Racconto di marzo
“Ne siete sicuri?” domando.
Mi fissano, immobili.
“Allora?”
“Sì”, risponde uno. “Così non si può più andare avanti”.
Mi passo una mano fra i capelli. Perché deve finire così?
“Avete deciso di andarvene tutti, quindi? Mi lasciate solo?”
“Ci dispiace” dice un altro a mezza voce.
Però vedo qualche incertezza, in alcuni.
“Ma dio… ” riprendo io “Non si può trovare un’altra soluzione?”
Guardo quello che mi è più caro fra tutti.
Si schiarisce la voce. “Io e qualcun altro restiamo con te” dice, fermo.
Subito un gran brusio.
“No! Dobbiamo farlo tutti!” gli grida uno dalle file dietro.
“Tutto ha una sua misura!” tuona allora in risposta, puntando l’indice. “E’ vero, va fatto, altrimenti moriremo. Ma in diversi devono restare. Alcuni di guardia, altri… be’, non sono adatti a quel genere di missioni”.
Altro gran brusio.
“Comodo!” sussurra un’altra voce, tremante. “Tu non te ne devi andare! Io sì e… se ci penso…”.
“Non è il momento di esser pavidi. Io devo rimanere, ma il mio non è un compito di comodo. Ne rimarrò segnato, probabilmente, più di voi che partite. E ricordate, partite per non morire”.
Io rimango in silenzio ad ascoltare la discussione.
“Avanti, che aspettiamo?” prorompe la solita testa calda. “Non c’è tempo da perdere! C’è un mondo intero là fuori e noi stiamo chiusi qui a marcire di parole. Sbrighiamoci. Decidi dove mandarci e facciamola finita!”
Ho di nuovo tutti che mi fissano.
Annuisco, e mi alzo. Sollevo una valigetta ventiquattrore, di pelle. La appoggio sul tavolo e la apro. Profuma.
“Chi vuole iniziare?” domando. “A questo giro possono partire in dieci”. E c’è un attimo di silenzio. E’ come se tutti si stessero guardando, per vedere che fanno gli altri.
“Io!” urla la testa calda.
“Vengo anche io” dice un altro. Con lui ho passato dei momenti indimenticabili, ma non do a vedere la stretta al cuore.
“Sì” dico anzi. “So dove mandarti”. E sorrido. Anche lui sorride.
Inizio a tirare fuori i documenti che riempiono la valigetta, svuotandola ordinatamente. Intanto i dieci che ho chiesto si fanno avanti, trepidanti. Ed è solo l’inizio.
Nei mesi successivi sono stati in centinaia a partire. Cinquecento, forse seicento. Quella che prima era una selva fittissima si è diradata notevolmente. Oggi c’è uno degli ultimi gruppi in partenza. Sono rimasti in pochi. La maggior parte di quelli che restano sono disadatti e asociali, incapaci di qualsiasi azione e fascino, o con personalità troppo complesse per essere utili, là fuori, nella mischia. Protetti da mura e col posto assicurato tutti si possono sentire grandi eroi, qui, ma non lo sono per il metro esterno. Là fuori serve il vero valore.
Gli altri che rimangono sono elementi sceltissimi che ho bisogno di avere vicino. Quasi fossero i miei generali. I migliori.
“Spero che farli partire tutti così sia stata la cosa più giusta da fare” sussurro. Il più caro fra tutti mi sente.
“Di certo” dice, e sorride. “Lasciando tutti qui fra queste mura, pian piano li avresti visti invecchiare senza che avessero vissuto. Avresti visto i loro pensieri e le loro esistenze ricoprirsi di polvere. Sarebbero tutti sopravvissuti, certo. Ma li avresti persi a poco a poco, come le persone che hai amato e ami e ti tieni strette ma con cui parli sempre meno. Così non li perderai mai, invece. E chissà… forse un giorno li incontrerai di nuovo.”
Sorrido. Guardo il gruppo in partenza oggi. Sono tutti giovani, puliti.
“Sai che giorno è oggi?” gli chiedo. “E’ il 26 marzo. Oggi c’è una manifestazione generale bellissima. Regala un libro ad uno sconosciuto. In realtà il libro andrebbe regalato a qualcuno che vedi sempre ma a cui non hai mai rivolto parola. Però insomma, non fa differenza. Parteciperà tanta gente…”
“Davvero un’iniziativa splendida. Una volta tanto… Ci sono da fare delle belle dediche in prima pagina, eh?”
“Le ho già scritte. Capisci? Non è più il discorso Diavolo, ho adorato questo libro, te lo presto perché ti lascia tanto e voglio che chi vive con me abbia letto questa cosa – a buon rendere, s’intende – e abbia la percezione di me come di uno che legge molto. E’ diverso. E’ un Non so chi tu sia non sai chi sono ma so che ti fa bene leggere una cosa così bella che ho tanto adorato, e non ti rivedrò mai più, non avrò niente in cambio ma in qualche modo il mondo sarà migliore e mi basta buona giornata.”
Lui sorride. Il gruppo in partenza mi guarda. Prendo la valigetta, la appoggio sul tavolo, la apro. Profuma. Oggi è già vuota. Li prendo uno ad uno e li sistemo dentro con cura.
“Sarà il destino dei dieci di oggi. Li donerò a degli sconosciuti. Non ad amici e conoscenti come al solito. Vado in centro a cercare nella folla gli occhi giusti per ognuno di loro. Non so quanto ci metterò.”
Chiudo la valigetta. Sul tavolo restano Il ritratto di Dorian Gray, Il meglio di Asimov, L’ultima lacrima e L’idiota.
“Lo sai” mi dice il Ritratto mentre sono già sulla porta “che un giorno potresti voler donare anche noi?”
Resto in piedi lì, senza voltarmi.
“Non lo so. Ci penseremo allora…” ed esco da camera mia.
Scendo le scale. Il mio amico Abdou mi dice sempre “I soldi vanno e vengono. Ma quelli che spendi in libri non li perderai mai“. Ed apro il portone di casa con la Primavera che mi tira per il bavero.



11 marzo 2010 @ 16:13
Meraviglia geniale! ^^
11 marzo 2010 @ 21:17
Deve essere bellissima questa manifestazione.
Esiste davvero, no?
In realtà è una cosa che si può fare sempre, ho letto un raccontino di quelli che si trovano in metropolitana a tal proposito.
Dovreste averlo trovato anche voi, io li ho raccolti prima a Roma, poi qua a Palermo.
Si intitola VetroRadio, di Marcello D’Onofrio. Il protagonista ha questo passatempo, il bookcrossing, una pratica molto affascinante che consiste nel lasciare un libro in un luogo pubblico dopo averlo letto in modo che altri possano leggerlo e poi liberarsene allo stesso modo. In teoria non dovresti sapere chi raccoglie il tuo libro, ma il nostro quel giorno decide di nascondersi per vedere il volto di chi raccoglierà quel libro che gli è tanto caro…eccetera eccetera…
Deve essere una meravigliosa sensazione essere collegati ad una persona sconosciuta tramite qualcosa che ci ha toccati tanto nel profondo come solo un libro può fare. Quando supererò il mio ostinato attaccamento affettivo agli oggetti credo che lo farò. Ma dovrà essere un luogo che riterrò degno di tale dolorosa separazione.
Magari potrei lasciare un libro italiano a Manchester!Sarebbe stupendo!Auguratemi in bocca al lupo affinché riesca a guadagnarmi la possibilità di farlo!
Aurevoir!
12 marzo 2010 @ 21:42
Una storia devvero efficace e deliziosa alla lettura. Non posso fare a meno di congratularmi, se pur in modo forse scontato, per la scelta dell’argomento.
In una società dove il tempo per la lettura sembra sparire mentre quello per rimbambirsi di musica “a palla” aumenta, un richiamo al valore di questi semplici oggetti è… geniale!