L’Hinduismo non esiste
Lo sapevate che la religione Hindu non esiste?
Ora lo sapete.
Trattasi di una mera categorizzazione occidentale che appiattisce una realtà religiosa vasta e varia come un prato fiorito. Ma facciamo un passo indietro.
Alla fine del XV secolo, Da Gama doppia il capo di Buona Speranza e arriva in India. I secoli successivi saranno per l’Occidente un folle volo verso l’invasione e la conquista di questo paese di Bengodi straripante di ricchezze.
Quella occidentale, però, non era la prima grande invasione che l’India subiva: dai primi scontri nell’VIII secolo dopo Cristo, passando per la costituzione del Gran Sultanato di Delhi nel XII e arrivando fino alla fioritura del rigoglioso Impero Moghul fa il XVI e XVIII secolo, l’India ha subito una pesantissima presenza musulmana di vertice, attenuatasi solo con la decadenza dell’Impero Moghul stesso e l’arrivo degli Europei.
Il modo in cui funzionavano le invasioni islamiche era piuttosto semplice ed enormemente efficace. Gli Arabi sono sempre stati (e sono tutt’ora, è un fattore culturale) dei grandissimi commercianti. Abili e occhiuti ma umani come pochi nella storia. E perciò, le loro invasioni, più che sulla punta della scimitarra, venivano portate avanti da orde di commercianti vogliosi di ampliare i propri mercati; oltretutto, la loro invasione incideva in maniera relativamente indolore sulla popolazione, in quanto mirava a colpire e sostituire i vertici del potere senza che null’altro cambiasse. Certo, l’islamizzazione era incentivata, infatti chi si convertiva alla religione del Profeta godeva di certi privilegi, ma non era imposta – e non era imposta nemmeno la Shari’a, il diritto coranico, in quanto legge-solo-per-muslim.
Così in India si rese necessaria una prima classificazione religiosa – attuata attraverso la categorizzazione in “islamici” e “non islamici”. Insomma, già a quel tempo la definizione di Hinduismo necessitò di essere compiuta in negativo, senza dire che cosa fosse, ma constatando che cosa di certo non era.

Roberto de Nobili vestito da sadhu che se ne va a far proseliti per l'India in un'incisione coeva.
Ma all’europeo seicentesco e cattolico che arriva in India non basta un equilibrio fra mercati e religioni: deve imporsi come un asso di briscola che tutto vince. Così sorge il grande apparato delle Compagnie delle Indie Orientali, e soprattutto, le orde dei missionari si riversano da Mumbai, a Madras, al bacino del Gange. Tutti a far proseliti.
Fra questi, nel 1604, arriva un gesuita, tal Roberto De Nobili. Costui era un geniaccio.
Gli altri missionari, presentandosi in tonaca nera e con gli interpreti, non avevano speranza di risultare graditi alle popolazioni autoctone – specie alla potentissima e acculturatissima casta dei Brahmani -, quindi puntualmente fallivano nella loro attività di proselitismo. Ma De Nobili no. Lui era furbo. Prese a vestirsi come un sadhu, un saggio indiano, e imparò alla perfezione il sanscrito e il tamil. Si spacciò per Brahmano di nobilissime origini, ed ovunque fu rispettato ed ammirato. Successivamente se ne andò, “indus inter indos” di tempio in tempio cercando di comprendere tutte le singole realtà religiose locali, e quando ebbe raccolto abbastanza informazioni stilò una brillantissima, completissima ed elefantiaca silloge dei precetti comuni della “religione Hindu”. Compiuto questo lavoro tornò alle centinaia di templi che aveva visitato, domandando ai Brahmani una valutazione sulla sua opera. Tutti i Brahmani d’ogni parte dell’India furono esaltati da questo lavoro, e tutti lo sottoscrissero, ammirando la maniera così assolutamente brillante con cui magistralmente definiva gli insegnamenti di una religione Hindu universale. Però, era proprio dopo la grande euforia che De Nobili faceva scattare la trappola.
Infatti, parallelamente, aveva stilato una confutazione altrettanto forte di ogni punto della silloge, cosicché i Brahmani vedessero distruggere in maniera inoppugnabile l’opera che tanto avevano osannato e che nero su bianco li rappresentava. A quel punto De Nobili entrava in modalità-proselitismo e convertiva masse oceaniche di Indiani.
Così, l’enorme varietà di religioni in India fu appiattita sotto una nomenclatura unica. E adesso conoscete la vera storia di come è nata la “religione Hindu”.
E’ necessario tenere presente, però, che la realtà di questa macro-religione fittizia, osservata alla lente d’ingrandimento, è composta da centinaia e centinaia di fili diversi – come un tessuto – e che tutti concorrono allo stesso scopo. Tutti concorrono alla Moksha, cioè alla Liberazione dal Samsara, dal ciclo di reincarnazioni, al fine di riportare l’Uomo al Brahmman, all’Assoluto primo. E questo avviene senza tentativi di conversioni né conflitti fra Hinduismi diversi, ma con una compartecipazione parallela.
Tu segui il brahmacharya e la castità, io seguo il kamasutra ed il piacere: che vinca il migliore, ci becchiamo dopo nel Brahmman.

