giu 1 2010

Se il fritto è a rischio d’estinzione

Scalpore. Scandalo.
Ai telegiornali non si parla (quasi) d’altro. Vengono fatti speciali, servizi, reportage concitatissimi, urgenti. I giornalisti di più grosso calibro si scagliano contro l’UE. La mano senza volto di Bruxelles ci leva il piatto di fritto misto dalla tavola. Maledetti mangiaformaggio.
I piccoli pescatori si irritano, vociano, si strappano i capelli: la nuova normativa, questa catena blu stellata che cadendo dall’alto li vincola senza appello, impone di pescare a minimo un miglio e mezzo dalla costa e con reti dalle maglie più larghe. Niente pescetti da frittura. I ristoratori levano gli scudi: “L’economia subirà un duro colpo!” “La frittura è a rischio!”. Il Presidente dell’ADOC, Associazione per la Difesa e l’Orientamento dei Consumatori, grave, afferma: “L’Unione Europea, ancora una volta, fa prevalere la logica delle grandi multinazionali dei surgelati a discapito del diritto degli Italiani e dei popoli mediterranei a difendere la propria cultura gastronomica”.
Ma adesso cerchiamo di scandagliare ogni sfaccettatura della questione.

Con questa normativa i piccoli pescatori, 5% della flotta italiana, avranno delle limitazioni, e dovranno ricalibrarsi su altri tipi di pescato. Sarà di fatto impossibile procurarsi il necessario per la tradizionale frittura di paranza, e i ristoratori dovranno fronteggiare un certo imbarazzo d’offerta alternativa. La cultura gastronomica, orgoglio italiano, si ritroverà parzialmente muta di frittura.

Vero è che i vertici europei di cucina non ci capiscono un cavolo. Le leggi sulla produzione del cioccolato (è lecito produrlo con quasi ogni grasso) e dei succhi di frutta (la soglia minima di polpa è infima) ne sono una prova sensibile.
Vero è che noi Italiani per quanto riguarda la cucina siamo avanti anni luce. E una frittura mista del Tirreno non teme rivali esteri in quanto a bontà.

Anche se la pesca di queste specie di molluschi e pescetti viene – fino ad oggi – effettuata con reti a strascico a maglie fini. Pesca con rete a strascico vuol dire ripulire il fondale da tutto ciò che ospita. Tabula rasa.
Quindi possiamo notare che il rischio per il fritto c’è comunque – solo, in due tempi diversi.

Nel primo caso, il nostro reale, il fritto subirà un colpo quasi da estinzione per salvaguardare gli animali-da-fritto. I pescatori ne risentiranno economicamente, come i ristoratori, e noi resteremo a bocca asciutta.
Nel secondo caso, che si verificherebbe senza questa normativa, i sereni pescatori continuerebbero a strascicare le loro reti fino a esaurimento scorte. Si estinguerebbe non il fritto, ma la materia prima. Fra qualche anno.

Adesso si possono vedere pescatori, istituzioni e commercianti inveire fieramente contro legislatori lontani. Ma non so se avete mai visto dei pescatori che piangono perché non c’è più pesce. Che restano sul molo perché non riuscirebbero nemmeno a ripagare la nafta della barca, uscendo in mare. Perché se è un ciccione di Bruxelles a dirti che stai esagerando ti puoi incazzare. Quando è il mare stesso a dirti che hai esagerato, non puoi fare più niente. Sei fottuto. Sei fritto.

Il Mediterraneo si sta svuotando. Lo stiamo svuotando noi. Se un’autorità bacchettona ci pone un freno, fermiamoci un secondo a riflettere. Avere in tavola certe cose non è scontato. Pretendere, con risorse fisse, di servire pesce da frittura a un mercato sempre più ampio è una follia pura – rivestita di banconote.
Le specialità gastronomiche sono specialità. Non generalità.

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mag 17 2010

Non tutta la privatizzazione vien per nuocere

Mi ero sempre tenuto fuori dall’argomento. Più per fatica che per altro. Però visto che continua ad essere sulla cresta dell’onda, forse è il caso di parlare della paventata minaccia della privatizzazione nazionale dell’acqua.

Bollette da duemila euro, necessità di acquistare acqua in bottiglia, acqua oro blu, speculazione, acquedotti lasciati a secco, inizio di un mondo in cui l’acqua sarà come il petrolio. Sarà guerra, per l’acqua.

Come direbbe quel mio amico che viene da tanto lontano, queste sono cazzate. Infatti, come al solito, prima di parlare o di reagire contro qualcosa in maniera così simile ad uno strizzone di diarrea, bisognerebbe informarsi, pensare e dialogare. Qui, il testo del decreto Ronchi 135/2009 (l’articolo sull’argomento è il n°15). Andiamo quindi con maggior consapevolezza a fare alcune considerazioni.

L’acqua non verrà privatizzata. L’acqua non può essere privatizzata. Sarà solo la gestione della distribuzione ad essere affidata ad imprese e società private – nella maggior parte dei casi, a partecipazione pubblica.
L’indirizzo e il controllo amministrativo, la proprietà degli acquedotti, degli impianti di depurazione, delle fognature, degli altri impianti restano pubblici. La grossa discussione adesso sta sulla creazione o meno di un’Autorità Indipendente di settore apposita che stabilisca tariffe eque e impedisca la speculazione così come esiste per l’Energia. Dopotutto, ad oggi, con la rete statale, a Milano l’acqua si paga un quarto di quanto si paga a Terni.

L’acqua non si tocca. E l’elettricità sì? La distribuzione d’acqua non sta che muovendosi verso il tipo di regime di distribuzione che attualmente ha l’energia elettrica. Lasciando stare la penosa situazione energetica Italiana (di cui torneremo a parlare a breve), come avrete tutti potuto apprezzare il servizio elettrico in Italia sta acquisendo tutte le caratteristiche di flessibilità e adattabilità alle esigenze del singolo proprie dei servizi privati, e sta diventando decisamente concorrenziale.

La rete di distribuzione idrica è un colabrodo. Il 30% dell’acqua viene persa per strada. Gli enti pubblici per caso hanno qualche centinaio di milioni di euro d’avanzo (per ogni regione) per risistemarla? Purtroppo c’è grossa grisi, e non ce li hanno. Ma le imprese private ce li hanno (magie delle Società per Azioni), e nel momento in cui viene loro affidata la gestione, ce li investono più che volentieri. Anche perché, stando alle stime del Corriere della Sera, i soldi buttati dalla finestra per via del pietoso stato di manutenzione degli acquedotti e delle gestioni negligenti arrivano a due miliardi e quattrocentosessantaquattro milioni di euro l’anno. E’ un gruzzolo che – come dire? – torna buono, che poi ti ci compri il gelato il sabato pomeriggio.

Sarà poco riguardoso dirlo, ma il dispendio di denaro, tempo ed energia che si genera affidando un lavoro a dipendenti statali, parastatali e affini è leggendario. E si sa che ogni leggenda ha un fondo di verità. Una moderata liberalizzazione nel campo sarà di enorme giovamento all’efficienza del servizio e della sua gestione.

L’acqua non sarà mai un bene esclusivo come il petrolio. Sciocco chi lo dice, sciocco chi si rende fico e misterioso prevedendo guerre per l’oro blu.
Il petrolio è una risorsa limitatissima e irriproducibile (per fortuna). L’acqua dolce, oltre ad avere un chiaro (ed imbarazzante) margine di miglioramento per quanto riguarda il modo in cui è amministrata, è un bene la cui disponibilità è incredibilmente ampliabile (per fortuna).

Gridare a scandali, attacchi a diritti fondamentali e proporre onerosissimi referendum non rende nessuno più interessante, non fa sembrare nessuno fascinosamente informato e coinvolto nel sociale, non ricopre di un’aura di preveggenza mistica e non rende piacevoli. E’ un compito ingrato che ci tocca già troppo spesso. Evitiamo quindi almeno gli al lupo al lupo quando il lupo non c’è.

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apr 14 2010

E poi ti odio e poi ti amo e poi ti odio e poi ti amo e poi ti eleggo – ovvero, l’amore sotto il ponte

In questo periodo dell’anno il greto del fiume è splendido. Verdissimo, smeraldino, con l’erba soffice appena nata. L’acqua della cascatella, poco più a valle, scroscia piacevolmente, quasi cantando. La riva bassa viene sciacquata dalla corrente lenta. Nella trasparenza tremante delle polle ancora freddissime si vedono girini e granchietti di fiume.
Devono costruire un ponte, dicono. I mezzi dei contadini hanno bisogno di passare da una riva all’altra senza dover fare il giro lungo dal Ponte alla Badia, parecchi chilometri più a monte, che gli prende troppo tempo. E’ deciso, e i fondi ci sono.
Però adesso devono decidere a chi farlo costruire.

Io amo. Amo tante persone, a cui affiderei il mio cuore stesso senza batter ciglio. Mi fido di loro ciecamente e la mia vita futura dipenderà anche da loro. Averle o no accanto mi fa la differenza, danno un colore immenso alla mia esistenza, sono i battiti del cuore fraterni che mi rinfondono coraggio quando sono in ginocchio, sono le voci che riecheggio e che riecheggiano la mia, il mio fronte comune compatto che sfonda ogni muro di solitudine. Ma fra di loro non ci sono ingegneri né architetti esperti: quindi a nessuno di loro, nonostante tutto il mio amore, affiderei la costruzione di un ponte.
La affiderei invece volentieri all’ingegnere o all’architetto più burbero, freddo, arido, brutto, antipatico ma fottutamente bravo che la piazza possa offrire.
La costruzione di un ponte – evidentemente – non è una questione d’amore. Purtroppo, certo, perché sarebbe bello se sorrisi e belle speranze potessero tener su una mole mastodontica inarcata sopra un fiume impetuoso. Ma non ce la fanno. Almeno per ora. Funzionano molto meglio larghi pilastri squadrati di solida roccia, posti con perizia e conficcati profondamente nelle viscere del letto del fiume. Quelli sì che sono una garanzia. Immagino preferiremmo tutti camminare saltellando su un ponte romano serioso che sopporta agilmente la propria silenziosa fatica da venti secoli piuttosto che su un ponticello di legno marcescente ma messo con tanto amore. Fermo il fascino del ponticello amoroso.

Il paese si è separato in due gruppi. Uno propone di scegliere l’architetto fra i vari candidati attraverso un’elezione. Uno dice che per sceglierlo è meglio indire un concorso. I costi delle due soluzioni sono quasi identici.
I primi sostengono che è molto meglio far scegliere alla popolazione del paese in cui verrà costruito il ponte perché così sarà possibile assicurarsi che il lavoro venga svolto da una persona di fiducia, affidabile.
I secondi dicono che con delle elezioni verranno favoriti non gli architetti migliori, ma i più noti, i più ammanicati, che verrà premiata l’amicizia più che la capacità. Per questo è necessario bandire un concorso con cui far valutare imparzialmente da una commissione esperta la proposta tecnicamente migliore.
Sinceramente io mi schiero col secondo gruppo. Credo che si debba valutare il progetto oggettivamente migliore, a prescindere dalla persona che lo propone. Fare un ponte non è una questione di amore, né di amicizia, né di simpatia, né di notorietà. E’ una questione di capacità, di scienza, di tecnica, di arte.

Ha ovviamente prevalso la posizione del secondo gruppo.
Vincitore del concorso è stato un giovanotto scostante che parla poco e che non mette mai la camicia. Il suo ponte è favoloso. Lo vedi? Già… Una meraviglia.
Non ha nemmeno avuto bisogno di usare l’intero budget. I lavori sono finiti addirittura con venti giorni d’anticipo. Sono venuti tanti giornalisti, all’inaugurazione. E anche diverse persone incravattate coi capelli lunghi tirati indietro e gli occhialini a mezzaluna, che borbottando fra di loro sembravano dire cose molto belle sul conto del ragazzo. Quel ciccione del sindaco era tutto un fremito d’orgoglio. Dicono che quel giovanotto sarà chiamato anche da altre parti a fare lavori d’architettura. Anche lontano, oltremare.

E mi viene da domandarmi… in politica vanno bene le elezioni, ovviamente. Anche se la gestione della macchina di uno Stato è decisamente più simile alla costruzione di un ponte, non trovate?, piuttosto che ad un Festival musicale col televoto. Ma quali siano i limiti della democrazia rappresentativa lo sappiamo tutti. Quindi… lo so, non si può fare un concorso imparziale in cui una commissione neutra esperta valuti le liste dei partiti, scegliendo quella col programma migliore sotto ogni profilo alla luce della Costituzione (davvero non si può?), ma be’, almeno scendiamo ad un compromesso.
Almeno non parliamo d’odio e d’amore in politica. L’odio esiliamolo per sempre e senza appello dalla patria del nostro cuore, l’amore facciamolo verdeggiare in famiglia, con gli amici, con le fidanzate. Non nel governo. Perché è tanto bello. Ma l’amore non tiene su un ponte. Il fatto che ti ami non rende più abile a costruirlo. Il fatto che ti ami non ti rende più idoneo a guidare coscienziosamente uno Stato. Anzi. Mi offusca decisamente la vista. E il fatto che ti odi non ti rende meno idoneo. Quindi in politica parliamo in temini più distaccati, cinici, freddi e calcolatori, vi prego. Niente odio. Niente amore. Solo capacità, scienza, tecnica e arte.
Amiamo, sì, con tutto il cuore. Ma nei contesti opportuni. Perbacco.

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apr 12 2010

Informazione e conoscenza

“Siamo nell’era dell’Informazione!”.
“Occacchio. Non me l’aspettavo”.

Ma ebbene sì, siamo nell’era dell’informazione. Maestosi terabyte di info, news, files, .rtf, .pdf, video, tracks e menate angloidi similari sfilano lungo autostrade sotterranee facendole tremare o dardeggiano fischiando come strali per l’etere, a ritmo barbaro.

L’informazione è libertà, sentiamo dire. Dove andremmo a finire se l’informazione non fosse più libera, se fosse limitata e controllata.
E la maggior parte delle fiacche proteste che vengono condotte in rete lo squittiscono. Rantolano contro i cattivoni che vogliono privarci di un’informazione libera, che la vogliono censurare, che vogliono tapparci la bocca, urliamolo al mondo, gridiamolo, tutti devono sapere, mi vogliono tappare la boccaaaa!
Questo sarebbe un problema se effettivamente io avessi qualcosa da dire. Perché se invece nel momento in cui apro bocca tossisco stupidità, è meglio se io per primo la tengo chiusa. Semplice questione di buongusto. Informazione non vuol dire conoscenza.

La nostra era moderna, spesso definita “era dell’informazione”, non è mai stata chiamanta “era della conoscenza”. L’informazione non si traduce necessariamente in conoscenza; deve essere prima acquisita: ci si deve accedere, deve essere assorbita, compresa, integrata e conservata. (R. Cialdini)

In altre parole, abbiamo la biblioteca stipata di libri ma di leggere se ne parla pochissimo. Protestiamo e ci incendiamo se vediamo minacciata la nostra biblioteca e veniamo spronati a farlo, ma di leggere non se ne parla quasi mai. E questo, quantomeno, è curioso.

Ai tempi in cui non c’era grande disponibilità d’informazione, in cui sapere quale fosse la composizione della Duma di Stato russa, tenersi al passo da laico sugli ultimi sviluppi dello studio ITER sulla fusione nucleare in Francia o avere il De Rerum Natura di Lucrezio tradotto in sei lingue, ai tempi, dico, in cui tutto questo non era possibile stando fermi su una poltrona, la voracità di conoscenza era diversa.
I libri più rivoluzionari e le musiche più innovative passavano fra gli adolescenti di mano in mano come panetti di hashish, gli studiosi prendevano il treno per raggiungere chissà quale archivio e prendere appunti da chissà quale rarità editoriale, i pittori affollavano i musei armati di matite e gli architetti facevano lunghi soggiorni all’estero per studiare le grandezze di paesi stranieri. E quando non c’erano orizzonti, be’, la gente conosceva almeno quello che era in vista nella vita più semplice, da come mettere le mani su una Cinquecento a come si coltiva la terra a come mettere l’olio di lino nei fiaschi per non fare inacidire il vino a come si cuce. Come le bestie, che in tempi di carestia si arrangiano mangiando quel che possono o migrano.

Adesso non siamo più in carestia. Abbiamo pesanti forme di pecorino e notizie. Abbiamo una cantina piena di vini e statistiche. Credenze piene di stoviglie di porcellana e motori di ricerca. Abbiamo alberi da frutto così stracarichi di informazioni che… ci distendiamo alla loro ombra fresca, e a bocca aperta aspettiamo che i frutti ci cadano in bocca.
E moriamo di fame.
E nemmeno andare avanti a salatini e telegiornali, sgranocchini e Wikipedia ci fa bene. La mente si sollazza ma impoverisce. Sembra di nutrirla e invece… la si riempie soltanto. La si occupa. E comunque niente di quel bendiddio è DOC. I formaggi sono fatti di aromatico latte di topo e sentito dire; il vino è una soluzione di acqua alcol colorante E124 rosso cocciniglia e fonti di quarta mano; le stoviglie sono di ceramica da sanitari decorate da opnionisti della domenica e gli alberi da frutto sono bombati di anticrittogamici e informazioni comode con tanto di riporto in fronde di plastica cinese sui rami più sofferenti.
E quando non ci sono orizzonti? Be’, oggi è più raro non averne proprio: solo, si vive in una beata infanzia tecnologica pesando sulla terra senza porsi un singolo perché. Si usano inconsapevolmente macchinari che non si ha interesse a sapere come funzionino, si snocciolano opinioni pensate da altri, sentite alla televisione. In poche parole si attraversa una vita intera nella pura ignoranza di ciò che ci circonda. Ignoranza che non è affatto beata.

Ben, che cosa fai?
Direi che sto andando alla deriva. Qui in piscina… (Il Laureato)

E’ ovviamente giusto far sentire la propria posizione in appoggio ad un’informazione forte e libera che troppo spesso viene filtrata, contraffatta, controllata, celata, perfino censurata. Ma è è decisamente comodo vociare se lo si fa solo per questo, parte passiva di un diritto complesso. E’ assolutamente necessario dimostrarsi degni dell’informazione pura e luminosa e certa che desideriamo. E questo merito, questo credito karmico si può acquisire solo impegnandosi con dedizione a digerire la mole di informazione di cui disponiamo, a trasformarla in conoscenza viva, rigogliosa, che cresce e si amplia a spirale intorno a se stessa.

Avere a portata di mano delle informazioni – così come avere un libro in biblioteca – non significa averle a propria disposizione. Saranno a tua disposizione, a disposizione di te, quando le avrai assunte, quando le avrai assorbite – quando avrai letto quel libro – quando insomma saranno parte di te, della tua persona, della costruzione della tua mente.
Il biglietto d’aereo non è il viaggio. E’ un pezzo di carta.

Concludendo, l’informazione, etimologicamente, dà la forma. Anche il DNA è informazione. E libertà d’informazione, quindi, significa libertà di scegliere, con giudizio di valore, la nostra forma.
La conoscenza, etimologicamente, è ciò che si raggiunge con l’intelligenza. Con l’intendere profondo. E libertà di conoscenza, quindi, significa libertà di esercitare la propria intelligenza, cardine primo di tutto quello che riusciremo mai a fare.
La prima, senza la seconda, è minerale.

Sono a favore della chirurgia etica: rifacciamoci il senno. (Alessandro Bergonzoni)

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mar 25 2010

Softair, idiozia e inadeguatezza sessuale

«Guardi, io non so che dirle. Io sono medaglia d’argento al valor militare. Ho fatto il partigiano durante la seconda guerra mondiale. Ho fatto la stessa cosa per cui mi hanno dato la medaglia. Era il febbraio del ’44. Fuori si rassegava dal freddo che lei non ha idea. Ero per questi boschi, che dovevo consegnare gli ordini agli altri lassù in cima al monte. E’ una scarpinata di parecchi chilometri ripida così, sa? Una fatica… Ma allora ero giovane, certe cose le facevo come bere un biccher d’acqua. Fatto sta che a un certo punto ti vedo un drappello di tedeschi più a valle con gli elmetti in capo e le mitraglie spianate salire verso le case. Lei è giovane, lei, non può immaginare che cosa fossero i soldati tedeschi. Terribili, anche solo a vederli. Con quelle facce d’angelo giocavano al tiro al piattello coi nostri neonati. Fatto sta che io mi fermo zitto zitto dietro un albero. Avevo il fucile, sa? E non potevo certo permettere a quegli assassini di raggiungere le nostre famiglie! Già nelle valli vicine erano arrivati e avevan fatto strage. Allora presi la mira e pum! pum! Due a terra. E prima che capissero chi gli stava sparando e da dove, più di metà era morta e gli altri erano in rotta. E poi ho consegnato gli ordini! Così mi sono guadagnato la medaglia.
«Io non so poi che cosa è successo l’altro giorno. Ero in veranda col cane, e ho sentito degli spari venire dal bosco. E non siamo mica in stagione di caccia. Quindi mi sono preoccupato. Sono rientrato, ho preso il fucile e sono andato a guardare. Io qui ci son nato, sarò anche vecchio ma non son punto rincorbellito, ci vedo ancora come quando avevo vent’anni e mi ci muovo parecchio bene in questi boschi. Proseguo un po’, mi addentro, e in fondo alla valle vedo dei soldati tedeschi. Ora sì, mi pareva strano che ci fossero dei soldati tedeschi, ma c’avevano gli elmetti, le mitraglie, armati e vestiti di tutto punto, e vedevo che sparavano a qualcuno. A quel punto che potevo fare? C’avevo il fucile e gli ho sparato da dietro. Ho fatto in tempo a pigliarne tre, quegli altri anche stavolta sono scappati. E tempo due ore mi ritrovo a casa i carabinieri per arrestarmi. O che mondo l’è? Ti danno la medaglia d’argento al valor militare per una cosa e sessant’anni dopo ti mettono in galera pe’ la medesima. Ma mi dica lei!»

Pistoia (PT)Poteva finire in tragedia il gioco di un gruppo di ragazzi in un bosco del pistoiese. Travestiti da soldati nazisti della seconda guerra mondiale, stavano simulando un’azione di guerra Soft Air. Infatti è stato scambiato per un reale conflitto armato da un ex partigiano che abitava nei dintorni. L’uomo, professore in pensione e già medaglia d’argento al valor militare, ha aperto il fuoco col suo fucile contro i ragazzi, indistinguibili dai nemici che coraggiosamente combatté più di sessanta anni fa, ferendone lievemente tre. Arrestato, è stato subito rilasciato vista l’anziana età e la non reiterabilità del reato a causa del particolarissimo errore. La procura ha comunque aperto un fascicolo per lesioni.

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Soft Air è un “gioco”.
Persone organizzate in gruppi spendono centinaia di euro in sofisticate armi-giocattolo (riproduzioni fedeli di armi vere), coperture, attrezzatura di sopravvivenza e vanno nei boschi a spararsi addosso.
So che sembra stupido. Infatti lo è. Ma non solo.
Il fatto che centinaia, migliaia di cittadini (mioddio, votano, capite?, votano!) nel nostro Paese si divertano tramite dispendiosi ed elaborati giochi di guerra e violenza -ehm- “controllata” mette in luce una vasta categoria di persone che quotidianamente ci stanno accanto ma che sognano, nel tempo libero, di maneggiare un fucile che-sembra-vero in un’azione di guerra che-sembra-vera sparando in un modo che-sembra-vero ad altezza d’uomo. Persone non semplicemente idiote, ma che su questa idiozia investono denaro a profusione, che coltivano – non so se deliberatamente o incoscientemente – la malatissima e pericolosissima estetica della guerra, e che forse come suggerito da Seth MacFarlane e più o meno ogni sceneggiatore comico che si sia pronunciato a riguardo, tentano di puntellare l’irrecuperabile debolezza del proprio ego usando bellicosi falli di plastica e metallo. Persone cui fa piacere farsi fotografare come manipoli di soldati veri nella guerra vera. Come se fossero uomini valorosi, grandi guerrieri.

Guerra non fa nessuno grande. (Yoda)

Questo “gioco” potrebbe facilmente essere visto come un’onta per tutti i nostri avi che veramente hanno combattuto per la libertà, che hanno sentito davvero il dolore lacerante di una pallottola di piombo incandescente che ti morde la schiena e i polmoni mentre tenti in mezzo a un bosco di tamponare la ferita di un tuo amico fraterno morente stringendogli la coscia con la cintura, sacrificando tutto pur di respingere un invasore che negava libertà, euguaglianza, fratellanza e amore agli uomini che tutti nascono liberi su questa bella terra.
Ci si potrebbe domandare: se esiste impunemente Soft Air, a che valgono tutte le medaglie al valore?
Io non ho rispetto per la guerra, ma ho rispetto per chi, morendo, mi ha permesso la libertà. E chi gioca a SoftAir? Temo il contrario, in troppi casi.

Pur liberissima la scelta del modo in cui ciascuno debba impiegare il proprio tempo per divertirsi, ce ne sono alcuni che sono indicativi dell’animo di chi li sceglie.
Se conoscete qualcuno che gioca a Soft Air, badate: nella migliore e fortunatamente più comune delle ipotesi è una persona che pur avendo la buona intenzione di divertirsi scorrazzando all’aria aperta ha un’idea non sufficientemente disgustata della guerra e non sa amministrare con proprietà né denaro né tempo – il che è sempre un male, specie ora che c’è grossa grisi; in ipotesi peggiori (casi che ho avuto il dispiacere di conoscere personalmente) è una persona che ha decisamente tanta strada da fare per trovare il proprio equilibrio con se stesso e passa il tempo divertendosi e -ehm- “sfogandosi” così; in ipotesi catastrofiche (che pure ho conosciuto di persona) tiene nascosto sotto il giubbino un pugnale dal manico nero con inciso sulla lama fredda “Meine Ehre heißt Treue” - e fra vent’anni potrebbe puntare a me o a voi un fucile vero al petto, o ridipingere casa di rosso con una doppietta e la non-più-felice famigliola.
Non necessariamente si tratta di tipi più violenti del normale. E’ gente comune. Soltanto, è malsano permettere l’accesso alla propria mente all’immagine di te che spari con un fucile. E temo non siano tante le persone con un tale controllo sul loro pensiero da poter discernere rappresentativamente sullo schermo dell’esperienza il gioco dalla realtà. Se ti immagini o peggio ancora se ti vedi, se ti senti con l’adrenalina in corpo, mentre punti quella che sembra veramente un’arma da fuoco contro un altro essere umano, lo sfortunato giorno in cui le circostanze potrebbero volerlo, se ne avrai la possibilità, punterai e premerai il grilletto. Perché lo hai già fatto, dopotutto, e quindi è meno inconcepibile. E oltretutto troverai più facile associare alla guerra emozioni positive, perché hai vissuto solo l’estetica della guerra. E la troverai meno ributtante.
Per la mente tra finzione e realtà non c’è una muraglia. C’è solo un velo di nebbia, di quella che svanisce al mattino.

*         *         *

29/06/2010: Aggiornamento necessario a causa dell’evoluzione della discussione. Se vedete sotto, si va per i 100 commenti, e si rende opportuno chiarire la nostra posizione autentica.
- Il post è ironico. L’articolo, una montatura. Il titolo si rifà agli stereotipi più in voga nel mondo comico occidentale per identificare gli appassionati d’armi, senza malizia né indici puntati. E’ decisamente pesante, ma c’est la vie – non mi pare giusto correggere il post originale. Il corpo di questa pagina, adesso, è la discussione in atto.
- Noi autori non critichiamo il gioco del Softair in toto. Accettiamo i risvolti positivi di teambuilding, socializzazione, amore per la natura e vita all’aria aperta. Critichiamo con decisione gli apetti di simulazione bellica e l’uso di riproduzioni di armi d’offesa e l’interesse per queste.
- Prima di intervenire sarebbe gradito leggere i commenti. E’ una lettura lunga ma ne vale la pena – e solo così è possibile parlare con cognizione di causa in una discussione in atto. Fuor d’ironia, la nostra posizione si è evoluta. Sono allo stesso modo gradite apertura mentale, spirito critico, intelligenza viva e fonti attendibili su cui basare le posizioni in discussione.
- Ci piace ridere. Il riso fa buon sangue. Se qualcuno -autori e non- fosse tentato di fare l’incazzato, è invitato ad andarsi a fare una passeggiata, ora che è bel tempo.

- Dimenticavo. Questo è un blog. Non un forum. Questo è un blog. Non un forum. Non lasciate commenti multipli consecutivi. Scrivete quanto volete, ma in commenti singoli. Ponderati perbene, magari. Non ci sono regole da forum: basta che scriviate cose intelligenti e non facciate nulla di illegale. Ci riserviamo il privilegio di cancellare commenti realmente realmente ma realmente idioti. Ma sarà successo tre volte in due anni. Non vivamo su questo blog, quindi siate pazienti se non rispondiamo subito.

12/07/2010

Dopo più di 120 commenti nati dalla provocazione del post, questa discussione si può ritenere conclusa. A partire dalle nuove premesse maturate verrà scritto a breve un nuovo post che potrà dare il via ad una nuova discussione più presente e matura. Vista l’esigenza di non frazionare i commenti in discussioni diverse o continuare interventi su posizioni già esaurite, non verranno pubblicati altri commenti a questo specifico post.

Chi si sia a nostro giudizio distinto per posizioni mature, spirito aperto e riflessioni intelligenti, fertili e produttive di dialettica verrà per quanto possibile avvisato della pubblicazione del nuovo post.

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I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

Sono cent’anni che ti aspettiamo! E anche se non lo sapevi, ci stavi cercando.

Chi sono questi idioti coi cartelli?
E soprattutto, perché? li stavi cercando?
Leggi qua sopra: capirai.

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