L’Utopia di Honolulu
«La realtà è un uccello che non ha memoria, devi immaginare da che parte va» Giorgio Gaber
C’è un punto circa i nostri propositi e i nostri progetti che va chiarito: l’utopia. Che cos’è? Come la si può vivere?
Chiaro. L’utopia è uno schiaffo. “La tua è pura utopia! Torna a studiare Diritto Privato!” E tu che avevi espresso un bell’orizzonte ti ritrovi moralmente con una gota rossa senza sapere bene perché. Be’, è per via dell’utopia.
In altri casi è un sospiro. “Sarebbe bello un mondo in cui i politici non fossero corrotti”. Sospiro e torno a contare le mazzette da distribuire. “Pace nel mondo”. Sospiro e suono il clacson. “Un mondo di Libertà!” Sospiro e torno a tremare dalla paura di non trovare la mia utopica casella.
In altri casi ancora è zapping. “Sarebbe bello vivere tutti insieme in armon// Con tutti gli amici sulla WestCoast nel lusso più sfren// Isola-che-non-c’è, seconda stella a destra e poi dritto fino al// Cacchio, ti immagini un mondo in cui tutti campano due secoli?” O qualcosa del genere. Fantasticheria sconnessa e spezzata, muta d’azione.
Poi c’è l’utopia che è il brivido di una promessa folle, il garrire demagogico di una bandiera sciroccata. Politica (“usciremo a testa alta dalla crisi! Pane e giustizia”), religiosa (“dove sono le mie settantadue vergini?”), scientifica (“scopriremo il gene dell’immortalità”), economica (“continuiamo così, lo sviluppo dei PIL può essere infinito”). La più normale, purtroppo, che spesso non sa nemmeno di esserlo – o non lo vuole ammettere.
Infine c’è l’utopia che è intimità. Quella timida, segreta, che non si pronuncia, che non si vede ma c’è. Il motivo inespresso per cui a testa bassa chiunque continua a vivere, a mettere al mondo figli nonostante tutto. Impalpabile e nebulosa e diversa per ognuno, inconoscibile ma che c’è – ben aldilà della conservazione della specie. Anche se forse questa è solo un sogno, un’impressione, un fantasma sottile…
Ma a mio avviso -mio e non solo- l’utopia può essere un’altra cosa.
Outopeia, non-luogo; Eutopeia, buon luogo.
Secondo il grande filosofo nonviolento Aldo Capitini, l’utopia è necessaria innanzitutto all’interno di sé. Si può dire “da oggi, pace nel mondo”, ma non avrà luogo. Dire “da oggi pace nel mio cuore” è la scelta di un buon luogo in cui c’è tanto più della speranza, dell’augurio. C’è potere esercitabile su se stessi.
In altre parole, noi siamo una zona franca da utopie di sorta. Siamo il luogo dell’universo in cui l’utopia può essere già certezza esistente e viva. L’utopia può non essere evasione. Può essere l’intimo timone che dal non-luogo della nostra idea ci guida attraverso il tempo fino al buon luogo in cui possa crescere rigogliosa. Perché se non è evasione può essere lotta costante con in volto il sorriso di chi ama, devota resistenza che i nostri nonni hanno fatto coi fucili e che può essere condotta -da noi- in mille modi più nobili. Perché le utopie, talvolta, si realizzano. E questo è pur sempre un vantaggio – anche se a vederle non saremo noi, ma i nipoti dei nostri nipoti. Dopotutto…
Un nobile cinese chiamò a sé il suo giardiniere, e gli chiese di piantare il seme di un albero raro e bellissimo. «Ma mio signore» fece notare il giardiniere «ci vorranno cento anni prima che quest’albero fiorisca!» «Allora» rispose il nobile «è meglio piantarlo oggi stesso».
Questa è la nostra utopia. Il buon luogo. (Honolulu.)



10 giugno 2010 @ 19:41
Ammiro molto i “sostenitori dell’utopia”… in un mondo che raramente sa sognare, prefiggersi scopi che vadano oltre la sopravvivenza quotidiana e la sopraffazione, l’utopia è aria fresca per i polmoni di un giovane bambino…
Nietzsche diceva “..la vita vale per i grandi progetti che esprime…”; non necessariamente un sogno è un’utopia, anche se oggi come oggi il fatto che lo sia è ottimo sintomo.
Come espresso magnificamente dall’autore dell’articolo, L’Utopia è un insieme di cose, al quale mi permetto di aggiungere “è sogno”…
11 giugno 2010 @ 16:22
Non ne sono certa, ma credo che il concetto di utopia di To Honolulu abbia necessitato di chiarimenti per via di diversi interventi che possono essere sembrati più o meno quegli “schiaffi morali” di cui è stata fatta un’ottima descrizione. Dal momento che tra questi interventi ce ne sono stati diversi miei, mi pare opportuno commentare questo splendido post.
E’ vero che, spesso, mi sono espressa riguardo alcune proposte avanzate dagli autori di questo blog con dei commenti che potevano suonare esattamente come “La tua è pura utopia! Torna a studiare Diritto Privato!”. La mia, invece, voleva essere tutt’altro che la vocina di “Sogni grandiosi” della Bandabardò che dice”E’ poesia, e non si mangia sai con la poesia”.
Tutt’altro, davvero. Non per una sorta di giustificazione tardiva e insensata, ma perché mi rendo conto adesso, tardi, che è probabile che ci sia stato un fraintendimento.
Condivido appieno le descrizioni che vengono fatte di utopia, ineccepibili, anche se sarebbe bello discutere, ad esempio, della differenza che passa tra “sogno” e “utopia”, sempre che essa esista.
Proprio perché condivido, vorrei prendere ad esempio una delle ultime discussioni che mi hanno visto fare riferimento all’utopia in maniera che poteva sembrare, a ragione, sprezzante e dispregiativa.
A proposito della privatizzazione dell’acqua, Giorgio si è giustamente offeso per via del fatto che nessuno sembrasse notare la sua proposta di un’Autorità di controllo che avrebbe reso affidabile, onesta ed efficiente la distribuzione di acqua da parte di privati. Io vi ho fatto riferimento dicendo che era un’utopia, un qualcosa che nel nostro Paese, allo stato attuale, non si sarebbe neanche potuta immaginare.
Ecco, è giusto che io rettifichi, e mi assumo piena e totale responsabilità delle stronzate che, ogni tanto, mi può capitare di battere sulla tastiera. Non che fosse una stronzata, ma chiamarla utopia è stato davvero improprio.
Perché l’utopia in quel discorso, era ben altra.
Ritengo che quando formuliamo delle utopie in forma di “promesse folli” o di “intimità” esse debbano essere le migliori che riusciamo ad immaginare in assoluto. Almeno nell’utopia, come nel sogno, non dovremmo porre limiti, di nessun carattere; quello che immaginiamo deve essere quanto di migliore in assoluto la nostra mente riesca a concepire in barba a qualsiasi ostacolo possa poi presentarsi nella realtà. Ciò sarà il carburante che ci darà la spinta contro quegli ostacoli che poi, però, si presentano davvero quando cerchiamo di realizzare un progetto o portare avanti un’idea.
Io credo che in quel caso specifico l’utopia migliore non fosse quella dell’acqua privata con le oneste autorità di controllo. No. Puntiamo più in alto. L’utopia migliore in assoluto è quella di un Paese(e magari anche di un mondo)in cui l’acqua sia distribuita a tutti, in ogni luogo allo stesso modo e bene, con la giusta frequenza e qualità. Ma soprattutto senza costi eccessivi(altrimenti i”tutti” e “in ogni luogo” potremmo eliminarli). Soprattutto senza venderla. Questo è quanto di meglio una mente in buona fede potrebbe concepire e allora è questo che dobbiamo batterci perché venga realizzato.
Non so se il concetto riuscirà a passare in maniera corretta, ma vuole essere del tutto di appoggio alla tesi del post, non c’è un minimo di critica(se non del tutto positiva e costruttiva) in quello che ho scritto, e questo lo dico perché non ho avuto nessun piacere(anzi…anzi) nel vedere prendere determinate pieghe alle discussioni alle quali finora ho preso parte.
Spero profondamente di non dover avere bisogno di chiarire ulteriormente. Potrebbe nascere un bello scambio da questo intervento, sia a proposito di “sogno” e “utopia” sia a proposito del fatto che alle utopie e ai sogni non si pongono mai limiti e che, nelle utopie migliori, il denaro non è mai contemplato nel senso dell’arricchimento, ma solo come strumento di adempimento di ciò che abbiamo sognato, perché(ad esempio)l’acqua la si trova in natura, ma le tubature e le pompe, no.
Davvero spero riusciamo a discuterne senza cercare di inculcarci le rispettive opinioni a vicenda. Io per prima me lo pongo come obiettivo. Questo commento vuole avere il solo ed unico scopo di ampliare la discussione e porle orizzonti sempre più ampi, non sta assolutamente, in alcun modo, criticando ciò che è stato scritto, anzi. Quello è proprio il terreno fertile senza il quale queste idee non sarebbero state espresse.
^^ A presto.
16 giugno 2010 @ 09:36
La vecchia storiella indiana dei cinque ciechi e l’elefante.
Cinque ciechi sono in una stanza con un elefante, e viene loro chiesto “Che cos’è un elefante?” Loro a tentoni si avvicinano. Il primo, sentendo le gambe dure e massicce, dice: “Un elefante è un tempio di colonne!” Un altro, toccando la proboscide, dice: “Un elefante è un grosso serpente!” Un altro, toccando il fianco: “Un elefante è un muro!” Un altro ancora, sentendo le orecchie che si muovevano: “Un elefante è un vento leggero!” L’ultimo, toccando la coda: “Un elefante è una fune!”
La differenza fra utopia e sogno, a mio avviso c’è, anche se piuttosto inafferrabile. Mi piace vederli come parti diverse di un medesimo elefante – il cui complesso ancora ci sfugge. Per adesso direi che il sogno è qualcosa di più soggettivo, è la spinta motrice, mentre l’utopia è un po’ più simile al progetto in sé. La riflessione merita sicuramente, perché può dare spunti e sfumature interessanti al concetto. Quindi metto in lista un post sul sogno e poi ne riparliamo con calma.
Sono cose, queste, di cui parlare senza fretta.
Ho apprezzato molto i commenti.