#69

mar 15 2009

Il danaro: un giudizio di valore su un valore di giudizio

Sappiamo tutti che cos’è il denaro. Ma oggi, alla luce di alcuni scambi di idee e di certi fatti che ho vissuto, mi sembra il caso di parlarne. E visto il tema più o meno ricorrente, vi prego, non pensiate che io sia un fuoriuscito che vuole minare il maledetto Sistema alla base. Voglio semplicemente soffermarmi sul comune rapporto che si ha coi soldi.

Il denaro, oggi come oggi, è un’entità follemente astratta. Quando nacque nelle sue prime forme, rappresentava una semplice conversione della merce che serviva a facilitare gli scambi – rimanendo moneta-merce (come viene chiamata), cioè una moneta che possiede un valore intirnseco, come l’oro, e non uno convenzionalmente attribuitele. A questo si andò aggiungendo l’autorevolezza del conio statale: era lo stesso Stato a garantire il valore di questa particolare merce. Dopotutto, ai tempi una moneta era una moneta, e niente di più. Non interessava il valore dell’oro in sé, ma ciò che questa sorta di ponte fra propria offerta e propria domanda poteva procurare. “Be’, è così anche al giorno d’oggi”, dirà qualcuno. “A me non interessa il denaro in sé, ma ciò che ci posso comprare”. Giusta osservazione, ma… andiamo avanti.Principe Giovanni

Lentamente, il mito dell’assalto al convoglio che trasporta inestimabili tesori tramontò. Infatti, gli attacchi dei briganti – specie ai pellegrini che se ne andavano in Terra Santa – e la generale insicurezza dei trasporti di preziosi, portarono ad un’innovazione che avrebbe per sempre cambiato il modo di vedere il denaro, dando il via alla conversione della moneta-merce in moneta-fiat (cioè con valore puramente convenzionale): le prime organizzazioni internazionali – come gli ordini religiosi di Templari e Ospitalieri – iniziarono a dare la possibilità al pellegrino che volesse fare un viaggio di lasciare presso di loro una somma di danaro, verso il rilascio di un documento che permettesse loro di esigere in qualsiasi altro Tempio la stessa somma. Insomma, delle proto-banche, che cominciarono a smaterializzare il denaro in titoli di credito astratti. Successivamente, da Genova e Firenze si dipanarono le reti dei primi veri banchieri, e l’intuizione del primo diritto commerciale.

Per rifarsi ad un’analisi di Marx, è ancora ben radicato, in questa società del passato, il ciclo merce → denaro → merce (vendo merce, ottengo denaro, compro merce). Il danaro è ancora un mero mezzo di scambio, utilizzato per acquisire beni, e assologicamente inferiore alla merce stessa. La nascita di un modello industriale e imprenditoriale a cui sia più facile partecipare grazie all’impiego primo del Capitale, ha però smosso le acque notevolmente. E per “smosse”, intendo ribaltate. Il fine di una moderna organizzazione industriale, infatti, non è più la merce, ma il capitale stesso. Denaro → merce → denaro. Salto di qualità particolare, questo, di cui però risuona la società intera.

Perché che cos’è il denaro? Il denaro è la sicurezza del futuro, la libertà nel presente, derivate dall’accumulo nel passato. Il denaro è il nuovo idolo a cui tutti si rivolgono per ottenere ciò che vogliono: un tempo si sacrificava a Zeus, si facevano voti alla Madonna. Oggi, distrutti superbamente gli antichi (sciocchi?) idoli, le persone si ritrovano a creare delle grottesche statuine coi loro cocci. E li chiamano “Partito”, “Squadra del cuore”, “Denaro” e chi più ne ha più ne metta. E così, proprio come l’idea di certe religioni antiche e pagane, secondo cui il Sacro è tangibile e permea la realtà, è stata risucchiata e astratta in un’inconoscibile e lontana santità di vertice nei cieli delle religioni monoteistiche, allo stesso modo, la moneta d’oro sonante, visibile, che girava per le nazioni è stata sempre più astratta, fino ad arrivare alla sua totale smaterializzazione aldilà dei nostri sensi con la carta di credito e internet. Curioso che le religioni ad asserti ontologici “veri” (quelle che dichiarano di indicare l’unica Via – secondo la nomenclatura di Luigi Lombardi Vallauri) siano spesso legate a doppiofilo col denaro…

Il fatto è che il denaro serve sé stesso e nient’altro. Troppo spesso mi capita di uscire con persone care e conosciute e trovarmi davanti a bestie appena si parla di soldi, di pagare alla romana, di andare in un posto piuttosto che in un altro in cui si spende di meno. E’ vero, i soldi sono e sempre saranno frutto della fatica, e lì sta il loro valore, il motivo per cui non vanno sperperati. Ma cento euro in tasca non mi danno felicità. Una cena abbondante con gli amici, bagnata da vino buono e qualche libro, questo già ci si avvicina di più – anche se magari devo metterci un po’ più del dovuto o offrire a qualcuno. Il denaro è qualcosa che non va bene per essere accumulato – per sua natura è fatto per essere speso. E allora perché non accordarsi il lusso di sognare una decrescita felice, in cui il PIL non è tutto? (“Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un folle, oppure un economista“) O di sognare che la fatica del lavoro sia spesa per gli altri – non per sé? In cui i pagamenti sono “onorari”, come quelli dei vecchi ordini professionali, nei quali il professionista, uomo di cultura, non chiedeva un corrispettivo per la consulenza, ma gli veniva dato del denaro solo per onorarlo. E’, vero, you may say I’m a dreamer, ma in un mondo del genere, “a teatro, i primi arrivati si sceglierebbero il posto“.

Dopotutto, se vi dicessi che vi resta un’ultima telefonata da fare, non credo nessuno di voi chiamerebbe in banca.

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I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
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