi immaginavo come sarebbe stato il duello, perché già intuivo la colossale occasione che l’autrice avrebbe avuto in quel momento. “Non se la può far sfuggire”, mi dicevo. E già vedevo Voldemort, ormai solo, votato alla sconfitta ma mai piegato lanciarsi in un ultimo, potente monologo in cui spiegasse il perché del tanto male che aveva fatto. Un monologo che riabilitasse e giustificasse una figura che fino a quel momento era stata un piatto simulacro di un male così puro da non esistere, un monologo capace di restituire al personaggio di Voldemort quella umanità di cui aveva sempre avuto bisogno, e contestualizzando nello stato di inerme ricettività del lettore un monologo simile, il risultato sarebbe stato quello di potere, in un singolo lampo intuitivo-sentimentale, dare al pubblico una nuova luce – che si staccasse dall’ottica classica – sotto cui guardare il male e il malvagio. In poche parole, la Rowling ha avuto la possibilità di mettere in scacco il giudizio che la nostra cultura da sempre fa calare con nonchalance sulla testa del “cattivo”.
Ma non è successo. A un monologo, o a un dialogo che giustificasse il male che ha fatto Voldemort, che ne delineasse le cause, che in qualche modo lo salvasse, l’autrice ha preferito la via più semplice. Nessuna parola rilevante prima o durante o dopo il duello (anche un Voldemort che, ferito a morte, racconta la propria umanità sarebbe stato notevole, caspita). Niente. Parte il duello che nemmeno te ne accorgi. E il titanico antagonista che ti ha fatto penare per sette libri e migliaia di pagine, muore per una propria magia che gli rimbalza contro – così nessuno si sporca le mani. Politico, lineare.
In questo modo, l’occasione più unica che rara di trasmettere un nuovo modo di vedere il male – più sano, più umano ed eticamente superiore – contemporaneamente a decine e decine di milioni di lettori è andata a farsi benedire dalle puttane a ramengo. Brava Rowling. Davvero, complimenti. Stavi andando alla grande, ma accontentare la critica del Graaande Centro era troppo importante, vero? E un milardo e passa di euro possono dare una soddisfazione pari, se non superiore, a quella di aver gettato il seme di un futuro migliore in cento milioni di cuori.
Inutile negare che però questa saga sia splendida. Comunque, a mio parere, nel racconto è la consapevolezza strisciante di questo fallimento etico che rende l’ultimo breve capitolo dell’ultimo volume tanto grigio (“Diciannove anni dopo” in cui vediamo, manco a dirlo, i protagonisti della saga diciannove anni dopo la sconfitta di Tu-Sai-Chi). Perché se non si impara a comprendere il perché del male, non si può capire come prevenirlo – e il Male, inevitabilmente, tornerà. A poco vale concludere l’eftalogia con un rassicurante “Andava tutto bene”.
Mmm. Alla fine Harry ha tre figli. Buon per lui. Vuol dire che nonostante tutto, in quei diciannove anni di nulla, almeno tre volte ha scopato…
Grazie per l’attenzione.

