Per tutti, di tutti

Una pietra levigata dalle mani della gente che vi si è appoggiata o dei ragazzi che vi hanno giocato non è più di chi l’ha scolpita o modellata, ma di tutti.
Così inizia un breve racconto, “Il Porcellino” (riferito a quello dell’omonima loggia di Firenze), di Giovanni Michelucci» Questa frase secondo me contiene tutto quello che dovrebbe essere l’arte: non una cosa di chi la crea, ma una cosa di chi la vive. Perché chiunque abbia strofinato il muso del Porcellino per lasciargli cadere una moneta, può considerare il risultato di quell’opera d’arte anche suo.
C’è una cosa che mi ha colpito tantissimo nel modo di pensare di Michelucci: non costruiva i suoi edifici perché fossero belli o maestosi, ma pensava alla gente comune che poi li avrebbe utilizzati, perché potessero sentirsi a proprio agio in quell’ambiente, perché fosse anche loro. E la differenza è clamorosa. Dice anche che ha preferito vedere demoliti alcuni suoi lavori, pensati per esser banche, o chiese, e poi trasformati in mercati. Perché non è quello per cui erano stati costruiti.
Non per dividere ma per unire
C’è un esempio tanto semplice quanto interessante. Le ringhiere di Piazza Navona, a Roma.
Le ringhiere solitamente sono poste intorno ai monumenti, alle fontane, con lo scopo di tenere lontane le persone, perché non possano sciupare l’opera. Queste invece sono costruite in modo che ci si possa sedere, così che possano svolgere la propria funzione, ma al tempo stesso invitare i visitatori a rimanere, a sedersi, a godersi la piazza.
La piazza è anche mia
Nel mio paese da qualche mese sono iniziati i lavori per realizzare la nuova piazza principale. Intorno alla piazza sono state messe delle alte barriere, dei pannelli di legno, in modo che non si vedano i lavori all’interno. Tra qualche anno probabilmente, tolte le barriere vedremo la nuova piazza, finita. Quanti però potranno sentire propria quella piazza? Quanti abitanti potranno dire “questa piazza è anche mia”? Pochi, dato che nessuno sarà stato partecipe dei lavori, e nemmeno spettatore. Se invece di blindata, la piazza fosse visibile e ognuno potesse contribuire alla realizzazione, anche solo in maniera simbolica, ad esempio appoggiando una pietra per terra, non sarebbe già un po’ più sua quella piazza?
Questo libro mi ha fatto molto riflettere su cose che all’apparenza potrebbero sembrare essere banali, ma che racchiudono tutta l’essenza del saper stare con gli altri. Di fare arte per gli altri, se è davvero a loro che la si vuol proporre, in modo che ognuno possa sentirsi protagonista. Consiglierei di leggerlo a tutti, non solo a chi è architetto. Tra l’altro questo libro l’ha comprato Giorgio insieme a me, davanti alla grande libreria, proprio da uno di quelli dai quali normalmente non compreresti niente…
“Dove si incontrano gli angeli” pensieri fiabe e sogni, di Giovanni Michelucci.

