#46

gen 27 2009

Rimorso e rimpianto

Troppo spesso rimorso e rimpianto vengono confusi o scambiati. In realtà sono due cose assolutamente diverse.

Il Rimorso è quel sentimento che nasce da un errore del passato più o meno recente, da qualcosa che si è fatto e che ha portato infelicità o dolore a noi o ad altre persone. Da qualcosa che vorresti non aver mai fatto.

Il Rimpianto, invece, è il sentimento che nasce da qualcosa che in passato avresti voluto fare – senza però mai farlo. Il non aver colto occasioni, opportunità.

Esistono molti punti di vista, a riguardo. Secondo voi, qual è il peggiore da sopportare, fra i due?

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Dopo aver scritto questo post, abbiamo notato una grande affluenza: è un tema molto sentito. Per questo abbiamo deciso di aggiornarlo con una sintesi delle riflessioni che sono state lasciate nei commenti, per cercare di sciogliere insieme, con l’apporto di tutti, i nodi che questo argomento stringe.

Secondo la maggior parte delle persone che qui hanno commentato, il rimorso di aver sbagliato è più sopportabile e preferibile rispetto al rimpianto di non aver scelto, di non aver colto occasioni. Pare intollerabile il peso del ricordo di qualcosa che non è mai successo.
C’è stato però chi ha sostenuto che mentre il rimorso si basa su una certezza, il rimpianto ha come fondamento soltanto un dubbio. Mentre col rimorso si ha la sicurezza di aver sbagliato, col rimpianto la scelta giusta, la realizzazione che si rimpiange è soltanto un’eventualità. Ma si può veramente valutare così?

Tutti, nella propria vita, anche senza dare loro questo nome, si ritrovano, prima o poi, a fare i conti col Rimorso o col Rimpianto. Tutti. E anche quando ci si rende conto del peso di questi fantasmi del passato, è difficile evitare che la vita ce li proponga ancora, ancora, e ancora, di sempre nuovi, che si accumulano sui vecchi.

Difficile evitare che un nuovo amore, una nuova conoscenza, una nuova impresa, un nuovo sogno non causino qualche rimorso, qualche rimpianto.
Certo, vivere cercando di bere dal calice della vita fino all’ultima goccia è giusto e necessario. Non in maniera sgangherata, sguaiata, inconsulta, spasmodica. No, certo. Quello non è vivere. Quello è esistere rumorosamente. Ma vivere tutto quello che ci è dato vivere con consapevolezza, con presenza, con sentimento partecipe. Col sorriso. Eppure nemmeno così si elimineranno rimorsi e rimpianti.

La nostra vita è un romanzo singolo, e… per ogni storia scritta ne esistono infinite che scritte non sono state. Ma questo non ci deve paralizzare: è la nostra natura. E se qualcosa non può essere cambiato, va accettato con gioia, imparando a danzarci insieme. Così col Rimorso e il Rimpianto.

Sono parole di sofferenza, ma grandi insegnanti. Di quelli con gli occhi grigi e profondi. Si può imparare a realizzare sempre di più la propria vita, se ascoltiamo quello che ci dicono, quello che ci trasmettono.

“Ogni azione ha una conseguenza”, ci ringhia il Rimorso.
“Certi treni non passano due volte”, ci sospira il Rimpianto.

L’uomo è un’entità grande, bella, potente. Ha un passato che lo costituisce, un presente in cui agire, un futuro in cui proiettarsi. Se si vive con presenza il momento presente, si può evitare che Rimpianto e Rimorso ci paralizzino i pensieri e i sentimenti in una smorfia di dolore. Possono essere degli alleati preziosi. E le cicatrici parlanti dell’avventuriero ormai esperto che sa camminare senza fare rumore, che conosce i colori dei tramonti di ogni latitudine, che nonostante la ferocia e la spietatezza del mondo che calca, sa coglierne la bellezza.

Perché sì, si ha paura, e se si ha paura si cede all’ira, e se si cede all’ira si scivola nell’odio, e una volta scivolati nell’odio non resta che la sofferenza. Ma se non avremo paura di Rimorso e Rimpianto, se vivremo l’oggi per l’oggi e per il domani, se impareremo ciò che la vita disperatamente tenta di insegnarci, allora forse un giorno, tutti insieme, capiremo che davvero la Bellezza salverà il mondo. La nostra Bellezza.

E sarà un giorno bellissimo.

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13 Commenti per “Rimorso e rimpianto”

  • #1 NADIA scrive:

    Il più insopportabile è sicuramente il rimpianto…

    meglio fare sbagliando..
    piuttosto che non fare per la paura di sbagliare….

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  • #2 Tommaso scrive:

    concordo nel ritenere il rimpianto peggiore del rimorso. Quando una persona fa qualcosa deve esserne convinto, e successivamente potrà poi pentirsi per gli effetti verificatisi, ma il non aver fatto, il non agire, a mio avviso è peggiore del fare e pentirsi.

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  • #3 Stefy scrive:

    A parer mio sia il rimorso che il rimpianto sono comunque legati al ricordo. E non c’è peggio che ricordare qualcosa che nn è successo.. rimpiangere di non aver fatto, di non essersi fidati del cuore, di aver affidato tutto alla mente razionale.

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  • #4 Anna scrive:

    Anche io mi trovo d’accordo…
    convivere col rimpianto di non aver fatto-vissuto-rischiato… è senz’altro peggio che provare, e sbagliare

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  • #5 Alessia scrive:

    Non centro bene i tastini perchè il mojito dà i suoi simpatici effetti,ma sicuramente è moooooolto meglio sbagliare e pentirsi.Anche perchè è da troppo che non sbaglio e vi assicuro che i rimpianti sono in assoluto la tortura peggiore.
    E adesso scusate ma vado a continuare a sbagliare…..(anche se in maniera lieve).

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  • #6 Salomè scrive:

    Mi devo distaccare dal coro del “rimpiantisti” :D
    Ho sempre valutato la questione, associando sotto una luce pseudo-filosofica, i concetti di rimpianto e rimorso, alle categorie di “potenza” e “atto”. Per cui, considero il rimpianto come errore in potenza, mentre il rimorso, come errore in atto. Che qualcosa si sia fatto o non fatto e ci si sia pentiti, o si provi rimpianto, in sostanza sempre di errore si tratta.
    Il rimpianto, però, si fonda su un’ipotesi costellata di più variabili. In quanto tale, è negativo solo a metà, contempla una percentuale di errore del 50%. E’ questo il motivo per cui, personalmente, lo ritengo più sopportabile*. Un ottimista, ad esempio, riuscirebbe a valutare positivamente il rimpianto, solo puntando stoicamente sul fattore incognita (“Sì, avrei potuto fare diversamente, ma chi mi dice che non sarebbe ugualmente andata male, a causa di circostanze contingenti non previste?”).
    Il rimorso, invece, è negativo al 100%, perché è un errore certo, appurato, basato su un’azione concreta e reale, su cui non si può più intervenire. In questo caso, non c’è ottimismo che tenga, se non forzato.
    Quando si entra nel campo dell’errore, per me, il dubbio è sempre preferibile alla certezza.
    Penso che non esista cosa peggiore dell’evidenza matematica di aver sbagliato e di non poter fare più nulla per rimediare al danno.
    A maggior ragione, se ciò accade nei sentimenti.
    Svegliarsi ogni mattina con il desiderio che sia tutto un incubo e la consapevolezza di non poter più tornare indietro… Meglio mille inutili rimpianti campati in aria.

    *O forse il motivo reale è che ho, fortunatamente, sempre fatto ciò che ho voluto, senza rimpianti :D

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  • #7 Massimo scrive:

    Io avrei risposto “rimpianto” – condividendo l’idea “meglio fare sbagliando, che poi lamentarsi per non averla fatta”.
    Leggendo il commento di Salomè però mi è entrato il dubbio e ci ho pensato un po su.
    Effettivamente la confusione che si fa tra i due termini è notevole, mi sono dovuto rileggere una decina di volte il post adesso mentre scrivevo.

    La mia conclusione è che non sono necessariamente legati, cioè può esserci una situazione in cui siamo portati a scegliere ad esempio, se dovessimo scegliere una ragazza: se non scegliamo in futuro avremo RIMPIANTO, se scegliamo male RIMORSO, se scegliamo bene TANTECOCCOLE (si spera, dice).
    Il rimpianto – quello serio – nasce appunto quando si deve scegliere tra più opzioni: “Lei o l’altra?”.
    Mentre non è così forte se si ha da operare una scelta del tipo: “Lei. Sì o no?”. Se scegli lei e poi le cose vanno male, difficilmente ti pentiresti di non averla scelta.

    Sono stato un po incasinato, però è l’ora, son stanco, e l’argomento non è dei più semplici.

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  • #8 Salomè scrive:

    Il senso di quello che hai scritto, Massimo, mi sembra chiaro e, francamente, mi ha dato ulteriormente da pensare…
    Del tuo ragionamento sottolineerei almeno quattro punti, molto interessanti:

    1) “può esserci una situazione in cui SIAMO PORTATI A SCEGLIERE”.
    E’ giusto mettersi in gioco.
    Su questo punto, mi sono accorta di essermi espressa io in modo lacunoso, saltando direttamente alle conseguenze. Concordo pienamente sul fatto che sia bene sempre scegliere se se ne ha l’opportunità. Nel mio intervento non volevo sostenere il contrario, la non-azione, l’ignavia, ma solo dire che, secondo me, a parità di “danno” certo a posteriori, brucia di più il rimorso, perché tanto incidono il senso di colpa e l’irreversibilità della situazione.

    2) “Il rimpianto – quello serio – nasce appunto quando SI DEVE SCEGLIERE TRA PIU’ OPZIONI”.
    Già. La varietà, l’eccesso di scelta, è certamente uno dei fattori determinanti di confusione e, quindi, anche di eventuale rimpianto. Più scelta si ha, più aumenta in modo proporzionale, il rischio di errore (Non che la facoltà di scelta non vada bene… La mia vuole essere solo una considerazione di fatto! :D ).
    Però, non imputerei la gravità del rimpianto, esclusivamente alla varietà. Anche la semplice scelta “Sì o no”, a seconda dei casi, può determinare una gravità e un tipo di rimpianto altrettanto forte.

    3) “Il rimpianto – QUELLO SERIO”.
    Ottima precisazione. Esiste una gerarchia nel rimpianto, per cui si può provare con più o meno intensità a seconda di tanti fattori e di tante circostanze. O non provare affatto, se a lungo termine ciò su cui abbiamo avuto dei dubbi dovesse rivelarsi qualcosa che non ci interessa più o non avremmo voluto. Magari, in questo caso, il rimpianto è solo momentaneo.
    E questo mi spinge a pensare che c’è un’ulteriore distinzione da effettuare.
    Consideriamo rimorso e rimpianto in modo assoluto, come se fossero dati oggettivi permanenti nel tempo, capaci di segnare e condizionare per sempre la nostra esistenza, mentre invece, possono essere anche effetti passeggeri destinati a svanire, una volta appurato di non “aver perso nulla”.

    4) “PUO’ ESSERCI una situazione in cui siamo portati a scegliere”.
    E quando invece si è costretti? Quando sono gli altri, le contingenze, la “ragione” (e qui mi rifaccio a quanto detto da Stefy: “rimpiangere di non aver fatto, di non essersi fidati del cuore, di aver affidato tutto alla mente razionale”) a scegliere per noi? Allora sì che il rimpianto diventa una sofferenza atroce, una vera e propria violenza.

    E’ davvero difficilissimo generalizzare, in questioni del genere :S
    Anche perché, succede che in astratto spesso si dica, si pensi, si faccia, ciò che poi, in concreto, all’atto pratico, non si riesce a dire, pensare, fare, perché direttamente coinvolti.

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  • #9 Giorgio scrive:

    WOW.
    Be’, vedo che questo è un argomento sentito. Da un lato mi fa piacere, ma dall’altro mi dispiace davvero, perché se è sentito un motivo c’è…

    Credo sia giunto il momento di dire la mia.

    Ora, pistola alla testa io direi che è meno facile da sopportare il rimpianto – anche se non il rimpianto generico, no. Il rimpianto di aver sfogliato i propri giorni soltanto esistendo, senza vivere, senza soffrire, senza essere davvero felici, senza correre verso i propri sogni arrivando ben più in là di dove finisce il fiato. Un rimpianto del genere – questo rimpianto – non lo sopporterei, perché è il rimpianto del non aver avuto un senso.

    Ciononostante, senza la pistola alla testa, non mi pronuncerei mai, e questo per un motivo molto semplice.

    Sia rimorso che rimpianto hanno la comune radice della non-presenza. Se sei vivo adesso, senza lanciare sguardi languidi e offuscati al passato (né allungare le mani febbrilmente in un futuro che ancora non esiste), allora trascendi sia rimorso che rimpianto.
    Il primo perché sei consapevole che l’errore è umano, e che non si deve stare a piangere sul latte versato – ma procurarsi dell’altro latte, nella misura in cui siamo fabbri del nostro personale destino.
    Il secondo perché semplicemente cesserebbe di esistere, visto che vita non sarebbe più fatta di “se”.

    In un certo senso è bene prendere esempio dal Suonatore Jones…

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  • #10 *Orihime-chan* scrive:

    Devo dire che dopo aver lasciato il mio commento ci ho ripensato un po’ su…(anche perchè,a dirla tutta,non ero nelle condizioni migliori per ragionare).

    Ci ho ragionato in termini molto meno filosofici però…
    Mi sono detta:io ho scritto di preferire il rimorso perchè il tipo di rimorso a cui pensavo(e qui è giustissima la vostra distinzione tra tipi di rimorso e rimpianto)è quello che ad esempio ti è portato dall’avere passato una notte con una persona che non è il tuo uomo o la tua donna,quindi l’aver fatto qualcosa che volevi pentendotene perchè sei stato/a sleale verso qualcun’altro.
    Ma poi ho pensato:e se fosse un rimorso del tipo “ho trattato mio padre di merda stamattina dicendogli delle cose orribili e adesso mio padre è morto,non c’è più e quelle sono state le mie ultime parole per lui”.Beh lì mi sono un attimo bloccata,ma poi ho pensato che forse continuerei ad essere coerente,perchè credo che il soffrire per i propri errori ci insegni molte cose e come diceva qualcuno:
    “come segno d’amore gli era stato concesso il dolore e la colpa per il male commesso”.

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  • #11 Manuel scrive:

    decisamente molto meglio un rimorso… se non altro ci hai provato! un rimpianto come hai fatto notare e un fallimento in partenza… non sai se ci saresti mai riuscita e se sarebbe andata mai bene!

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  • #12 Simone Severa scrive:

    io avrei preferito un rimpianto… almeno così i miei figli non avrebbero sofferto la separazione dei genitori…

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  • #13 Lucia scrive:

    indubbiamente il rimpianto…….
    sono poche le persone che ti fanno battere il cuore…..e lasciarle scappare per la paura di un rifiuto è la cosa peggiore……

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I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

Sono cent’anni che ti aspettiamo! E anche se non lo sapevi, ci stavi cercando.

Chi sono questi idioti coi cartelli?
E soprattutto, perché? li stavi cercando?
Leggi qua sopra: capirai.

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