#88

mag 7 2009

Un’ora di silenzio – Seminario Vallauri 2009

Scavavo nella neve da qualche minuto, con la foga e la violenza di un animale che sbrana la sua preda. Ero madido di sudore e nelle brevi pause mi passavo i guanti mézzi d’acqua sulla fronte per rinfrescarmi, mentre mi guardavo intorno col fiatone, convinto di aver sentito qualcuno che si avvicinava. Ormai avevo liberato quasi tutti i rami dalla neve, mi mancava soltanto il più grosso, attorno al quale avevo scavato per un buon metro di profondità, misura oltre la quale non riuscivo più ad infilare le braccia. Allora mi fermai a guardare sgomento quel giovane albero; il fusto piegato dal peso della neve caduta sui rami era diventato un arco che iniziava e rifiniva a terra. Altri alberi si erano spezzati, ma questo era abbastanza flessibile da poter resistere a quell’oppressione. Lui aveva ancora una possibilità, per questo avevo deciso di tirarlo fuori dalla neve – o almeno – di provarci. Non ci sono riuscito appieno, ma perlomeno non tutte le sue gemme saranno bruciate dal ghiaccio, e non appena la neve si scioglierà, tornerà dritto e rigoglioso in mezzo alla foresta, pronto a fiorire.

Nel terzo giorno del seminario in Cadore, ognuno era solo nel bosco ed io ero in netto ritardo rispetto all’orario concordato per il ritorno. Ma dopotutto quello era il mio momento con me stesso, non poteva avere scadenze. Dopo essere salito su una collinetta instabile e aver guadato il fiume su una lastra di ghiaccio dalla dubbia resistenza, arrivai al primo ponticello e mi fermai per dissetarmi con un po’ di neve. Vidi passare una ragazza, che continuò a dritto per la strada, senza attraversare il ponte. “Ma dove va quella? Si passa dal ponte per tornare indietro!” pensai. Provai a seguirla, e mi accorsi che effettivamente aveva ragione lei: le orme dell’andata erano su quel lato del fiume.

Qualche centinaio di metri più avanti potevo scegliere se continuare per il sentiero innevato, nel quale si sprofondava, oppure scendere e passare per il fiume, e ovviamente scelsi il fiume. Nella discesa intravidi un tizio con i piedi nell’acqua che si guardava intorno; era Marco. Mi avvicinai e ci salutammo con un cenno della testa, infilai i piedi nel fiume – gli scarponi impermeabili reggevano bene – poi presi la bottiglietta e la riempii con l’acqua del fiume per bere. Lui mi fece di no con la testa, e infilate le mani dall’acqua, vi bevve a mo di coppa. Allora io accaldato dalla camminata, mi versai un po’ d’acqua sulla testa, ma lui di nuovo scosse il capo, e lo infilò completamente sott’acqua, per tirarlo fuori un attimo dopo urlando per il freddo. Dopo questo il silenzio fu rotto e ricominciammo a parlare, iniziando la camminata fluviale. Deciso a entrare in maggior contatto col fiume, mi infilai in un punto più fondo, dove l’acqua potesse scavalcare le barriere impermeabili delle ghette, per scendere lentamente dalle ginocchia, lungo i polpacci, fino ai piedi, per poi riempire completamente gli scarponi. Non so se sia stato piacevole o una tortura.

Sul punto di ripartire ci accorgemmo che la donzella che avevo superato aveva avuto la grande idea di seguirmi giù per il fiume, e sembrava in difficoltà nel camminare sulle rocce innevate. Così, l’aspettammo per proseguire insieme. Valentina, che aveva perso il sentiero e non sapeva come proseguire nel mezzo metro di neve morbida che le sprofondava sotto ad ogni passo, nei primi minuti si rivelò decisamente antipatica, ripetendo per una decina di volte “Quanto manca?”, “Come si torna sul sentiero?”. Dopo averla convinta che la via fluviale sarebbe stata la più breve e la più bella, accettò di seguirci, ma rifiutando tassativamente di bagnarsi i piedi nell’acqua. Era la prima volta che veniva in montagna, e nonostante lo splendido paesaggio che circondava il fiume, non vedeva l’ora di tornarsene all’albergo.
“Di cos’hai paura? Di bagnarti i piedi o di scivolare nel fiume?” le chiesi.
“Di bagnarmi” rispose
“Allora converrai che una volta che i tuoi piedi sono zuppi d’acqua, più di così non potrai bagnarteli, o no? E poi guardami, io ho i piedi nell’acqua e sto benissimo, devi solo superare l’impatto iniziale e poi starai bene anche tu.”
“No, non lo faccio. Quanto manca?”
Proseguimmo guadando più volte il fiume, noi due sugli stabili sassi del basso fondo, lei su quelli scivolosi sul pelo dell’acqua. Poi, dopo qualche lento guado accettò di bagnarsi i piedi. Ammetto – sadicamente – che le espressioni di sofferenza per il freddo, viste quando ormai la temperatura nei tuoi piedi si è stabilizzata, sono molto divertenti.
Procedemmo così più spediti, fino ad un punto in cui bisognava passare su un tratto di neve morbida.
“Ma nella neve ci sprofondo!”
“Ma che male c’è se ci sprofondi? Metti avanti l’altro piede ed esci! Dai vieni che andiamo avanti.”
“Nella neve ci sono già affondata prima! Quanto manca, io devo arrivare all’albergo, tra mezz’ora iniziano le recite!”
“Ma guarda è anche divertente, puoi metterti a saltellare nella neve, e se proprio cadi ti rialzi e non ti fai male.” infatti sprofondai e caddi. Divertendomi un sacco.
Ma la ragazza non era ancora convinta e seguiva le mie orme nella neve per avere dei punti di riferimento.
“Scusa, ma è la prima volta che vieni in montagna e non vuoi goderti il panorama, né camminare nel fiume, né sprofondare nella neve, guidata da due perfetti sconosciuti? Ma quando ti ricapita!” le chiesi.
Dopo diversi attraversamenti, e affondamenti finalmente ammise: “Però, a dire il vero, mi sto divertendo!”
Meglio tardi che mai, se n’era accorta!
Il nostro obiettivo era arrivare ad una cascata, superata la quale avremmo potuto riprendere per il sentiero. Il percorso era più lungo del previsto e dopo un altro quarto d’ora la giovine attraversava il fiume da sola, senza bisogno che nessuno la sorreggesse.
La mente malata/geniale di Marco allora propose – una volta arrivati – di passare sotto il flusso d’acqua della cascata, e di farcisi il bagno. Ottima idea, tranne per il discorso del farsi il bagno. Arrivati alla tanto agognata meta, scendemmo e muniti di k-way e passammo sotto la cascata, lei spaventata, ripiegata e di corsa, io lentamente per godermene la maestosità, Marco immergendovisi completamente vestito e bestemmiando.
“Questa sì che è una cosa da raccontare!” esclama lei una volta dall’altra parte.
“Più che una cosa da raccontare è una cosa che vale la pena di aver vissuto.”

Quella giornata il prof. Vallauri ci aveva lasciati soli nel bosco, con poche e semplici indicazioni: “Disperdetevi, state in silenzio, e quando sentirete la vocina che vi dirà di non fare qualcosa, voi fatelo”. Questo è un infallibile modo per liberarsi del tutto di qualunque vincolo, posto da noi o da altri. Sono troppe le occasioni in cui rinunciamo a fare qualcosa per paura di passar male agli occhi della gente, oppure perché una cosa sembra “strana”. Ma in quel momento sei tu, da solo con la natura, e non c’è niente che possa essere sbagliato. Puoi trovarti a baciare il tronco di un albero, o a scavarci intorno per liberarlo dalla neve, o infilarti coi piedi in un fiume gelido, o fermarti sotto al getto di una cascata e nessuno ti giudicherà per quello che stai facendo. Non lo avresti mai fatto, ma quel momento di follia autorizzata ti permette di provare una sensazione nuova, qualcosa che non immaginavi nemmeno potesse esistere. E allora ti senti davvero vivo.

Eravamo già sul sentiero di ritorno quando Valentina, guardando giù verso il fiume ci disse: “Ma siamo passati da questa strada anche stamattina? Non avevo minimamente notato il fiume.”
Una componente splendida delle passeggiate nel bosco del seminario era la prima ora, nella quale si doveva mantenere il silenzio. Un’ora nella quale ognuno era circondato da gente, ma aveva la possibilità di essere mentalmente da solo. “Se fai silenzio, la natura di parla”. Purtroppo sono stati in molti a non rispettare il silenzio, e non oso immaginare, se non si sono accorti di un fiume, quante altre meraviglie possano essere passate loro inosservate.

Dedicato alla follia e ad una ragazza che non voleva divertirsi.

Cadore

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7 Commenti per “Un’ora di silenzio – Seminario Vallauri 2009”

  • #1 Alessia scrive:

    Credo di rendermi perfettamente conto di quello che intendi dire,ma personalmente non mi sembra di aver letto niente che meriti l’appellativo di “qualcosa che non avresti mai fatto”.Naturalmente voglio dire che più leggevo il tuo elenco di ciò che ci si può ritrovare a fare mi sembrava tutto così normale trovandosi da soli(ma anche no)nel bel mezzo di un paesaggio del genere(di Cadore avevo già visto delle foto qualche anno fa),nello stato mentale in cui suppongo ci si possa trovare ad un seminario di quel tipo,ma anche semplicemente perchè l’istinto te lo dice senza che nessuno debba averti autorizzato a farlo.
    E se poi passa qualcuno e ti vede sprofondato a metà in un fiume gelato che importanza ha se non hai un seminario come giustificazione?Quello che ti serve sono le sensazioni che stai provando in quel momento.Non ti conosco ma penso che il giudizio di un eventuale passante non ti sarebbe passato per la testa neanche se fossi stato lì in vacanza e tutto ciò fosse stata una semplice reazione estemporanea.
    E’ molto bello questo post,ma se proprio vogliamo commentare,meglio non limitarsi esclusivamente a dichiararsi d’accordo,no?

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  • #2 Massimo scrive:

    Il seminario non è una giustificazione, è un’occasione. Non mi capita tutti i giorni di andare in montagna, e quando mi è capitato di andarci con amici o parenti non mi è mai passato per la testa di fare una qualunque delle cose che ho fatto in quel giorno. A te possono sembrare “normali” e spontanee, ad altri no. C’è chi ha bisogno di uno stimolo per lasciarsi andare, c’è anche chi è più restio e deve essere convinto. Io personalmente ero in parte come la ragazza, purtroppo a volte penso in maniera troppo razionale valutando le conseguenze, ad esempio, se entro in acqua poi mi bagno gli scarponi e poi è scomodo camminarci, se apro l’ombrello, poi si bagna… e così via. Per questo la “follia autorizzata” mi è stata d’aiuto. Beati coloro che ne possono fare a meno.

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  • #3 Alessia scrive:

    “C’è chi ha bisogno di uno stimolo per lasciarsi andare, c’è anche chi è più restio e deve essere convinto.”
    Certo, è questo che avevo in mente tutto il tempo che ho scritto il mio commento.
    Speravo si potesse leggere tra le righe,ma evidentemente mi sono espressa male.
    A rischio di ripetermi,volevo solo aggiungere qualcosa alla tua riflessione,con la quale sono pienamente d’accordo,affinchè il mio commento generasse qualcosa di utile e costruttivo piuttosto che una semplice espressione di consenso.

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  • #4 ..obelix.. scrive:

    …marco ha ancora quel pizzetto fantastico??

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  • #5 Giorgio scrive:

    Ovviamente. Ed è sempre più splendido.

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  • #6 Massimo scrive:

    E’ un classico dire la stessa cosa senza capirsi. Tra l’altro rileggendomi oggi mi accorgo di essere stato anche un po’ scontroso nel mio ultimo commento e me ne scuso, lo ero per motivi miei e senza volerlo l’ho trasportato in quello che ho scritto.

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  • #7 Eva scrive:

    Cercando “Vallauri” nella rete, è uscito anche questo vostro blog. Abito in Cadore e mi piacerebbe avere qualche informazione su questo seminario con Vallauri ed i luoghi dove siete stati.
    Mi piacerebbe sapere anche in che contesto è stato organizzato questo seminario. Grazie mille, Eva

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