mar
31
2009
Fra i padri della letteratura fantascientifica d’alto livello c’è un cenerentolo, che quasi nessuno conosce nonostante i suoi racconti brevi siano fra i capolavori più geniali che possa capitare di leggere.
Sto parlando di Fredric Brown, giornalista statunitense morto nel ’72.
Fra le sue opere più celebri – che affiorano qua e là nelle antologie, splendide e brevissime – ci sono Sentinella, La Risposta, Un Uomo esemplare e Inno di Congedo. Se ne avete le palle, andateveli a cercare: ne rimarrete esterrefatti. Comunque, qualsiasi cosa scritta da lui vi capiti di leggere, non vi deluderà.
Oggi vi propongo» un suo fulminante componimento sull’immaginazione – Imagine. Credo che possa essere rappresentativo di tutto il suo stile, di tutto il suo pensiero e in generale dell’intero potenziale del canale artistico della fantascienza. Quando lo lessi la prima volta, mi cadde il libro di mano.
Immagina.
Immagina fantasmi, dèi e diavoli.
Immagina inferni e paradisi, città galleggianti nel cielo o sprofondate nel mare.
Unicorni e centauri. Fattucchiere, stregoni, genii e banshee.
Angeli e arpie. Malìe e incantesimi. Spiriti Elementali, folletti, demoni.
Facili da immaginare, tutte queste cose: l’uomo le ha immaginate per migliaia di anni.
Immagina astronavi, e il futuro.
Facili da immaginare: il futuro sta già arrivando, e con sé porterà le astronavi.
Non c’è niente che sia difficile immaginare, allora?
Certo che c’è.
Immagina una quantità di materia e te stesso dentro di quella, te stesso cosciente, pensante e che perciò sai di esistere, capace di muovere quella materia dentro la quale sei, di farla dormire o stare sveglia, fare l’amore o camminare in collina.
Immagina un universo – infinito o no, figurartelo come preferisci – con miliardi di miliardi di miliardi di soli.
Immagina un grumo di fango che vortica pazzamente intorno a uno di questi soli.
Immagina te stesso in piedi su quel grumo di fango, mentre vortichi con lui, turbinando attraverso il tempo e lo spazio in una direzione ignota.
Immagina!

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Purtroppo una traduzione decente in giro non si trova, quindi temo dovrò improvvisarmi io traduttore. Con vostro grande dispiacere.
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mar
27
2009
Luca era gay.

Adesso sta con lei.
Michael era negro.

Adesso è albino.
Silvio era pelato.

Adesso è Moira Orfei.
Guarire si può.
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mar
25
2009

Di Michelangelo Buonarroti tutti conoscono la celeberrima Pietà vaticana. Impianto classico: la Madonna tiene in grembo il corpo riverso del figlio morto. Ma… effettivamente, quella, più che essere una statua è un paradossale gioiello di perfezione e grazia. Purtroppo, dico io, questo è tutto quello che è.
Vorrei infatti portare l’attenzione di tutti su un’altra Pietà, una che è molto più di una Pietà classica, con un significato molto meno descrittivo e molto più simbolico, dettato da un’interpretazione che solo il cuore di un artista titanico come Michelangelo poteva scolpire prima nel concetto e poi nel marmo. Mi riferisco alla sua ultima statua, la Pietà Rondanini, a cui lavorò fino alla morte. La complessità dell’interpretazione di Michelangelo traspare dai ripensamenti evidenti che ebbe mentre scolpiva la statua: il braccio di Cristo staccato dal corpo, un abbozzo di secondo volto alla Madonna.

Osservate.
Verticale, incompiuta. Non pesantemente rifinita come quella vaticana, non affollata come quella dell’Opera del Duomo. Eterea. Maria solleva un corpo che sembra non avere peso. C’è solo una parte della statua che è perfettamente compiuta. Le ginocchia di Cristo. Notate nulla? Il ginocchio destro è piegato come sotto ad un peso, come se si stesse sollevando più che come se stesse venendo sollevato. E la gamba sinistra? E’ come se si stesse portando in una posizione da cui poter spingere a sua volta verso l’alto.
Ma allora… Stavolta non è una delicata Maria a tenere in grembo Gesù. Non è un Nicodemo nerboruto a sollevarne il corpo. Stavolta è Cristo stesso che solleva la Madonna, è il Cristo morto che solleva l’intera umanità dalla sofferenza della morte – un Cristo che già da cadavere si annuncia risorto. E tutto questo vibra sotto la pelle fredda di un blocco di marmo appena sbozzato.
Sono queste le cose che mi permettono di continuare ad ammirare la fede cristiana, nonostante un infallibile tizio biancocappelluto se ne vada in Africa ad abbiaiare stronzate sempre più colossali su problemi sempre più urgenti.
Dopotutto non c’è da stupirsi. Lo stesso Giulio II, uno dei papi peggiori della storia ma comunque di un’altra pasta rispetto ai contemporanei, quando vide il soffitto affrescato della Cappella Sistina disse a Michelangelo: “Tu sei più cristiano di me”.
E non stento a credere fosse vero.
E non stento a credere anche che fosse più cristiano lui nel suo dito mignolo di quanto non lo siano oggi tutti i vescovi, i cardinali e il papa – messi insieme.
La Pietà Rondanini doveva ornare la tomba dello stesso Michelangelo.
Ma nessuno ha avuto pietà di chi la Pietà l’ha scolpita nell’eterno…
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mar
21
2009
Quando esci di casa la mattina è diverso. Il cielo è più azzurro pastello del solito, non si gela, l’aria è fresca. Inizi a muoverti e a guardare fuori dal finestrino le cose che già conosci. Le macchine, la strada, queste sono uguali a ieri e a ieri l’altro. Ma c’è qualcosa che ti colpisce. Da quello che una volta era un bosco e che adesso è solo un ammasso di legna carbonizzata, svetta rigoglioso un albero, verde, è vivo! Dalle anonime macchie sui bordi della strada, forse secche per le gelate invernali, forse da sempre appassite, con estrema eleganza spunta un alberello ricoperto di piccoli fiori bianchi. E’ esile, ma è grande come un re. Allora fantastichi su quello che saranno i prossimi mesi, quando la primavera arriverà al suo apice e l’estate premerà per arrivare, e sogni pomeriggi passati a correre sotto la pioggia mentre il sole ti acceca.
Poi arrivi in città ed è come uscire da un sogno: tutto è come al solito, nessuno sembra essersi accorto di cosa sta succedendo, sono tutti troppo impegnati a correre a lavoro, infamare il prossimo al semaforo, per rendersi conto della vita che sboccia.
E allora, una volta entrato in ufficio, mi sento tanto una pianticella in un vaso, che guarda tristemente le meraviglie della natura dalla finestra. Fortuna che oggi è sabato. E non lavoro.

[PS: Ho scoperto soltanto oggi che l'equinozio quest'anno cadeva il 20 marzo, come farà per almeno i prossimi 10 anni. E io che ero convinto che cadesse sempre il 21...]
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mar
20
2009

Una pietra levigata dalle mani della gente che vi si è appoggiata o dei ragazzi che vi hanno giocato non è più di chi l’ha scolpita o modellata, ma di tutti.
Così inizia un breve racconto, “Il Porcellino” (riferito a quello dell’omonima loggia di Firenze), di Giovanni Michelucci» Questa frase secondo me contiene tutto quello che dovrebbe essere l’arte: non una cosa di chi la crea, ma una cosa di chi la vive. Perché chiunque abbia strofinato il muso del Porcellino per lasciargli cadere una moneta, può considerare il risultato di quell’opera d’arte anche suo.
C’è una cosa che mi ha colpito tantissimo nel modo di pensare di Michelucci: non costruiva i suoi edifici perché fossero belli o maestosi, ma pensava alla gente comune che poi li avrebbe utilizzati, perché potessero sentirsi a proprio agio in quell’ambiente, perché fosse anche loro. E la differenza è clamorosa. Dice anche che ha preferito vedere demoliti alcuni suoi lavori, pensati per esser banche, o chiese, e poi trasformati in mercati. Perché non è quello per cui erano stati costruiti. Leggi tutto…
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architetto toscano che ha realizzato tra le altre opere anche la stazione di Santa Maria Novella e la Chiesa dell’autostrada.
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