La Pergola – "Sei personaggi in cerca d’autore" di Pirandello
“Un personaggio, signore, può sempre domandare a un uomo chi è. Perché un personaggio ha veramente una vita sua, segnata di caratteri suoi, per cui è sempre «qualcuno». Mentre un uomo – non dico lei, adesso – un uomo così in genere, può non essere «nessuno».”
Sei personaggi in cerca d’autore. Ho studiato questo testo teatrale per anni, a scuola, in tutte le salse. Non lo avevo mai visto, però, in scena, dal vivo. Vado a prendere i biglietti: il teatro è strapieno, ci tocca un posto in piccionaia. Ha-ha, chissene. Mi sono portato dietro il binocolo.
Premetto che io adoro Pirandello con tutto me stesso. Come si può continuare ad assegnare il Nobel per la letteratura, dopo che l’ha vinto lui?!
Regia di Giulio Bosetti, che recita anche, come capocomico. Devo dire, regia di rara eleganza.
Sapete, non è facile mettere in scena la pièce che ha scardinato il teatro classicamente inteso, ambientata in un surreale ambiente metateatrale: inizia e sembra la messinscena di una prova de “Il giuoco delle parti” con tanto di regista, tecnici e attori che saltellano e si muovono fra palco e platea – finché non interviene una famiglia di sei personaggi che stanno cercando un autore. Proprio così, sei personaggi. Come se io per strada mi imbattessi in Dorian Gray. Cercano un autore perché sono stati abbandonati dal proprio, e hanno bisogno di qualcuno che permetta loro di raccontare la propria tragica vicenda, di esprimere i sentimenti che hanno dentro. Il padre di questa surreale famiglia, magistralmente interpretato da Antonio Solinas, ne è il portavoce. Il capocomico accetta di mettere in scena il loro dramma, ma… ben presto i personaggi si renderanno conto che nessuno, a parte loro stessi, è in grado di interpretare il loro ruolo. E tutti, attori e pubblico, sono gettati in un baratro di vertiginosa solitudine.
Ma basta spoiler. Il resto leggetelo da voi, o andatelo a vedere a teatro. Merita. Perché in questo testo Pirandello riesce a toccare, oltre ai suoi classici temi del relativismo, delle maschere, dell’Io, anche altri temi perfino più intimi, come il rapporto fra creatore e creatura, l’ineffabile autonomia dei personaggi che vedono la luce, la voglia di vivere e il rimorso che taglia il respiro. E li tocca con un’eleganza ed una profondità senza pari.
Più che in qualsiasi altra opera di Pirandello io abbia visto, poi, in questa è presente – e valorizzato con estrema abilità da questa regia di Bosetti – l’umorismo. La risata sincera che ti muore in gola appena ti rendi conto della situazione tragica in cui i personaggi si trovano. Una risata che ti scappa e che però dopo ti fa sentire sporco dentro come se avessi mangiato un Big Mac, ubriaco, alle 3 di notte.
In conclusione: era da un pezzo che non vedevo uno spettacolo così splendido. Bravò, Bosetti, bravò. Mi hai fatto piangere come una vite tagliata.
E sapete, sono gli spettacoli come questo che mi fanno sognare i tempi di mio nonno, quando gli studenti, che andavano a teatro in massa, alla fine degli spettacoli che si erano rivelati più belli, staccavano i cavalli dalla carrozza dell’autore tirandola loro a braccia fino all’albergo in cui alloggiava, in segno di omaggio.
Quegli spettacoli che una volta finiti ti senti migliore, davvero migliore, e in pace.
Già… Questa è la catarsi.
Adesso però chiudo la porta di camera mia, spengo il telefono e il computer: anche io, per oggi, ho finito di recitare.


