lug 8 2010

La leonessa e Orlandino

Davanti, Palazzo Vecchio.
Titaneggia armonicamente su una piazza della Signoria ampia, abbacinante, gremita, immersa del brusio di mille e mille persone; una mole pesante, mastodontica eppure slanciata verso il cielo, col caldo taglio di sole che scavalca la Loggia dei Lanzi e ne illumina il corpo. Da sette secoli, il palazzo del potere a Firenze.
Sotto le sue possenti mura di pietra forte, schierati in fila su piedistalli, i simboli storici di questo potere.
Sulla destra, vicino all’ingresso principale e in penombra, la candida massa del David  di Michelangelo che, raccolto il sasso, si slaccia la frombola e guarda a sud, prendendo le misure per colpire in fronte il Golia di Roma.
Al centro, opera in bronzo, di Donatello, la piccola Giuditta che pur sfinita taglia il capo al grande generale Oloferne.
A sinistra, quasi al limitare della Fontana del Biancone, il Marzocco, forse il simbolo più puro di Firenze. Il Leone sicuro, seduto, dallo sguardo fermo, che regge con una zampa lo scudo gigliato. E così come per Roma animale-simbolo è la lupa, così per Firenze animale-simbolo divenne il leone.

Ai tempi, a Roma, sotto il Campidoglio, venivano tenute lupe vive in gabbia. E a Firenze, dietro Palazzo Vecchio, in gabbia venivano quindi tenuti i leoni. In quella che oggi si chiama – appunto – via dei Leoni, che sbocca in piazza del Grano, all’uscita degli Uffizi.

La leggenda vuole che un giorno, per distrazione del guardiano, una leonessa riuscisse a scappare seminando il panico mentre tranquillamente se ne andava per le vie trotterellando. Ci fu un fuggi fuggi generale di commercianti, passanti e massaie – le strade si svuotavano al passare della leonessa con un gran levarsi di grida. L’unico a non scappare fu un bimbetto di appena un anno, di nome Orlando – Orlandino – che se ne rimase a giocare in strada affatto spaventato dal micione. Inutile dire che la madre, insieme alle altre donne, si sbracciava e sgolava disperata nel tentativo di chiamare aiuto, ma le guardie della Signoria e del Bargello tardavano ad arrivare.

Bichat, chirurgo francese del diciottesimo secolo, fu il primo ad accorgersi della presenza, all’interno delle guance, di bolle di grasso che da allora portano il suo nome. Queste bolle sono particolarmente sviluppate nei bambini, e in generale in tutti i cuccioli di mammifero. Si tratta di un vero e proprio segnale di riconoscimento che l’evoluzione ha garantito ai piccoli mammiferi: uno stop, un alt, una croce rossa, una zona demilitarizzata volta alla conservazione della specie. Insieme ad altri caratteri neotenici, quale la testa sproporzionatamente più grossa, l’impaccio nei movimenti e le dimensioni ridotte, costituiscono la bandiera della cuccioleria, che ogni madre mammifera riconosce. Probabilmente è proprio così che è iniziato l’addomesticamento di animali come il lupo: migliaia di anni fa, delle donne trovarono dei cuccioli, nacque loro in cuore una struggente tenerezza, li tennero con sé e generazione dopo generazione divennero cani.

La leonessa si avvicinò ad Orlandino. Lo sollevò per la collottola tenendo fra le fauci il bavero del vestitino, e con passi lenti e cadenzati lo lasciò davanti alla madre incredula.
Tutti gridarono al miracolo.
Il che comunque fu un vantaggio, per il piccolo Orlandino, che ebbe l’onore di una rendita vitalizia versatagli dalla Signoria come omaggio al miracolato dall’Altissimo. Non dovette lavorare un solo giorno della sua vita. In culo alla scienza.

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giu 29 2010

La Mezzaluna Sterile

Tutti ci ricordiamo, più o meno vagamente, di quando da bambini abbiamo iniziato a studiare Storia. Gli uomini preistorici, il fuoco, le pietre scheggiate legate in cima ai bastoni, la ruota, i graffiti, la caccia. E poi? E poi l’agricoltura, la pastorizia, la città. Ancora prima degli Egiziani. Dove? In Mesopotamia. La terra fra il Tigri e l’Eufrate.
Ripensaci. Le Ziggurat, la scrittura cuneiforme sulle tavolette d’argilla, l’urbanizzazione, la nascita dello Stato. La Porta di Ishtar. In Mesopotamia. Cuore pulsante della Mezzaluna Fertile.
Se ci ripensi te lo ricordi. La terra fra i due grandi fiumi che offriva spontaneamente cereali e legumi. Selvatici, a perdita d’occhio, su colline dolci, sensuali. Senza neanche bisogno di coltivarli. E pascoli vasti, greggi, armenti pacifici che ruminano biade dorate. E gli uomini che iniziano a costruire Ur, Uruk, Eridu, che si asciugano la fronte e drizzano la schiena, proteggendosi gli occhi dal sole e lanciando uno sguardo alla lussureggiante terra di mezzo, ai canali ingegnosi che imbrigliano i fiumi, ai canneti e alle foreste di pioppi: al la della nascita della nostra Storia.
La Mesopotamia, il grande corno della Mezzaluna Fertile.

La notizia è recente. Lo Shatt al Arab, il fiume in cui confluiscono Tigri ed Eufrate, non arriva più al mare. L’acqua salata del Golfo Persico rifluisce gorgogliando verso l’entroterra attraverso il suo letto inaridito. I fertili acquitrini dell’Eufrate si sono disseccati: a stento l’acqua scorre, nell’alveo. Il Tigri è ridotto alla metà del Tevere. Le colture e le produzioni di riso e grano in Mesopotamia sono quasi decimate sotto le folate sabbiose, foriere di sventura, delle tempeste del deserto che avanza.

L’uomo, a monte, ha abusato di dighe ed invasi. Ha vampirizzato l’azzurro delle vene della terra, di una terra generosa oltre ogni immaginazione – ma non abbastanza da saziare l’avida voracità umana, che pare desolantemente infinita.

Quando un fiume si secca, si secca con lui un pezzo di civiltà, come un arto necrotico in cui non scorra più il sangue. Qui in Italia assistiamo a fenomeni di desertificazione, di sfruttamento selvaggio dei corsi d’acqua ad opera di gente che sta affondando la propria barca e noi con lei. Non paghi, assistiamo anche a disastri dolosi come quello del Lambro, pugnalate deliberate inferte alla nostra stessa vita.

Su questo fronte l’importante, ciò che veramente, veramente importa, è amare i fiumi. Solo così diventerà inaccettabile dissacrarli.
Dico, passeggiare sul loro greto d’estate. Guardarli d’inverno, dai ponti. E a primavera andare in campagna e camminare nei ruscelli che corrono a valle, dopo che è piovuto. Ascoltarli. Amare la loro freschezza che è vita corrente, amare la loro voce argentina che gorgoglia sciacquando la terra. Immaginare quanto sarebbe bello non temere l’inquinamento dei corsi d’acqua, poter essere a Firenze e mettere i piedi in Arno quando ti va, e berci quando hai sete.

Ai nostri figli probabilmente racconteremo molte storie. Di come ci siamo innamorati della mamma o del papà. Del viaggio di Ulisse. E dato che sono loro le persone a cui dobbiamo rendere conto della situazione della Terra, dovremo raccontare loro anche di come i fratelli dei nostri padri abbiano trasformato la Mezzaluna Fertile nella Mezzaluna Sterile, di come la culla della civiltà sia stata spazzata via. Purtroppo, certo.
Ma è un motivo in più, mi dico, per cercare di fare quanto è in nostro potere per poter loro raccontare anche altro. Ad esempio, anche di come abbiamo salvato il nostro fiume, e di andarci con loro, stando distesi sul greto coi piedi a bagno e il viso nel cielo a contare le forme delle nuvole.

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giu 25 2010

I fuochi di San Giovanni

24 giugno, San Giovanni. Patrono di Firenze. Festa fondamentale del folklore fiorentino: quella di San Giovanni è una figura storicamente molto amata, qui da noi. Era addirittura effigiata sul retro dei fiorini.

Per questo tradizionalmente, la sera del 24, si fanno “i fochi”. Da Piazzale Michelangelo un’equipe di esperti artisti pirotecnici spara tre quarti d’ora di fuochi d’artificio, che esplodono nel cielo fra il Piazzale e l’Arno, all’altezza fra Ponte San Niccolò e Ponte alle Grazie – subito a monte di Ponte Vecchio.

In una sua canzonetta, Pieraccioni dice «Firenze spara i fuochi quando arriva San Giovani, noi si guardano e si dice “Gli eran meglio quegl’ altr’ anni”» perché in effetti in questa occasione è quello che i fiorentini riescono a dire meglio. E’ vero, non saranno fuochi opulenti come quelli di Dubai, né spettacolari come quelli di Las Vegas, però è bello, una volta l’anno, vedere l’intera popolazione fiorentina, centinaia di migliaia di persone, tutte lì, fra Fiesole, i Lungarni, il Piazzale ed ogni terrazza che guardi verso il centro, tutte col naso all’insù verso il cielo buio illuminato da lampi artificiali colorati. Con le coppie che si tengono strette e i bambini che levano grida di stupore – e tu che cerchi di imitarli per recuperare una meraviglia così ingenua e originale.

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giu 16 2010

Il potere delle parole

Novembre scorso ho seguito un’interessante lezione sulla “Psicologia del testimone” alla facoltà di giurisprudenza di Firenze, dove una psicologa parlava ai futuri avvocati, magistrati e pm degli aspetti di cui avrebbero dovuto tener conto durante un interrogatorio. Una cosa molto alla CSI, wow!

Così ho imparato molte cose interessanti, ad esempio che durante la prima parte dell’interrogatorio è vietato fare domande suggerimento, ovvero quelle domande che possono contenere dettagli in grado di condizionare il teste. Ad esempio, se il testimone non aveva una visione ben chiara della scena, o era molto distante, la domanda “Di che colore era la cravatta di Tizio?” gli fa percepire inconsciamente che la persona in questione indossava un abito elegante, e in più aveva anche una cravatta: la sua mente si accorge che manca un particolare e quindi cercherà di sopperire a questa mancanza di informazioni inventando.

In un altro caso, un incidente automobilistico, i testimoni oculari furono divisi in due gruppi, e vennero fatte loro delle domande per cercare di determinare la velocità a cui viaggiava l’auto prima dell’incidente. Al primo gruppo venne chiesto a che velocità viaggiasse l’auto prima di urtare il muro, al secondo gruppo la velocità dell’auto prima che si fracassasse. Mediamente, la velocità percepita dal secondo gruppo è stata superiore di ben 50 Km/h.

Due esempi, non legati tra loro, che mi hanno fatto capire l’enorme potere che hanno le parole quando le usiamo sugli altri. E quindi ce l’hanno anche su di noi! Sono in molti a sapere che parlando in un certo modo, alcune persone possono convincerti a fare un acquisto, o a prendere una decisione. E’ pieno di manipolatori là fuori. In molti lo sanno, ma in pochi sanno difendersi.
Ma sono ancora meno le persone che sanno che i più grandi manipolatori siamo noi e che ci manipoliamo continuamente, senza rendercene conto, e purtroppo per la maggiore in maniera negativa.

Emozioni positive e negative

Sapevate che il vocabolario italiano è composto di 150-200 mila voci, ma che in media una persona ne utilizza tra le 1000 e le 6000? E sapevate che conosciamo il doppio di parole che esprimono emozioni negative, rispetto a quelle positive? Provate per esempio a trovare dei sinonimi per le parole “paura” e “coraggio“.

Fifa, strizza, panico, timore, incubo, terrore, farsela sotto, sono tutte espressioni di uso comune che usiamo quotidianamente. Ma quali sono i sinonimi di “coraggio“? A stento si riesce a trovarne qualcuno e cercando sul dizionario si trovano parole come temerarietà, ardimento, fortezza di cuore, che sicuramente non sono d’uso comune.

Penso che tutti vogliamo essere più felici e sereni, e dato che il nostro modo di parlare ci influenza possiamo finalmente iniziare ad usarlo anche a nostro vantaggio. Possiamo fare consapevolezza sulle parole che usiamo quotidianamente e ampliare il nostro vocabolario, cercando di usare più termini positivi e più sfumature. Come un pittore che ha molti colori sulla sua tavolozza può dipingere quadri più ricchi, scegliendo accuratamente le parole che usiamo possiamo migliorare notevolmente la nostra comunicazione, con gli altri e con noi stessi.

Una volta scoperte le regole del gioco, è il momento di usarle a nostro favore. Alzi la mano chi non si è mai arrabbiato ciecamente con qualcuno e poi pentirsene amaramente, o non ha mai inveito contro una persona dicendole quanto la fa incazzare, per poi tornare a chiederle scusa con un “non volevo dirti quelle parole, ma sul momento non capivo più niente”. Come immaginavo, non vedo mani alzate. Troppo spesso le arrabbiature sono immotivate, e troppo spesso compromettono i rapporti tra le persone. Ma c’è un modo per evitarle, ed è proprio usando le parole giuste.

Data la prevalenza di emozioni negative (nel nostro vocabolario) rispetto a quelle positive, è bene iniziare a sminuire le prime e potenziare le seconde. Quando ci arrabbiamo usiamo espressioni come “mi fa imbestialire”, “mi fa incazzare”, “mi fa andare fuori di testa”; cosa succederebbe se le sostituissimo con “stizzire”, “inalberare”, “indispettire”. Provate ad immaginarvi tutti arrabbiati che urlate “Mi fai proprio…stizzire!”. A me farebbe ridere tantissimo, a voi no? Usare espressioni del genere abbassa automaticamente l’intensità emozionale del momento, ci fa apparire un po’ scemi con noi stessi, e allo stesso modo ci permette di tornare ad avere un po’ di lucidità e capire che cosa stiamo facendo.

Oltre che per gestire le arrabbiature si possono usare le parole per cambiare tutti quelli stati d’animo negativi che ci stroncano. Edison, l’inventore della lampadina, prima di riuscire a farla funzionare dovette effettuare ben 10.000 tentativi. A chi poi disse che aveva fallito per 10.000 volte rispose, “Non, ho fallito. Ho solo trovato 10.000 modi per non far funzionare una lampadina”.

Possiamo bandire dal nostro vocabolario parole come “fallimento” (sost, con “imparare”, “fare esperienza”), “depressione” (sost. con “un po’ giù”, “non sono al massimo”) e tante altre. Qualcuno potrà obiettare che sono stati d’animo che ci servono, e sono perfettamente d’accordo. Lo scopo infatti non è di reprimerli, né di metterli da parte, ma poter sviluppare una maggiore consapevolezza su cosa ci sta accadendo, in modo da capire che forse la nostra irritazione è eccessiva, che in fondo non stiamo così male, oppure che anche se abbiamo sbagliato qualcosa, quell’errore ci può servire per essere più preparati la prossima volta.

Dopo aver diminuito l’intensità degli stati d’animo negativi, è giunto il momento di utilizzare più colori brillanti! E’ il momento di amplificare le sensazioni positive, di dare loro quel giusto peso che ci permetta di essere soddisfatti. Lascio quest esercizio a voi: quali termini usereste per trasformare  sensazioni “carine” oppure “ok”, in sensazioni “fantastiche” e “stupende”?

Infine, vi viene chiesto di fare qualcosa e voi accettate, non rispondete con un freddo “Nessun problema”, un “Ne sarei lieto” trasmette tutt’altro. Basta davvero poco, per cambiare molto.

*  *  *

Illustrazione di Eleonora Bressi

Da oggi parte un nuovo servizio, creato dagli autori di To Honolulu, chiamato Una parola al giorno. Si tratta di un sito internet, con annesso servizio di mailing list. Iscrivendovi potrete ricevere quotidianamente una nuova parola via email, con tanto di etimo e commento.

Che cos’avrebbe questo robo in più rispetto ai servizi simili che già ci sono su internet? Beh, innanzitutto la nostra pretesa non è quella di compilare un dizionario, le parole che pubblichiamo non sono scelte casualmente ma ben ponderate, anche in base a quello che ho scritto nel post. Quindi non sono fredde spiegazioni di significati, o un rispolverare parole desuete o “difficili” come si propongono di fare altri. Se certe parole non vengono più usate, un motivo c’è. Il nostro intento è quello di valorizzare parole che già conosciamo ma delle quali ignoriamo le origini e le varie sfaccettature (e spesso sono splendide), e di scoprire insieme nuovi termini per arricchire il nostro vocabolario, il tutto con una buona dose di curiosità e divertimento. Dico insieme perché Una parola al giorno è un servizio apertissimo alle collaborazioni esterne: per ogni parola che non vi torna potete suggerire dei miglioramenti, e inoltre potete proporre nuove parole da pubblicare.

Dateci un’occhiata, il sito è http://unaparolaalgiorno.it

Vi chiediamo anche un aiuto in termini di pubblicità: come potrete ben immaginare, un servizio del genere che non è né un gioco su facebook, né donnine nude, ma qualcosa che fa lavorare la mente, non è facile da promuovere. Se vi piace l’iniziativa condividetela con quante più persone possibili, dal sito potete anche invitare i vostri amici via email!

Grazie a tutti, e a presto, su To Honolulu e su Una parola al giorno!

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giu 9 2010

L’Utopia di Honolulu

«La realtà è un uccello che non ha memoria, devi immaginare da che parte va» Giorgio Gaber

C’è un punto circa i nostri propositi e i nostri progetti che va chiarito: l’utopia. Che cos’è? Come la si può vivere?

Chiaro. L’utopia è uno schiaffo. “La tua è pura utopia! Torna a studiare Diritto Privato!” E tu che avevi espresso un bell’orizzonte ti ritrovi moralmente con una gota rossa senza sapere bene perché. Be’, è per via dell’utopia.
In altri casi è un sospiro. “Sarebbe bello un mondo in cui i politici non fossero corrotti”. Sospiro e torno a contare le mazzette da distribuire. “Pace nel mondo”. Sospiro e suono il clacson. “Un mondo di Libertà!” Sospiro e torno a tremare dalla paura di non trovare la mia utopica casella.
In altri casi ancora è zapping. “Sarebbe bello vivere tutti insieme in armon// Con tutti gli amici sulla WestCoast nel lusso più sfren// Isola-che-non-c’è, seconda stella a destra e poi dritto fino al// Cacchio, ti immagini un mondo in cui tutti campano due secoli?” O qualcosa del genere. Fantasticheria sconnessa e spezzata, muta d’azione.
Poi c’è l’utopia che è il brivido di una promessa folle, il garrire demagogico di una bandiera sciroccata. Politica (“usciremo a testa alta dalla crisi! Pane e giustizia”), religiosa (“dove sono le mie settantadue vergini?”), scientifica (“scopriremo il gene dell’immortalità”), economica (“continuiamo così, lo sviluppo dei PIL può essere infinito”). La più normale, purtroppo, che spesso non sa nemmeno di esserlo – o non lo vuole ammettere.
Infine c’è l’utopia che è intimità. Quella timida, segreta, che non si pronuncia, che non si vede ma c’è. Il motivo inespresso per cui a testa bassa chiunque continua a vivere, a mettere al mondo figli nonostante tutto. Impalpabile e nebulosa e diversa per ognuno, inconoscibile ma che c’è – ben aldilà della conservazione della specie. Anche se forse questa è solo un sogno, un’impressione, un fantasma sottile…

Ma a mio avviso -mio e non solo- l’utopia può essere un’altra cosa.

Outopeia, non-luogo; Eutopeia, buon luogo.
Secondo il grande filosofo nonviolento Aldo Capitini, l’utopia è necessaria innanzitutto all’interno di sé. Si può dire “da oggi, pace nel mondo”, ma non avrà luogo. Dire “da oggi pace nel mio cuore” è la scelta di un buon luogo in cui c’è tanto più della speranza, dell’augurio. C’è potere esercitabile su se stessi.
In altre parole, noi siamo una zona franca da utopie di sorta. Siamo il luogo dell’universo in cui l’utopia può essere già certezza esistente e viva. L’utopia può non essere evasione. Può essere l’intimo timone che dal non-luogo della nostra idea ci guida attraverso il tempo fino al buon luogo in cui possa crescere rigogliosa. Perché se non è evasione può essere lotta costante con in volto il sorriso di chi ama, devota resistenza che i nostri nonni hanno fatto coi fucili e che può essere condotta -da noi- in mille modi più nobili. Perché le utopie, talvolta, si realizzano. E questo è pur sempre un vantaggio – anche se a vederle non saremo noi, ma i nipoti dei nostri nipoti. Dopotutto…

Un nobile cinese chiamò a sé il suo giardiniere, e gli chiese di piantare il seme di un albero raro e bellissimo. «Ma mio signore» fece notare il giardiniere «ci vorranno cento anni prima che quest’albero fiorisca!» «Allora» rispose il nobile «è meglio piantarlo oggi stesso».

Questa è la nostra utopia. Il buon luogo. (Honolulu.)

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I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

Sono cent’anni che ti aspettiamo! E anche se non lo sapevi, ci stavi cercando.

Chi sono questi idioti coi cartelli?
E soprattutto, perché? li stavi cercando?
Leggi qua sopra: capirai.

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