set 24 2009

Il Potere e lo Tzimtzum(pappà)

Dopo molto rimandare, ecco il post che ormai da luglio stavo covando sulle Forze dell’Ordine.

YHWH paparazzato mentre si autolimita.

YHWH paparazzato mentre si autolimita.

Nella tradizione religiosa giudaico-cristiana, in particolare in apologetica» , esiste un concetto particolarmente affascinante: lo Tzimtzum (sì, lo so che è un nome ridicolo). In soldoni, lo Tzimtzum altro non sarebbe che l’autolimitazione di Dio, una contrazione della Sua onnipotenza da Lui stesso prodotta in vista dei dibattuti fini superiori della Creazione e della Libertà umana.

Qualcosa di simile allo Tzimtzum accade all’Uomo moderno. Rinuncia consapevolmente a parte della propria libertà di potere per il fine superiore di vivere in una società salda, sicura, solidale. E così quando si guida si deve tenere la destra, i contratti di cui all’art. 1350 c.c. devono essere stipulati per iscritto, si accetta di non farsi giustizia da soli e si mette in mano ad alcune persone come le altre l’onorevole e capitale onere di tutelare l’ordine. E questo è il punto a cui volevo arrivare.

Noi, ohimè, non viviamo nella Repubblica Galattica di Star Wars, in cui la pace è custodita da posate schiere di portentosi Cavalieri Jedi, scelti dall Forza, capaci di sfruttare poteri tanto colossali quanto antichi ma che innanztutto sono addestrati ad esercitare un ferreo potere su se stessi, e che vincono sempre perché

“L’acqua calma ferma l’onda impetuosa.”

jedi_mae

Da noi le cose sono un po’ diverse.
L’attribuzione del vasto potere di mantenere l’ordine, di vigilare sulla pace, che si concretizza a sua volta in un potere sul cittadino che va dal timore reverenziale fino all’arresto, non è attribuito a una casta di fantastici cavalieri che si sono guadagnati questo ruolo di diritto per via della loro virtù.
E’ attribuito a persone fatte come le altre, forgiate più o meno bene da un addestramento diretto a far loro acquisire efficienti capacità di controllo del territorio, di intervento e d’azione, oltre che al raffinare l’uso delle armi e alla formazione di un corretto habitus comportamentale e dello spirito di Corpo.

I Jedi non esistono. Ma molte vie marziali orientali, oltre che spirituali, pongono come elemento preliminare e concomitante all’esercizio della tecnica marziale l’esercizio del potere su se stessi, attraverso allenamento alla presenza mentale, alla direzione della mente e dell’intenzione, all’amplificazione della consapevolezza sulla situazione, e poi attraverso meditazioni volte verso obiettivi dei più ardui e variegati.
Questo passo fondamentale è bellamente saltato a piè quasi pari, nella nostra realtà. Infatti si giunge allo sconcertante risultato:
Il ruolo di chi deve aver potere sugli altri viene ricoperto da persone che non hanno potere su se stesse (che non ne hanno più di un civile qualsiasi). Ovviamente ci sono le eccezioni, ma – mi dicono – confermano la regola.

E questo rappresenta il difetto primo dell’inserirsi delle forze dell’ordine nella società umana. Non c’è nessuno – pare – che controlli il guardiano. Qui custodiet custodes» , specie quando il custode non si sa regolare da solo? Allora si percepisce l’istituzione della forza di polizia come il braccio armato e senza volto di uno Stato buono solo a prendere ed imporre, un’istituzione costituita da persone che ti intimoriscono con la loro sola presenza, e che risaltano in particolar modo quando sono severe o inette. Non prendiamoci per i fondelli: chi, anche se perfettamente in regola, non sente un magone terribile quando viaggiando in auto si vede seguire dal faro puntato della Municipale ferma a fare controlli? Come una gazzella che affretta la corsa quando vede in lontananza un leone. Chi non si sente umiliato e indifeso come un verme, davanti alle minacce di un Carabiniere un po’ troppo alterato per fare bene il suo lavoro?carabinieri-

In questo modo diventa chiaro che il potere di queste forze non è un potere che si fonda su stima e fiducia nel loro ruolo, ma sulla minaccia di ingerenza nella vita dei cittadini. Orribile, questo, a dirsi (anche se è uno dei principi-cardine del Diritto Penale). Se così non fosse, non si verificherebbe ciò che puntualmente avviene ogni volta che un gendarme si ritrova ad essere dalla parte del torto. Perché il rispetto costruito sul timore porta inevitabilmente all’accanimento, quando la situazione si ribalta, quando sono i Tutori dell’Ordine a sbagliare. L’asino incrudelisce sul leone, quando questo è in difficoltà.

Il leone deve mantenere l’ordine e per ciò gli è attribuito un certo potere. Ma non esercitando un potere simmetrico su di sé, spesso abusa di quello attribuitogli, o lo usa male, o comunque in maniera incapace di conquistare la fiducia e la stima di chi deve essere protetto. Di rimando, chi deve essere protetto inizia a nutrire disprezzo nei confronti dei leoni – sempre invocati in caso di pericolo ma sempre accusati selvaggiamente in casi di umani errori ed omissioni.

“E’ molto meglio vivere oggi, che se per caso ti trovi nei guai, ai poliziotti tu puoi telefonare e la tua vita salva sarà!”

E’ paradossale.
Si chiede a uomini fatti come gli altri, ma degli altri un po’ più potenti, di avere il sempiterno equilibrio e la suprema infallibilità degli dèi senza che nemmeno vengano addestrati a cercare e controllare il dio che sta dentro di loro.

Ma l’attuale impianto delle istituzioni guardiane dell’Ordine non è che un male necessario. Un giorno le cose saranno diverse. Un giorno fare il poliziotto sarà una vocazione da Jedi, non da bullo, e come Jedi verranno addestrati. E un giorno un po’ più lontano, non ci sarà nemmeno più bisogno di una forza che si imponga per mantenere l’ordine.
Utopia? Be’, intanto io inizio ad eliminare strada per strada dai miei rioni interni ogni pensiero disonesto. E magari, quando lo faranno tutti prima di scendere nelle strade d’asfalto fra le case, allora non sarà più un’utopia. E se non sarà più un’utopia allora lo Tzimtzum cesserà, e arriveremo ad avere un nuovo tipo di libertà, totalmente incondizionata. Un sogno? Forse.
Ma quando ci penso sorrido, e quando vedo qualcun altro che ci crede, sorrido un po’ più forte.

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Quella branca della teologia che si propone di dimostrare la razionalità e la credibilità della fede.
Chi custodirà il custode?

set 21 2009

Lingue del Futuro

Intervista a bambini di una scuola elementare:
Bambini, quanti di voi usano il computer a casa? (tutti alzano la mano)

Poi il giornalista ad una bambina:
Ma tu sai scrivere?
Sì, al computer un pochino sì. Sui foglietti però no.

Anno 2009. Solo dal numero sembra di essere stati sparati in un futuro che sembrava inimmaginabile un decennio fa. Il salto nel nuovo millennio fa un certo effetto. Pensate ad un anno come, ad esempio 1997 – ecco – non vi da l’idea di un tempo ormai passato e superato? Pensate a che progressi ha fatto l’uomo da allora ad oggi, quante conquiste! Quanti miglioramenti per la nostra vita quotidiana: con i passi che ha fatto la tecnologia non c’è quasi più bisogno di saper fare niente!

Scrittura a mano

Quando andavo alle elementari io (oh, secoli fa!, e invece sono passati poco meno di tre lustri) si imparavano le addizioni, le moltiplicazioni; ma i bambini di adesso possono accontentarsi di saper premere qualche tasto sulla calcolatrice e ottenere il risultato. Siamo nel futuro!

Alle elementari io ho imparato a scrivere in lingua italiana, su carta di quaderno, con – più o meno fantasiose - penne. Ma ora siamo nel futuro, si parla male una lingua e quando si tratta di scrivere è il vero far-west, tra carta, computer e telefonini.

La scrittura su cellulare è evidentemente scomoda per due motivi: la limitata lunghezza dei messaggi e l’uso pratico non semplicissimo, quindi è stata più che normale l’adozione di un linguaggio abbreviato, in modo da poter risparmiare caratteri e scrivere meno: anche se la comunicazione risulta meno chiara, quanto sarà mai difficile decifrare un messaggio di 160 caratteri? La faccenda si fa più scocciante quando questo tipo di linguaggio inizia ad essere usato nella vita di tutti i giorni, nelle mail, addirittura a voce! Ho letto a riguardo il commento di uno studioso di lingue, che affermava che l’ “essemmessese” fosse la naturale evoluzione del linguaggio, per rimanere al passo coi tempi.
Personalmente mi sembra – contributo francesistico assolto - una gran cazzata.  Prima di tutto perché si perdono i motivi per i quali questo linguaggio è stato creato: scrivere con una tastiera di pc, o a mano non è così impegnativo come con un cellulare. Oltre a questo, tale linguaggio oltre ad essere cacoramico» , illeggibile e richiedere uno sforzo di comprensione non indifferente, è orrendamente freddo, non trasmette alcuna emozione.

Non so come si possa preferire dire ad una persona TVB, invece che Ti voglio bene. E questo ha ancora quasi un senso. Si provi a pensare a un più articolato TV1KDB, ovvero: misuro la quantità di bene che ti voglio, e rispetto a una quantità standard q.b. te ne voglio molto di più (a proposito, vorrei scrivere un post sulla “scala del bene”, qualcuno vuole aiutarmi?)

Vi prego di non guardarmi con un conservatore anti-progresso e anti-futuro, sono un informatico da quasi sempre e credo molto nello sviluppo, a patto che sia fatto in maniera intelligente. Certo che la calcolatrice e il calcolatore (toh!) sono state due grosse invenzioni che semplificano la vita a tutti, ma non devono diventare dei nostri sostituti. Altrimenti non serviremmo più a niente, e oltre a questo, i nostri già pigri cervelli smetterebbero di fare qualunque cosa possa tenerli svegli. Da un punto di vista prettamente personale poi preferisco di gran lunga essere indipendente, saper fare calcoli a mente e scrivere su carta e senza un computer o un cellulare. Lo so che potrebbe suonare come un’ovvietà, ma l’intervista con la quale ho inaugurato il post mi ha fatto riflettere. Se si comincia a prendere in mano una tastiera prima di una penna, continuando di questo passo e con questo menefreghismo educativo diffuso, ho paura che tra qualche anno si potrà vantare nel curriculum di saper scrivere su carta e in lingua italiana.

ringrazio per la preziosa collaborazione bimbominkia93, che ha aiutato nelle fasi di traduzione

Ah, sul futuro post della scala di bontà non stavo scherzando, aspetto collaboratori!

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Neologismo. Dal greco, kakòs (cattivo) e òrama (vista). Significa “brutto a vedersi”

set 13 2009

… e a quando a quando, un elefante bianco

La giostra gira.
E mentre la giostra gira, stiamo seduti sulla panchina davanti e la guardiamo. Francamente non l’abbiamo osservata benissimo, quest’estate, l’abbiamo un po’ trascurata.
E non vediamo misteriosi lodi Bernardo che tagliano segretamente la mano destra alla Corte dei Conti.
E vediamo una crisi (da cui stiamo uscendo?) mietere posti di lavoro a migliaia lasciando operai in mezzo a una strada senza piegare nemmeno le vendite di cellulari.
Gira la giostra e assistiamo costernati al litigio di Governo e Chiesa che si rinfacciano meschinità a colpi di media come nel loro piccolo fanno davanti ai figli il marito panzone dalla canotta unta e la moglie ormai sfatta nel suo liso vestito a fiori anni ’50 che spazza via da terra i cocci dei suoi sogni.
Torna alla ribalta Feltri, con nuove motivazioni economiche, e il suo giornalismo bellicoso di distruzione di massa.
Ed ecco anche Gheddafi – su cui tutti i bambini vogliono salire – che si atteggia a dittatore d’orchestra bacchettando tutti e prende impunemente per i fondelli mezzo mondo. Ed ecco anche Gheddafi, coi sui abiti bellissimi.
Una giostra in cui insomma il Potere si sta universalmente permettendo tanto da attraversare la folla folle dovendo bisbigliare al cocchiere, Pedro, siempre adelante ma con juicio.
Ma mentre la giostra gira… a quando a quando, appare un elefante bianco.

Fini diventa di fatto il capo dell’opposizione.

fini

Sondaggio estemporaneo: voltare le spalle a una causa sbagliata è tradimento?

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P.S. Mi piace molto questa storia de “l’elefante bianco”. E’ una figura che appare in una poesia del grandissimo poeta decadente tedesco Rainer Maria Rilke, “Jardin du Luxembourg“, ambientata nell’omonimo giardino parigino. L’elefante bianco è in sostanza ciò che non ci si aspetta. L’imprevisto che scuote le tue certezze.
Credo lo inserirò come tag. Un tag molto poetico.

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set 10 2009

Il più bel petalo d’alba

Se qualcuno mi chiedesse, di tutti gli eventi naturali, quale è quello che davvero mi fulmina con la sua bellezza, risponderei senza esitazione: “L’alba”. Ma non l’alba in generale, no. Un suo evento secondario. Un suo petalo.

Quando ero bambino, un mio amico più grandicello, una sera, mi indicò un punto nel cielo, e mi disse: “Vedi quel punto luminoso? E’ Venere”. Quella bellezza mi sbalordì. E forse fu in quel momento che decisi che nella mia vita avrei fatto agli altri quello che lui aveva fatto a me. Di certo, da allora mi è rimasta una fascinazione morbosa per quel puntino luminoso, il terzo colosso del firmamento, il primo astro ad apparire quando arriva il crepuscolo.

Due anni fa ho fatto un viaggio in Giordania, e mi è capitato di attraversare con la macchina una strada in pieno deserto, durante una notte senza luna. Non potevamo non fermarci. Non potevamo non vedere quel cielo.
Io le stelle e le costellazioni le riconosco molto bene, sono da sempre una mia passione, ma alzando gli occhi in alto rimasi costernato perché le stelle erano troppe. Mi disorientavano, erano più del buio. La Via Lattea, una mano di bianco data con la pennellessa larga sul soffitto del mondo. Venere, un faro che proiettava, netta, la tua ombra sulla sabbia.
Quando ero in quarta superiore mi svegliavo tutti i giorni un’ora prima del dovuto solo per vedere l’alba e Venere. In Giordania, quando l’ho vista brillare in quel modo, ho capito che quel puntino, almeno per me, doveva essere qualcosa di diverso. Non era una presenza naturale come le altre.

Questa estate, poi, ho potuto rivedere l’alba sul mare, con una compagnia eletta che in quel momento era la più perfetta del mondo. E ho potuto appuntare la mia attenzione sul fenomeno – sul petalo – che più mi affascinava dell’alba, quando ero in quarta superiore, e non erano i colori, non l’aria, non le nubi infuocate: ma la strenua, titanica resistenza di Venere al montare inarrestabile della luce del Sole. Ad uno ad uno gli astri in cielo vengono spenti, come se il velo costellato scivolasse via dalla volta celeste, da est ad ovest. Ma lei no. Lei resta inchiodata lì, salda, finché i primi raggi non iniziano a dardeggiare fuori dall’orizzonte. Finché non viene investita.

Su quegli scogli, in quel momento, guardando quegli amici, quello spettacolo mi ha finalmente suggerito ciò che stavo aspettando da quella bellezza, un consiglio di quella specie che ci tocca solo quando finalmente facciamo silenzio dentro di noi.

Sii come Venere. Il primo ad arrivare e l’ultimo ad andarsene. Per tutti.Jack alba

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I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

Sono cent’anni che ti aspettiamo! E anche se non lo sapevi, ci stavi cercando.

Chi sono questi idioti coi cartelli?
E soprattutto, perché? li stavi cercando?
Leggi qua sopra: capirai.

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