#146

feb 11 2010

Se solo si smettesse di pensare al nucleare – Anniversario della rivoluzione in Iran

di David Caratelli

No, questo non è un post sul nuovo piano energetico italiano. Il nucleare in questione è quello dell’Iran. Da anni ormai la Repubblica Islamica Iraniana è sulle prime pagine della stampa internazionale, un giorno perché dice di aver arricchito l’uranio di un altro “zerovirgola” percento, un altro perché si rende disponibile a cooperare con l’IAEA (International Atomic Energy Agency). E ogni qualvolta accada qualcosa di nuovo a riguardo, puntuali arrivano gli edotoriali e le interviste sulle conseguenze per il mondo: la minaccia di un attacco nucleare in Israele ed in Europa, le sanzioni, o addirittura, le implicazioni sui costi del greggio.

Insomma, dell’Iran degli iraniani non se ne fotte quasi nessuno (lodevole eccezione, “Il Riformista”, ma anche “Il Foglio”), a parte ogni tanto quando le stragi di civili sono veramente impressionanti. E’ normale per un paese interessarsi di piu’ alle faccende interne che non a quelle internazionali, a meno che queste non siano eccezionali. E’ anche vero però che il nostro interesse per ciò che succederà alla tramvia di Firenze deve essere messo in prospettiva con le spaventose violazioni dei diritti umani a Teheran. Così come, ormai più di sessant’anni fa, i campi di concentramento apparivano ogni tanto, timidamente, sui giornali dei vari paesi, senza che la gente si preoccupasse piu’ di tanto. Lo stesso accade oggi. Ci si accontenta di sapere un qualcosina ogni tanto, e poi il buio fino al prossimo aggiornamento dopo un mesetto.

Insomma, sembra che la lezione non l’abbiamo imparata, e forse é nella nostra natura non impararla. E se é vero che i media influenzano l’opinione pubblica é anche vero che la gente si informa su quel che vuol sapere, e dunque ha un suo potere decisionale.

In Iran, ormai da dopo le elezioni dell’estate scorsa, stanno accadendo cose fuori dal comune, in positivo ed in negativo: una brutalità mai vista da parte del regime che ora arresta senza motivo, impicca più di prima, e fa tutto il possibile per impedire una qualsiasi forma di comunicazione tra i cittadini del suo paese (a volte bloccando, in un batter d’occhio, la capacità di mandare SMS in tutta Teheran). Eppure la gente, spesso in gran parte studenti della mia (o nostra) età, colpiti da uno dei sentimenti più nobili che si possa avere, l’amore per la libertà, rischiano e sacrificano la propria vita per cercare di affermare i propri diritti. Io sono un ottimista, e penso che prima o poi i cittadini iraniani otterranno ciò che da tempo chiedono e pagano con il sangue. Tuttavia, ogni giorno che passa con proteste soffocate nel sangue degli stessi manifestanti, ogni giorno che il regime è ancora in piedi, significa vite perdute e diritti negati.

Ma tuttavia, a noi paesi occidentali, in fondo la vicenda ci interessa solamente se tornano in gioco le armi nucleari. Allora si teme per il nostro paese e per la nostra libertà. E se i paesi si comportano così evidentemente è perché questo è come si comportano i loro cittadini. Qui non vale il solito discorso dei politici-brutta-gente che fanno i loro interessi economici (questa mia idea di come nei paesi occidentali la politica estera spesso rispecchia lo stesso sentimento nazionale è un argomento interessante che sarò contento di approfondire – se vorrete – nei commenti). Siamo noi quei cittadini: magari ogni tanto leggiamo qualcosa a riguardo, ma poi torniamo alle nostre quotidiane routine. Spesso anch’io subito dopo aver sentito qualcosa su ciò che accade in Iran mi sento “pompato” e pronto a cambiare il mondo. Eppure non ho mai fatto le valige per andare a Teheran e “dare una mano”. Non propongo certo un esodo di massa – sarebbe stupido -, ma possiamo dare un contributo in altri modi. Se nascesse un vero sentimento di interesse nei confronti della sorte dei nostri amici, compagni, fratelli, o come-volete-chiamarli, in Iran, potremmo fare pressione sul nostro governo chidendo un interesse maggiore e più concreto sulla questione iraniana, magari non limitata alle nostre paure per un Iran nucleare. L’Italia, soprattutto con l’Eni, investe un sacco di soldi in Iran, e questi soldi ultimamente finiscono nelle mani del governo o dei suoi collaboratori. “Ricattare” Teheran non solo chiedendole di smettere di arricchire l’uranio, ma facendo pressione sull’aspetto diritti umani/civili sarebbe un appoggio enorme e concreto alle migliaia di giovani che da soli sfilano per le strade davanti a soldati legittimati a premere il grilletto in qualsiasi momento. In fondo, se smettessimo di interessarci solamente ai problemi iraniani in relazione alla nostra sicurezza, e pensassimo a quella dei suoi cittadini, non otterremmo forse risultati infinitamente migliori anche per noi? Serve da parte del mondo “democratico” un appoggio vero e concreto, magari cercando di aiutare i dissidenti a diffondere i loro messaggi, o appoggiando finanziariamente politici in esilio che stanno cercando di formare movimenti di opposizione. Le idee sono tante, basterebbe che venisse da noi una qualche pressione affinché queste idee vengano messe in pratica.

Oggi 11 febbraio, ricorre l’anniversario della rivoluzione iraniana. Io mi auspico che quando sui giornali di domani se ne scriverà, il lettore non si limiti a provare simpatia per chi cerca di cambiare le cose, ma provi, nel suo piccolo, a contribuire in qualche modo. Magari scrivendo, che so, al proprio ministro degli esteri.

Prima vennero e portarono via gli zingari: io fui contento perchè rubavano!
Poi vennero e portarono via gli omosessuali: fui sollevato perchè mi davano fastidio!
Poi vennero e portarono via gli ebrei: stetti zitto perchè mi stavano un po’ antipatici!
Poi vennero e portarono via i comunisti: non dissi nulla, perchè io non lo ero!
Poi vennero e portarono via me: purtroppo non era rimasto nessuno a protestare.

Bertold Brecht.

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Un commento per “Se solo si smettesse di pensare al nucleare – Anniversario della rivoluzione in Iran”

  • #1 Tommaso scrive:

    Ho letto questo articolo qualche giorno fa e solo ora mi appresto a commentare, perché ho voluto prendermi qualche giorno per riflettere e riordinare le idee. Parto col dire che noi comuni mortali in realtà dell’Iran o di quello che accade nel mondo sappiamo poco. La nostra posizione è una posizione di debolezza e subordinata a ciò che ci viene raccontato nei giornali. Dunque qualsiasi cosa leggiamo non sappiamo mai come prenderla e come discernere il vero dal falso. Inoltre, i giornali stessi molto spesso si basano su altri racconti trasmessi dagli stessi iraniani al resto del mondo attraverso gli strumenti tecnologici più disparati (e questo secondo me rende affascinante la protesta iraniana, e cioè la sfida al regime attraverso la tecnologia). Dunque la nostra conoscenza dei fatti che accadono in Iran non è certo completa e filtrata dai giornali ai quali arrivano notizie che possono essere tramandate. Forse è proprio questa situazione di lontananza che rende a volte indifferente l’essere umano, il quale si interessa attivamente a degli avvenimenti più vicini essi accadono al suo luogo di residenza. Non solo: credo anche che questa rivolta come altri eventi importanti a livello mondiale sia stata usata enormemente da parte del giornalismo mondiale, il quale ne ha parlato fin quando ha visto margini di convenienza a parlarne. Quando l’interesse è scemato, allora i giornali hanno cominciato a tacere. Questa per me non è vera informazione, ma informazione opportunista, votata al mercato. Ma se allora gli organi d’informazione non parlano della situazione iraniana, come si può pretendere che le persone siano a conoscenza di quello che quotidianamente accade?In un paese che pone molti vincoli all’ingresso nel proprio territorio, inoltre, la conoscenza diretta della realtà risulta essere ancora più difficile. Dunque, come agire al fine di non dimenticare gli sforzi di un intero popolo per ottenere i diritti civili?Abbiamo scartato l’opzione di andare direttamente sul campo, perché poco utile, ma temo che anche l’ipotetica pressione da fare al nostro Governo rischia di non essere così utile. Innanzitutto deve formarsi un movimento spontaneo che solidarizzi col popolo iraniano, ma per fare ciò bisogna che le persone abbiano una conoscenza di ciò che effettivamente accade in quelle terre (e ripeto che secondo me ancora non abbiamo una conoscenza globale, ma solo piccoli tasselli di un mosaico più ampio), e successivamente servirebbe che il Governo Italiano stesso si sentisse in dovere di condannare a parole (perché altro non può fare) la condotta dell’Iran sia in merito al nucleare che alla violazione dei diritti. Ma anche le condanne verbali, possono forse sortire qualche risultato?Io credo che un regime se ne sbatta tranquillamente delle condanne verbali dell’italia o degli usa. Se poi parliamo dell’iran che ha materie prime e il nucleare, non possiamo nemmeno ricattarlo dal punto di vista economico, come si può fare con popoli magari poveri di materie prime.

    Il compito di condannare l’iran ( e la cina che tanto meglio non è) per la condotta morale, secondo me dovrebbe spettare alle organizzazioni internazionali, le quali sotto la spinta di numerose nazioni che capiscono l’importanza di lottare anche per i diritti civili altrui, si mobilitano affinché vi siano libere elezioni e non vi siano sospetti di brogli. Ma allora dovrebbe nascere un movimento spontaneo ben più ampio e non circoscritto alla nostra Nazione, e certo condivido il tuo pensiero che bisogna partire dalla base per arrivare a creare un movimento importante. Dunque, concordo con te quando parli della necessità da parte di ciascuno di noi di impegnarsi in qualche modo, ma con le dovute precisazioni e con la consapevolezza che l’Italia ha un’importanza internazionale che se non si avvicina allo 0 poco ci manca!E’ inutile per me fare i duri e puri in una situazione dalla quale magari ricavi poco; dunque potremmo impegnarci a far nascere movimenti globali che, facendo pressione sugli altri Stati e sulle organizzazioni internazionali, puniscano in qualche modo paesi come Corea del Nord, Cina e Iran. Con l’embargo, con multe, quello che più può essere utile ma sapendo che il più delle volte le stesse misure che noi adottiamo si ripercuotono sulla popolazione stessa che nella maggior parte dei casi è indigente. Dunque attenzione quando affrontiamo questi temi caldi, perché è facile propagandare la necessità di un impegno maggiore, ma se questo impegno deve essere solo teorico e poco utile nella pratica, allora a che serve?E se poi le nostre misure si ripercuotono proprio su coloro che volevamo difendere?
    Un saluto
    Tommaso

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I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

Sono cent’anni che ti aspettiamo! E anche se non lo sapevi, ci stavi cercando.

Chi sono questi idioti coi cartelli?
E soprattutto, perché? li stavi cercando?
Leggi qua sopra: capirai.

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