#104

lug 13 2009

Creatività & creazionalità

Questo post vuole essere un appunto breve.

Capita spessissimo di sentir parlare di creatività. “Ma che bel quadro, come sei creativo”; “Leonardo era un creativo geniale”; “Eh, per fare una cosa del genere ci vuole tanta creatività”; “Guarda come si veste, si vede subito che è un creativo”.
Abbiamo la bocca impastata di creatività. Ma che cos’è la creatività?

creatività

Questa è creatività?

Creat-ivo. Vediamo che in questa parola c’è il suffisso “-ivo”, un suffisso che solitamente indica capacità, attitudine, qualità (pensiamo a sportivo, offensivo, nocivo). Quindi la “creatività” sarebbe l’attitudine alla creazione?
Capiamo bene che se davvero il significato è questo, è una parola senza una grande ragion d’essere. Infatti l’attitudine a creare è naturalmente propria di ogni uomo, e se – come accade – viene usata in senso restrittivo creando la categoria dei “creativi”,  cessa addirittura di essere semplicemente superflua e inizia a rappresentare una realtà falsa, in cui ci sia solo un’élite esclusiva di personaggi degni di creare o capaci di farlo.
Ciò che la creatività oggi rappresenta è l’estro inventivo delle trovate pubblicitarie, o il modo di vestire dell’eccentrico. Il che si traduce in creativo come accattivante o non comune. Cose che hanno ben poco a che fare con le infinite, vertiginose possibilità di creazione dell’uomo. Cose che anzi, nella loro nobilitazione, insozzano e disonorano il lingnaggio d’ogni uomo.

Io non userò più la parola creativo – a meno di non dover descrivere le basse realtà che essa dipinge. Ormai è troppo sporca per poterla pulire del significato che ha acquisito.
Quindi sceglierò una parola alternativa, un terreno nuovo sul quale trasferirmi e far crescere fertilmente un nuovo significato che meglio rappresenti lo scorcio, l’intuizione di questa umana, potentissima attitudine a creare, pulita e scevra da ogni categorizzazione e da ogni monopolio di fervidi ed improbabili aristocratici che partoriscono slogan sguazzando nel loro disordine mentale – ma con tanto di basco, occhiali da sole e ampia sciarpa svolazzante: d’ora in poi parlerò di creazionalità. E invito tutti a farlo.

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3 Commenti per “Creatività & creazionalità”

  • #1 Alessandro scrive:

    Sì, Giorgio, la tua definizione di creatività è giusta, almeno secondo me, la splendida virtù del creare, propria di ogni uomo. Il tuo ragionamento, tuttavia, in un punto scatena in me un dubbio: perché un termine perde la sua ragion d’essere solo perché rappresenta qualcosa che è in tutti gli uomini? Non è necessario che la creatività segni un discrimine fra gli uomini. Anche io come te diffido e guardo storto i porci con i guanti che si riempiono la bocca di parole e le sputano al momento meno appropriato, sia linguisticamente che contestualmente. Trovo però che lasciare a questi soggetti le mani, e le bocche, libere su quel bel concetto che distingue l’umana intelligenza, quella di tutti (dei bambini, del contadino, del falegname, dell’architetto, del poeta e del pittore) dalle altre intelligenze che per ora abbiamo conosciuto sia un male. Perciò ti invito a lottare per non abbandonare a loro ciò che meno pare appartenergli. Creativo è chi ha la virtù del creare, creare è produrre dal nulla. Qualcosa che prima non c’era ora c’è, quale immensa forza c’è dietro questa piccola definizione da vocabolario, quanto prodigio e quanta meraviglia? Se già vedi questo ora meravigliati ancora perché, come tu dici, di questo prodigio sono capaci tutti gli uomini. “Creatività” non è priva di ragion d’essere e se smetti di usarla, la parola, a chi resterà la bellezza di quel lemma che rimanda al portento che vorrebbe avvicinare tutte le menti umane a qualcosa di più? Personalmente farò quanto posso per usarla al momento giusto, perché c’è chi insudicia e chi deve pulire, e non credo che riuscirò a pulire molta sporcizia lasciando a loro ciò che era buono e spostandomi verso altro. Potrebbero sporcare anche quello.

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  • #2 Giorgio scrive:

    Credo di essermi spiegato male. :)
    Io la penso esattamente come te: infatti, secondo me, il grosso difetto della parola “creatività” è che “viene usata in senso restrittivo creando la categoria dei “creativi”“, quindi concedendo una virtù universale solo ad una ristretta élite. Così non è semplicemente una parola superflua che non descrive nulla: questa parola descrive la realtà in maniera assolutamente sbagliata, rendendo esclusivo un bene intrinseco dell’uomo.
    (Un esempio di parola superflua è “eclatante”, francesismo inutile usato impropiamente, visto che deriva da “éclater”, cioè scoppiare – e che si può facilmente sostituibile con lo splendido “clamoroso”; ma “creativo” non è una parola superflua, bruttina o sostituibile. E’ sbagliata)
    Perciò smetterò di usare questa parola corrotta e mi sposterò, iniziando a descrivere quella sbalorditiva attitudine alla creazione che ogni uomo possiede con “creazionalità”.

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  • #3 Salomè scrive:

    Il tuo post vuole essere un appunto breve.
    La mia replica sarà abbastanza lunga, purtroppo, e dico purtroppo perché penso sinceramente che la prolissità nuoccia gravemente alla qualità di uno scritto, almeno quanto nuoce alla pazienza e all’interesse anche del lettore più fedele e stimolato.
    Nonostante ciò hai toccato una dolente nota, per la quale è il caso di spendere qualche parola in più del necessario.
    Concordo solo parzialmente con quanto affermi.
    Nella Bioghraphia Literaria, Coleridge opera un netto -e correttissimo- distingo tra “fancy” ed “imagination”, intendendo con il primo termine la capacità di fare associazioni attingendo ad una gamma di idee e concetti PRE-ESISTENTI (archetipi), mentre con il secondo l’abilità di creare dal nulla idee e concetti NUOVI, SCONOSCIUTI E ORIGINALI.
    C’è una bella differenza.
    Nel primo caso abbiamo a che fare con una facoltà meccanica, nel secondo con una creazione nel vero senso del termine, in quanto generata ex nihilo grazie ad “illuminazioni”, ispirazione, “divina mania”, serendipity o altro.
    Se è vero che la “fancy” è un’attitudine abbastanza frequente, è altrettanto vero che l’”imagination” contraddistingue solo una minoranza.
    Intorno agli anni Sessanta del nostro secolo, l’”imagination” intesa come “creatività”, è stata spiegata facendo riferimento alla bisociazione, ovvero la capacità di generare nessi di connessione e associazione tra idee prive di rapporti reciproci o il cui legame non era stato tenuto in considerazione. In pratica, non sarebbe altro che un tentativo di fusione tra le due nozioni di Coleridge. Ad ogni modo, comunque, si tratterebbe di una peculiarità, non della norma.
    La “creatività” nell’accezione più letteraria del termine, dovrebbe essere l’attitudine a concretizzare o trasmettere nel modo migliore idee e pensieri originali e innovativi, attitudine che NON tutti possiedono. In altri termini la fantasia, l’estro, che da potenza si trasforma in atto.
    Non basta “pensare” a qualcosa per renderlo effettivo. Occorre realizzarlo e realizzarlo BENE, dove per “bene” intendo dire in modo soddisfacente per chi ha partorito l’idea.
    In questo processo, la tecnica influisce molto poco, perché si può avere pure un’eccellente formazione pratica a livello teorico, ma mancare di “genio” e solo per questo rendere sterile la metodologia. Allo stesso modo, si può benissimo supplire con ingegno o intuito, ignorando le norme accademiche e conseguendo ottimi risultati.
    La predisposizione d’animo verso un’arte o uno sport, non rende automaticamente chi ama queste discipline un artista o un atleta. Non è detto che “capacità, attitudine, qualità” siano doti fondamentali e determinanti per il successo di chi le possiede, perché non sempre sono utili alla concretizzazione.
    L’”attitudine alla creazione” come dici tu “è naturalmente propria di ogni uomo”, ma per una serie infinita di circostanze e variabili, NON tutti sono in grado di esternarla o di esprimerla come desidererebbero. Inoltre, non in tutti è presente nella stessa misura e agli stessi livelli di intensità. Per questo motivo, l’aggettivo “creativo” nella sua accezione originaria dovrebbe designare solo una minoranza particolarmente dotata e in cui l’attitudine a creare è più spiccata rispetto ad altri. Se oggi, come sostieni tu è diventata più il marchio delle “trovate pubblicitarie, o il modo di vestire dell’eccentrico” è solo perché nel mondo del comodo in cui viviamo è molto più comodo mutuare anche a sproposito un termine, piuttosto che sforzarsi di trovare quello più appropriato. Questione di superficialità.
    Se fosse valido il ragionamento che hai esposto sulla creatività, non lo sarebbe quello che hai sempre fatto sulla poesia e gli pseudo-poeti. Un pezzo di carta ed una penna non si negano a nessuno, ma non tutti hanno la vocazione per essere poeti. Analogamente, non tutti possiedono spirito creativo e non occorre molto per accorgersene.
    Per quanto concerne l’utilizzo di questo aggettivo deverbale, purtroppo in linguistica come in molti altri campi, è l’uso che determina la consuetudine e se il lemma è stato inflazionato e volgarizzato perché divenuto troppo di moda, per svuotarlo del significato acquisito e tornare all’originale, occorre solo aspettare che diventi demodé.
    Questo per quanto riguarda il termine in sé e la sua teorizzazione semantica.
    Sono oltremodo concorde per quanto concerne il resto, compreso il disappunto manifestato nei riguardi di quelli che io definisco “artistoidi” e che tu invece qualifichi come “fervidi ed improbabili aristocratici che partoriscono slogan sguazzando nel loro disordine mentale”.
    “Disordine mentale” è l’espressione che uso anch’io e che a mio avviso rende a pieno quell’inutile, assurda e a dir poco scandalosa valorizzazione di mediocrità, cattivo gusto e approssimazione spacciata per genio, che caratterizza la maggior parte delle “creazioni artistiche” che ci circondano. Il peggio però è che chi le realizza raccogliendo i consensi di una critica asservita e sempre più sommaria nei suoi giudizi, è realmente convinto di essere CREATIVO. Per chi ha presente il film “Amici miei”, questa accezione di “creatività” non è paragonabile ad altro che ad una bella supercàzzola estetica.
    Ma non ho notato questo atteggiamento solo in ambito prettamente artistico. Ho avuto modo di constatare che esistono pure le supercàzzole cerebrali. Mi fanno pesantemente bestemmiare ad esempio, gli pseudo-intellettuali che non fanno altro che ruminare e sputacchiare citando idee e aforismi altrui, fermamente convinti della loro originalità, della loro inventiva e soprattutto della loro superiorità intellettiva.
    Non vedo genio, né tanto meno “creatività” in chi si riempie la testa e la bocca di pensieri e parole altrui. Tanto peggio poi, quando questa triste abitudine dilaga e si radica nei gruppi chiusi DAVVERO “aristocratici”, in cui si arroccano e si aggregano questi pseudo-intellettuali che paradossalmente predicano un’apertura mentale che proprio loro sono i primi a non mettere in pratica. Allora si assiste ad una vera e propria sclerotizzazione della parola, ad un’erezione di muraglie linguistiche stereotipate, reiterate tra gli adepti, tutte identiche tra di loro e tutte insignificanti, si assiste al crollo dell’individualità in ambito comunicativo lato, in virtù di una coesione formale basata su gusti, tendenze, modi di dire e di agire, totalmente omologati in seno a quel gruppo e naturalmente NON creati in modo originale, ma riciclati sulla falsariga di una linea di pensiero –e di condotta- già predefinita e dunque legittimata da un certo numero di auctoritates. Per cui, se non apprezzi un determinato autore o genere letterario o un certo cantante o quel regista, o non aderisci integralmente ad un punto di vista che avverti come estraneo, sei automaticamente idiota. Non capisci. Non sei intellettualmente al loro livello, non sei sulla loro stessa linea d’onda e conseguentemente vieni reputato inferiore. In base a quali criteri di superiorità, poi, sarebbe tutto da vedere e da dimostrare.
    Comunque -e qui concludo- una grande mente non cita. Si fa citare.
    Ad posteritatem!

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I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

Sono cent’anni che ti aspettiamo! E anche se non lo sapevi, ci stavi cercando.

Chi sono questi idioti coi cartelli?
E soprattutto, perché? li stavi cercando?
Leggi qua sopra: capirai.

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