Glauco

Questo è il mio racconto del Seminario del Vallauri.
Scendendo lungo il sentiero innevato, a sinistra, con la coda dell’occhio, vedo il fiume. Cerco di non soffermarmici sopra, gli lancio giusto un’occhiata solo quando affondo di più nella neve e mi blocco. Ancora non lo voglio guardare, lo voglio vedere dopo, nel pieno del suo splendore – anche se sentirne il suono ed intravederlo a strapiombo coperto dalle fronde degli abeti mi fa crescere in cuore un desiderio impaziente, quasi un’ansia da amante. Ironia della sorte, mi hanno detto si chiami Ansiei.
Per arrivare dove sono ho già avuto occasione di vederlo da vicino, con l’indefinibile colore di un’acqua cristallina tinta di riflessi vari e brillanti, come fosse una tela scrosciante. Adesso però non voglio solo limitarmi ad ammirarlo. Voglio parlarci, entrarci in contatto. E così, camminando, occhieggiamo, sapendo che ci conosceremo più a valle.
Gli unici rumori sono i nostri: il suo scorrere scrosciante e la neve che scrocchia sotto i miei scarponi. Lo perdo di vista, e allora allungo il passo. Vedo che la neve, intorno a me, si sta sciogliendo. Dopotutto fa già caldo. Lungo il sentiero, innumerevoli pozze e rivoletti; le chiazze di prato sgombro che affiorano sono nuove paludi molli di fango e vita. Camminarci sopra mi dà la percezione di stare in piedi sulla vita stessa, me ne sento figlio, e a maggior ragione fremo per arrivare al fiume. Acqua che incessante scorre da prima che io nascessi, da prima che fosse inventata la lampadina, da prima che l’uomo riuscisse a domare il fuoco, da prima che lo stesso tempo fosse soltanto pensato – vita pura e fredda che sgorga da sottoterra che si mesce alla vita pura e calda che irradia dal cielo.
Ecco, il sentiero è sceso di molto, e mi ritrovo quasi in piano. La via piega a sinistra: ci sono quasi.
Allungando avanti lo sguardo, vedo le ringhiere metalliche di un ponte. Rabbrividisco. Vedere qualcosa di artificiale, lì, mi fa impressione.
Finalmente arrivo al ponte, mi ci fermo in mezzo e lo sguardo salta, ampio, da sinistra a destra, da monte a valle. Mi appoggio coi gomiti alla ringhiera, e guardo nella direzione in cui scivola l’acqua.
Ci sono delle frange, nel fiume. Frange bianche, lunghe, ribollenti, disegnate magistralmente da sassi ignoti e lisci, che dormono sotto il pelo dell’acqua. Una, due, cinque, conto nove frange, prima che il bosco di abeti mi copra l’ansa che il fiume fa proseguendo. Ogni frangia è diversa, si frange, immobile e sempre nuova – spuma vorticosa che spezza la corsa ondulata del fiume. Scendo sul greto.
La neve lascia il passo ai sassi levigati. Appoggio lo zaino e mi levo la giacca a vento. Col sole a picco fa un bel caldo, anche se siamo in alta montagna. Non mi spoglierò di più: il fiume deve lavarmi vestito, impregnarmi, rimanere con me anche quando sarò uscito dal suo grembo. Ma non ci si può buttare in acqua così. Certo, molti lo fanno, magari per dar prova di coraggio: dopotutto l’acqua è gelida, e la corrente molto forte. Io lo faccio per un altro motivo. Voglio trovare qualcosa che nella mia vita di città mi è sempre mancato: un rapporto sacrale con gli spiriti che sono in ogni cosa, che pervadono la natura.
Mi sfilo l’orecchino, gli anelli, la collana e i bracciali. Il fiume ha da trovarmi puro e povero, nei miei abiti, libero da avarizia ed opulenza.
Mi siedo a gambe incrociate sull’estrema sponda del fiume, su dei sassi che chissà se mi reggeranno o se crolleranno con me nell’acqua. Le nuvole proiettano le loro ombre larghe e rapide sui fianchi dei monti, colorati d’ogni sfumatura di verde immaginabile – come una tavolozza da pittore. Davanti a me, il crosciare continuo del fiume. A questa distanza è l’unico suono che si possa udire, sovrasta tutti gli altri. Anche se… dopo poco diventa un tenore naturale di sottofondo, una sorta di silenzio, e non ci fai più caso. Sì, proprio come con la Musica delle Sfere di Pitagora, che si credeva prodotta dall’incessante ruotare dei pianeti nelle ampiezze celesti, ma che nessuno – a parte i bambini – ode più per via dell’abitudine. Chiudo gli occhi e mi concentro su quello scroscio, regolare, come un eterno espirare, cerco di fare il vuoto nella mia mente, di sgombrarla così come il vento sgombra il cielo. Il tempo inizia a passare in modo diverso dal solito.
Quando sento di essere sereno, tendo le mani e faccio la prima abluzione. Mi bagno i polsi e le tempie. Diavolo, è gelida. Torno comunque nella mia posizione e continuo a meditare.
E’ in questi momenti che i tuoi problemi più nascosti si mostrano chiaramente. Di solito si confondono nel caos fisico ed emozionale che viviamo, ma quando sei veramente solo con te stesso, quando i pensieri vengono via via scacciati dagli orizzonti della mente, i più restii, scuri e radicati – quelli che davvero ci peggiorano la vita – restano scoperti, in tutto il loro squallido orrore, contorcendosi alla luce del sole. Ma restano lì, e vederli limpidamente ti uccide.
Allora chiedo allo spirito del fiume di aiutarmi. “Aiutami a sgombrare del tutto la mente, a trovare la serenità di cui ho bisogno per unirmi a te“. Non ho risposta, se non l’usato crosciare dell’acqua.
“Ansiei“, chiamo, ma non ho risposta.
Ansiei… Ma chi ha dato a quel fiume un nome simile? Come si permette l’uomo di dare dei nomi convenzionali a corpi e spiriti che esistono da sempre, senza nemmeno cercare di comprendere ciò che nomina? Ansiei. Un nome senza storia, che nulla indica, in realtà, di quel fiume. Chi lo ha battezzato non ne ha di certo osservato le indefinibili acque, perché altrimenti lo avrebbe chiamato di certo “Glauco“.
“Sì” risponde il fiume, io sussulto.
“Glauco…?”
“Sì”
“A-aiutami a sgombrare del tutto la mente, a trovare la serenità di cui ho bisogno per unirmi a te“.
“Prendi un sasso pulito dal mio letto, affidagli quei pensieri e restituiscimelo“.
Io mi sporgo parecchio in avanti, proteso a prendere un sasso dal fondo del fiume. Mi bagno le maniche, e ne estraggo uno, anonimo – inizio a concentrarmi per affidargli I pensieri che mi uccidono. Quando ecco che alla mia sinistra, con la coda dell’occhio, vedo atterrare una cavalletta. Io ho un’irrazionale fobia delle cavallette, e istintivamente le scaglio contro il sasso che ho in mano. La mira è precisa, le si schianta addosso, ma… era solo una foglia. Quando mi accorgo di aver scagliato e perso il sasso di Glauco, è troppo tardi.
“Glauco? Glauco…?”
Il fiume non risponde più.
“Glauco!”
Solo il continuo scorrere dell’acqua mi parla. Proseguo con le mie abluzioni, sempre meno lucido, e decido di entrare nell’acqua, anche se è presto. Metto i piedi nella corrente forte, quasi non riesco a stare in equilibrio – l’equipaggiamento mi mantiene impermerabile per venti lunghissimi secondi, durante i quali sento che si sta creando una distanza abissale fra me e il fiume, ormai incolmabile. L’acqua gelata si insinua, alla fine, serpentina, nei miei scarponi. Decido di sedermi subito nel letto – non può essere tutto perduto! – su un grosso sasso piatto, e come mi siedo, l’acqua mi colpisce la schiena come un freddissimo colpo di vanga. Allora mi immergo completamente, ma non è affatto come un battesimo di comunione. “Lavami via questi pensieri, Glauco!” ma l’acqua ghiacciata mi risputa verso riva sbattendomi sui sassi. Rantolante, grondante e intirizzito mi trascino fuori dall’acqua. Ho fallito.
In silenzio mi copro dal vento freddo, e a testa bassa, con le scarpe piene d’acqua ostile, cammino ondeggiando, sfinito, verso la strada d’asfalto grigio. Il sole è impallidito. Nubi pesanti si ammassano ad est.

