ott 4 2011

Dell’Onore

Quando qualcuno offendeva il tuo onore c’era il duello, la rappresaglia, la spedizione punitiva. Niente altro che reazioni violente. Nel nostro ordinamento, pur avendo subito delle rilevanti contrazioni (come l’abolizione del delitto d’onore), l’onore resta un valore ben protetto, specie a mezzo delle norme del secondo capo del dodicesimo titolo (“dei delitti contro la pesona”) del secondo libro del codice penale, intitolato, appunto, “dei delitti contro l’onore”. Ma come sappiamo, la difesa giudiziale di un diritto può purtroppo non essere altro che una violenza legale. Non si minacciano duelli, ma cause. Anticipo che queste riflessioni mi sono suggerite dai recenti avvenimenti relativi a Vasco Rossi e al sito Nonciclopedia, e soprattutto dal comma 29 del ddl sulle intercettazioni.

Che cos’è l’onore? Reputazione, fama, sentimento personale legato al proprio intimo valore? Le definizioni possono essere tante, ma alcune sono meno precise di altre. Ad esempio, si può dire che l’onore sia dignità e rispetto?

La dignità è il valore intrinseco e ontologico che accomuna ogni umano, che li parifica, che sancisce l’inviolabilità del suo intimo essere, espresso nelle forme dei diritti, dei doveri e delle libertà. Il diritto alla salute, al lavoro, il diritto-dovere al voto, la libertà di espressione, di pensiero e autodeterminazione sono cifre della dignità umana. Non onori.

Il rispetto è l’intimo apprezzamento e il riguardo, la considerazione di una qualità o di un valore o di una persona: rispetto per gli anziani, per le diversità, per la pulizia delle strade, per la natura. Non onore.

E allora che cos’è l’onore? Ci dobbiamo rivolgere a chi dell’onore ha fatto il suo vessillo, forse, per capirlo. Magari ai cavalieri cortesi, o a Cyrano de Bergerac. Si tratta quindi della sintesi coerente di ogni altissimo valore morale, supremo faro di una vita luminosa? Per certo sarebbe bello se lo fosse, ma un simile onore ha la caratteristica di essere totalmente scollegato alla realtà sociale – e l’onore è per certo dipendentissimo dalla reputazione.
Ma va ammesso, non si esaurisce nella fama esterna: può essere considerato un valore anche in sé stessi, e può essere leso in quanto tale con un’ingiuria, con un’offesa: pur se sono mal considerato dalla società, anzi un notorio fetente o coglione, chi mi denigri può ferire il mio interiorissimo e forse non compreso onore – come fossi un Don Chisciotte. Il cavaliere avrebbe lavato l’onta nel sangue, il cittadino lo fa in tribunale.
Ma essendo stagionato il tempo delle crociate e delle tenzoni, e non sussistendo verosimilmente ad oggi, se non all’interno di formazioni sociali militari o istituzionali, un generalizzato senso di missione che sta alla base del suddetto tipo di onore, forse l’onore si riduce ad una generica autostima. Ho il diritto di salvaguardare la mia autostima. Anche se come diritto mi pare piuttosto povero, e si tratta più che altro di una responsabilità personale che prescinde dalle onte provenienti da fuori.

Circa l’onore come fama e reputazione, poteva avere un senso nelle barbare civiltà feudali giapponesi, e può avere un senso nel caso in cui qualcuno svolga ruoli che richiedano particolare affidabilità (come per i produttori alimentari, i politici) in virtù della necessità di certezza che la cittadinanza deve avere nei loro confronti. Se racconto verosimilmente che Tizio usa il ddt sulla sua insalata, è giusto che lui mi possa sconfessare istituzionalmente per tutelare il rapporto di fiducia che si è conquistato coi suoi acquirenti e non subire ingiusti danni economici. Parimenti se racconto circostanziatamente che il sindaco Caio si masturba nascosto fra i cespugli della scuola mentre osserva i bambini che giocano, è sacrosanto che lui possa scrollarsi di dosso la falsa infamia davanti agli occhi dell’intera popolazione, garantendo l’integrità in virtù della quale è stato eletto.

Ma elementi fondamentali sono a mio avviso la verosimiglianza e la puntualità del racconto. Se dico “Oh, ma lo sai che Tizio usa il ddt?”, lascio semplicemente tutti nella piena facoltà di fare ulteriori domande o indagini, di accogliere o rigettare la mia informazione – e come continuamente accade, ci si rimette alla fonte attendibile, una volta trovata. Insomma la mia insinuazione lascia il tempo che trova, ammesso e non concesso che l’intelligenza e la cultura delle persone permetta loro di ricercarla, quella fonte attendibile.
Se invece la mia è una narrazione che porta prove e che vuole essere solida – cioè, in breve, se si sta parlando seriamente – è giusto un confronto giudiziario.

Ricapitolando, avendo scartato la rilevanza del punto di vista soggettivo (autostima) ammettendola invece in alcuni casi per quello oggettivo (reputazione), e avendo  discriminato i casi seri, verosimiglianti e circostanziati da quelli superficiali, inverosimili e vaghi, si può fare un ulteriore distinguo: l’oggettiva rilevanza o irrilevanza della reputazione.

Se si scrive a mezzo stampa, ricostruendo una storia traviata, che l’adamantino capo della polizia – una vita sacrificata per la lotta alla criminalità – è colluso con la mafia, la di lui reputazione è rilevantissima, ed è necessario ripulire il suo nome da ogni dubbio esperendo una difesa giudiziale.
Se si scrive su Nonciclopedia “V. Rossi è un vecchio bavoso tossicomane che vende cocaina davanti alle scuole e deve la sua fama alla credulità di milioni di rimbambiti fatti e strafatti quanto e più di lui …. !”, la di lui reputazione, essendo artista controverso sia per la qualità della sua arte che per la qualità della sua vita e del suo messaggio, è terra di nessuno su cui possono viaggiare tranquillamente le offese più bestiali come le apoteosi più adoranti. Questo perché? Perché è artista controverso che ha desiderato e ricercato il ruolo dell’artista controverso. Senza contare che il contesto, ossia Nonciclopedia, è per definizione zona franca da qualsiasi morale, e baluardo della libertà di espressione.

Ma fin qui stiamo già un po’ più tranquilli, visto che c’è il filtro della decisione di un Giudice.

Con il ddl sulle intercettazioni, oltre a tentare di uccidere comodamente il mezzo supremo di indagine (sentivo il Procuratore di Torino dire: «Se ai medici dicessero: “Da domani niente radiografie? O meno radiografie?”»), il Governo Berlusconi, invece anche solo di tentare di risollevare le difficili sorti del Paese, compie l’ennesimo, insano, distruttivo gesto: chiunque, a causa di una pubblicazione sul web, si sentirà leso nella propria immagine – ossia in quello strano onore di cui abbiamo fin qui parlato – potrà richiederne la rettifica, che dovrà avvenire entro 48 ore.

Se Cesare Battisti vede scritto su un blog (questo blog?) che è un infame terrorista, assassino abominevole, mostro ripugnante, che meriterebbe di suppurare nella sua stessa merda per due ergastoli fino a che una lenta e dolorosa morte non lo separi dal corpo, mi potrà mandare una segnalazione, ed io dovrò prontamente rettificare secondo le sue indicazioni.
Ovviamente questo blog è una minuscola entità, ma immaginiamo come è che larghe e serene entità come Wikipedia potranno venire sbranate in nome della cura della propria fama. Ed è di questo che si parla, di fama, di visibilità, di immagine: il rampollo partorito dalla recente cultura televisiva (Berlusconi), l’idolo a buon mercato, di massa, spregevole in ogni sua forma, si è unito in strane e lubrificate sodomie col geriatrico Onore generando una bolgia di bizzarre e terrificanti chimere che vogliono essere intoccabili, concentrate nell’adorazione e nella sofisticazione di sé secondo le trame che i loro cervelli malformati, rugginosamente, ordiscono.

Nel 2011 l’onore è reliquia di un passato dove vi erano classi onorabili o non onorabili, dove si difendeva vittorianamente l’orgogliosa facciata della famiglia, dove le sconfitte erano disonori da harakiri – reliquia buona per categorie ristrettissime, e rimpiazzabile con la ben migliore e più umana affidabilità.
Inoltre, in relazione a questo liso ma comodo valore, specie se incrociato chimericamente con la società dell’immagine, la generalizzata ed estesa minaccia di querela da parte dei famosi facoltosi, va interpretata come metadone dell’eroi(ni)co duello per lavare l’onta, con cui l’azzimato nobilastro uso alle armi, stizzito, minacciava o trafiggeva il poveruomo che non aveva mai tenuto in mano una spada per solo dire che era più grande e noto di lui. E questo, bontà sua, a nessuno ha mai fatto onore.

Ma attenzione: che tutto questo nero serva a ritemprare il proprio sentimento per il proprio Paese e l’entusiasmo nelle nostre azioni volte alla luce di domani, e non ad atterrarlo in una comoda e fiacca posizione disfattista.

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mar 25 2011

The Big Match: Energia Nucleare VS Energie Alternative

Non è un argomento semplice. Chi sostiene posizioni nette e facili, in questo caso si rivela un cretino. Per parte mia, cercherò di essere il meno cretino possibile pur chiarendo nella maniera più trasparente una posizione decisamente articolata.

Il paziente è in condizioni critiche, il medico esce dalla stanza e si rivolge a voi: si può provare la terapia farmacologica coi nuovi farmaci sperimentali, anche se la loro efficacia non è ancora stata testata, oppure si può operare, ma è un’operazione difficile, le possibilità che ce la faccia non sono altissime. Che cosa scegliete? Voi non siete medico, non avete una cognizione piena delle scelte, eppure è un vostro caro e siete voi a dover scegliere.

Riconducendo la metafora al nostro caso, vediamo che l’argomento è di elevatissima tecnicità, comprensibile a fondo solo per pochissimi, eppure gli interessi correlati sono importantissimi, generali e perciò la cittadinanza ha diritto ad esprimersi. Questo però non significa che milioni di persone debbano scegliere alla cieca o con delle sensazioni a pelle.
Andiamo allora insieme a delimitare il perimetro di queste scelte, osservandole bene.

Di che “energia nucleare” si parla?

Esistono molti modi per generare energia sfruttando le forze nucleari.
L’energia in questione sarebbe energia ricavata da fissione nucleare. In una reazione a catena controllata, gli instabili atomi di elementi radioattivi vengono spezzati generando energia, che servirà per vaporizzare acqua che farà girare le turbine, generando, finalmente energia elettrica.
In particolare, per generare questa fissione, nel reattore verrebbero usati isotopi dell’uranio e del plutonio – tanto potenti quanto pericolosi per eventuali incidenti e per le scorie che producono.

Si tratta del modo più in voga per sfruttare queste forze nucleari, e praticamente tutti i reattori nucleari del mondo – che siano di seconda o terza generazione – funzionano così.

Le alternative

Come dicevo, non è l’unico modo possibile per impiegare l’energia nascosta nell’infinitamente piccolo: ne esistono altri, già possibili o allo studio, enormemente più vantaggiosi. Ad esempio, abbiamo avuto modo di parlare dell’incredibile superiorità dei reattori a fissione che sfruttino il Torio, e vi invito a documentarvi sui reattori a fusione nucleare dei progetti ITER ma soprattutto IGNITOR, progetto italiano che necessita di fondi per costruire il primo reattore.

Ma già a questo punto sorgono degli ulteriori quesiti: alle superiori, quando il professore spiegava fisica, ero solito dormire? Alle superiori ho avuto un professore che spiegava fisica? Il programma di fisica copriva le forze nucleari? Sono stato alle superiori? Ma soprattutto, ho avuto la curiosità di informarmi? Perché già qui la problematica si impone: per capire è necessario sapere.
Non posso gridare un generalizzato “No al Nucleare” se non so che differenza c’è fra fissione e fusione: questo perché la seconda è del tutto priva dei rischi della prima ed è capace di generare un’energia ancora superiore, ma se il no è generalizzato, io tarpo le ali anche a lei; e non solo. Perfino se le tecnologie di fissione, come nel caso del Torio, fanno diventare accettabile il costo in scorie e rischi, io devo scendere a patti e approvare questa produzione di energia.

Le non alternative

Anche se Beppe Grillo potrà latrare diversamente, l’energia solare – con la tecnologia attuale, s’intende – non è un’alternativa. O meglio, è ottima e sacrosanta per riscaldare l’acqua e la casa, ma per certo non può far scoccare cinquecento tonnellate di treno a trecento chilometri orari o alimentare lunghe file di altiforni o fare andare delle automobili.
Il problema è la Potenza. In altre parole, per questi fini una grande quantità di energia deve essere fornita in un lasso di tempo breve – e il solare non è in grado di fornirla.

Se la mia tabella di allenamento prevede che io faccia una serie di cinquanta flessioni, non va bene lo stesso se faccio una flessione ogni venti minuti.

Non è in grado di fornirla a meno di immagazzinare chimicamente questa energia, accumulandola e rilasciandola tutta insieme: questo con una pila o strappando l’idrogeno dall’acqua. Ma tutto ciò è altamente inefficiente, le pile sono molto inquinanti e le bombole di idrogeno sono delle bombe che non si possono far gestire ai privati cittadini.
Stesso dicasi per l’energia eolica, con alcune felici eccezioni come il progetto KiteGen, ancora da valutare circa la fragilità e l’aleatorietà della produzione di energia, ma che parrebbe capace di generare potenze notevoli.

Non alternativa è anche proseguire come stiamo facendo, a generare energia bruciando combustibili fossili. Sarebbe bello un (impossibile) referendum anche per questo.

Chi si adegua è già in ritardo

Comprendo ma non voglio accettare la sfiducia nei confronti degli Italiani. Non voglio accettare l’idea del “non sappiamo gestire i rifiuti normali, figuriamoci quelli radioattivi” e del “finirà tutto in mano alla mafia” – forse per ottimismo, forse per ingenuità, forse perché trovo intellettualmente disonesto malgiudicare a scatola chiusa, forse perché se così deve essere Scampia sarà già piena di cantine stipate di fusti radioattivi anche senza avere delle centrali italiane. Né voglio farmi prendere dal terrore per gli incidenti nucleari: le centrali di terza generazione hanno apparati di sicurezza davvero imponenti, e sinceramente sarei contento se ce ne fosse una vicino a casa mia. La facoltà di Fisica garantirebbe un futuro.

Il mio è un discorso radicalmente diverso.
Inseguiamo in ultima posizione una tecnologia che certi Stati usano per produrre energia da sessant’anni. Raffinata, per carità, ma sempre quella. Dire che sulla corsa al nucleare civile siamo in ritardo è un eufemismo. E da decenni patiamo una costante fame di energia. Forse il referendum dell’ ’87 ha deliberato bene e con coraggio; forse è stato una craniata clamorosa. Ma se c’è qualcosa di cui sono persuaso è che la scelta più saggia, per noi, oggi, sarebbe un colpo di coda capace di farci arrivare per primi alle nuove tecnologie della fusione nucleare, che sono lì, reali, a portata di mano; o quantomeno avere il cuore e la saggezza di uscire dal seminato abbracciando le tecnologie alternative del nucleare che per futili motivi sono state trascurate.
E non valga a troppo l’argomentazione “se sono state trascurate un motivo c’è”: vi basti abbassare lo sguardo per osservare una tastiera qwerty il cui ordine delle lettere è stato brevettato nel 1873 per evitare che i martelletti delle prime macchine da scrivere si inceppassero battendo spesso caratteri adiacenti, non certo perché è il più razionale – eppure mantenuto nonostante tutte le rivoluzioni da centoquarant’anni a questa parte.

Il quesito referendario è strutturalmente zoppo, mal posto.
Il mio timore è che l’esito abrogativo cristallizzi anche altri fronti del nucleare in Italia, e sedimenti una coscienza collettiva tanto orba quanto salda riassumibile in un generico “No al nucleare”, fermo restando che costruire le centrali in programma sarebbe un piano ritardatario ed antieconomico, che va bloccato.
Il quesito referendario è strutturalmente zoppo, mal posto, perché oggi, oltre a negare, è assolutamente necessario affermare, e quindi pronunciare il proprio sì al nucleare – a quello giusto, a quello migliore. Ma questo è possibile solo propositivamente, e oltre a promuovere a proposito una cultura del discernimento, per il privato cittadino è difficile appoggiare grandi progetti innovativi di ricerca – se non con donazioni personali, cinque per mille, lettere ai giornali e ai politici e via dicendo.
Badate bene, strade che paiono modeste ma categoricamente da percorrere.

Nota personale: visto come lavora, a questo governo non affiderei nemmeno la costruzione di un castello di sabbia da fare col secchio – figuriamoci una centrale a fissione.

Nota filosofica: ho domandato al professor Luigi Lombardi Vallauri che cosa ne pensasse di questo referendum sul nucleare. Sospeso il giudizio non sentendosi tecnicamente pronto per esprimersi (pur dicendosi, “a pelle”, contrario a queste centrali), ha aggiunto: “Siamo veramente sicuri di voler dare all’umanità energia infinita?

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mar 8 2011

La donna la donna la donna… ma il cinema?

E’ un periodo di gran fermento, sul fronte femminile: le donne sono risolute. Esigono un cambiamento della propria immagine nella società, ripulendola dalla mercificazione, dall’indegna situazione di squallore morale in cui è costretta o attirata, da un’inferiorità di fatto che colpevolmente ne danneggia le virtù e ne frustra le aspirazioni.

Come siamo lontani da “L’eterno femminino che sempre ci eleva” del Faust di Goethe!

Ciononostante, al solito, voglio essere estremamente critico, e perdonerete le provocazioni – se vi sembreranno tali.

Cambiare il purtroppo verissimo cliché dell’uomo che davanti alle poppe perde la testa e che tratta la donna come un insieme non omogeneo di seni, natiche, labbra e cosce è responsabilità dell’uomo. Come umano di sesso maschile, trovo assolutamente necessario risollevare il mio sesso dalla barbarie intellettuale e sessual-istintuale in cui cade in relazione alla donna. Insomma, il professore che all’esame di una ragazza discorre col suo decoltée mi imbarazza – e la trovo una problematica di genere, non un banale e singolare caso di favoritismo. Infatti allo stesso modo sono terribili le migliaia di casi analoghi in cui l’uomo cede all’abbrutimento.
Questo per sottolineare come il problema sia bilaterale, per un animo sensibile.

Ad ogni modo temo che la donna, pur con le imponenti manifestazioni e il diffuso odore di mimosa non riuscirà ad ottenere risultati apprezzabili su questa via a meno di una presa di consapevolezza più ampia che ha come tappa fondamentale il modello.
Mi spiego meglio.

“Verba docent, exempla trahunt dicevano i latini. Le parole insegnano, gli esempi trascinano.
Tutti sappiamo che la donna non ha da esser mercificata (orrendo aggettivo molto à la page), che le sue realizzazioni personali non possono essere umiliate, che sono tutte indignate e via dicendo. Ma che cosa vedo se mi guardo intorno? Niente polemica, si parte dall’osservazione.

Nella mia quotidianità, specie universitaria, vedo un gran numero di donne, di ragazze che invece cavalcano la realtà dei fatti - sordida onda – vivendo in maniera succube ogni aspetto della propria vita, dalla professione ai sentimenti, liete di un’esistenza deresponsabilizzata. Come fanno anche gli uomini, ma per motivi diversi. E ci parlo, e resto agghiacciato.
Uomini e donne apprendono gli uni dalle altre come comportarsi reciprocamente, quindi come stupirsi, mi domando, se i miei coetanei trattano le donne come rumorose suppellettili necessarie a certi svaghi? Certo, mi stupisco perché questi miei coetanei dimostrano un intelletto profondo come un graffio, e sono costernato che le loro decisioni siano assunte collegialmente da gonadi e pene. Ma quale di queste donne che vedo vuole essere un modello? E come è possibile che l’immaginario di queste persone indugi con tanta intensa voluttà e innocenza su Colazione da Tiffany? Non scordiamoci che la Hepburn vi interpreta una puttana che fa la puttana per fare la bella vita. E’ Ruby Rubacuori: e non scordiamo che le sex symbol sono, appunto, solo sex symbol. Ma proprio qui volevo arrivare.

I modelli che ci danno i media sappiamo che sono marci fino al midollo. Qualche giorno fa dondolavo l’amaca del mio pensiero sul perché le pubblicità per i reggiseni push-up siano fatte a misura d’uomo – e ciò a cui giungevo non mi piaceva. Ma l’arte?

Nell’arte – che sia teatrale, figurativa, letteraria ma soprattutto cinematografica – perché non si selezionano i modelli adatti a portare avanti una nuova idea di donna, un ruolo femminile della vita concreta che non sia d’oggetto né di parodia dell’uomo? Un ruolo in cui veramente le masse femminili possano ritrovarsi, cui possano ispirarsi per una nuova libertà, per una nuova, piena realizzazione, e da cui gli uomini possano trarre delle conclusioni mature su come è che si debbano comportare?

Vedevo il celebratissimo “Il cigno nero“. Oscar alla migliore attrice, Natalie Portman. Un film in cui la donna – ogni donna del film – è presentata come un’entità assolutamente instabile, incapace di vivere i propri sentimenti in maniera matura, preda di un disagio strutturale che la porta invariabilmente a manie di controllo, psicosi gravi o promiscuità da meretricio gratuito, che gravita attorno a un personaggio maschile che abusa (non solo moralmente) di lei e di cui lei comunque deve ricercare l’approvazione.
Se l’oscar di migliore attrice va a questo ruolo, butta male. A prescindere dall’attrice, che mi piace anche e che stimo.

Io credo che la rivoluzione non possa prescindere da una selezione artistica dei modelli. Modelli da cercare e promuovere per essere a propria volta modelli, per essere esempi trainanti. La donna sensibile che voglia sensibilizzare non credo possa prescindere dal leggere e prestare e regalare i libri di Amado, della Allende.

Al solito io temo molto più il sotterraneo del palese. Mentre il palese è facile disinnescarlo, e quindi le pubblicità e il bunga bunga a mio avviso non rappresentano una minaccia così concreta, il sotterraneo universalmente ritenuto innocuo, o entrato nella cultura generale è pericolosissimo, e vero ostacolo alle affermazioni nuove della donna.

Finché si penserà che è normale per una bella ragazza alzare un po’ di quattrini facendo la ragazza-immagine piroettando a culo scoperto perché pecunia non olet, niente cambierà. Finché si penserà che le sex symbol sono simboli di femminilità a cui rifarsi, niente cambierà. Finché si penserà che dopotutto un esercizio di potere legato al sesso in certi casi è accettabile, niente cambierà.

Uomini e donne sono indissolubilmente legati: la cultura maschile è specchio di quella femminile e viceversa. La responsabilità del cambiamento è di entrambi. E ciascuno deve pensare al massimo che può fare per coltivare concretamente una cultura nuova.

Buona festa della donna.

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gen 26 2011

Vacanze in Egitto – quello che c’è da sapere

Andare in vacanza sul Mar Rosso è tanto di moda. Ma quali sono le domande intelligenti che possiamo porci a riguardo?

Perché gli squali hanno iniziato a mangiare i turisti?
E’ notizia recente. Spielberg ha fatto scuola fra i pescioni preistorici selachimorfi, così hanno iniziato ad assaggiare i bagnanti – con gran disappunto di questi. Il governo fa quel che può per mettere a tacere la faccenda spiegando ai turisti che l’acqua non è sporca di sangue, ma che il Mar Rosso, come si capisce dal nome, ha sempre quel colore. Però non ci credono troppo.
Oltretutto ogni volta che catturano lo squalo serial killer, c’è sempre qualche pesce emulatore mitomane che si mette ad ammazzare anche lui.
Qualcuno dice che per servire pesce alle orde di turisti dei paradisiaci villaggi vacanze si sia sfruttato così tanto il Mar Rosso che agli squali non è rimasto più cibo, e che quindi devono ripiegare sottocosta. Immagino che, per uno squalo abituato a divorare pesci muscolosi dal sapore deciso, buttarsi su una turista tedesca sia un po’ come mangiare burro a morsi per fame disperata. E quindi secondo questa bizzarra ed inverosimile teoria sarebbe proprio l’insostenibile turismo di massa a spopolare il mare e aizzare gli squali – che a quanto pare non sono capaci di stare un po’ senza mangiare, gli ingordi. Ma che ci vogliamo fare? I soldi son pur sempre soldi. Non è che puoi rimandare a casa i turisti solo perché Madre Natura viene bendata, legata e stuprata a turno. E poi il turismo è una pietra angolare dell’economia egiziana. Vorremo mica atterrarla?

Perché vogliamo finanziare l’economia egiziana?
Si sa, l’Egitto è un paese di morti di fame. Peggio di noi – che pure c’abbiamo grossa grisi. Sparano datteri, coltivano e tessono cotone, succhiano e vendono gas e poi campano di turisti. Allora, anche se chiaramente non è che poi finisce in tasca a i poveracci, è carino lasciargli qualche soldino! Specie se si pensa che sono una repubblica civile. Certo, il loro presidente è in carica dal 1981 e non ci sono mai state elezioni democratiche da che lo Stato è rinato come Repubblica quasi sessanta anni fa.  Ma ognuno a casa propria fa quel che vuole. E’ vero, è vero: Amnesty International, Freedom House e tante tante altre Organizzazioni Non Governative si sgolano per far sapere a tutti quale sia la situazione tragica dei diritti umani in Egitto. Ma si sa che qualche volta questi omosessuali sono proprio insopportabili, i Cristiani Copti in fondo non piacciono a nessuno (che cos’hanno fatto i Cristiani Copti per voi?!) e poi diciamoci la verità: una ragazzina infibulata sta più tranquilla – e la percentuale di infibulate prossima al 100% lo rende un paese tranquillissimo. Oltretutto… be’, volendo proprio essere delle malelingue ci sarebbe anche la questione dell’enorme spesa militare – in realtà meravigliosa partnership con le democrazie d’occidente – che poco va a colpire l’azione dello stato sociale e che non travolge assolutamente l’eventuale possibilità di rivoluzione per il popolo egiziano. Dopotutto mica ci sono dittature, in Nord Africa, né guerre civili né rivoluzioni in atto, quindi buttarci armi in mezzo non è che complichi le cose. E i borghesucci e i radical chic e i poveracci itagliani dovranno pur mandare per mail ai loro amici le proprie foto durante le ferie natalizie scrivendo “Guarda! E’ il 29 dicembre e sono in costume da bagno! Figo!”.
Se non c’è questo diritto viviamo veramente in un Paese oppresso che nega i diritti più elementari.

Come tutti, io amo profondamente l’Egitto. E’ una terra di cultura antica, densa di una meraviglia unica al mondo, in cui ogni pietra, ogni linea d’orizzonte è scolpita e levigata da un’aria che odora di magia. E adorerei poter sbirciare in un’occhiata i quaranta secoli di storia che Giza respira, ascoltare la loro silenziosa incommensurabile saggezza, e i titanici templi di Luxor che ancora riecheggiano di riti nati insieme alla società umana e di liturgie perdute, e il pulsante scorrere del grande Nilo, paradigma di tutti i fiumi d’occidente, contemplare le sue sponde fertili, la striscia di vita che si allarga nella vertiginosa bellezza della morte eterna del deserto. Rivedere il Mar Rosso – lo vidi in Giordania, dall’altra sponda – percepire ancora il suo calore, vedere la sua vitale linea blu spezzarsi nella roccia altissima del Sinai, in lontananza, dove un Dio dettò le sue dieci leggi.

Ciononostante, andare in Egitto è come staccare un assegno di tremila euro al governo birmano: non ti puoi aspettare che con quei soldi poi offrano il gelato a tutti la domenica pomeriggio. L’Egitto è una dittatura della peggior specie, e trovare normale e innocente che un governo democratico ci faccia l’amore con contratti miliardari e lusinghe diplomatiche, e trovare normale e innocente andarci a fare un viaggetto relax – insomma, trovare normale e innocente appoggiare il governo egiziano anche privatamente e dialogarci anche istituzionalmente come se fosse legittimo e civilmente accettabile, a spregio dei morti tunisini ancora caldi che hanno tentato di risollevare il proprio futuro, a spregio dei morti algerini nella guerra civile più sanguinaria che il Mediterraneo ricordi, ma soprattutto a spregio degli Egiziani che non potranno alzare la testa senza restare fulminati da un carro armato americano o una beretta italiana, trovarlo normale e innocente, dico, rende stupidamente incoerente ogni altra idea bella e buona che possiamo pensare di avere in testa. Anche perché Mubarak non veste nemmeno lontanamente figo come Gheddafi.
Quindi combattiamo l’ignoranza, parliamo di ciò che sappiamo: all’amico che torna dall’Egitto chiediamo di come sono i pesci, di come era il bungalow, di come è il deserto e di come è la dittatura.

Come se poi a noi Italiani ci mancasse il mare. Dobbiamo anche pensare all’economia nazionale, e i mari della Sicilia, della Calabria, della Puglia, della Sardegna non hanno niente da invidiare a nessun altro mare. E poi altrimenti come è che campano, le mafie nostrane? Un po’ di solidarietà famigliare, please.

Finisco di scrivere questo post e leggo le ultime notizie. “Rubata la salma di Mike Bongiorno” – no, aspetta, è quella sbagliata. “Manifestazioni e scontri a Il Cairo e in tutto l’Egitto”. Decine di migliaia a protestare al grido di “pane e libertà” “Mubarak vattene”. Ci sono già due morti: questi e tutti quelli che ci saranno li ha per una certa quota finanziati chi è stato spensierato a villeggiare sul Mar Rosso. Bloccate le telecomunicazioni interne. Le forze armate mostrano i muscoli. Gli States non hanno perso tempo a rinnovare l’appoggio al governo – usuale, sono decenni che puntano sui dittatori sbagliati (ammettere il problema sarebbe il primo passo per guarire).
Inizia la gran prova degli Egiziani per la libertà degli Egiziani. E dovremmo essere loro vicini.

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nov 25 2010

Assetto antisommossa

Scriverò, e quello che scriverò non piacerà a tanti. Men che meno piacerà a me scriverlo.

Antefatto e precisazioni

Oggi, al Polo universitario di Scienze Sociali di Novoli, a Firenze, era invitata Daniela Santanchè, controversa sottosegretaria di Stato per l’Attuazione del Programma di governo – invitata da Studenti per le Libertà, associazione di studenti rispondente al PdL. Tema dell’incontro: immigrazione.
A me la Santanchè non piace, ha più volte espresso posizioni xenofobiche, omofobiche, razzistiche e perfino aderenti tout-court al fascismo con cui è impossibile, da persone sensate, concordare.
Vado a raccontare la mia esperienza e le mie riflessioni e le mie domande.

Arrivo all’università

Me la sono presa comoda, arrivo poco dopo le 10. L’incontro è previsto per le 10:30. Gran fermento e facce conosciute. Vedo un gazebo della Lega montato per l’occasione dirimpetto all’edificio. Mi dicono che ci sono state delle discussioni. Entro nell’edificio (il D4), e c’è una gran confusione. Subito emergono due parole che saranno fra le più usate: “Vergogna!” e “Inaccettabile!“. Dei megafoni spiegano che è una vergogna inaccettabile che una dichiarata fascista entri in un luogo pubblico a parlare, poiché contro la Costituzione.
Prima nota: mi aggiravo con penna e taccuino, quello che riporto è quello che ho registrato su carta con inchiostro.
Seconda nota: dire che la Costituzione impedisce a una persona – comunque si qualifichi – di entrare in un luogo pubblico e di esercitare la libertà di parola, significa non avere idea di che cosa sia la Costituzione. E dirlo nell’edificio della facoltà di giurisprudenza è umoristico.
Aleggiano cori sui padroni dal delicato sapore veterocomunista; nel mentre io entro nella stanza in cui si terrà il dibattito.
Industriosi affiliati di Studenti per le Libertà avevano appeso i loro manifesti in tutta la stanza. Squallidi addobbi. Personcine d’altra schiatta li strappavano lasciandoli a terra, o appallottolandoli e gettandoli nella foresta di sedie – irrecuperabili. Qualcuno, cavalcando l’onda di ribellione, si accendeva una sigaretta nella stanza. Fuck the Law, il polmone è mio e me lo gestisco io.
Terza nota: si protesta contro il fascismo e si impone il fumo in un luogo chiuso fregandosene di leggi conquistate? Gli sfoghi d’anarchia sono piacevoli come scoregge in ascensore.
Anyway il comizio che un megafonante tiene nella stanza non mi interessa: voglio la Santanchè. Ma si inizia a vociferare che l’incontro sarà spostato altrove – altro edificio del Polo. Esco, mi informo e vado.

L’attesa e la polizia

Cammino spedito. Sono lì per sentire la Santanchè e magari, se c’è occasione, per cercare di farle le giuste domande che palesino le sue agghiaccianti posizioni – dopotutto la persona migliore per screditare qualcuno è lui stesso. Non voglio essere scambiato per un attaccabrighe da nessuno, quindi sono vestito di conseguenza. Cappotto, gilet, ascot al collo.

Arrivo in vista della nuova location (edificio D15) e l’azzurro tenue dei caschi e il barbagliare degli scudi della polizia in tenuta antisommossa mi accoglie serenamente. Intanto il corteo di persone che si stanno spostando lì si muove lentamente, in stile Pellizza da Volpedo. Sento gridare a qualcuno che doveva essere un responsabile, “Li mandi via, l’università è pubblica!”, riferito alla polizia.
Quarta nota: non siamo più ai tempi del Diritto d’Asilo. Le università sono soggette alla legge, oggi. E laddove a causa di previste contestazioni che non sempre mantengono il loro aplomb sia autorizzato da chi di dovere l’intervento di forze di polizia in protezione di un pur bruto funzionario statale, be’, è perfettamente legale – ed è sacrosanto che lo sia, vista l’ampiezza di casi che si possono presentare. Anche perché sul posto, davanti all’edificio, ci saranno stati quindici poliziotti. Forse venti. Insomma, non una divisione dell’esercito.
Arriva il corpo del corteo. E arrivano i cori. Tanti cori – e troppi contro la polizia. “Servi dei servi dei servi dei servi”, “Andate a lavorare”, “Via, via, fascisti e polizia”.
Quinta nota: prendersela con le forze dell’ordine è da idioti. Io non ho astratta simpatia per i militari, e il solo vedere un’arma da fuoco mi ingombra la mente di angoscia. Intravedere il nero liscio dei manganelli alla cintura mi metteva in fortissimo disagio. Ciononostante, quelli che ricoprono funzioni di polizia di sicurezza e giudiziaria sono cardini della nostra società, che svolgono un lavoro (memento art.1 Costituzione) per giunta malpagato – ferme le critiche, che abbiamo già avuto modo di fare. Pure, non credo che fra i coristi ci fosse qualcuno che non andrebbe a sporgere denuncia, se gli rubassero il motorino. E auspico che non sia necessaria l’esperienza di De André, per cambiare idea su “sbirri e carabinieri”. E’ così old fashioned…
Comunque la polizia crea un cordone intorno all’entrata e nessuno viene fatto entrare. Io sono a lato ma in prima fila, come ogni (pseudo)giornalista che si rispetti. Della Santanchè non si sente nemmeno l’odore. Il tempo passa.

Manganello mon amour

I cori continuano. Ancora e ancora. Vedo i poliziotti più anziani guardare in alto con gli occhi tristi di chi li conosce già a memoria. Quelli più giovani hanno una tensione nera sotto gli occhi che saettano qua e là. I manifestanti vogliono entrare e premono. La tensione da ambo le parti è già ammassata.
Sesta nota: chi ha organizzato questo incontro è un coglione. Come si può pensare di cacciare Santanchè e pubblico bipartisan in una sala da cento persone? Abbiamo l’aula magna di Economia che è titanica. Perché non scegliere quella? Chiaro che non potevano fare entrare. Immaginatevi quattrocento persone che tappano un atrio modesto. Vi ci volete ritrovare in mezzo? Chiaro che così l’incontro è andato a ramengo perché il pubblico non era rappresentativo, ma l’errore era organizzativo, a monte. Riflettiamo, prima di pigiare contro le barricate come bovi. Che cosa sarebbe accaduto se avessero lasciato entrare tutti?
Una scaramuccia e la tensione esplode. La causa scatenante probabilmente sarà stata di poco conto. Fatto sta che la polizia carica abbattendo manganellate meccanicamente. Come se follasse la lana. Una volta. Poi un’altra, e un’altra ancora. Iniziano nel mentre a volare oggetti. Sassi? Boh. Uova di sicuro ma non solo. E durante le cariche vedo i gesti bestiali di persone incappucciate che brandiscono caschi da motorino schiantandoli sugli scudi dei poliziotti. Un ragazzo finisce con la testa rotta, altri prendono un sacco di botte.
Settima nota: qui finisce la civiltà. Persone, umani, che confliggono con violenza. Non si pongono domande, hanno reazioni da bestie. Usano istintivamente il coro e il casco e il calcio per offendere, il manganello è un prolungamento del braccio. La comprensione è svaporata, resta un’imposizione bilaterale cieca, violenta, violenta, violenta – l’altro è nemico, non umano con cui si ha il futuro in comune. La gente fumava nervosamente, e sentivo i giornalisti di idee diverse dettare al telefono “La polizia ha caricato i manifestanti virgola” o “…i manifestanti virgola che hanno cercato di sfondare il cordone…”. Ma la vogliamo piantare? Ogni cosa si può vedere da due angolazioni. Il bicchiere è mezzo vuoto o mezzo pieno non me ne frega. Mi interessa come è che si riempie. La colpa della tensione esplosa è da entrambe le parti. Non ci sono i buoni e i cattivi. Chi lo crede è un coglione. Ci sono gli umani, che davanti alla tensione violenta funzionano tutti alla stessa maniera. E quando sarò chi voglio essere avrò il coraggio di mettermi in mezzo gridando “Basta!” e facendo ragionare le persone. Ma sono una mammoletta, ancora, mi veniva da piangere perché è qualcosa di tremendo che non capisco.


Il tè

Impossibile entrare, impossibile seguire la Santanchè di persona – nemmeno aria per restare. Mi allontano. Avrò notizia, dopo, dai giornali, del penoso show della sottosegretaria – ma non l’ho visto, io, quindi non ne parlerò. Avrò notizia delle sorti del corteo, che è uscito dal Polo infartuando il traffico di un’arteria fondamentale della città, ingombrando la strada con cassonetti dell’immondizia.
Io me ne vado a prendere un tè caldo.
Che cosa è stato ottenuto con questo tipo di protesta? Risonanza mediatica, certo, ma positiva? A che cosa è valso creare questa tensione? E’ stata una protesta intelligente?
Si sarebbe potuto fare qualcosa di civile e ironico – magari capendo anche qualcosa in più di lei e di chi la pensa come lei. Conoscenza sempre utile per maturare il confronto e migliorare il mondo. Si sarebbero potute fare domande intelligenti, di politica vera, saggiare le proprie belle idee a confronto con la lordura del provincialismo mentale. In altre parole, da un confronto vero si sarebbe potuti uscire brillanti come l’Eldorado, compartecipi di un progetto comune e col cuore pulito da tensioni, aggressività, violenza.
Ma non è andata così. Sono rimasti lividi, incazzature, indignazioni – un ingrossato scontento generale e (finora) sterile.

Il criptofascismo

Estremizziamo il caso. Il nazista ha diritto di parola?
In un mondo in cui esiste la libertà di parola, sì. Questo perché chiunque ha il sacrosanto diritto di fare pensieri nazisti. Altrimenti sarebbe 1984. Non ha però il diritto di fare cose naziste. Quindi se si aggira con una tanica di benzina e un accendino cercando la sinagoga, be’, questo non va tollerato.
Uno dei motti della protesta odierna era “Intolleranza per gli intolleranti“. A parte ricordare occhio per occhio, ci pone una questione. La Santanchè non era venuta a calciare nelle costole dei senegalesi usando le scarpe a punta. Era venuta a parlare.
La parola ha uno status particolare, a metà fra pensiero e azione. Ciò considerato, la volontà di censura è giustificata, nel caso? O il bavaglio non va bene per nessuno?
Personalmente credo che sia sano non imbavagliare in assoluto. Mi ricordo quella citazione apocrifa di Voltaire:

“Trovo quel che dici un abominio, ma darei la vita perché tu lo possa dire.”

Il rischio reale è quello del criptofascismo, come dice un mio buon amico, il fascismo nascosto. Quello che ti infetta da sotto. Quello interiore che ciascuno di noi ha e contro cui ciascuno di noi è chiamato a lottare. Quello che ti fa venire voglia di far tacere chi non la pensa come te, quello che ti fa venire voglia di menare le mani e importi con la violenza – manganello o casco non importa. Quello che ho visto oggi. Quello che possiamo imparare ad estirpare.

Gandhi e gli studenti

“Le agitazioni vanno bene solo per quelli che hanno completato i loro studi. Mentre studiano, la sola occupazione degli studenti dovrebbe essere quella di aumentare le proprie conoscenze.” Gandhi, Harijan, 7 settembre 1947

Oggi i manifestanti sono entrati in biblioteca usando l’interfono per richiamare alla protesta tutti gli studenti. Che stavano studiando in silenzio. Dal mio punto di vista è un po’ come interrompere una liturgia sacra. Oltretutto, è interrompere qualcosa la cui difesa è lo scopo principale delle proteste che scoccano lungo lo Stivale. E quanti studenti brillanti lanciano uova contro vetrate? Lo studio dovrebbe proprio servire, collateralmente, a renderci persone migliori, più posate, capaci di far sentire la nostra voce in maniera efficace e limpida, non arrochita dalle grida – quasi fosse una frizione d’auto che brucia.

Concludendo

Non ho stima per la Santanchè né per le sue idee. Ma diavolo, diavolo! Le cose vanno fatte con il sorriso e con eleganza. E saggezza. Soprattutto saggezza.

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I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

Sono cent’anni che ti aspettiamo! E anche se non lo sapevi, ci stavi cercando.

Chi sono questi idioti coi cartelli?
E soprattutto, perché? li stavi cercando?
Leggi qua sopra: capirai.

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