nov 25 2010

Assetto antisommossa

Scriverò, e quello che scriverò non piacerà a tanti. Men che meno piacerà a me scriverlo.

Antefatto e precisazioni

Oggi, al Polo universitario di Scienze Sociali di Novoli, a Firenze, era invitata Daniela Santanchè, controversa sottosegretaria di Stato per l’Attuazione del Programma di governo – invitata da Studenti per le Libertà, associazione di studenti rispondente al PdL. Tema dell’incontro: immigrazione.
A me la Santanchè non piace, ha più volte espresso posizioni xenofobiche, omofobiche, razzistiche e perfino aderenti tout-court al fascismo con cui è impossibile, da persone sensate, concordare.
Vado a raccontare la mia esperienza e le mie riflessioni e le mie domande.

Arrivo all’università

Me la sono presa comoda, arrivo poco dopo le 10. L’incontro è previsto per le 10:30. Gran fermento e facce conosciute. Vedo un gazebo della Lega montato per l’occasione dirimpetto all’edificio. Mi dicono che ci sono state delle discussioni. Entro nell’edificio (il D4), e c’è una gran confusione. Subito emergono due parole che saranno fra le più usate: “Vergogna!” e “Inaccettabile!“. Dei megafoni spiegano che è una vergogna inaccettabile che una dichiarata fascista entri in un luogo pubblico a parlare, poiché contro la Costituzione.
Prima nota: mi aggiravo con penna e taccuino, quello che riporto è quello che ho registrato su carta con inchiostro.
Seconda nota: dire che la Costituzione impedisce a una persona – comunque si qualifichi – di entrare in un luogo pubblico e di esercitare la libertà di parola, significa non avere idea di che cosa sia la Costituzione. E dirlo nell’edificio della facoltà di giurisprudenza è umoristico.
Aleggiano cori sui padroni dal delicato sapore veterocomunista; nel mentre io entro nella stanza in cui si terrà il dibattito.
Industriosi affiliati di Studenti per le Libertà avevano appeso i loro manifesti in tutta la stanza. Squallidi addobbi. Personcine d’altra schiatta li strappavano lasciandoli a terra, o appallottolandoli e gettandoli nella foresta di sedie – irrecuperabili. Qualcuno, cavalcando l’onda di ribellione, si accendeva una sigaretta nella stanza. Fuck the Law, il polmone è mio e me lo gestisco io.
Terza nota: si protesta contro il fascismo e si impone il fumo in un luogo chiuso fregandosene di leggi conquistate? Gli sfoghi d’anarchia sono piacevoli come scoregge in ascensore.
Anyway il comizio che un megafonante tiene nella stanza non mi interessa: voglio la Santanchè. Ma si inizia a vociferare che l’incontro sarà spostato altrove – altro edificio del Polo. Esco, mi informo e vado.

L’attesa e la polizia

Cammino spedito. Sono lì per sentire la Santanchè e magari, se c’è occasione, per cercare di farle le giuste domande che palesino le sue agghiaccianti posizioni – dopotutto la persona migliore per screditare qualcuno è lui stesso. Non voglio essere scambiato per un attaccabrighe da nessuno, quindi sono vestito di conseguenza. Cappotto, gilet, ascot al collo.

Arrivo in vista della nuova location (edificio D15) e l’azzurro tenue dei caschi e il barbagliare degli scudi della polizia in tenuta antisommossa mi accoglie serenamente. Intanto il corteo di persone che si stanno spostando lì si muove lentamente, in stile Pellizza da Volpedo. Sento gridare a qualcuno che doveva essere un responsabile, “Li mandi via, l’università è pubblica!”, riferito alla polizia.
Quarta nota: non siamo più ai tempi del Diritto d’Asilo. Le università sono soggette alla legge, oggi. E laddove a causa di previste contestazioni che non sempre mantengono il loro aplomb sia autorizzato da chi di dovere l’intervento di forze di polizia in protezione di un pur bruto funzionario statale, be’, è perfettamente legale – ed è sacrosanto che lo sia, vista l’ampiezza di casi che si possono presentare. Anche perché sul posto, davanti all’edificio, ci saranno stati quindici poliziotti. Forse venti. Insomma, non una divisione dell’esercito.
Arriva il corpo del corteo. E arrivano i cori. Tanti cori – e troppi contro la polizia. “Servi dei servi dei servi dei servi”, “Andate a lavorare”, “Via, via, fascisti e polizia”.
Quinta nota: prendersela con le forze dell’ordine è da idioti. Io non ho astratta simpatia per i militari, e il solo vedere un’arma da fuoco mi ingombra la mente di angoscia. Intravedere il nero liscio dei manganelli alla cintura mi metteva in fortissimo disagio. Ciononostante, quelli che ricoprono funzioni di polizia di sicurezza e giudiziaria sono cardini della nostra società, che svolgono un lavoro (memento art.1 Costituzione) per giunta malpagato – ferme le critiche, che abbiamo già avuto modo di fare. Pure, non credo che fra i coristi ci fosse qualcuno che non andrebbe a sporgere denuncia, se gli rubassero il motorino. E auspico che non sia necessaria l’esperienza di De André, per cambiare idea su “sbirri e carabinieri”. E’ così old fashioned…
Comunque la polizia crea un cordone intorno all’entrata e nessuno viene fatto entrare. Io sono a lato ma in prima fila, come ogni (pseudo)giornalista che si rispetti. Della Santanchè non si sente nemmeno l’odore. Il tempo passa.

Manganello mon amour

I cori continuano. Ancora e ancora. Vedo i poliziotti più anziani guardare in alto con gli occhi tristi di chi li conosce già a memoria. Quelli più giovani hanno una tensione nera sotto gli occhi che saettano qua e là. I manifestanti vogliono entrare e premono. La tensione da ambo le parti è già ammassata.
Sesta nota: chi ha organizzato questo incontro è un coglione. Come si può pensare di cacciare Santanchè e pubblico bipartisan in una sala da cento persone? Abbiamo l’aula magna di Economia che è titanica. Perché non scegliere quella? Chiaro che non potevano fare entrare. Immaginatevi quattrocento persone che tappano un atrio modesto. Vi ci volete ritrovare in mezzo? Chiaro che così l’incontro è andato a ramengo perché il pubblico non era rappresentativo, ma l’errore era organizzativo, a monte. Riflettiamo, prima di pigiare contro le barricate come bovi. Che cosa sarebbe accaduto se avessero lasciato entrare tutti?
Una scaramuccia e la tensione esplode. La causa scatenante probabilmente sarà stata di poco conto. Fatto sta che la polizia carica abbattendo manganellate meccanicamente. Come se follasse la lana. Una volta. Poi un’altra, e un’altra ancora. Iniziano nel mentre a volare oggetti. Sassi? Boh. Uova di sicuro ma non solo. E durante le cariche vedo i gesti bestiali di persone incappucciate che brandiscono caschi da motorino schiantandoli sugli scudi dei poliziotti. Un ragazzo finisce con la testa rotta, altri prendono un sacco di botte.
Settima nota: qui finisce la civiltà. Persone, umani, che confliggono con violenza. Non si pongono domande, hanno reazioni da bestie. Usano istintivamente il coro e il casco e il calcio per offendere, il manganello è un prolungamento del braccio. La comprensione è svaporata, resta un’imposizione bilaterale cieca, violenta, violenta, violenta – l’altro è nemico, non umano con cui si ha il futuro in comune. La gente fumava nervosamente, e sentivo i giornalisti di idee diverse dettare al telefono “La polizia ha caricato i manifestanti virgola” o “…i manifestanti virgola che hanno cercato di sfondare il cordone…”. Ma la vogliamo piantare? Ogni cosa si può vedere da due angolazioni. Il bicchiere è mezzo vuoto o mezzo pieno non me ne frega. Mi interessa come è che si riempie. La colpa della tensione esplosa è da entrambe le parti. Non ci sono i buoni e i cattivi. Chi lo crede è un coglione. Ci sono gli umani, che davanti alla tensione violenta funzionano tutti alla stessa maniera. E quando sarò chi voglio essere avrò il coraggio di mettermi in mezzo gridando “Basta!” e facendo ragionare le persone. Ma sono una mammoletta, ancora, mi veniva da piangere perché è qualcosa di tremendo che non capisco.


Il tè

Impossibile entrare, impossibile seguire la Santanchè di persona – nemmeno aria per restare. Mi allontano. Avrò notizia, dopo, dai giornali, del penoso show della sottosegretaria – ma non l’ho visto, io, quindi non ne parlerò. Avrò notizia delle sorti del corteo, che è uscito dal Polo infartuando il traffico di un’arteria fondamentale della città, ingombrando la strada con cassonetti dell’immondizia.
Io me ne vado a prendere un tè caldo.
Che cosa è stato ottenuto con questo tipo di protesta? Risonanza mediatica, certo, ma positiva? A che cosa è valso creare questa tensione? E’ stata una protesta intelligente?
Si sarebbe potuto fare qualcosa di civile e ironico – magari capendo anche qualcosa in più di lei e di chi la pensa come lei. Conoscenza sempre utile per maturare il confronto e migliorare il mondo. Si sarebbero potute fare domande intelligenti, di politica vera, saggiare le proprie belle idee a confronto con la lordura del provincialismo mentale. In altre parole, da un confronto vero si sarebbe potuti uscire brillanti come l’Eldorado, compartecipi di un progetto comune e col cuore pulito da tensioni, aggressività, violenza.
Ma non è andata così. Sono rimasti lividi, incazzature, indignazioni – un ingrossato scontento generale e (finora) sterile.

Il criptofascismo

Estremizziamo il caso. Il nazista ha diritto di parola?
In un mondo in cui esiste la libertà di parola, sì. Questo perché chiunque ha il sacrosanto diritto di fare pensieri nazisti. Altrimenti sarebbe 1984. Non ha però il diritto di fare cose naziste. Quindi se si aggira con una tanica di benzina e un accendino cercando la sinagoga, be’, questo non va tollerato.
Uno dei motti della protesta odierna era “Intolleranza per gli intolleranti“. A parte ricordare occhio per occhio, ci pone una questione. La Santanchè non era venuta a calciare nelle costole dei senegalesi usando le scarpe a punta. Era venuta a parlare.
La parola ha uno status particolare, a metà fra pensiero e azione. Ciò considerato, la volontà di censura è giustificata, nel caso? O il bavaglio non va bene per nessuno?
Personalmente credo che sia sano non imbavagliare in assoluto. Mi ricordo quella citazione apocrifa di Voltaire:

“Trovo quel che dici un abominio, ma darei la vita perché tu lo possa dire.”

Il rischio reale è quello del criptofascismo, come dice un mio buon amico, il fascismo nascosto. Quello che ti infetta da sotto. Quello interiore che ciascuno di noi ha e contro cui ciascuno di noi è chiamato a lottare. Quello che ti fa venire voglia di far tacere chi non la pensa come te, quello che ti fa venire voglia di menare le mani e importi con la violenza – manganello o casco non importa. Quello che ho visto oggi. Quello che possiamo imparare ad estirpare.

Gandhi e gli studenti

“Le agitazioni vanno bene solo per quelli che hanno completato i loro studi. Mentre studiano, la sola occupazione degli studenti dovrebbe essere quella di aumentare le proprie conoscenze.” Gandhi, Harijan, 7 settembre 1947

Oggi i manifestanti sono entrati in biblioteca usando l’interfono per richiamare alla protesta tutti gli studenti. Che stavano studiando in silenzio. Dal mio punto di vista è un po’ come interrompere una liturgia sacra. Oltretutto, è interrompere qualcosa la cui difesa è lo scopo principale delle proteste che scoccano lungo lo Stivale. E quanti studenti brillanti lanciano uova contro vetrate? Lo studio dovrebbe proprio servire, collateralmente, a renderci persone migliori, più posate, capaci di far sentire la nostra voce in maniera efficace e limpida, non arrochita dalle grida – quasi fosse una frizione d’auto che brucia.

Concludendo

Non ho stima per la Santanchè né per le sue idee. Ma diavolo, diavolo! Le cose vanno fatte con il sorriso e con eleganza. E saggezza. Soprattutto saggezza.

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nov 24 2010

Uranium is sooo ‘last century’!

di Tiziano Vignolini

E’ innegabile che abbia un suo fascino vintage da guerra fredda, con quelle centrali fumanti e misteriose culla di tante leggende metropolitane, con quelle alte torri di raffreddamento che ci ricordano un po’ i supereroi degli anni ’50 – tutti legati da un trascorso più o meno felice con le radiazioni nucleari; lo abbiniamo sorridendo ai pesci triopi del lago di Springfield, e – sorridendo magari un po’ meno – ai bambini deformi della zona irradiata di Cernobyl. Ma ormai è inutile girarci intorno: l’uranio è decisamente retrò, e la fissione nucleare classica è obsoleta. E poi – converrete – le miniere di sale piene di fusti radioattivi sono decisamente out.
Urge trovare un’alternativa all’uranio, che ci rifornisca comunque di energia elettrica a livelli relativistici. Quindi, mi dispiace fonti rinnovabili, ma con le attuali tecnologie da sole non ci bastate. La fissione resta; ovviamente con le opportune abissali modifiche del caso.

La soluzione arriva direttamente da Asgard, dove il buon dio Thor tralascia per un attimo le sue battaglie coi giganti per dare il nome ad un particolare metallo pesante, il torio (Th, n° atomico 90). Questo simpatico attinide è in grado di sostenere la fissione nucleare se disciolto in soluzioni a base di fluoro (da cui il nome in codice dei reattori sperimentali LFTR – detti “lifter” – che sta per Liquid Fluorure Thorium Reactor) ed è estremamente preferibile all’uranio, in quanto lo batte in una lunga serie di campi:

La resa

Secondo i dati raccolti nelle centrali finora testate, nella fissione viene prodotta circa 250 volte più energia per unità di torio che per unità di uranio.

I rischi

La centrale al torio è virtualmente esente da qualsiasi rischio di meltdown del nocciolo. La reazione dell’uranio è pericolosamente esplosiva e necessita di enormi impianti di raffreddamento e di sofisticati sistemi di controllo. Quella a base torio è estremamente più sicura grazie a due fattori:

  • Si auto-regola. Il combustibile liquido della centrale LFTR è incanalato in un sistema di tubi: se la reazione aumenta di intensità, il reagente si espande per effetto del calore, fuoriesce dai tubi e viene raccolto in apposite cisterne, rallentando di conseguenza la fissione.
  • Il torio è un metallo cosiddetto ‘fertile’. Ciò significa che di per sé non è fissile, ma lo diventa se lo bombardiamo di neutroni. Di conseguenza, è sufficiente interrompere il flusso di neutroni per bloccare la reazione.

La reperibilità

Le riserve di uranio, continuando di questo passo, alimenteranno l’industria nucleare e bellica per i prossimi vent’anni. Dopodiché, si affaccerà una poco piacevole crisi energetica. I giacimenti di torio attualmente conosciuti sarebbero sufficienti a sfamare le nostre reti elettriche virtualmente in eterno, essendo questo comune più o meno quanto il piombo.

Le applicazioni belliche

Il plutonio, sottoprodotto delle centrali a fissione convenzionali, è tristemente noto per aver alimentato la bomba che distrusse Hiroshima, e trova il suo naturale habitat all’interno di testate missilistiche intercontinentali. Il combustibile esausto delle centrali al torio, di cui tratterò tra poco, è totalmente inutile e non può essere utilizzato per la costruzione di ordigni di alcun tipo.

L’impatto urbanistico

Una centrale nucleare tradizionale necessita di un’ampia zona-cuscinetto a bassa densità di popolazione, per limitare i danni di un eventuale incidente. Una centrale LFTR, per via delle ragioni di sicurezza sopra esposte, potrebbe tranquillamente far parte del tuo vicinato. Oltretutto, dato che non necessita di strutture di raffreddamento di sorta, può giungere ad occupare un’area di soli 250 metri quadri.

E, soprattutto, le scorie

Un reattore all’uranio di 3ª generazione produce scorie che, per ridurre la propria radiotossicità a livelli pari a quelli del proprio combustibile di partenza, impiegano circa un milione di anni. Le scorie prodotte da un reattore a fluoruro di torio liquido, oltre ad essere quantitativamente molto minori, presentano già da subito una radiotossicità minore di quella dell’uranio allo stato naturale.

Una meraviglia della tecnologia moderna? Assolutamente no. I primi esperimenti sulla fissione del torio, condotti con successo principalmente dal fisico Alvin Weinberg, risalgono alla seconda metà degli anni ’50.
Come mai allora – vi chiederete giustamente – ci ritroviamo immersi in questo vecchiume radioattivo, mentre potremmo alimentare le nostre lampadine con i fulmini di Thor?

Paradossalmente, ciò che ha permesso all’uranio di prevalere sul torio è proprio uno di quei difetti di cui quest’ultimo è privo. La guerra fredda ha reso i governi del mondo ghiotti di plutonio, e la corsa agli armamenti nucleari ha fatto sì che si glissasse poco elegantemente su tutti i pro e i contro che non avessero qualcosa a che fare con le bombe. Di conseguenza, le centrali all’uranio hanno prosperato indisturbate, e al giorno d’oggi ci ritroviamo con delle potentissime lobby dell’energia nucleare che non vedono molto di buon grado l’ipotesi di smantellare e ricostruire tutti i propri costosi impianti.

L’energia nucleare pulita può quindi sembrare ancora un miraggio, ma c’è ancora qualcuno che lotta per la causa del torio ed eventualmente riesce ad ottenere qualche discreto successo: fondata da Alvin Radkowsky, l’azienda americana Lightbridge opera attualmente in Russia, dove tenta di commercializzare una tecnologia (tecnologia del reattore seme-mantello) che può convertire gli attuali reattori ad uranio in ibridi torio-uranio che, nonostante non siano la stessa cosa di un LFTR, presentano rischi di incidente molto ridotti, così come una ridotta quantità di scorie. Lo stesso Obama ha espresso la necessità di trovare una sostituzione alle centrali termoelettriche a combustibili fossili, vero cancro ambientale del nostro pianeta, e si è dichiarato disponibile verso forme di energia nucleare alternativa.
La vecchia Europa sembra sempre la più restia ad accettare innovazioni tecnologiche particolarmente interessanti (vedi il caso degli OGM, di cui probabilmente tratterò più avanti), mentre già India ed Emirati Arabi si stanno applicando per sfruttare il nucleare in modo sostenibile.
Sperando che i farraginosi meccanismi del potere ruotino prima o poi nella direzione giusta, non posso che consigliarvi il sito del movimento Energy From Thorium.

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nov 16 2010

Chi sono i nostri eroi?

Leggendo le notizie di cronaca, tra mostri e truffatori, politici e assassini è facile perdere la fiducia nel mondo. Ormai è tutto nero, un magna magna collettivo per portare avanti unicamente i propri interessi. Viene da chiedersi, ma esistono ancora gli eroi?

Chi sono i nostri eroi, oggi?

E mentre rimugino su chi siano questi individui dal retrogusto mitologico, nel buio dei miei pensieri ecco che intravedo delle piccole luci che si accedono come timide margherite che sbocciano in primavera.

Vedo professori universitari che insegnano senza percepire uno stipendio; un tizio che si getta sui binari della metro per salvare uno sconosciuto che vi è inciampato; un ragazzo che aiuta una vecchietta a raccogliere la spesa da terra dopo che le si è rotta la borsa. Nessun altro si era fermato.
Ancora, Aung San Suu Kyi: liberata dopo uno dei tanti periodi di arresti domiciliari. Lei che nell’88 rifiutò la “proposta” del regime che le concesse di andarsene dal paese.
E ancora, Roberto Saviano, un uomo che ha rinunciato alla sua vita per fare la cosa giusta. Dev’essere dura non potersi muovere senza 7 uomini di scorta intorno a te.

E gli occhi pian piano si abituano al buio, che in fondo non è così pesto come sembrava. Non si distinguono bene, ma ci sono tante piccole fiammelle più o meno anonime, che messe tutte insieme danno filo da torcere all’oscurità, e scaldano il cuore.

E allora credo di aver capito chi sono gli eroi.

“Heroes are ordinary people whose actions are extraordinary. Who act when others are passive, who give up ego-centrism for socio-centrism.”

Philip Zimbardo

Non si nasce eroi, lo si diventa. E il tutto si gioca in quelle situazioni in cui non si interviene o per imbarazzo o perché “non si fa”.
La prossima volta che sentirò questa sensazione penserò che facendo quel che è giusto sarò un eroe. E non per vantarmene, ma perché è la cosa giusta da fare.

E sapete una cosa?, mi piace davvero molto immaginarmi circondato da tanti piccoli grandi eroi. Che siete voi.

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nov 8 2010

Guida al consumo critico

Chi di noi attraverserebbe un’autostrada trafficata senza fare attenzione alle macchine che arrivano, o facendo attenzione solo a quelle rosse? O al contrario, chi di noi, ritrovandosi in automobile in mezzo ad una fiera di paese, non farebbe attenzione a evitare di schiacciare i passanti, oppure cercherebbe di evitare solo i bambini?

Voto politico, voto economico

Oggi come oggi accanto al voto politico vediamo affiancarsi un nuovo tipo di voto. Un voto che naturalmente spetta ad ogni persona di qualsiasi età, nazione e istruzione, senza differenza alcuna. Che spetta a me, a voi che leggete e a qualunque altra persona, dall’immigrato indiano all’imprenditore lombardo. Si tratta del voto economico.
In che cosa consiste? Tutte le volte che tiriamo fuori il portafogli e compriamo un bene, di qualsiasi genere esso sia, noi diamo il nostro voto all’impresa che lo produce. Di primo impatto potrebbe sembrare un’esagerazione, è vero, paragonare questa semplice azione alla serietà di un voto. Eppure, le imprese sono delle realtà che agiscono su vari piani di grande importanza: dal piano economico, al piano sociale, a quello lavorativo, a quello ambientale, fino a quello politico – e vi agiscono in maniera pesante, penetrante, con politiche delle più eterogenee. Data la loro capitale importanza questo è naturale.
Ma mentre il vero feedback del politico circa il suo operato è il voto successivo del corpo elettorale, quello dell’impresa è l’acquisto da parte dell’utenza.
Quali sono le caratteristiche distintive del voto economico rispetto a quello politico? I cittadini sono chiamati alle urne di rado, e ancora più di rado gli eletti sono in grado di migliorare ciò che sono chiamati a gestire – magie della democrazia rappresentativa. Al contrario, il voto economico è costante, quotidiano, e forte del valore supremo del denaro: l’implicazione finanziaria e la vocazione al profitto delle imprese le rende estremamente attive e ricettive rispetto al feedback/voto degli acquirenti – voto che quindi ha ripercussioni che scuotono e condizionano costantemente il mondo economico, ambientale, sociale e politico, ripercussioni sul filo di ogni scontrino.

Nonostante ciò è accesissima la discussione sul “Chi voti?” in politica, ma non mi capita quasi mai di sentir discutere sul “Chi voti?” negli acquisti. Punto in comune fra i due voti è la generale ignoranza che affligge il corpo elettorale circa i candidati. Inoltre si dibatte con trasporto della moralità degli uomini pubblici, dei loro obiettivi raggiunti e degli errori fatti, dei programmi futuri, delle loro politiche; non c’è altrettanto spazio di discussione circa moralità, successi ed errori, programmi e politiche delle imprese – pur essendo il voto economico tanto più pesante e quotidiano.

Guida al Consumo Critico

Su questo fronte corre in nostro aiuto un libro che è un must per tutte quelle persone che – rifacendosi all’apertura – non hanno intenzione di passare una vita ad attraversare la strada senza guardare, che non hanno intenzione di passare falciando la folla, ossia che non hanno intenzione di continuare a segnare a casaccio il proprio voto alle urne dell’acquisto – una casualità che può danneggiarci in prima persona con acquisti insalubri e anche altri tramite prodotti realizzati antieticamente.
Si tratta della Guida al Consumo Critico, edizioni EMI, realizzata dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo – prezzo €16. Si tratta di una piccola organizzazione che ha sì un certo orientamento politico non sempre condivisibile, ma nella Guida questo non rileva, visto che la valutazione si può fermare a monte, sui dati documentati.

Aggiornata periodicamente, può essere sommariamente divisa in tre parti.

Nella prima vengono suggerite, descritte e argomentate delle vantaggiose linee generali di comportamento per l’acquirente divise per categorie-tipo di consumo. Linee che oltre a tracciare soluzioni sostenibili e eticamente lodevoli, segnano importanti proposte per promuovere la salute del corpo e la sovranità del ruolo del consumatore – come sovrano è il popolo della repubblica.
E’ la proposta positiva prima della critica.

Nella seconda vengono fatte considerazioni panoramiche su vari generi di consumo, perlopiù alimentari, con delle prime tabelle valutative che mettono a confronto le varie imprese che operino nello stesso settore. Si articola attraverso tavole sinottiche che iniziano a mappare il terreno su cui il lettore che voglia informarsi dovrà muoversi.

La terza, la più corposa, cataloga, incrocia, confronta dati completi di fonti» documentate su centinaia di imprese, una sorta di raccolta di schede sui candidati sulla lista del Mercato. Quali dati?

Gli aspetti valutati sono undici:

  • Trasparenza - la disponibilità dell’impresa a fornire informazioni su di sé e a fornirle veritiere
  • Abuso di potere – iniziative delle imprese per condizionare l’opinione pubblica e il potere politico in virtù del proprio potere economico circa scelte politiche, sociali, economiche e tecnologiche
  • Sud del mondo – modo di gestire eventuali attività produttive e commerciali nel Sud del mondo
  • Sicurezza e diritti dei lavoratori – misure di salvaguardia per la sicurezza sul lavoro e rispetto dei diritti contrattuali e legali
  • Ambiente
  • Armi ed esercito – contratti con eserciti; partecipazioni in gruppi coinvolti con imprese di armi
  • Regimi oppressivi – attività economiche in paesi gravati da governi oppressivi»
  • Paradisi fiscali – registrazioni in Paesi che garantiscono segretezza e agevolazioni fiscali
  • Consumatori e legalitàrispetto» dei consumatori e della legge
  • Animali – condizioni di allevamento e sperimentazioni
  • Boicottaggio – segnalazione di un boicottaggio in corso nei confronti di una data impresa

Valutazioni di ampio respiro, quindi – di cui ogni candidato che si rispetti dovrebbe sempre passare il vaglio (anche in politica magari).

Abitudine e scelta – una questione importante

Nella lista si trovano valutazioni e documentazioni estremamente compromettenti su produttori di alimenti assolutamente deliziosi. Prodotti che abbiamo sempre comprato ma di cui non conoscevamo approfonditamente il retroterra.
Sì: questo libro è uno di quelli che leggi, sai che devi leggere per sapere qualcosa che percepisci come fondamentale ma una parte di te non vorrebbe leggere mai per poter continuare a vivere sereno con il capo sotto la sabbia e strafogarti in santa pace di quel che vuoi senza problemi morali. Perché una volta che una persona sensata si trovi davanti a certi dati gli si pone una questione importante: seguire ciò che dice la coscienza e smettere di comprare quel prodotto cercandone di migliori – che ad esempio magari non uccidano né te né altri – oppure continuare a fare quello che hai sempre fatto? La faccenda pare banale ma non lo è proprio per nulla. E’ uno scoglio.

Si tratta di una scelta libera e deliberata del singolo.
Da un lato si può effettivamente passare la vita azzittendo la propria coscienza (che esige una crescita) e perseverando nel fare ciò che si ha da sempre l’abitudine di fare.
Un esempio per tutti: continuare a comprare Coca-Cola pur sapendo che in Colombia si appoggia a gruppi paramilitari per uccidere sindacalisti che si battono per i diritti di lavoratori pressoché schiavizzati. Comprando Coca-Cola le si danno soldi, le diamo il nostro voto economico, entriamo nella cabina, segnamo la scheda sul simbolo “Mi piace uccidere i sindacalisti” e la mettiamo nell’urna. Diamo la fiducia a un governo d’azienda che si macchia intenzionalmente di sangue umano per fare soldi. E quello che accade in Colombia non è tutto: chiedete in India o in Turchia, che cosa fa la Coca-Cola Company. Comunque poi però ci lamentiamo perché le paghe in Italia sono basse e andiamo a piangere dal Sindacato e quindi facciamo le manifestazioni: questo, rifacendosi all’apertura, è evitare solo i bambini alla fiera di paese, schiacciando tutte le altre persone. E si potrebbe dire lo stesso circa altri giganti da cui continuiamo a fare acquisti, come la Nestlè con tutti i marchi correlati – che ammazza bambini africani a centinaia di migliaia, centinaia di migliaia, col latte in polvere (quindi è inutile che poi adottiamo il bambino a distanza, se finanziamo chi li uccide) – o come il Mc Donald’s, causa principe di titaniche deforestazioni e disastri ecologici, soppressione completa e sistematica di diritti umani-sindacali e animali, che vende squisiti agenti chimici acconciati a panino, o patatina, o crocchetta. O più semplicemente il made-in-China, in ottima parte marchio aggiornato dello schiavismo più atroce. Senza contare le aziende nostrane che finanziamo regolarmente e che la Guida non risparmia – non vi piacerà leggere certe cose della Ferrero.
Dall’altro lato si può scegliere di stimarsi. Si può scegliere di fare scelte diverse, si può pensare di non essere schiavi di un bisogno dipendente di quel particolare prodotto – specie se acquistandolo si fa indirettamente qualcosa che direttamente non faremmo mai e poi mai. Si può scegliere di guardarsi allo specchio dicendo: “Io sono una persona con delle idee che tiene le redini della propria vita”. Questo non è comodo, chiaramente. Avere una coscienza e seguirla non è comodo. Ma credo abbia degli altri vantaggi.

Quali sono per voi i vantaggi del seguire la coscienza con coerenza, tenere salde le proprie redini?
Ci si può sentire veramente sereni anche mantenendo le proprie abitudini a suo discapito?
Quali sono le argomentazioni a favore del non intraprendere una scelta diversa?
La scelta diversa che concordi con la coscienza è una possibilità concreta e veramente percorribile?
Questa scelta diversa è allora un’opzione o un imperativo?

(Ricordate: Guida al Consumo Critico, edizioni EMI, realizzata dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo – prezzo €16)

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Le informazioni provengono dove possibile dalle imprese stesse – ma solo il 10% ha risposto ai questionari. Le altre fonti sono pubbliche, come giornali e rapporti ufficiali, o confidenziali, come quelle sindacali.
Individuati dall’associazione inglese Ethical Consumer a partire da rapporti di Amnesty International e Freedom House.
Sono presi in considerazione parametri come la eventuale pericolosità del prodotto, la presenza di OGM, illeciti e frodi dell’impresa, pubblicità ingannevole o discriminatoria e la cura delle etichette.

nov 4 2010

Perché il panda si deve estinguere

Quattro miliardi e mezzo di anni di storia terrestre scritti da Madre Natura. Prima dell’avvento dell’Uomo era lei a decidere quali specie dovessero estinguersi e quali invece fossero destinate a sopravvivere e ad evolversi. Poi l’Uomo è arrivato, e col suo scriteriato sfruttamento delle risorse, col suo incurante caos ha compromesso delicati ecosistemi e condannato ad un’ingiusta estinzione decine, centinaia, se non migliaia di meravigliose specie.

Ma fatemi spezzare una lancia a provocatorio favore dell’estinzione del panda – simbolo delle specie in pericolo.

Il panda fa due cose al mondo: mangia e dorme. “Come la maggior parte degli erbivori” dirà qualcuno. Sì, ma lui mangia seduto. Seduto. E non ha predatori naturali. E’ un grasso sovrano. Biascica bambù col fare della vecchia nonna che sta a sbucciare le fave in veranda.
“La deforestazione ha distrutto il suo habitat naurale, sono sempre meno le zone in cui i panda possono vivere”. Vivere. Non proliferare. I panda non proliferano. Mai. Sono solitari, di rado c’è l’incontro fra i due sessi – e anche quando c’è spessissimo non si piacciono. E anche quando fanno figli ne fanno uno. E se ne fanno più di uno si prendono comunque cura di uno soltanto – il panda, tanto carino, è un genitore scellerato. Fermi gli interventi dannosissimi della Cina che ha sputtanato la varietà delle specie di bambù, Madre Natura probabilmente aveva scelto quel bontempone del panda come candidato all’estinzione molto prima dell’intervento dell’uomo. (Fra l’altro, sapete che la Cina affitta i panda agli zoo del mondo? E che lo fa per massimo 10 anni a un costo di un milione di dollari l’anno? E che contrattualmente gli eventuali figli appartengono comunque alla Cina? Hanno il monopandapolio – e come ne sono gelosi!)

E poi ci sono delle correspondances baudelairiane da non sottovalutare.
Come si chiamava la peggiore macchina di tutti i tempi, che in curva ti si aprivano le portiere e in autostrada si chiudevano gli specchietti per il vento? Non Falco. Non Tigre. Non Scimpanzé. Panda. Adesso l’hanno migliorata e messa a norma, ma guardiamo in faccia la realtà: corrispondenze.

E non illudiamoci che il mondo voglia veramente salvare il panda: il WWF ce l’ha come logo soltanto perché stampare in bianco e nero costa meno.

E’ giusto battersi contro la distruzione del nostro bel pianeta. Sacrosanto quindi evitare i prodotti della Mitsubishi e invece acquistare gli export del Gabon (ha una politica ambientale da idolatrare) e supportare Organizzazioni Non-Governative attive sul fronte, e garantire il proprio voto politico a parti sensibili al problema. Ma senza interferire con la natura stessa: l’interferenza è il problema, in negativo, sì, ma anche in positivo. E’ vero che non dobbiamo provocare l’estinzione innaturale di specie viventi, ma non dobbiamo nemmeno ancorare a questo mondo specie che si avviano all’estinzione per i fatti loro.

Per questo, se Madre Natura aveva già scelto il malinconico orso in bianco e nero alla Truffaut per ridursi lentamente, un poco alla volta, ritirandosi nei cuori più impenetrabili delle foreste finché non ne fosse rimasto uno solo, ignaro, e questo non avesse passato i suoi ultimi giorni a masticare placidamente i germogli più teneri di un verdissimo bambù primaverile, spirando, infine, col muso verso il cielo quando il sole del pomeriggio (lo vedi?) occhieggia con le cime ondeggianti delle alte canne ponendo fine all’ultimo capitolo della storia dei panda, per questo, dico, se Madre Natura aveva scelto così, così dobbiamo fare in modo che sia. Senza arpionare una specie passeggera, un ramo estremo e cieco dell’evoluzione a questo mondo inchiodandolo e riproducendolo in robuste gabbie metalliche, fecondato artificialmente o attizzato forzosamente con panda-pornazzi e poi seguito nella gravidanza come un’Angelina Jolie, alla berlina del pubblico ludibrio o piantonato nelle riserve (quasi fosse un Sioux saggio e bellicoso), additato per la goffa tenerezza che ispira, modello principe di peluche soffici e costosi – a questo solo scopo, perché i tentativi utopici di moltiplicarli e reintrodurne orde infinite nelle foreste cinesi non sono troppo sostenuti (per fortuna).
Ma forse anche lui, come la Madre suggerisce, proprio lui, uno degli ultimi rimasti, chiede solo di tornare nell’Honan – in quel che ne resta – presso il suo laghetto blu, tutto cinto di bambù (com’era bello, ricordi?), rendendo l’anima al cielo e il corpo alla terra stando disteso nell’ombra macchiata di sole di un sottobosco che sta sparendo, e di passare, sì, passare, come sta passando la sua foresta, come tutti sono passati, e come tutti passeremo.
E magari, chiede di non fare più macchine del genere col suo nome.

So che è bello vivere in un mondo con i panda. Ma come direbbe George Carlin, “Let them go gracefully”.

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I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

Sono cent’anni che ti aspettiamo! E anche se non lo sapevi, ci stavi cercando.

Chi sono questi idioti coi cartelli?
E soprattutto, perché? li stavi cercando?
Leggi qua sopra: capirai.

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