Come realizzarsi, tutti?
“Cosa vuoi fare da grande?” è una domanda la cui risposta diventa sempre più complicata mano a mano che si cresce. Da piccolo, ognuno sa che cosa fare, è chiaro e cristallino che uno vuol fare l’astronauta e l’altro il pompiere, non si hanno preoccupazioni a quell’età, la via è limpida.
Poi arrivano l’istruzione, il condizionamento, la ragione, e tutto cambia: si cerca la via più conveniente, o quella più sicura. E si perde di vista quello che si vuol fare davvero, al punto che all’età di vent’anni diventa complesso darsi una risposta. Cosa voglio fare? I sogni – dicono – segui i tuoi sogni. Beato chi riesce ancora a sognare come quando era bambino.

Non essendo in grado di andare oltre, in questo campo, vorrei provare a vedere la situazione da un punto di vista critico e cinico.
Sono pochi quelli che hanno scelto consapevolmente il proprio percorso di studi, penso che siano ben di più quelli che hanno scelto il meno peggio, o casualmente. E spesso uno si accorge che non voleva fare questo solo quando ormai ha finito. Forse perché siamo troppo immaturi al momento della scelta, forse perché non abbiamo mai pensato a che cosa vogliamo essere. All’università uno pensa di avere le idee più chiare; macché. Uno magari studia lettere perché odia la matematica, oppure giurisprudenza perché fare l’avvocato paga bene. Non so perché ma l’approccio “io intanto studio, poi si vedrà”, non mi sembra che possa funzionare con un qualcosa di scelto pseudo-casualmente. Spero che molti nel dubbio abbiano fatto la scelta che in futuro si rivelerà giusta per loro.
La società, evolutasi nei secoli fino ad arrivare a quella odierna, non punta e non ha mai puntato alla realizzazione dell’essere umano, ma ad una sopravvivenza collettiva organizzata e regolamentata. Ma pensate: cosa succederebbe se tutti avessero un sogno e lo seguissero? Se becchini, pulitori di bagni e spazzini mollassero pale e scope e realizzassero i loro sogni, in che mondo vivremmo? Saremmo invasi da veline e giovani calciatori, i bagni puzzerebbero e le strade sarebbero sporche, probabilmente. Però ci sarebbero pittori in ogni angolo di strada, miriadi di scrittori e poeti col foglio in mano, musiche e spettacoli sarebbero improvvisati dal nulla. Sarebbe bello, no? Ricordiamoci però che viviamo in una società.
Si potrebbero istituire delle caste, i degni di realizzarsi e i non degni. Oppure una piccola élite di patrizi servita da una plebe che si accolla tutte le mansioni e i lavori. No, no, non si può fare. Forse il problema è che le nostre ambizioni sono troppo egocentriche, e che quando uno pensa di realizzarsi non considera altri che se stesso. “Io scrivo perché mi piace scrivere, perché è la mia passione e la mia vita.” Bene, ma se tutti la pensassero come te, chi produrrebbe la carta e l’inchiostro con i quali scrivi? Senza contare il fatto della concorrenza: con un sacco di scrittori, spiccar fuori dal mucchio sarebbe una bella impresa (lo è già oggi!), e in qualche modo uno dovrà sopravvivere e guadagnarsi il cibo. Sempre ammesso che ci siano persone il cui sogno sia fare gli allevatori o gli agricoltori. Probabilmente in questo mondo, si tornerebbe a sacrificare i propri sogni a favore della sopravvivenza. Punto e a capo.
“Se ci tengo a fare qualcosa, non lo chiamo lavoro.”
(Richard Bach)
Purtroppo il lavoro è una delle cose che occupa buona parte della nostra giornata, quindi se vogliamo usare davvero al meglio il tempo che abbiamo a disposizione in questa vita, sarebbe cosa buona fare qualcosa a cui si tiene e che ci piace, come lavoro.
“Un uomo chiamato a fare lo spazzino dovrebbe spazzare le strade così come Michelangelo dipingeva, o Beethoven componeva, o Shakespeare scriveva poesie. Egli dovrebbe spazzare le strade così bene al punto che tutti gli ospiti del cielo e della terra si fermerebbero per dire che qui ha vissuto un grande spazzino che faceva bene il suo lavoro.”
(Martin Luther King Jr.)
Non ho mai sentito parlare di spazzini così famosi per le loro gesta. Un motivo ci sarà. Anche se a livello di motivazione personale forse può servire, trovo che questa frase sia una colossale cazzata. A meno che uno non abbia la vocazione dello spazzino, allora tanto di cappello.
Forse ci sono solo modi diversi di vivere quello che stiamo facendo, nessuno più giusto degli altri in assoluto, come ci insegna la buona vecchia storia dei tagliapietre.
Un saggio, camminando lungo la via, s’imbatte in alcuni tagliapietre. Chiede al primo cosa stia facendo, e questi risponde: “Non lo vedi? Sto tagliando pietre”; il secondo interpellato sulla stessa domanda: “Taglio pietre per guadagnare”; il terzo: “Taglio pietre e ricavo ciò che mi serve per mantenere dignitosamente la mia famiglia”. Infine arriva dall’ultimo, che risponde: “Taglio le pietre che serviranno per costruire una grande cattedrale”.
O forse ancora, può esser vero che non tutti possono realizzarsi: vi riesce solo chi osa andare oltre, abbattendo i muri che si trovano tra lui ed il proprio obiettivo. Quei muri, che sono stati messi li per vedere quanto siamo motivati a raggiungere il nostro obiettivo.
E voi che ne pensate, può esservi una via che permette di conciliare la realizzazione personale di tutti, con tutti?


8 luglio 2009 @ 15:28
Cavoli, bella domanda!
Forse il nodo comincia a strigarsi – o a farsi più fitto – così: che intendi per “realizzarsi”?
Conosco un taglialegna-cacciatore, la sua vita è fatta di lavori umili e faticosi: ne è felice. Chi è più realizzato? Lui o chi spende una vita da manager-squalo, guardando il mondo da un attico e senza mai capire cos’è che lo rode dentro?
Si può essere realizzati anche da spazzini?
Di certo qualcuno lo è stato da venditore ambulante: Oreste Biavati. Non fate quelle facce! E’ un personaggio di tutto rispetto.
Nato a Bologna, nel 1890, era di famiglia poverissima e si adattò a qualunque mansione la fortuna gli riservasse. Giovane curioso, imparò a leggere: divorava tutte le pubblicazioni che gli passavano sotto mano e – vuoi per la lettura, vuoi per le sue peripezie – sviluppò una capacità oratoria incredibile. Trovò finalmente lavoro come venditore ambulante in Piazzola, mercato bolognese tradizionale in cui si trovano – ancora oggi – vestiti e ciarpame assortito. Ne divenne presto l’eroe, affabulando tutti con storie che imbastiva in dialetto, o coi suoi motti. Vendeva lamette, lamette da barba di qualità scadente: ne compravano a tonnellate, assieme a dentifrici, saponette…
Realizzato? Chissà… magari, se fosse nato nobile, ben educato e colto sarebbe stato un degno successore di Carducci, nella sua Bologna.
Oggi, passeggiando per la città, si può ammirare una lapidetta con su scritto “A RICORDO DI ORESTE BIAVATI (1890 – 1971) CHE CON DIGNITOSA UMILTÀ SCHIETTA PAROLA PETRONIANA ARGUZIA SEPPE TRASFORMARE IL MESTIERE IN ARTE”.
Non so perché mi è venuto in mente lui, può essere una risposta?
8 luglio 2009 @ 16:42
Certamente, perché no?
Ognuno ha i suoi sogni (o presunti tali), e non vedo perché uno non possa esser felice facendo l’ambulante.
Soltanto che ci sono alcune professioni, come ad esempio lo spazzino, che non penso attirino molte persone. Tutto qui. Il dubbio rimane irrisolto.
PS.
9 luglio 2009 @ 11:12
Io sono nettamente a favore dell’ipotesi elitaria. Però l’élite-di-chi-si-realizza non è una casta aristocratica cristallina e fissa. Si tratta di un club esclusivo, certo, ma di natura estremamente fluida, che cambia ad ogni generazione, composto da coloro che sono stati capaci di sfondare i muri che gli si ponevano davanti. Il che ammette senza ruggine un realizzarsi come quello di Biavati.