nov 24 2010

Uranium is sooo ‘last century’!

di Tiziano Vignolini

E’ innegabile che abbia un suo fascino vintage da guerra fredda, con quelle centrali fumanti e misteriose culla di tante leggende metropolitane, con quelle alte torri di raffreddamento che ci ricordano un po’ i supereroi degli anni ’50 – tutti legati da un trascorso più o meno felice con le radiazioni nucleari; lo abbiniamo sorridendo ai pesci triopi del lago di Springfield, e – sorridendo magari un po’ meno – ai bambini deformi della zona irradiata di Cernobyl. Ma ormai è inutile girarci intorno: l’uranio è decisamente retrò, e la fissione nucleare classica è obsoleta. E poi – converrete – le miniere di sale piene di fusti radioattivi sono decisamente out.
Urge trovare un’alternativa all’uranio, che ci rifornisca comunque di energia elettrica a livelli relativistici. Quindi, mi dispiace fonti rinnovabili, ma con le attuali tecnologie da sole non ci bastate. La fissione resta; ovviamente con le opportune abissali modifiche del caso.

La soluzione arriva direttamente da Asgard, dove il buon dio Thor tralascia per un attimo le sue battaglie coi giganti per dare il nome ad un particolare metallo pesante, il torio (Th, n° atomico 90). Questo simpatico attinide è in grado di sostenere la fissione nucleare se disciolto in soluzioni a base di fluoro (da cui il nome in codice dei reattori sperimentali LFTR – detti “lifter” – che sta per Liquid Fluorure Thorium Reactor) ed è estremamente preferibile all’uranio, in quanto lo batte in una lunga serie di campi:

La resa

Secondo i dati raccolti nelle centrali finora testate, nella fissione viene prodotta circa 250 volte più energia per unità di torio che per unità di uranio.

I rischi

La centrale al torio è virtualmente esente da qualsiasi rischio di meltdown del nocciolo. La reazione dell’uranio è pericolosamente esplosiva e necessita di enormi impianti di raffreddamento e di sofisticati sistemi di controllo. Quella a base torio è estremamente più sicura grazie a due fattori:

  • Si auto-regola. Il combustibile liquido della centrale LFTR è incanalato in un sistema di tubi: se la reazione aumenta di intensità, il reagente si espande per effetto del calore, fuoriesce dai tubi e viene raccolto in apposite cisterne, rallentando di conseguenza la fissione.
  • Il torio è un metallo cosiddetto ‘fertile’. Ciò significa che di per sé non è fissile, ma lo diventa se lo bombardiamo di neutroni. Di conseguenza, è sufficiente interrompere il flusso di neutroni per bloccare la reazione.

La reperibilità

Le riserve di uranio, continuando di questo passo, alimenteranno l’industria nucleare e bellica per i prossimi vent’anni. Dopodiché, si affaccerà una poco piacevole crisi energetica. I giacimenti di torio attualmente conosciuti sarebbero sufficienti a sfamare le nostre reti elettriche virtualmente in eterno, essendo questo comune più o meno quanto il piombo.

Le applicazioni belliche

Il plutonio, sottoprodotto delle centrali a fissione convenzionali, è tristemente noto per aver alimentato la bomba che distrusse Hiroshima, e trova il suo naturale habitat all’interno di testate missilistiche intercontinentali. Il combustibile esausto delle centrali al torio, di cui tratterò tra poco, è totalmente inutile e non può essere utilizzato per la costruzione di ordigni di alcun tipo.

L’impatto urbanistico

Una centrale nucleare tradizionale necessita di un’ampia zona-cuscinetto a bassa densità di popolazione, per limitare i danni di un eventuale incidente. Una centrale LFTR, per via delle ragioni di sicurezza sopra esposte, potrebbe tranquillamente far parte del tuo vicinato. Oltretutto, dato che non necessita di strutture di raffreddamento di sorta, può giungere ad occupare un’area di soli 250 metri quadri.

E, soprattutto, le scorie

Un reattore all’uranio di 3ª generazione produce scorie che, per ridurre la propria radiotossicità a livelli pari a quelli del proprio combustibile di partenza, impiegano circa un milione di anni. Le scorie prodotte da un reattore a fluoruro di torio liquido, oltre ad essere quantitativamente molto minori, presentano già da subito una radiotossicità minore di quella dell’uranio allo stato naturale.

Una meraviglia della tecnologia moderna? Assolutamente no. I primi esperimenti sulla fissione del torio, condotti con successo principalmente dal fisico Alvin Weinberg, risalgono alla seconda metà degli anni ’50.
Come mai allora – vi chiederete giustamente – ci ritroviamo immersi in questo vecchiume radioattivo, mentre potremmo alimentare le nostre lampadine con i fulmini di Thor?

Paradossalmente, ciò che ha permesso all’uranio di prevalere sul torio è proprio uno di quei difetti di cui quest’ultimo è privo. La guerra fredda ha reso i governi del mondo ghiotti di plutonio, e la corsa agli armamenti nucleari ha fatto sì che si glissasse poco elegantemente su tutti i pro e i contro che non avessero qualcosa a che fare con le bombe. Di conseguenza, le centrali all’uranio hanno prosperato indisturbate, e al giorno d’oggi ci ritroviamo con delle potentissime lobby dell’energia nucleare che non vedono molto di buon grado l’ipotesi di smantellare e ricostruire tutti i propri costosi impianti.

L’energia nucleare pulita può quindi sembrare ancora un miraggio, ma c’è ancora qualcuno che lotta per la causa del torio ed eventualmente riesce ad ottenere qualche discreto successo: fondata da Alvin Radkowsky, l’azienda americana Lightbridge opera attualmente in Russia, dove tenta di commercializzare una tecnologia (tecnologia del reattore seme-mantello) che può convertire gli attuali reattori ad uranio in ibridi torio-uranio che, nonostante non siano la stessa cosa di un LFTR, presentano rischi di incidente molto ridotti, così come una ridotta quantità di scorie. Lo stesso Obama ha espresso la necessità di trovare una sostituzione alle centrali termoelettriche a combustibili fossili, vero cancro ambientale del nostro pianeta, e si è dichiarato disponibile verso forme di energia nucleare alternativa.
La vecchia Europa sembra sempre la più restia ad accettare innovazioni tecnologiche particolarmente interessanti (vedi il caso degli OGM, di cui probabilmente tratterò più avanti), mentre già India ed Emirati Arabi si stanno applicando per sfruttare il nucleare in modo sostenibile.
Sperando che i farraginosi meccanismi del potere ruotino prima o poi nella direzione giusta, non posso che consigliarvi il sito del movimento Energy From Thorium.

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nov 8 2010

Guida al consumo critico

Chi di noi attraverserebbe un’autostrada trafficata senza fare attenzione alle macchine che arrivano, o facendo attenzione solo a quelle rosse? O al contrario, chi di noi, ritrovandosi in automobile in mezzo ad una fiera di paese, non farebbe attenzione a evitare di schiacciare i passanti, oppure cercherebbe di evitare solo i bambini?

Voto politico, voto economico

Oggi come oggi accanto al voto politico vediamo affiancarsi un nuovo tipo di voto. Un voto che naturalmente spetta ad ogni persona di qualsiasi età, nazione e istruzione, senza differenza alcuna. Che spetta a me, a voi che leggete e a qualunque altra persona, dall’immigrato indiano all’imprenditore lombardo. Si tratta del voto economico.
In che cosa consiste? Tutte le volte che tiriamo fuori il portafogli e compriamo un bene, di qualsiasi genere esso sia, noi diamo il nostro voto all’impresa che lo produce. Di primo impatto potrebbe sembrare un’esagerazione, è vero, paragonare questa semplice azione alla serietà di un voto. Eppure, le imprese sono delle realtà che agiscono su vari piani di grande importanza: dal piano economico, al piano sociale, a quello lavorativo, a quello ambientale, fino a quello politico – e vi agiscono in maniera pesante, penetrante, con politiche delle più eterogenee. Data la loro capitale importanza questo è naturale.
Ma mentre il vero feedback del politico circa il suo operato è il voto successivo del corpo elettorale, quello dell’impresa è l’acquisto da parte dell’utenza.
Quali sono le caratteristiche distintive del voto economico rispetto a quello politico? I cittadini sono chiamati alle urne di rado, e ancora più di rado gli eletti sono in grado di migliorare ciò che sono chiamati a gestire – magie della democrazia rappresentativa. Al contrario, il voto economico è costante, quotidiano, e forte del valore supremo del denaro: l’implicazione finanziaria e la vocazione al profitto delle imprese le rende estremamente attive e ricettive rispetto al feedback/voto degli acquirenti – voto che quindi ha ripercussioni che scuotono e condizionano costantemente il mondo economico, ambientale, sociale e politico, ripercussioni sul filo di ogni scontrino.

Nonostante ciò è accesissima la discussione sul “Chi voti?” in politica, ma non mi capita quasi mai di sentir discutere sul “Chi voti?” negli acquisti. Punto in comune fra i due voti è la generale ignoranza che affligge il corpo elettorale circa i candidati. Inoltre si dibatte con trasporto della moralità degli uomini pubblici, dei loro obiettivi raggiunti e degli errori fatti, dei programmi futuri, delle loro politiche; non c’è altrettanto spazio di discussione circa moralità, successi ed errori, programmi e politiche delle imprese – pur essendo il voto economico tanto più pesante e quotidiano.

Guida al Consumo Critico

Su questo fronte corre in nostro aiuto un libro che è un must per tutte quelle persone che – rifacendosi all’apertura – non hanno intenzione di passare una vita ad attraversare la strada senza guardare, che non hanno intenzione di passare falciando la folla, ossia che non hanno intenzione di continuare a segnare a casaccio il proprio voto alle urne dell’acquisto – una casualità che può danneggiarci in prima persona con acquisti insalubri e anche altri tramite prodotti realizzati antieticamente.
Si tratta della Guida al Consumo Critico, edizioni EMI, realizzata dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo – prezzo €16. Si tratta di una piccola organizzazione che ha sì un certo orientamento politico non sempre condivisibile, ma nella Guida questo non rileva, visto che la valutazione si può fermare a monte, sui dati documentati.

Aggiornata periodicamente, può essere sommariamente divisa in tre parti.

Nella prima vengono suggerite, descritte e argomentate delle vantaggiose linee generali di comportamento per l’acquirente divise per categorie-tipo di consumo. Linee che oltre a tracciare soluzioni sostenibili e eticamente lodevoli, segnano importanti proposte per promuovere la salute del corpo e la sovranità del ruolo del consumatore – come sovrano è il popolo della repubblica.
E’ la proposta positiva prima della critica.

Nella seconda vengono fatte considerazioni panoramiche su vari generi di consumo, perlopiù alimentari, con delle prime tabelle valutative che mettono a confronto le varie imprese che operino nello stesso settore. Si articola attraverso tavole sinottiche che iniziano a mappare il terreno su cui il lettore che voglia informarsi dovrà muoversi.

La terza, la più corposa, cataloga, incrocia, confronta dati completi di fonti» documentate su centinaia di imprese, una sorta di raccolta di schede sui candidati sulla lista del Mercato. Quali dati?

Gli aspetti valutati sono undici:

  • Trasparenza - la disponibilità dell’impresa a fornire informazioni su di sé e a fornirle veritiere
  • Abuso di potere – iniziative delle imprese per condizionare l’opinione pubblica e il potere politico in virtù del proprio potere economico circa scelte politiche, sociali, economiche e tecnologiche
  • Sud del mondo – modo di gestire eventuali attività produttive e commerciali nel Sud del mondo
  • Sicurezza e diritti dei lavoratori – misure di salvaguardia per la sicurezza sul lavoro e rispetto dei diritti contrattuali e legali
  • Ambiente
  • Armi ed esercito – contratti con eserciti; partecipazioni in gruppi coinvolti con imprese di armi
  • Regimi oppressivi – attività economiche in paesi gravati da governi oppressivi»
  • Paradisi fiscali – registrazioni in Paesi che garantiscono segretezza e agevolazioni fiscali
  • Consumatori e legalitàrispetto» dei consumatori e della legge
  • Animali – condizioni di allevamento e sperimentazioni
  • Boicottaggio – segnalazione di un boicottaggio in corso nei confronti di una data impresa

Valutazioni di ampio respiro, quindi – di cui ogni candidato che si rispetti dovrebbe sempre passare il vaglio (anche in politica magari).

Abitudine e scelta – una questione importante

Nella lista si trovano valutazioni e documentazioni estremamente compromettenti su produttori di alimenti assolutamente deliziosi. Prodotti che abbiamo sempre comprato ma di cui non conoscevamo approfonditamente il retroterra.
Sì: questo libro è uno di quelli che leggi, sai che devi leggere per sapere qualcosa che percepisci come fondamentale ma una parte di te non vorrebbe leggere mai per poter continuare a vivere sereno con il capo sotto la sabbia e strafogarti in santa pace di quel che vuoi senza problemi morali. Perché una volta che una persona sensata si trovi davanti a certi dati gli si pone una questione importante: seguire ciò che dice la coscienza e smettere di comprare quel prodotto cercandone di migliori – che ad esempio magari non uccidano né te né altri – oppure continuare a fare quello che hai sempre fatto? La faccenda pare banale ma non lo è proprio per nulla. E’ uno scoglio.

Si tratta di una scelta libera e deliberata del singolo.
Da un lato si può effettivamente passare la vita azzittendo la propria coscienza (che esige una crescita) e perseverando nel fare ciò che si ha da sempre l’abitudine di fare.
Un esempio per tutti: continuare a comprare Coca-Cola pur sapendo che in Colombia si appoggia a gruppi paramilitari per uccidere sindacalisti che si battono per i diritti di lavoratori pressoché schiavizzati. Comprando Coca-Cola le si danno soldi, le diamo il nostro voto economico, entriamo nella cabina, segnamo la scheda sul simbolo “Mi piace uccidere i sindacalisti” e la mettiamo nell’urna. Diamo la fiducia a un governo d’azienda che si macchia intenzionalmente di sangue umano per fare soldi. E quello che accade in Colombia non è tutto: chiedete in India o in Turchia, che cosa fa la Coca-Cola Company. Comunque poi però ci lamentiamo perché le paghe in Italia sono basse e andiamo a piangere dal Sindacato e quindi facciamo le manifestazioni: questo, rifacendosi all’apertura, è evitare solo i bambini alla fiera di paese, schiacciando tutte le altre persone. E si potrebbe dire lo stesso circa altri giganti da cui continuiamo a fare acquisti, come la Nestlè con tutti i marchi correlati – che ammazza bambini africani a centinaia di migliaia, centinaia di migliaia, col latte in polvere (quindi è inutile che poi adottiamo il bambino a distanza, se finanziamo chi li uccide) – o come il Mc Donald’s, causa principe di titaniche deforestazioni e disastri ecologici, soppressione completa e sistematica di diritti umani-sindacali e animali, che vende squisiti agenti chimici acconciati a panino, o patatina, o crocchetta. O più semplicemente il made-in-China, in ottima parte marchio aggiornato dello schiavismo più atroce. Senza contare le aziende nostrane che finanziamo regolarmente e che la Guida non risparmia – non vi piacerà leggere certe cose della Ferrero.
Dall’altro lato si può scegliere di stimarsi. Si può scegliere di fare scelte diverse, si può pensare di non essere schiavi di un bisogno dipendente di quel particolare prodotto – specie se acquistandolo si fa indirettamente qualcosa che direttamente non faremmo mai e poi mai. Si può scegliere di guardarsi allo specchio dicendo: “Io sono una persona con delle idee che tiene le redini della propria vita”. Questo non è comodo, chiaramente. Avere una coscienza e seguirla non è comodo. Ma credo abbia degli altri vantaggi.

Quali sono per voi i vantaggi del seguire la coscienza con coerenza, tenere salde le proprie redini?
Ci si può sentire veramente sereni anche mantenendo le proprie abitudini a suo discapito?
Quali sono le argomentazioni a favore del non intraprendere una scelta diversa?
La scelta diversa che concordi con la coscienza è una possibilità concreta e veramente percorribile?
Questa scelta diversa è allora un’opzione o un imperativo?

(Ricordate: Guida al Consumo Critico, edizioni EMI, realizzata dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo – prezzo €16)

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Le informazioni provengono dove possibile dalle imprese stesse – ma solo il 10% ha risposto ai questionari. Le altre fonti sono pubbliche, come giornali e rapporti ufficiali, o confidenziali, come quelle sindacali.
Individuati dall’associazione inglese Ethical Consumer a partire da rapporti di Amnesty International e Freedom House.
Sono presi in considerazione parametri come la eventuale pericolosità del prodotto, la presenza di OGM, illeciti e frodi dell’impresa, pubblicità ingannevole o discriminatoria e la cura delle etichette.

ott 6 2010

Perché i tagli alla scuola sono giusti

C’è polemica.

In un periodo di austerità sembra che per qualche strana ragione la scuola non debba subirne gli effetti. Invece, essendo calata in un contesto sociale e nazionale è perfettamente normale che, come per le altre istituzioni, ci siano tagli economici anche sostanziosi per far fronte alla crisi. Ma ovviamente questo non può essere umilmente accettato dalla frangia politica e sindacale dei sepolcri imbiancati contro-ad-ogni-costo, che stanno tentando con manovre faziose di silurare un governo che funziona con la scusa dei tagli alla scuola – dimostrando così di andare contro al bene comune che esige un periodo di ristrettezze.
Lo dimostra il fatto che quando una persona si trova in difficoltà economiche la prima cosa che fa è tagliare sull’indispensabile capace di riscattarla. Infatti in migliaia si licenziano da lavoro per non pagare il bus: niente è più necessario del superfluo. E dio, quei cacciabombardieri sono la fine del mondooo! Come si fa a non comprarli? E non avete ancora visto le borse di Chanel!
La formazione è qualcosa su cui ci si può permettere di risparmiare, nella crisi?

I privilegi enormi che il corpo docente del nostro Stato si è arrogato negli ultimi decenni sono nodi che stanno venendo al pettine. Avete mai pensato che in pratica gli insegnanti sono dei lavoratori part-time con più di tre mesi di ferie l’anno? Eppure sotto l’egida di sindacati che hanno spadroneggiato liberi e privi di controllo alcuno, pure in un mondo che richiede cambiamenti, evoluzione ed adattabilità, hanno mantenuto il loro status – senza neppure l’introduzione di un controllo sulla qualità effettiva del loro insegnamento, come è normale in qualsiasi azienda che si rispetti. Ma secondo le associazioni di categoria, tagliare fondi a questo meccanismo fallimentare per tenere a galla il paese è inaccettabile.
Intendete quanto sia da idioti gestire per un anno scolastico -magari insegnando qualcosa- quattro classi da trentacinque adolescenti con un’età che va dai  tredici ai diciotto anni che tentano di accoppiarsi continuamente fra loro? In pratica è pastorizia. E poi hai i pomeriggi liberi. A volte. Specie se sei un bravo improvvisatore e non hai compiti da correggere. E poi ti fai tre mesi di mare. Esclusi gli scrutini, i consigli di classe, i corsi di recupero e gli esami di maturità e gli attacchi delle meduse. Ti resta anche del tempo per aggiornarti, e in questo l’Amministrazione ti viene incontro. Con un randello.
Esistono professori bravi e meno bravi: come incentivare la qualità della loro formazione e del loro insegnamento, e come inserirli nel sistema scolastico? Come promuovere il dialogo collaborativo con i sindacati, piuttosto che lo storico (e amato) conflitto?

In che modo un’istruzione generica e arrangiata forma le nuove generazioni? In che modo nozioni vuote e impolverate aiutano i nostri giovani ad immettersi su un mercato del lavoro sempre più esigente? Ma noi sordi. Invece di puntare con forza alla professionalizzazione delle nuove generazioni, formando una compagine compatta di eccellenze specializzate, ci teniamo sulla schiena i pesi morti di corsi universitari inutili e di ore infinite di materie pure inutili che vampirizzano l’insegnamento secondario. Scandalo davanti ai tagli di ore di Storia dell’Arte al liceo, idignazione pomposa e generale, e nessuno che si scandalizzi perché con un diploma di liceo classico oggi non si trova lavoro.
Dopotutto l’obiettivo primario non è creare generazioni di persone complete e pensanti. Sarebbe come credere che sia necessario insegnare Virgilio alle galline. Tanto non ti faranno mai le uova in metrica. E poi per quanto riguarda la Storia dell’Arte noi Italiani abbiamo già dato, ora basta. Che non si pensi che non abbiamo altri interessi.
In Italia possiamo pensare di prescindere dal nostro enorme patrimonio storico? Possiamo pensare di incentivare generazioni di altissimi specialisti totalmente ignoranti al di fuori della loro specialità?

Vediamo masnade di insegnanti precari, ancora avvinghiati all’idea del “posto fisso” -che andava bene per le generazioni di quarant’anni fa- totalmente refrattari alla prospettiva attuale di dinamicità lavorativa che permette, oggi, al lavoratore, di variare e ampliare la propria capacità professionale con specializzazioni successive nel corso di una carriera che è evoluzione; masnade, dico, che si ammucchiano in discesa a difesa dei propri privilegi, che in virtù di una laurea polverosa dovrebbero vedersi assicurato un regime lavorativo assolutamente d’eccezione; masnade, dico, che appena la congiuntura economica propone una sfida si arroccano sulle proprie posizioni, e invece di rimboccarsi le maniche per il bene del paese scendono in piazza berciando slogan che non rendono onore alla loro presunta levatura intellettuale.
Pensandoci bene si capisce che fare il professore non è più una vocazione, adesso. Le motivazioni sono altre: fare la fame è una prospettiva che fa venire l’acquolina in bocca – e non te la toglie più.
Come responsabilizzare la figura del professore? Come restituirle l’autorevolezza di un tempo?

Inoltre la categoria dei ricercatori è in sommossa, perché evidentemente, per qualche strano diritto che li dovrebbe rendere superiori e intoccabili, non vuole partecipare degli oneri che ci gravano addosso decenni di malgestione della cosa pubblica. La crisi è di tutti e tutti dobbiamo accettarne il costo. I tagli alla ricerca, visto che come investimento porta frutti a lunghissimo termine -quando li porta- sono assolutamente imprescindibili, in una situazione di emergenza. E la rivolta scomposta dei ricercatori, che si rifiutano di insegnare per protesta, finisce di paralizzare l’università a monte di qualsiasi aiuto legislativo – paradossalmente stracciando quel diritto allo studio con cui si gonfia la voce fra le loro fila.
E poi le cose non tornano, dai. Gente che si vuol far pagare per studiare. Anche io voglio soldi, allora. O a tutti o a nessuno. Facciamo a nessuno, ecco. Tanto la fisica è sempre quella e non mi serve uno scienziologo che mi dimostri che le pere cascano in giù, di matematica meno ce n’è e meglio è -e tanto non ha utilità in nessun campo-, per non parlare poi di quelli che riordinano e studiano i libri all’Archivio di Stato o che stanno a discutere sulla lingua. La lingua è superflua, quando c’è l’amore – e i libri vecchi non servono: abbiamo quelli nuovi! E poi si sa, fanno finta di studiare un reattore a fusione nucleare capace di risolvere per sempre il problema energetico salvando il mondo e invece sono tutti a bere caffè in corridoio e spettegolare. Senza parlare della ricerca medica. A me il vaiolo ispirava fiducia.
Vivere le nostre risorse alla giornata nel momento di crisi quanto avanti ci può portare? La lungimiranza è forse una virtù?

Fortunatamente da parte del ministero stanno arrivando segnali di apertura verso una decisa riforma di questo impianto e di questi status privilegiati sedimentatisi col tempo – anche attraverso iniziative originali e creative come “L’allenamento per la vita”, capace di suggerire al giovane in formazione valori e orizzonti dell’ambito militare, fiore all’occhiello dell’economia italiana e della presenza della nostra nazione sulla scena internazionale, fortunatamente individuato come campo da valorizzare.
Sappiamo tutti che la vera tara nelle esistenze dei giovani d’oggi, quella che li spinge verso la droga e la disillusione è il non sapersi arrampicare, né saper tirare con l’arco né pistolettare. Questo si chiama prendere di petto i problemi. Così i drogati disillusi potranno in futuro imparare a maneggiare un mitra. E poi si avvicina l’esercito alla scuola – la cavalleria attaccherà ai lati.
Si può spendere denaro pubblico in cazzate di queste supreme proporzioni? Non dovrebbero essere gli investimenti in cose come queste ad essere falciati via per sempre?

Quindi basta idiozie. La gestione di una potenza mondiale non è un giochino. Dei sacrifici sono necessari. Necessari per un futuro radioso in cui la persona possa formarsi liberamente all’interno di uno stretto sistema specializzante, un futuro di crescita economica e di ricchezza.
Come se fosse anche solo lontanamente quello di cui c’è bisogno.
La gestione di una potenza mondiale non è un giochino. La vita lo è?

LA GUERRA E’ PACE
LA LIBERTA’ E’ SCHIAVITU’
L’IGNORANZA E’ FORZA


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giu 18 2010

Fratelli d’Italia vs Va pensiero

Curiosa la bagarre sempreverde che è tornata fuori in quesi giorni. Il ministro Zaia -pare, eh, perché lui dà una versione diversa- in un evento istituzionale ha fatto suonare Va, pensiero di Verdi al posto di Fratelli d’Italia. Aldilà dell’evento contingente, è una disputa che si trascina dietro da decenni, da prima che io nascessi. Ma ripensandoci un attimo… Va, pensiero vs Fratelli d’Italia?!

E’ un po’ come dire Melanzane alla griglia vs Romanticismo tedesco. E’ come dire Belle speranze vs Cinque pneumatici.
Io ho la fortuna di avere un padre, e questo padre è appassionato contagioso d’Opera lirica, e il Nabucco è un’opera lirica che mi ha fatto conoscere. Va, pensiero è un coro del Nabucco. Bellissimo, splendido, a ragione uno dei più celebri dell’intera storia dell’Opera. E’ il canto degli Ebrei esuli e prigionieri a Babilonia, un canto triste, di intensa nostalgia. La seconda strofa cita:

Del Giordano le rive saluta,
Di Sionne le torri atterrate…
Oh mia patria si bella e perduta!
O membranza sì cara e fatal!

Già. Perché ebbene, il Va, pensiero va oltre le ali dorate. Proprio così. Non è la rimembranza luccicosa di casa adatta ad un inno. E’ il dolore lacerante di chi una partia l’ha perduta. Che c’entrano gli Ebrei sconfitti e deportati a Babilonia con gli Italiani? E perché la Lega Nord lo sceglie come proprio inno? Se c’è un senso, mi sfugge.

Potrebbe sembrare il Nabucco, invece è l'antica fiera padana "Pan, sopressa e prosechin".

E’ vero, Fratelli d’Italia non è un gran che. Specie se paragonato all’Inno tedesco di Haydn o alla Marsigliese. E’ una marcetta allegra, con un testo mediocre. Ma è pur sempre un inno. Quindi progettare di sostituirlo con Va, pensiero è inconcepibile. Tanto varrebbe sostituirlo con Viva il vino spumeggiante della Cavalleria Rusticana, in cui io, personalmente, mi identificherei con gran patriottismo (questa versione cantata da Caruso la adoro).

Per fortuna, nel caso specifico della gaffe di Zaia è stata pronta la replica del ministro La Russa, che ha proposto, inflessibile, l’obbligatorietà dell’Inno agli eventi istituzionali. Avendo però anche detto che Va, pensiero è una musica di gran patriottismo. E tutto questo, scusatemi la malizia, mi induce a pensare che né Zaia né La Russa abbiano mai capito il testo del coro oltre Va, pensiero, sull’ali dorate. E volendo peccare ulteriormente di malizia, pare chiaro che i leghisti che si scagliano contro l’Inno non lo conoscano: l’inizio della quarta strofa è “Dall’Alpi a Sicilia dovunque è Legnano» ” – e questo è decisamente più filopadano di un manipolo di Ebrei tristi e sconfitti a Babilonia. Be’, almeno credo.

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A Legnano, nel 1176 la Lega Lombarda sconfisse il Federico Barbarossa sceso a conquistare l’Italia – evento celebrato da grandi poeti come Giovanni Berchet nel suo Il giuramento di Pontida e Giosuè Carducci ne Il Parlamento.

giu 3 2010

Mi spoglio nudo e ti abbraccio

Per quello che finora è venuto fuori, sappiamo tutti del clamoroso fatto avvenuto a largo delle coste israeliane.

Una flottiglia di pacifisti di varie Organizzazioni Non Governative ha cercato di sfondare il blocco navale imposto da Israele per portare aiuti umanitari a Gaza. Alla richiesta di ritirarsi e di sbarcare in un porto designato gli aiuti, che sarebbero poi stati trasportati a Gaza via terra, la flottiglia ha tentato di forzare il blocco. La marina militare allora ha reagito, e i soldati israeliani hanno portato avanti un arrembaggio per prendere possesso delle navi. Su ogni nave i pacifisti si sono arresi senza opporre resistenza, tranne che su di una, dove, accolti a sprangate, i soldati israeliani hanno fatto fuoco uccidendo una decina di persone.

Non voglio parlare di politica. Non della Turchia, non di Israele. Non del voto italiano sull’inchiesta. Non voglio parlare del valore-vita né dei militari. Voglio invece parlare dell’azione di questi pacifisti.

Il vero pacifista, quello della Satyagraha gandhiana, non usa spranghe. Non coltelli o cocci aguzzi di bottiglia. Tantomeno, anche se non ho capito se ne avessero, armi da fuoco. E non butta nemmeno i soldati israeliani a mare. Quindi il gesto di questi pseudo-pacifisti è sbagliato. Ma è sbagliato anche quello degli altri sulle altre navi! I veri pacifisti gandhiani non calano le brache davanti a nessuno. Lodevole l’intento ma! Pessima la messa in atto. Secondo me le cose sarebbero potute essere molto diverse se…

Una flottiglia di pacifisti di varie Organizzazioni Non Governative ha cercato di sfondare il blocco navale imposto da Israele per portare aiuti umanitari a Gaza. Alla richiesta di ritirarsi e di sbarcare in un porto designato gli aiuti, che sarebbero poi stati trasportati a Gaza via terra, la flottiglia ha tentato di forzare il blocco. La marina militare allora ha reagito, e i soldati israeliani hanno portato avanti un arrembaggio per prendere possesso delle navi. Su ogni nave i pacifisti, all’arrivo dei soldati, si sono spogliati completamente e nudi li hanno abbracciati in massa cantando slogan su pace e amore. I soldati israeliani…

Da qui la storia, in ogni caso, sarebbe stata migliore.
Non puoi sparare a delle persone nude che ti vogliono abbracciare dicendoti ailoviù. E se sono seicento per nave, queste persone, non puoi nemmeno bloccarle. Oltretutto, come gesto, avrebbe avuto una risonanza immensa.
Questa, signori, questa sarebbe la nonviolenza.

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I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

Sono cent’anni che ti aspettiamo! E anche se non lo sapevi, ci stavi cercando.

Chi sono questi idioti coi cartelli?
E soprattutto, perché? li stavi cercando?
Leggi qua sopra: capirai.

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