Anitra e Angela
In un regno molto lontano, tanto tempo fa, viveva un sovrano giusto ed amato. Aveva due figlie.
La minore si chiamava Angela, ed era davvero un angelo. Lunghi capelli d’oro, come fossero tessuti di sole. Le sue labbra, uno scrigno di melograno, i suoi denti un tesoro di perle. Il suo volto, disegnato dalla mano di un dio. Gli occhi, franchi e blu come cielo d’aprile. La figlia maggiore… be’, no. La figlia maggiore era brutta. Si chiamava Anitra. Ora, io non vorrei parere indelicato, ma era davvero un’anitra. Talmente brutta che tre servi si cavarono gli occhi. E gli altri preferivano trapiantare querce, piuttosto che servirle il tè. Aveva capelli di stoppa, labbra sfatte e coi suoi denti equini poteva mangiare una mela attraverso le sbarre di un cancello. Ora, giunse per queste due sorelle l’età di maritarsi. Il padre, pur intuendo la difficoltà, si proponeva di maritare prima la maggiore secondo tradizione. Purtroppo, non v’erano principi ciechi, ai tempi. Intanto, grandi delegazioni dai reami vicini e lontani si avvicendavano alla corte del sovrano per chiedere in sposa la figlia minore. Un principe russo arrivò con cinquanta buoi stracarichi d’oro, come dono di nozze se gli fosse stata data in sposa Angela, ma il re padre dovette declinare la pantagruelica offerta. Propose al suo posto Anitra, e il principe russo tornò nelle sue terre e la leggenda vuole se la stia ancora ridendo. Perfino il figlio del Sultano di Costantinopoli venne a chiedere la mano di Angela, e il suo elefante trasportava il dono di nove sacchi di rubini grandi come pesche. Ma il re dovette rinunciare. Propose Anitra e il figlio del Sultano gli dichiarò guerra. Nessuno voleva la sua Anitra. Infine, dall’estremo oriente giunse il primogenito di un Imperatore, accompagnato dal fratello minore, con l’atto di proprietà di mezzo continente, da dargli in dono se gli avesse fatto sposare Angela. Con le lacrime agli occhi il padre chiese se andasse bene lo stesso sua figlia maggiore Anitra, e il principe dagli occhi a mandorla, disonorato, si tolse la vita seduta stante.
A quel punto il consigliere del re gli suggerì di trovare una soluzione per risolvere la situazione dell’immaritabile figlia maggiore. Il re si scandalizzò. “Come posso io fare assassinare mia figlia Anitra nel sonno facendolo passare per un incidente e dicendo a tutti che è caduta su un coltello per trentacinque volte consecutive?” “Ma io, mio signore” rispose il consigliere “avevo in mente qualcosa di meno cruento”. E gli riferì il suo piano.
Presero una serva muta e analfabeta, le fecero indossare un vestito e un mantello turchino e la misero su un albero. Durante la passeggiata mattutina nel parco, il re si fece accompagnare dal consigliere e da Anitra. Passando vicino all’albero con la serva in turchino fra i rami, il re e il consigliere fecero finta di niente. Anitra, chiaramente, la notò, e disse “E chilla ca cci fa lassù fra li rami?” Sì, Anitra non era nemmeno molto aggraziata nel parlare. Il re e il consigliere finsero di non vedere la serva che si dimenava sull’albero, e domandarono ad Anitra “Chi? Dove è? Descrivicela!” e Anitra disse “Chilla vestita turchese ca sta lassù in alto alto! Nun la videte voi?” “Vestita di turchese?” disse il padre. “Anitra sta avendo una mistica visione della vergine Maria, sicuro!” incalzò il consigliere. “La virgine Mmaria? Ummadonna!” disse Anitra. “Sì, sì, proprio la Madonna!” dissero gli altri due in coro. E la portarono di gran carriera dal monsignore. Appreso l’accaduto, il prelato sentenziò con tono grave che davvero Anitra aveva avuto una visione della beata semprevergine Maria, e che quindi doveva prendere i voti per sposarsi con Gesù. Il Redentore avrebbe probabilmente avuto qualcosa da ridire, ma le cerimonie furono officiate comunque e Anitra fu rinchiusa nel monastero più inaccessibile del regno.
Così il re mandò di corsa a richiamare il fratello del rampollo orientale: alle stesse condizioni, avrebbe avuto Angela in sposa. Il matrimonio fu quindi fatto, il regno ottenne enormi ricchezze e grande stabilità, il monsignore divenne vescovo, cardinale e poi papa, mentre il consigliere ebbe il titolo di Granduca. Da questa unione di Angela con il principe orientale nacque un figlio di nome Gengis, e lei poté continuare a farsela come usuale con gli aitanti stallieri etiopi del palazzo. Anitra se ne rimase chiusa per sempre nel monastero coltivando il proprio alcolismo e domandandosi “Ma chilla ca ci faceva lassù su li rami?”. E giù altra grappa dei fratacchioni.
Il re passò alla storia come il più saggio sovrano che avesse mai governato quelle terre. Quando morì gli fu eretta una statua d’oro massiccio alta ventisette metri. Perché ok, Anitra era sua figlia. Ma e che cazzo.



23 gennaio 2010 @ 14:31
geniale.
23 gennaio 2010 @ 18:41
Certo non dev’essere male saper mangiare una mela attraverso le sbarre di un cancello!
Io l’avrei mandata allo Show dei Record!
Ma tutto sommato l’idea del re è stata più acuta!
Clapclapclap,bella storia,non ne leggevo una simile dai tempi in cui leggevo le fiabe da tutto il mondo!