#136

gen 5 2010

Rashomon

di Benjamin Sidney

Oltre il confine della ragione si trova una dimora sicura, una rocca inespugnabile, circondata dal caos, fiume in piena. Nella nebbia, i bassi fondi dell’animo umano, anime violentate dall’oscuro terrore, angelo ubriaco. B.S.

Un caloroso saluto a tutti i lettori di To Honolulu,
perdonate il mio inizio, sono appena emerso da un’esperienza sconvolgente, un film del genio Akira Kurosawa.

Nel 1915 uno scrittore che si chiamava Ryunosuke Akutagawa, scrisse una storia, “Rashomon”, ovvero la porta di Rasho, una città del Giappone, nota a quei tempi per i suoi trafficili illegali e per le anime tormentate che la abitavano. Poco tempo dopo, lo scrittore partorì un racconto chiamato ” Nel bosco”, storia che parla di due coniugi alle prese con un terribile bandito nel mezzo della foresta.
Nel 1950, proprio durante l’occupazione americana del Sol Levante, il genio del maestro Kurosawa concepisce il film Rashomon, una storia che fonde abilmente i due racconti di Akutagawa in un unico grande capolavoro.

La storia di Rashomon potrebbe essere vista come un racconto giallo del Giappone medievale, si tratta del racconto di una vicenda che si svolge nell’arco di tre giorni, raccontata da tre narratori: un omicidio, tre indiziati.
Il film inizia in una giornata di pioggia, tre uomini si riparano vicino alla porta di Rasho, un monaco e un taglialegna osservano il vuoto con aria sconvolta, ” non capisco” dicono, “non capisco” ripetono, un curioso che ascolta in disparte, si avvicina e si fà raccontare la storia.

Nella foresta vicino a Rashomon si è consumato un delitto, alla stazione di polizia un bandito confessa il delitto e lo stupro dei quali viene imputato, ma qualcosa non quadra nella mente del monaco e del taglialegna, entrambi presenti al processo. Il taglialegna racconta di aver trovato il cadavere di un Samurai e un cappello da donna, il monaco racconta di aver visto un Samurai e una donna procedere lentamente nel bosco, non ci è dato sapere verso dove.

La storia sembra sempre più interessante alle orecchie del curioso e così i due raccontano ancora: la donna sopravvissuta all’agressione racconta una versione diversa da quella del brigante e accusa se stessa per l’omicidio… il morto accusa se stesso di suicidio, attraverso le parole di una veggente convocata al processo.

Non sembra esserci risoluzione a questo terribile enigma, perchè ogniuno racconta una versione diversa? Perchè sembrano tutti così sicuri della propria colpevolezza?
Mi spiace, ma non sarò io a rivelarvi la soluzione, perchè privarvi delle magnifiche emozioni che questo film può regalarvi?

Rashomon è il punto di incontro fra le tematiche pirandelliane, autore italiano del quale Kurosawa conosceva le opere e il forte simbolismo della cultura giapponese: tre personaggi che parlano, tre indiziati, tre ideogrammi del titolo Rashomon ( Rasho e mon che significa cancello o porta) tre i giorni nei quali le vicende si svolgono. Quale verità è la “vera verità”?
A chi credere? Possiamo fidarci di noi stessi? Forse non esiste una verità, ma solo delle interpretazioni create per sopperire alle necessità umane?

Il Paradosso è ancor di più evidenziato dalla scelta del regista di raccontare ogni versione dei fatti con riprese oggettive, ovvero riprendendo i personaggi in modo chiaro e distinto nella scena, per intenderci, la telecamera non è usata per far vedere allo spettatore quello che vedono i personaggi, è usata quasi unicamente come “occhio oggettivo” che osserva la situazione.

Queste ed altre sono le tematiche che solleva questa opera, è importante ricordare che il film è girato in un periodo di grande sconvolgimento in Giappone e nel mondo, la guerra è finita, ma i mostri che ha creato angosciano ancora il sonno degli abitanti delle terre giapponesi e non solo. Un periodo nel quale sono vietati film in costume tradizionale, un periodo di caos e mancanza di una vera identità, un paese che ha assassinato ma è stato a sua volta violentato dalla brutalità e dalla paura.

Lo stesso titolo del film mi ha incuriosito, cela forse un significato nascosto? Rasho–Mon… Ratio-nalility Mon (cancello).
Forse la mia fantasia corre troppo, il titolo esisteva già nel 1915, la parola Rationality che significa razionalità in inglese si associa bene alla parola cancello, ” porta sulla razionalità”, ma probabilmente la mia è una supposizione un po’ troppo avventata, vi prego di ricordare che sono un’aspirante scrittore di fanta-storia e forse, anche io come i personaggi del nostro racconto, vedo quello che voglio vedere.

Questa opera di Kurosawa vi porterà oltre il confine del cinema, saprà condurvi oltre le porte dell’ oggettività, lasciatevi prendere per mano, buona visione.

Benjamin Sidney

(fonti: intervista al Prof. Ugo Volli e Maria Roberta Novielli per la raccolta “La spada e l’onore, i Samurai nel cinema”)

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I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

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Chi sono questi idioti coi cartelli?
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