feb 26 2009

Augurio in tre “C”

Oggi pomeriggio ero all’università. Uscendo dal bar, a qualche decina di metri di distanza, ho intravisto – e subito perso – il mio professore di Diritto Privato I, l’ex magistrato Antonio Rizzi. Ho avuto un flashback da reduce del Vietnam (chi studia Giurisprudenza sa che mostro sia Diritto Privato I), che però è subito sfumato nel ricordo del discorso che questo grandissimo professore fece concludendo il corso, il 30 novembre 2007. Un professore con cui avevo avuto occasione di palrlare di Battiato, di amore, di Corto Maltese… La sera prima avevo fatto un festino a casa mia, ed ero andato a lezione senza dormire e ancora visibilmente alticcio. Fatto sta che avevo con me il registratore, e catturai quel momento – per poi trascriverlo appena tornato a casa e infine, crollare. Il cielo sa quanto piansi di commozione, quella mattina. Così, ho deciso di riproporvi questo… “Augurio in tre C” di Antonio Rizzi.

«Oggi vi abbandono con qualche minuto di anticipo. Ma! (Se qualcuno ha detto noo… è un villano mentitore) Volevo permettermi, però, di chiudere il ciclo delle lezioni con un… non con un pistolotto, ma con un augurio, se me lo permettete, così come ho aperto il corso dandovi in qualche modo – indegnamente – il benvenuto in questa università matrigna.
«E l’augurio è di tre “C”. Se mi consentite.
«La prima C. Voi avete oggi davanti un percorso rispetto al quale non vi deve spaventare la parola “Cultura“, rispetto al quale, in qualche modo, il movente più vero che vi deve animare, secondo me, è l’idea che voi possiate fare per voi stessi un’operazione culturale. Guardate, quando io vi ho tormentato in queste settimane con domande teologiche, domande filosofiche, tormenti di varia natura e di genere variegato, credetemi, non l’ho fatto per… né per narcisismo autocompiacente, né per il desiderio di manifestare un sadismo latente ma assai radicato. Era il tentativo di darvi una sollecitazione in più – se me lo permettete – a leggere, a studiare, a coltivarvi. Perché vedete, voi… tutti noi, siamo un’università che ha perso il senso della cultura. E questo senso della cultura, se lo avete presente, farà di voi non dei polli da batteria, da insufflare con nozioni vuote e acriticamente recepite, ma farà di voi delle persone che hanno un orizzonte.
«Questo orizzonte io credo che sia la prima… il primo augurio che vi porgo. Forse qualcuno di voi ha letto “Il filo dell’orizzonte”, di Antonio Tabucchi. La pagina iniziale di quel romanzo – un romanzetto di settanta pagine, ottanta pagine – parla del rapporto fra l’autore e il protagonista. Il protagonista si chiama Spino, e l’autore confessa di averlo chiamato così perché Spinoza era il filosofo a lui più caro. E dunque Spinoza, nel suo diminutivo viene volgarizzato Spino. E il protagonista de “Il filo dell’orizzonte” si chiama Spino. Chiude quella pagina Tabucchi, dicendo che Spinoza era un sefardita. Lui, il filo dell’orizzonte, lo aveva negli occhi.
«Il primo augurio che vi fo è che voi possiate avere il filo dell’orizzonte negli occhi.
«Il secondo – anche questo una “C” – è quello di provare Curiosità. Cultura e Curiosità. La curiosità… Quella curiosità genuina di chi mi ha scritto chiedendomi notizie sui libri di cui più o meno era capitato di parlare, la curiosità di chi mi ha chiesto degli approfondimenti, la curiosità di tutti quelli che un domani proveranno a leggere quelle pagine stanche e dolenti del Diritto Privato con l’idea che possa esistere qualcosa di interessante, al di là di tutto. E che possa esistere, al di là di quelle vuote formule – buona fede, contratto, negozio, astrazione… – possa esistere una cosa che si chiama “la Vita”. Una cosa che si chiama la Vita, e una curiosità che nasca da questo senso della Vita. “Un’occhiata ai libri, due alla vita”. Non lo dico io. Lo diceva un genio assoluto che è Goethe. E l’uomo che ha scritto il Faust non poteva che terminare con l’idea di uno streben, cioè di un tentativo di raggiungere Qualcosa. Ma Qualcosa si raggiunge soltanto se si ha curiosità.
«Terzo augurio. La finisco qua. Il terzo augurio, per la verità non dovrebbe cominciare con la “C”. Ma… è una fortuna con la “C” maiuscola. L’augurio di una fortuna con la “C” maiuscola che non sia… non sia una fortuna qualsiasi. Ma una fortuna specifica. Una fortuna, quella di incontrare, nel vostro percorso – che oggi davvero comincia in questa università così tormentata – di ritrovare uno “Svegliatore”, per usare una parola del ciclo dei Nibelunghi di Wagner. “
Hier kommt der Weker! Hier der Weker kommt!” dice a un certo punto il coro de “Le Valchirie”. Lo Svegliatore. Avete presente – credo di sì – la Cappella Sistina? Michelangelo… Quando a un certo punto c’è la figura di Dio che tocca Adamo. Quella è la figura teologica del Risveglio. Cioè della ri-nascita ad una vita che abbia in qualche modo il senso del nuovo, il senso del pro-getto. Ecco: io mi auguro davvero che l’università sappia darvi, sappia farvi incontrare, sulla vostra strada, uno Svegliatore.
«Buona fortuna, ragazzi!»

E ricordo che uscì dall’Aula Magna sotto scroscianti applausi.

cappella_sistina

Ammetto che in un sistema scolastico assediato da critiche, sempre più scadente e sull’orlo del collasso, io, in quanto a Svegliatori, ho avuto davvero una fortuna con la “C” maiuscola. Anche se mi piace credere che “Il maestro appare quando l’allievo è pronto“…

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feb 23 2009

Futurismo centenario

Siete mai usciti di casa prima di un temporale?

L’aria è pesante ed immobile. Poi, all’improvviso, una folata. Una folata dapprima lieve, che smuove le foglie, e che poi a mano a mano monta, e monta, finché il cielo non si rovescia, e tenti di aprire l’ombrello, ma il vento è così forte che ti investe e te lo strappa via di mano e pensi: “Ma dovevo davvero uscire di casa?”

Esistono movimenti di uomini che sono simili a venti impetuosi. Venti nuovi dell’ovest, che spazzano via il vecchio e palingenerano, movimenti entusiasti nel senso primo del termine – enthousiasmòs, il soffio di dio dentro – movimenti che trovano il futuro in una concezione più pura dell’uomo stesso, forte come la giovinezza.

Sì, probabilmente c’è un errore di fondo, in questi movimenti, è vero. Nascono in opposizione, e l’opposizione è facile che sia portata avanti con violenza, brutalità.
Sapete, io credo che se un movimento è davvero in grado di fare del bene al mondo non abbia bisogno di scontrarsi contro le forze del vecchio e del male. Prevarrà semplicemente.
Ma nonostante questo fondamentale appunto, i movimenti che in passato si ersero con il fuoco negli occhi per cambiare davvero l’Arte, il mondo, la Vita, quei movimenti continuano ad esercitare un fascino mastodontico. Vuoi perché sembra che fossero composti davvero da titani di quelli che lanciarono la scalata all’Olimpo, vuoi perché quegli uomini erano pistoni,vita cristallina in continuo movimento, vuoi perché lo sfidare il marcio ordine costituito è da sempre motivo di ammirazione, vuoi perché ormai sono Storia. Vuoi perché avevano un sogno, per quanto discutibile potesse essere.

La prima pagina del Le Figaro del 20 febbraio 1909. Evidenziato, l'articolo con il Manifesto futurista.

La prima pagina del Le Figaro del 20 febbraio 1909. Evidenziato, l'articolo con il Manifesto futurista.

Principe, fra questi venti, fu il Futurismo.
Estremo, estremo fino all’inverosimile, che arrivò a tagliare la politica dal nero al rosso, con energia esplosiva e bellicosa, attestato saldamente su indifendibili bastioni di dinamismo e cieca furia rinnovatrice – e per questo, tanto più meraviglioso.
E’ buffo, sapete? La prima volta che lessi il Manifesto futurista – chi si ricorda quando… – m’indignai.
Oggi, be’, continuo a non condividerne il contenuto, ma ne percepisco la vertiginosa bellezza, tanto da averlo preso a modello per scrivere il manifesto del nostro circolo artistico. Perché nulla è perfetto, ma tutto ha in sé una bellezza clamorosa, ed è su quella bellezza che dobbiamo appuntare la nostra attenzione. Così, di un movimento ormai morto è bello tener presente le meraviglie, piuttosto che le volgarità. Dopotutto, perfino mio nonno è nato anni dopo la pubblicazione del Manifesto futurista, non ha senso continuare a disprezzare questo movimento dopo un secolo. Anche perché ci ha regalato stelle fulgenti come Marinetti, Palazzeschi, Majakovskij…

Cento anni.
Cento inverni fa, da Parigi, un nuovo vento iniziava ufficialmente a soffiare, dalla prima pagina del Le Figaro. Un vento che avrebbe preso vigore per sferzare poi tutta Europa, scuotendola dalle fondamenta.
In un giorno di febbraio non molto diverso da quello che potete vedere guardando fuori dalla finestra.

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feb 22 2009

McMania

di Massimo | in Omnia | 11 commenti

Lo so, lo so, McDonald’s è l’istituzione del male, è malsano, tortura gli animali, è una multinazionale*. Ma succede che una volta ogni 1-2 mesi ci vada. Perchè lo considero consideravo buono. Ieri ho discusso molto con Giorgio, che non voleva venire a mangiare al Mc con me (lui preferisce mangiare cane fritto al cinese). Io però ne avevo voglia, e oggi, dato che il mio pranzo era stato poco abbondante, infine ci sono andato. E devo dire che sono soddisfatto. Non del cibo però.

C’è un documentario interessante da vedere: Supersize me, girato da un tizio che per fini “scientifici” e dimostrare quanto nuoccia mangiare ogni giorno da McDonald’s, ha deciso di fare questo esperimento, facendoci colazione, pranzo e cena per 30 giorni, monitorato da dottori e nutrizionisti. Il tutto avviene ovviamente in America, dove prima avevano un menu abominevole, il supersize appunto. Dopo la prima settimana era depresso, alla seconda dipendente, dopo la terza a serio rischio di salute, e ha dovuto smettere. Nonostante lo shock dopo aver visto questo video, ti assale un’irrefrenabile voglia di BigMac. E’ assurdo.

Qual’è allora il modo migliore per abbandonare un vizio? Fare in modo che non ti piaccia più! Un grande contributo viene dal mediocre sapore di quel big mac che ho mangiato oggi, oltre che dal mattone che alloggia nel mio stomaco in questo momento. Mi ha incuriosito anche la tovaglietta che ti danno sul vassoio, sulla quale c’è scritto “non per alimenti”, ottimo direi.

Dato che ormai questo post è quasi diventato un “come fare per smettere di andare da McDonald’s”, concludo con qualche altro buon motivo (leggetevi poi anche Cosa c’è di sbagliato in McDonald’s):

  • * E’ una multinazionale sfruttatrice di tutto lo sfruttabile (motivo fortemente sponsorizzato da Giorgio).
  • Gli animali passano la loro vita in condizioni completamente artificiali, in enormi fabbriche-fattorie senza accesso all’aria aperta o alla luce del sole e nessuna libertà di movimento. Le loro morti sono una sanguinosa barbarie.
  • E’ uno dei grandi deforestatori della foresta amazzonica. Sdradicano alberi per piantarci soia. E usano un sacco di pesticidi e robaccia chimica. (Quindi ogni volta che mangiate da Mc togliete 2 volte ossigeno a tutto il mondo, la prima per via della deforestazione, la seconda a causa dei peti disumani che sono generati dal consumo di paninozzi.)
  • I dipendenti di McDonald’s non hanno un salario minimo, hanno un contratto part-time e non possono aderire ad un sindacato (pena il licenziamento!).
  • Anche se mi sembra così scontato… Fa diventare obesi!
  • Abbassa il desiderio sessuale. (Può confermarvelo la ragazza del tipo di SupersizeMe)

Con questo post rinuncio ufficialmente a McDonald’s per un bel pezzo. Per suggellare questa volontà oggi me ne sono andato (non l’avevo mai fatto prima) lasciando il vassoio sporco sul tavolo. Amen.

Un comune esemplare che potete trovare da McDonald's: il bimbo piu-largo-che-alto.

L'omino Michelin a pranzo.

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feb 18 2009

Un ubriaco

di Massimo | in Satyricon | 6 commenti

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Un ubriaco canta. Un ubriaco urla, barcolla. Un ubriaco balla, rutta, bestemmia. Un ubriaco è felice, è sordo ed è rosso. Un ubriaco è simpatico e amico di tutti, un altro è arrabbiato e cerca la rissa. Un ubriaco dorme al freddo, un ubriaco straborda e rigozza.

Ma, oltre che nei cartoni animati, avete mai visto un ubriaco col singhiozzo?

Nel documentarmi ho trovato su internet la risposta di un esperto, evidentemente ubriaco, che riporto pari pari.

“PERKè LO STOMACCO SI RIEMPIE DI LIQUIDI FINO A NON STACERNE PIù,E LE SI FORMA DENTRO COME UNA BOLLA ARIA KE NOI KIAMIAMO RUTTI….IL SINGHIOZZO E UN INSIEME DI BOLLICCINE NELLE STOMACO KE TI AVVERTE KE NON CI STA PIU NULLA…QUINDI DI FINIRLA….”

E voi da ubriachi avete mai avuto il singhiozzo?

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feb 18 2009

Allitteration

di Massimo | in Giochi di parole | 3 commenti

A volte, se ci troviamo uno a lavoro e l’altro all’università, succedono cose strane. Giocando con le parole succede che scriviamo discorsi che sembrano senza senso ma che un senso quasi non ce l’hanno. Giorgio in arancio, Massimo in verde.

Avevo ancora appetito, all’aperto. Allora alloggiavo all’Astoria, andavo avanti ad alcol, acidi… Agghindato ad aggeggi argentati, agitavo astruse argomentazioni avvalorando antichi assiomi. Assassinai agenti anzianotti: avevo avuto ancora abbastanza ardore.

Capisco, certo che cominciamo con considerevoli considerazioni, caspita! Continuiamo, centrando cerchi, cercando colombe color ciano, consapevoli – certo – che ciò che coloriamo celebri celesti campeggi. Comunque, continua, coraggio.

Secondo scienziati stupidi, sentendoci soli, sciogliamo sostanze speciali… Sussurrando successivamente su se stessi, succubi, salmodie senza sale, sentenze sciocche. Sapide, se (seppur soli) si scoreggia. Sovvertire sedimentati sistemi sessuali, superarli superbamente? Sembra… Sì, sicuramente. Si senton scrosciare scorse storie secolari.

Pare piacevole. Potevi precedentemente puntualizzare punto per punto procedimenti, prove, provette. Per piacermi potresti portarmi pane, pomodori, peperoni. Presto però perché potrei partire prima, pur potendo prevedere posizioni posteriori. Passo puntualmente penna, prego, prosegui pure.

Vorrei vederti volare via, volgare verro. Verrò verso voi vomitando voulevant: vedrai, vari vasi vuoti vacillanti varranno veramente voglie vinose, veloci viaggi vulcanici, vascelli vespertini. Viareggio vaneggia; vado via, Versilia. Vuoi?

Gradirei. Girando giardini, galoppano giovani giumente, gaudiose, graziose. Grandi gioie, Giorgio.

Maestose meraviglie! Ma Massimo, mi manca – mannaggia – mezza misura, mentre maneggio mesto metri, morali, mirabili maglioncini, melassa, magici meteoriti magnetici. Mi moltiplico malvolentieri; ma mi manderai mai?

Realizzando rare realtà religiose rimangono rudimenti reincarnati, rotolanti, rumorosamente raccolti. Ratti rugosi, radure rese rase, resoconti redditizi, rampolli retroattivi, ritornano risalendo ripidissime rupi. Rovigo resta reclusa, ritrovarla roderebbe.

La lasciai. Le lisciavo le labbra, lascivo, la lunga lingua. Le leccavo la lingerie – la levavo. Le lanciai la lenza. Lei, lucida: luppolo leggero, languido. La lancia la lanciò là. La lasciai.

Trovai tanti trucioli, tre troll trasformati tremendamente. Tresche turbavano, traviando territori: troppi tiravano, tiravano tutto. Tube, trombe, triangoli – tubavano, trombavano, triangolavano. Tumulti tenevano taciturni taluni tori.

Oh…! Ordini oggetti oltraggiosi. Ormai ostaggio, organizzerò orribili overture – ohimè! Oserò ottemperare origliando onde, od omologando occhiali oscuri. Ovest, ontani. Ohi ohi. Ori orientali opprimono ogni ortaggio. Orpelli occhieggiano ornando orifizi.

Facciamola finita. Farfugliamo fra filosofia filoanimalista, fredde frasi frettolose, festival fumosi, facendo fatica. Forse future frustrazioni finalmente formeranno felici fracassi. Francamente, finiamola: fave.

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I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

Sono cent’anni che ti aspettiamo! E anche se non lo sapevi, ci stavi cercando.

Chi sono questi idioti coi cartelli?
E soprattutto, perché? li stavi cercando?
Leggi qua sopra: capirai.

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