mar 15 2010

Io odio Jim Morrison

Nulla di personale. Ma è così.

Passato alla storia come un artista di supremo calibro, adorato ai limiti dell’idolatria, citato all’inverosimile, non si può dire che non abbia un ascendente sul pubblico. Ma ma ma…

E’ un figlio (bastardo) dell’aborto ideale che si continua a chiamare beat generation, crosta di sudicio che ignora ogni grazia d’azione e di pensiero – nell’ottica attuale, ovviamente: tutto è necessario e giustificato, nel proprio contesto. Ma nel 2010 quella della beat generation è un’ideologia che sa di naftalina.
Si vorrebbero affondare le radici di Morrison nella cultura decadente dei Poeti Maledetti. Dopotutto sia loro che lui si strafacevano di tutto quello che avevano a disposizione – ma Rimbaud scriveva “Elle est retrouvée./ Quoi? – L’Eternité./ C’est la mer allée/ avec le soleil.“, Morrison scriveva “I’m the Lizard king/ I can do anything“. E la differenza – colpo di scena – c’è.
Si vorrebbero affondare le sue radici in un misticismo new age, farne un vate che spalanca le porte della percezione, tralasciando totalmente la fondamentale parte del lavoro su se stessi che è necessaria per spalancare quelle porte. I Poeti Maledetti si autodistruggevano con scienza, fottendosene altamente di luci in fondo al tunnel. Lui no.

E poi, e poi, e poi. L’abisso. Il fondo del fondo. La botola in culo al pozzo del peggio. Gli aforismi di Jim Morrison.
Citati con entusiasmo tonto, sono privi di qualsiasi rilevanza concettuale ed estetica, propri di una mente ottusa e rovinata che trova nell’esasperazione dello stupore stupido e nel ribaltamento cancrizzato delle frasi l’unico mezzo d’espressione percorribile. Se bazzicate luoghi virtuali in cui le persone possono fare citazioni – che siano forum, social network o che so io – potrete averlo già notato. Tipo…

“Se una mattina ti svegli e non vedi il sole o sei morto o sei il sole.”

Una posizione meteorologica forte. Ma se fossero solo nuvole?

“Quando imparerai a fregartene della gente allora sarai grande.”

Amen, fratello! Diglielo! Così, senza peli sulla lingua!

“Non piangere per chi non merita il tuo sorriso.”

Per sapere chi merita il tuo sorriso compila l’ISEE e poi piangigli addosso.

“Se tu fossi una lacrima non ti piangerei per paura di perderti.”

E allo stesso modo, se tu fossi urina non andrei al bagno per paura di perderti.

Non sarò mai nessuno, ma nessuno sarà mai come me.

Ma la mia è una evidente finta. Io non odio Jim Morrison. Non posso odiarlo.

Odio un Jim Morrison. Il Jim Morrison nato dalla deformazione di un artista altrimenti autentico, che lo strappa alla propria particolare dimensione e al proprio naturale calibro imponendo alla sua figura una universalità e una grandezza che non può sostenere.

Un lago può essere uno splendido lago, ma sarà sempre un pessimo oceano.

Così può essere un artista, che nel proprio speciale contesto raggiunge vette di bellezza micidiali, infinitamente apprezzabile. Ma se si pretende da questo artista di assurgere a profeta universale di saggezza e amore, be’… farà una figura di cacca. Come ogni artista trapiantato dalla propria radice, da cui è nato e cresciuto. Sradicato, Jim Morrison può essere uno stupidello caruccio dalla splendida voce e dall’imponente carisma sessuale che era “contro” e si strafaceva per evasione: gran personaggio, e non più di questo. Ma non è tutto!

Neruda, ad esempio: odio anche lui. Ma non in sé. Lo odio come artista deformato, che si trascina biascicando con la bocca offesa da ictus di sentimentini coagulati parole d’amore sempre più dette e sempre meno capite, capitanate da un “Lentamente muore” bolso, sciocco e soprattutto non suo» . Io non odio il Pablo Neruda delle spiagge, dei ciliegi, delle donne. Anzi. Ma odio quello da blog adolescenziale, da FaceBook, da idioti che dell’amore non capiscono altro se non l’intontimento e l’ossessione singolare – e fanno di lui una comoda autorità d’appoggio.

Evitiamo agli artisti di diventare altro rispetto a quello che sono, sopravvalutandoli e sovraccaricandoli o sminuendoli e svilendoli, insomma snaturandoli a rialzo o a ribasso.
Poverelli, che vi hanno fatto di male, in fondo?!

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Quella banalissima cosa è opera di Martha Medeiros, autrice brasiliana. L’attribuzione a Neruda è un falso nato da catene di e-mail. Lo sapevate?Powered by Hackadelic Sliding Notes 1.6.4

mar 1 2010

Voglio la Sindrome di Stendhal!

Di Tiziano Vignolini

La Sindrome di Stendhal (dallo pseudonimo dello scrittore francese che per primo ne descrisse i sintomi), detta anche “sindrome di Firenze”, come probabilmente molti di voi già sapranno, è un disturbo psicosomatico che talvolta colpisce chi si trova al cospetto di opere d’arte di particolare bellezza, sortendo effetti tra i più disparati. C’è chi cade in ginocchio, in uno stato di trance estatica; chi banalmente sviene, chi dà di matto e tenta di distruggere l’opera d’arte, in preda ad una crisi isterica. Ecco, da quando ho scoperto l’esistenza di questa simpatica affezione, uno dei miei più grandi sogni è di caderne vittima, almeno una volta nella vita (l’opzione che mi ispira di più è la crisi di matto, sempre sperando che qualcuno mi fermi prima che faccia a pezzi qualcosa; altrimenti posso accontentarmi della trance estatica, sed de gustibus non disputandum est). D’altronde, i soggetti più propensi ad ‘ammalarsi’ sono i più sensibili, gli artisti, o chi abbia ricevuto un’educazione umanistica o religiosa… o i Giapponesi. Ma –ahinoi– c’è l’inghippo. Gli Italiani, in particolare i Fiorentini, ne sono immuni per “affinità culturale”. Ed effettivamente, se ci pensate, ha senso: noi abbiamo avuto la fortuna di vivere circondati da una quantità mostruosa di bellezze artistiche, e giornalmente, anche e soprattutto in modo passivo, abbiamo assunto per anni ed anni moli di storia e cultura che nella stragrande maggior parte del resto del mondo non ci si possono neanche immaginare.
Pensate di avere davanti una fantastica aragosta alla catalana –oppure, se siete vegetariani o avete dei pessimi gusti culinari, una splendida insalata di cous cous– immaginatevi, dicevo, di avere davanti una qualche rara prelibatezza, e mettetevi nei panni di: primo, un barbone che da giorni immemori mangia sempre la solita zuppa di rape della Caritas, e sporadicamente la mozzarella staccata da qualche cartone della pizza; secondo, un ricco epulone» aduso all’esercizio della mascella che divora ogni giorno bovini e suini cosparsi delle spezie più preziose e acconciati dai migliori sarti di Parigi. Chi dei due credete se la godrebbe di più, quell’aragosta/cous cous? Chi dei due rischia maggiormente la sindrome di Stendhal? Ebbene, cari concittadini, noi siamo dei ricchi epuloni. Paradossalmente, questa è la nostra condanna.

Ma mi sto impegnando a fondo per trovare una soluzione, mi sto scervellando per scoprire un cavillo che possa permetterci di sperimentare un collasso nervoso per eccesso di bellezza. E forse forse l’ho trovato.

Mi sono chiesto: di che tipo è la bellezza che manda in cortocircuito gli sventurati nipponici/artisti che vengono a visitare la nostra città? Bellezza principalmente di tipo visivo-artificiale. Alias, maestose architetture, finissime sculture e dipinti mozzafiato. Ed è per questo che voglio, al più presto, visitare un fiordo norvegese, un’altissima cima innevata da cui ammirare un mare di nebbia, un geyser in eruzione, o anche il Grand Canyon, il deserto del Nevada o del Sahara, o il monte Fuji e tutte quelle nipponiche montagne verdi a panettone. La Terra dallo spazio. Lo spazio dalla Terra. Perché, sì, ho pianto diverse volte, sotto un cielo stellato. Le volte preziose in cui mi sono trovato in un luogo abbastanza poco illuminato da poter ammirare le agghiaccianti (in ogni possibile accezione di significato) sfumature di colore della sfera siderale, e poter distinguere, uno per uno, i miliardi di miliardi di puntini che riempiono ogni angolo del mio campo visivo, e smarrirmi letteralmente nell’infinità dell’Universo, perdendo progressivamente coscienza di me; e precipitare nel cielo (ve lo siete mai immaginati? Precipitare nel cielo! È un pensiero che mi terrorizza). Ho sperimentato qualcosa di simile alla Sindrome, sotto un cielo stellato. Ma suppongo sia anche una questione di forma mentis, ne sono sempre più convinto.
Mi spiegherò meglio: in questo momento sto attraversando una fase di particolare recettività emotiva, a fronte di vari eventi dei quali non vi annoierò; e, insomma, mi è capitato giusto ieri, ascoltando una canzone che mai aveva sortito in me particolari effetti, di sorridere e rabbrividire, mentre con un’altra ho sfiorato le lacrime. Perché anche la bellezza uditiva, come quella olfattiva, o gustativa, possono essere una valida soluzione per i Fiorentini e tutti gli Italiani che ricerchino la Sindrome. O, perché no, anche tutte insieme: ed è per questo che sto cercando disperatamente un ristorante futurista (ed è un bel casotto, perché alle Giubbe Rosse» in Piazza della Repubblica c’era stata l’anno scorso una cena in occasione del centenario del manifesto, che purtroppo mi sono perso, e chissà quando ne rifaranno una, mah). Ma sto divagando.
In sostanza, dicevo, con una particolare forma mentis, come magari quella in cui mi ritrovo adesso, è agevolato il processo, le emozioni vengono amplificate o comunque esercitano un’influenza più diretta sul nostro sistema nervoso, e talvolta anche sul soma, sul fisico, ed io non chiedo altro che una eccessiva reazione psicosomatica. Questa estate, con ogni probabilità, passerò qualche settimana nel Maine: spero vivamente di mantenere questa forma mentis abbastanza a lungo da cadere preda di una crisi epilettica, magari davanti all’oceano (sotto le stelle, per sicurezza).

Vi è mai capitato di provare qualcosa del genere?
O davanti a che cosa pensate potrebbe capitarvi? Parlatene nei commenti!

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Crapulone ghiottone banchettante che se ne frega, ndr.Powered by Hackadelic Sliding Notes 1.6.4
Caffè storico letterario che fu roccaforte del Futurismo, ndr.Powered by Hackadelic Sliding Notes 1.6.4

feb 26 2010

Perché è importante pensare positivo

“Sia che tu creda di farcela che tu creda di non farcela, avrai ragione”

Mi è sempre sembrata un’idiozia, una pericolosa giustificazione per chi non pensa di riuscire in qualcosa. Una giustificazione che permette di dirsi “Ecco. Sapevo che non ce l’avrei fatta. Avevo ragione!”. E vedevo persone intorno a me fallire, e consolarsi in questo modo, invece di riprovare con più forza e convinzione.
Poi ho capito che cosa significa davvero questa frase, e tutto è cambiato. Almeno per me.

Tutti abbiamo dei problemi, delle sfide da affrontare, dei demoni da sconfiggere, e ognuno ha il suo modo personalissimo di affrontare tutto questo. Però alcuni ci riescono, e altri no. Esiste un modo per essere vincenti? Secondo me sì.

La motivazione (a gettone)

Vi è mai successo di partecipare ad una riunione, una conferenza, o ascoltare un discorso, e alla fine sentirsi un’enorme carica dentro, un’energia tale da credere di essere in grado di cambiare mondo, di risolvere tutti i problemi? Quella è la motivazione – che come uno stupefacente – per un po’ di tempo ti fa sentire invincibile, ma il cui effetto è destinato ad affievolirsi e scomparire nel tempo. Guardandosi intorno si trovano ovunque lezioni e seminari motivanti, i one day, dai quali esci e ti senti l’incredibile Hulk. E fanno bene certo, se si riesce a cavalcare l’onda si possono fare grandi cose, però non possiamo contare solo sulla motivazione, proprio perché l’effetto della pozione è limitato. Inoltre la motivazione etimologicamente è il motivo che ci spinge ad una determinata azione. Non si potrebbero avere gli effetti positivi della motivazione, in qualunque momento, e senza il problema della durata limitata? Yes, we can.

Come ottenere risultati – Pensare positivo

1. Volontà e impegno
Per prima cosa bisogna voler ottenere un qualche risultato. La volontà è pensare in modo attivo, avere un obiettivo e un sogno, ed essere disposti ad impegnarsi, a far qualunque cosa per raggiungerlo e realizzarlo. Ma fino a qui niente di nuovo, questo lo sanno e lo fanno più meno tutti. Però non tutti ottengono i risultati sperati.

2. Crederci
Credere in se stessi è quello che fa la differenza. Volerlo fare ed essere certi di riuscire a farlo, non sono sinonimi, sono due cose molto differenti.
Le credenze e le convinzioni personali hanno un peso enorme sulla nostra mente inconscia, anche se non ce ne rendiamo conto. Potete impegnarvi e volere ottenere qualcosa quanto volete, ma se non credete nelle vostre capacità e non siete ben convinti di potervi riuscire, non otterrete mai niente. Le persone che hanno un’alta stima di se stesse riescono più facilmente in questo, spesso in maniera del tutto automatica; le altre dovranno necessariamente impegnarsi molto di più. Ma questo è l’unico modo.

Mentre la volontà e l’impegno possono essere ricondotti ad un singolo obiettivo o sogno, credere in se stessi è il jolly che funziona e che aiuta in qualunque situazione: non importa che cosa dovete fare, se siete convinti di riuscirci molto probabilmente ci riuscirete.

Perché si fallisce

Quando cerchiamo di ottenere qualcosa, spesso ci scontriamo contro dei “muri di mattoni”, che come diceva Randy Pausch, sono li soltanto per metterci alla prova, per testare quanto crediamo in quello che stiamo facendo e se davvero vogliamo ottenerlo. Chi non crede in se stesso sbatte contro il muro e non riprova neanche a superarlo, a coloro che ci credono il muro a volte neppure si presenta.

Inoltre come ho già anticipato, anche le convinzioni negative hanno il loro ruolo, se dedicate tutte le vostre energie a pensare che qualcosa andrà storto, sarete stati voi stessi a determinare il vostro fallimento.

Non esiste il caso

Fortunatamente si può pensare positivo, ci si può convincere che si riuscirà in quello che si vuole fare, che niente e nessuno sarà in grado di fermarci, e anche se non è scritto da nessuna parte che funziona, per esperienza personale posso assicurarvi che per me è stato così. Avevo affrontato quest’argomento in un post di un annetto fa (Ero in macchina e pensavo ad alta voce), e credevo che esistesse il caso. Ma adesso, ripensando a tutto quello è successo nel frattempo e a quello che sta succedendo, mi rendo conto che sono tutti avvenimenti conseguenti a scelte che ho fatto e nelle quali ho creduto, da solo o insieme ad altri.

Ad esempio, tre giorni fa insieme a Giorgio abbiamo messo nero su bianco, in maniera non semplice, quello che per noi è questo blog. E ieri, guarda un po’, ci siamo ritrovati in una trasmissione radiofonica a parlarne. Dai, non ci credo più al caso. Si raccoglie quel che si semina, e se si semina bene si raccolgono dei bei frutti.

A questo punto diventa anche più facile capire il messaggio de “L’Alchimista”:

“Tutto l’universo cospira affinché chi lo desidera con tutto sé stesso possa riuscire a realizzare i propri sogni.”

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feb 11 2010

Se solo si smettesse di pensare al nucleare – Anniversario della rivoluzione in Iran

di David Caratelli

No, questo non è un post sul nuovo piano energetico italiano. Il nucleare in questione è quello dell’Iran. Da anni ormai la Repubblica Islamica Iraniana è sulle prime pagine della stampa internazionale, un giorno perché dice di aver arricchito l’uranio di un altro “zerovirgola” percento, un altro perché si rende disponibile a cooperare con l’IAEA (International Atomic Energy Agency). E ogni qualvolta accada qualcosa di nuovo a riguardo, puntuali arrivano gli edotoriali e le interviste sulle conseguenze per il mondo: la minaccia di un attacco nucleare in Israele ed in Europa, le sanzioni, o addirittura, le implicazioni sui costi del greggio.

Insomma, dell’Iran degli iraniani non se ne fotte quasi nessuno (lodevole eccezione, “Il Riformista”, ma anche “Il Foglio”), a parte ogni tanto quando le stragi di civili sono veramente impressionanti. E’ normale per un paese interessarsi di piu’ alle faccende interne che non a quelle internazionali, a meno che queste non siano eccezionali. E’ anche vero però che il nostro interesse per ciò che succederà alla tramvia di Firenze deve essere messo in prospettiva con le spaventose violazioni dei diritti umani a Teheran. Così come, ormai più di sessant’anni fa, i campi di concentramento apparivano ogni tanto, timidamente, sui giornali dei vari paesi, senza che la gente si preoccupasse piu’ di tanto. Lo stesso accade oggi. Ci si accontenta di sapere un qualcosina ogni tanto, e poi il buio fino al prossimo aggiornamento dopo un mesetto.

Insomma, sembra che la lezione non l’abbiamo imparata, e forse é nella nostra natura non impararla. E se é vero che i media influenzano l’opinione pubblica é anche vero che la gente si informa su quel che vuol sapere, e dunque ha un suo potere decisionale.

In Iran, ormai da dopo le elezioni dell’estate scorsa, stanno accadendo cose fuori dal comune, in positivo ed in negativo: una brutalità mai vista da parte del regime che ora arresta senza motivo, impicca più di prima, e fa tutto il possibile per impedire una qualsiasi forma di comunicazione tra i cittadini del suo paese (a volte bloccando, in un batter d’occhio, la capacità di mandare SMS in tutta Teheran). Eppure la gente, spesso in gran parte studenti della mia (o nostra) età, colpiti da uno dei sentimenti più nobili che si possa avere, l’amore per la libertà, rischiano e sacrificano la propria vita per cercare di affermare i propri diritti. Io sono un ottimista, e penso che prima o poi i cittadini iraniani otterranno ciò che da tempo chiedono e pagano con il sangue. Tuttavia, ogni giorno che passa con proteste soffocate nel sangue degli stessi manifestanti, ogni giorno che il regime è ancora in piedi, significa vite perdute e diritti negati.

Ma tuttavia, a noi paesi occidentali, in fondo la vicenda ci interessa solamente se tornano in gioco le armi nucleari. Allora si teme per il nostro paese e per la nostra libertà. E se i paesi si comportano così evidentemente è perché questo è come si comportano i loro cittadini. Qui non vale il solito discorso dei politici-brutta-gente che fanno i loro interessi economici (questa mia idea di come nei paesi occidentali la politica estera spesso rispecchia lo stesso sentimento nazionale è un argomento interessante che sarò contento di approfondire – se vorrete – nei commenti). Siamo noi quei cittadini: magari ogni tanto leggiamo qualcosa a riguardo, ma poi torniamo alle nostre quotidiane routine. Spesso anch’io subito dopo aver sentito qualcosa su ciò che accade in Iran mi sento “pompato” e pronto a cambiare il mondo. Eppure non ho mai fatto le valige per andare a Teheran e “dare una mano”. Non propongo certo un esodo di massa – sarebbe stupido -, ma possiamo dare un contributo in altri modi. Se nascesse un vero sentimento di interesse nei confronti della sorte dei nostri amici, compagni, fratelli, o come-volete-chiamarli, in Iran, potremmo fare pressione sul nostro governo chidendo un interesse maggiore e più concreto sulla questione iraniana, magari non limitata alle nostre paure per un Iran nucleare. L’Italia, soprattutto con l’Eni, investe un sacco di soldi in Iran, e questi soldi ultimamente finiscono nelle mani del governo o dei suoi collaboratori. “Ricattare” Teheran non solo chiedendole di smettere di arricchire l’uranio, ma facendo pressione sull’aspetto diritti umani/civili sarebbe un appoggio enorme e concreto alle migliaia di giovani che da soli sfilano per le strade davanti a soldati legittimati a premere il grilletto in qualsiasi momento. In fondo, se smettessimo di interessarci solamente ai problemi iraniani in relazione alla nostra sicurezza, e pensassimo a quella dei suoi cittadini, non otterremmo forse risultati infinitamente migliori anche per noi? Serve da parte del mondo “democratico” un appoggio vero e concreto, magari cercando di aiutare i dissidenti a diffondere i loro messaggi, o appoggiando finanziariamente politici in esilio che stanno cercando di formare movimenti di opposizione. Le idee sono tante, basterebbe che venisse da noi una qualche pressione affinché queste idee vengano messe in pratica.

Oggi 11 febbraio, ricorre l’anniversario della rivoluzione iraniana. Io mi auspico che quando sui giornali di domani se ne scriverà, il lettore non si limiti a provare simpatia per chi cerca di cambiare le cose, ma provi, nel suo piccolo, a contribuire in qualche modo. Magari scrivendo, che so, al proprio ministro degli esteri.

Prima vennero e portarono via gli zingari: io fui contento perchè rubavano!
Poi vennero e portarono via gli omosessuali: fui sollevato perchè mi davano fastidio!
Poi vennero e portarono via gli ebrei: stetti zitto perchè mi stavano un po’ antipatici!
Poi vennero e portarono via i comunisti: non dissi nulla, perchè io non lo ero!
Poi vennero e portarono via me: purtroppo non era rimasto nessuno a protestare.

Bertold Brecht.

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feb 10 2010

Esperimento: Visione periferica e consapevolezza

Oggi abbiamo una proposta tutta nuova per i nostri affezionati lettori!

Invece del solito post scritto, ecco il nostro primo audio-post! Sì, lo so, siete sconvolti. Ma vi riprenderete, ne sono certo. Voglio proporvi un esperimento che potete fare comodamente stando davanti al vostro computer (non temete, e non accampate scuse, dura 4 minuti!).

Questo esperimento riguarda la visione periferica – ovvero la capacità di intuire quello che succede intorno a noi, anche se è ai limiti del nostro campo visivo. Dico intuire e non vedere, perché non siamo in grado di distinguere bene gli oggetti e le persone che si muovono, però possiamo percepirne la presenza.

Conoscendo innanzitutto – e ampliando poi – la visione periferica, siamo in grado di essere più presenti nell’ambiente in cui ci troviamo. Inoltre, dopo che abbiamo esteso la nostra percezione all’esterno, possiamo includere anche noi stessi in questa percezione. Ma non fatemi scrivere altro..!

Ascoltate l’audio qua sotto, e fateci sapere se l’esperimento ha funzionato e vi ha trasmesso qualcosa! Buon ascolto.

(Cliccate sul link qua sotto per caricare il player! Se volete potete anche scaricare il file.)

Esperimento – Visione periferica e consapevolezza

Credits:
Ispirazione per il testo da PNL di James – Shepard
Musica di
Livio Amato e Philippe Bray

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I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

Sono cent’anni che ti aspettiamo! E anche se non lo sapevi, ci stavi cercando.

Chi sono questi idioti coi cartelli?
E soprattutto, perché? li stavi cercando?
Leggi qua sopra: capirai.

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