apr 25 2010

25 aprile, più alto sulle macerie dei ponti

Dall’11 agosto 1944
non donata ma riconquistata
a prezzo di rovine di torture di sangue
la Libertà
sola ministra di giustizia sociale
per insurrezione di popolo
per vittoria degli eserciti alleati
in questo palazzo dei padri
più alto sulle macerie dei ponti
ha ripreso stanza
nei secoli

11 agosto 1944: Firenze è liberata. 25 aprile 1945: l’Italia è liberata.

Persone come noi ci hanno donato la libertà, strappata da mani disumane. Questa libertà, sogno che è stato tanto sognato, usiamola con senno e teniamola da conto, e proteggiamola ogni giorno in ogni pensiero, in ogni azione, perché da generazione a generazione possa passare, sempre più viva, come un dono di quelli che una fine non ce l’hanno.

M&G

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apr 23 2010

Amico dell’altra trincea

Quanto tempo hai passato, a scuola, a studiare la Prima Guerra Mondiale? Troppo, se non ti hanno raccontato anche questo.

Trincea. Da un lato inglesi, dall’altro tedeschi.

«Stavo prendendo il tè con la Compagnia A, quando sentimmo delle grida e andammo a investigare. Trovammo i nostri uomini e i tedeschi in piedi sui rispettivi parapetti. Improvvisamente arrivò una raffica di colpi, ma non fece alcun danno. Naturalmente entrambe le parti si rimisero giù e i nostri uomini cominciarono ad insultare i tedeschi, quando all’improvviso un coraggioso tedesco si alzò sporgendosi dal parapetto, e gridò: “Ci dispiace moltissimo per quello che è successo; speriamo che nessuno si sia fatto male. Non è colpa nostra, è quella dannata artiglieria prussiana!”(cit.)»

Non ci hanno detto che non c’erano i buoni o i cattivi. Che quando potevano, senza farsi vedere dagli alti ufficiali, i soldati di qua e di là dalla trincea si accordavano per non combattere. Che nessuno voleva andare in guerra. Che gli Stati  lo volevano, e basta. Loro che se ne sono rimasti per mesi nel fango non c’entravano nulla. Nemmeno tu c’entreresti nulla se la pena per la diserzione fosse la morte.
Forse, quella che ci hanno raccontato fin da bambini, o che impersonalmente abbiamo tutti letto sui libri di Storia, è una storia sbagliata. Fondamentalmente incompleta. Sì, magari qualcuno è anche partito perché ci credeva. O perché gli hanno fatto credere di crederci.

Dove i figli della guerra, partiti per un ideale, per una truffa, per un amore finito male?

Tutti, tutti, con una pallottola in corpo, hanno il tempo di realizzare che si trovano nel posto sbagliato al momento sbagliato. Quindi forse – forse – non abbiamo mai avuto una visione troppo consapevole sulla Storia, in questo senso. E allora…

Vogliamo davvero essere così sicuri che la guerra, come oggi è intesa, sia nella natura umana?


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Testimonianza di un ufficiale inglese, raccontata in Owen Rutter, The History of the Seventh, Services Battalion: The Royal Sussex Regiment 1914-1919, 1934; citata in Getting To Peace di William Ury.Powered by Hackadelic Sliding Notes 1.6.4

apr 14 2010

E poi ti odio e poi ti amo e poi ti odio e poi ti amo e poi ti eleggo – ovvero, l’amore sotto il ponte

In questo periodo dell’anno il greto del fiume è splendido. Verdissimo, smeraldino, con l’erba soffice appena nata. L’acqua della cascatella, poco più a valle, scroscia piacevolmente, quasi cantando. La riva bassa viene sciacquata dalla corrente lenta. Nella trasparenza tremante delle polle ancora freddissime si vedono girini e granchietti di fiume.
Devono costruire un ponte, dicono. I mezzi dei contadini hanno bisogno di passare da una riva all’altra senza dover fare il giro lungo dal Ponte alla Badia, parecchi chilometri più a monte, che gli prende troppo tempo. E’ deciso, e i fondi ci sono.
Però adesso devono decidere a chi farlo costruire.

Io amo. Amo tante persone, a cui affiderei il mio cuore stesso senza batter ciglio. Mi fido di loro ciecamente e la mia vita futura dipenderà anche da loro. Averle o no accanto mi fa la differenza, danno un colore immenso alla mia esistenza, sono i battiti del cuore fraterni che mi rinfondono coraggio quando sono in ginocchio, sono le voci che riecheggio e che riecheggiano la mia, il mio fronte comune compatto che sfonda ogni muro di solitudine. Ma fra di loro non ci sono ingegneri né architetti esperti: quindi a nessuno di loro, nonostante tutto il mio amore, affiderei la costruzione di un ponte.
La affiderei invece volentieri all’ingegnere o all’architetto più burbero, freddo, arido, brutto, antipatico ma fottutamente bravo che la piazza possa offrire.
La costruzione di un ponte – evidentemente – non è una questione d’amore. Purtroppo, certo, perché sarebbe bello se sorrisi e belle speranze potessero tener su una mole mastodontica inarcata sopra un fiume impetuoso. Ma non ce la fanno. Almeno per ora. Funzionano molto meglio larghi pilastri squadrati di solida roccia, posti con perizia e conficcati profondamente nelle viscere del letto del fiume. Quelli sì che sono una garanzia. Immagino preferiremmo tutti camminare saltellando su un ponte romano serioso che sopporta agilmente la propria silenziosa fatica da venti secoli piuttosto che su un ponticello di legno marcescente ma messo con tanto amore. Fermo il fascino del ponticello amoroso.

Il paese si è separato in due gruppi. Uno propone di scegliere l’architetto fra i vari candidati attraverso un’elezione. Uno dice che per sceglierlo è meglio indire un concorso. I costi delle due soluzioni sono quasi identici.
I primi sostengono che è molto meglio far scegliere alla popolazione del paese in cui verrà costruito il ponte perché così sarà possibile assicurarsi che il lavoro venga svolto da una persona di fiducia, affidabile.
I secondi dicono che con delle elezioni verranno favoriti non gli architetti migliori, ma i più noti, i più ammanicati, che verrà premiata l’amicizia più che la capacità. Per questo è necessario bandire un concorso con cui far valutare imparzialmente da una commissione esperta la proposta tecnicamente migliore.
Sinceramente io mi schiero col secondo gruppo. Credo che si debba valutare il progetto oggettivamente migliore, a prescindere dalla persona che lo propone. Fare un ponte non è una questione di amore, né di amicizia, né di simpatia, né di notorietà. E’ una questione di capacità, di scienza, di tecnica, di arte.

Ha ovviamente prevalso la posizione del secondo gruppo.
Vincitore del concorso è stato un giovanotto scostante che parla poco e che non mette mai la camicia. Il suo ponte è favoloso. Lo vedi? Già… Una meraviglia.
Non ha nemmeno avuto bisogno di usare l’intero budget. I lavori sono finiti addirittura con venti giorni d’anticipo. Sono venuti tanti giornalisti, all’inaugurazione. E anche diverse persone incravattate coi capelli lunghi tirati indietro e gli occhialini a mezzaluna, che borbottando fra di loro sembravano dire cose molto belle sul conto del ragazzo. Quel ciccione del sindaco era tutto un fremito d’orgoglio. Dicono che quel giovanotto sarà chiamato anche da altre parti a fare lavori d’architettura. Anche lontano, oltremare.

E mi viene da domandarmi… in politica vanno bene le elezioni, ovviamente. Anche se la gestione della macchina di uno Stato è decisamente più simile alla costruzione di un ponte, non trovate?, piuttosto che ad un Festival musicale col televoto. Ma quali siano i limiti della democrazia rappresentativa lo sappiamo tutti. Quindi… lo so, non si può fare un concorso imparziale in cui una commissione neutra esperta valuti le liste dei partiti, scegliendo quella col programma migliore sotto ogni profilo alla luce della Costituzione (davvero non si può?), ma be’, almeno scendiamo ad un compromesso.
Almeno non parliamo d’odio e d’amore in politica. L’odio esiliamolo per sempre e senza appello dalla patria del nostro cuore, l’amore facciamolo verdeggiare in famiglia, con gli amici, con le fidanzate. Non nel governo. Perché è tanto bello. Ma l’amore non tiene su un ponte. Il fatto che ti ami non rende più abile a costruirlo. Il fatto che ti ami non ti rende più idoneo a guidare coscienziosamente uno Stato. Anzi. Mi offusca decisamente la vista. E il fatto che ti odi non ti rende meno idoneo. Quindi in politica parliamo in temini più distaccati, cinici, freddi e calcolatori, vi prego. Niente odio. Niente amore. Solo capacità, scienza, tecnica e arte.
Amiamo, sì, con tutto il cuore. Ma nei contesti opportuni. Perbacco.

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mar 8 2010

Che altro si può pensare del decreto “salvaliste”

Ah, l’attualità…
Grandi liste di grandi partiti non hanno fatto in tempo, per propria colpa, a rientrare nei tempi burocraticamente validi per iscriversi alle prossime Elezioni Regionali.

Questo ha sollevato un gran polverone, smosso enormi energie e ingrossato le voci. Nel caso particolare le liste erano dei Radicali e soprattutto del PdL, in Lombardia e in Lazio. Ma preferirei non dare rilevanza a questi dati, ancora.

Che accade se un partito di maggioranza non può più partecipare alle regolari elezioni per questioni burocratiche?
Si viene a creare un buco. Una fetta dell’elettorato, non avendo più il riferimento preferito da votare, si asterrà o più probabilmente dirotterà il proprio voto verso altre liste, verso altri partiti. Presumibilmente affini, sullo stesso lato. Così sarebbe dovuto avvenire se non fosse stato promosso dal Governo un decreto-legge interpretativo» per ricomprendere le liste escluse nella corsa alle Regionali.

La defezione più importante sarebbe stata quella del PdL, partito di maggioranza in Parlamento e attualmente proprio al Governo. Ma non soffermiamoci su questo, per un attimo.

Dura lex, sed lex.
Sarebbe stato giusto, per un problema burocratico, privare una percentuale importante dell’elettorato del proprio partito di riferimento? La burocrazia esiste per regolare e sveltire il funzionamento organico dell’ordinamento. E chiunque converrà che in sé non ha valore, a parte questo. Quindi, in linea di principio, davanti ad una causa di forza maggiore volta a proteggere un interesse superiore, è ammissibile uno scarto per aggirare la burocrazia. Dopotutto si parla della gestione di uno Stato, non di una partita a Monopoli in cui ci si appella berciando al foglietto delle regole.

Resta ovviamente l’amaro in bocca ai poveri cittadini-nessuno che la burocrazia la possono soltanto subire. Ma si sta parlando di altissime sfere, non è il tragicomico contesto della fantozziana lotta fra il singolo e la Pubblica Amministrazione.

Questa reintegrazione è un’azione che sarebbe stato opportuno fare per qualsiasi partito escluso per motivi simili.
Ovvio che se la burocrazia esiste un motivo c’è. Garantisce il buon andamento della Pubblica Amministrazione. Infatti la reintegrazione dovrebbe essere accompagnata da sanzioni. Ma sia che politicamente il partito escluso fosse alla maggioranza, sia che fosse all’opposizione, la sua reintegrazione sarebbe dovuta essere possibile.

Queste sono le mie considerazioni astratte.
Passiamo a quelle concrete, molto meno mature ma molto più divertenti.

Se il PdL fosse veramente rimasto escluso, gioioso popolo di sinistra, chi credete avrebbero votato gli elettori? PD? Temo che si sarebbero buttati più volentieri sulla Lega in Lombardia e sui partiti di destra più estrema in Lazio. Pur di non votare dal lato sbagliato… E sarebbe stato ancor più disastroso. Quindi attenti ad allegrarsi, se tosto può tornare in pianto.

Il modo in cui l’opposizione ha reagito al fallimento dell’iscrizione del PdL è stato pittoresco.
Il giocatore di Monopoli che non avendo palle sta soccombendo e che trova il cavillo per vincere a tavolino. E quando è saltato fuori il discorso del decreto ad hoc, mi è parsa tanto simile allo sciacallo che si vede portar via il cadavere con cui stava non troppo gloriosamente banchettando. Ma si sa che la nostra opposizione non brilla certo d’iniziativa. Le contromisure, anche a questo punto, si limitano all’invettiva.
Non troppo matura, questa opposizione. Sia ai vertici che fra i cittadini.

Ma l’apice si tocca altrove.

Il testo del decreto è uno dei parti legislativi più orrendi che io abbia mai letto in vita mia. Sgraziato, parziale, sembra scritto da un bambino di quarta elementare.
In seconda battuta, e ben più importante, è l’atteggiamento con cui questo decreto è stato partorito. E’ con quello che si arriva al rivoltante. E’ stato emesso col cipiglio “di chi è abituato a comandare in Fininvest”, per usare un’espressione di Luttazzi. Senza costernazione per l’increscioso avvenimento, senza una riflessione espressa che porti ad una riconsiderazione matura della propria organizzazione, senza una sincera ammissione di rincrescimento davanti a tutti i partiti e le liste che sono riuscite – sembra impossibile – a iscriversi alle Regionali con successo. Ma con protervia, superbia, sprezzanza.

La riammissione di certe liste, per me, è un atto necessario per evitare stravolgimenti antirappresentativi e passare dalla padella alla brace, ma non è scontato! E anzi è e deve essere decisamente umiliante. E i siori che lo si son prodigati a produrre scrivere e firmare dovrebbero ben tenerlo a mente, così come gli altri siori dell’opposizione che gridano “Arbitro! Fallo!”. Un simile decreto è una toppa a un fallimento, che non può ritenersi normale, posta per grazia di un ordinamento costituzionale (ancora) saldo e maturo.
Che insomma, resta una toppa. Non eccessivamente elegante.

Oggi più che mai è urgente pensare con la propria testa. Raccogliere informazioni da più parti, astrarre, considerare e riconsiderare per giungere ad una posizione e ad una linea di pensiero consapevole, presente e coerente in tutto e per tutto con le proprie alte idee e coi sistemi ideologici che più saggiamente hanno passato il vaglio della storia. In un periodo buio come questo è il lume della nostra ragione a dover brillare per riaschiarare il mondo. Non la fiamma facile dei cuori politici. Attenti ai pensieri facili, attenti a non ritrovarsi a seguire le posizioni altrui come gli elefanti che si muovono in fila tenendo la coda di quello davanti con la proboscide.
Minima stima per il nostro Premier e per la più gran parte del nostro Governo, da parte mia. Ma questo non significa che io sia una iena che balza al collo avalutativamente. La politica non è affare per chi s’infiamma sempre come un toro che vede il panno rosso. Se si vuole costruire un’opposizione forte e saggia, dobbiamo essere tutti forti e saggi.
Se no qui stemo a prenderci per le natiche.

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Il decreto-legge è un atto avente forza di legge emesso dal Governo, e non dal Parlamento, in gravi frangenti che richiedono provvedimenti tanto urgenti da non poter attendere l’iter parlamentare. Ha efficacia per sessanta giorni: in questo frangente il Parlamento lo deve approvare altrimenti cesserà di avere effetti. Un atto simile si denomina interpretativo quando il testo non porta innovazioni legislative, ma suggerisce il modo in cui deve essere interpretata una legge preesistente.Powered by Hackadelic Sliding Notes 1.6.4

feb 11 2010

Se solo si smettesse di pensare al nucleare – Anniversario della rivoluzione in Iran

di David Caratelli

No, questo non è un post sul nuovo piano energetico italiano. Il nucleare in questione è quello dell’Iran. Da anni ormai la Repubblica Islamica Iraniana è sulle prime pagine della stampa internazionale, un giorno perché dice di aver arricchito l’uranio di un altro “zerovirgola” percento, un altro perché si rende disponibile a cooperare con l’IAEA (International Atomic Energy Agency). E ogni qualvolta accada qualcosa di nuovo a riguardo, puntuali arrivano gli edotoriali e le interviste sulle conseguenze per il mondo: la minaccia di un attacco nucleare in Israele ed in Europa, le sanzioni, o addirittura, le implicazioni sui costi del greggio.

Insomma, dell’Iran degli iraniani non se ne fotte quasi nessuno (lodevole eccezione, “Il Riformista”, ma anche “Il Foglio”), a parte ogni tanto quando le stragi di civili sono veramente impressionanti. E’ normale per un paese interessarsi di piu’ alle faccende interne che non a quelle internazionali, a meno che queste non siano eccezionali. E’ anche vero però che il nostro interesse per ciò che succederà alla tramvia di Firenze deve essere messo in prospettiva con le spaventose violazioni dei diritti umani a Teheran. Così come, ormai più di sessant’anni fa, i campi di concentramento apparivano ogni tanto, timidamente, sui giornali dei vari paesi, senza che la gente si preoccupasse piu’ di tanto. Lo stesso accade oggi. Ci si accontenta di sapere un qualcosina ogni tanto, e poi il buio fino al prossimo aggiornamento dopo un mesetto.

Insomma, sembra che la lezione non l’abbiamo imparata, e forse é nella nostra natura non impararla. E se é vero che i media influenzano l’opinione pubblica é anche vero che la gente si informa su quel che vuol sapere, e dunque ha un suo potere decisionale.

In Iran, ormai da dopo le elezioni dell’estate scorsa, stanno accadendo cose fuori dal comune, in positivo ed in negativo: una brutalità mai vista da parte del regime che ora arresta senza motivo, impicca più di prima, e fa tutto il possibile per impedire una qualsiasi forma di comunicazione tra i cittadini del suo paese (a volte bloccando, in un batter d’occhio, la capacità di mandare SMS in tutta Teheran). Eppure la gente, spesso in gran parte studenti della mia (o nostra) età, colpiti da uno dei sentimenti più nobili che si possa avere, l’amore per la libertà, rischiano e sacrificano la propria vita per cercare di affermare i propri diritti. Io sono un ottimista, e penso che prima o poi i cittadini iraniani otterranno ciò che da tempo chiedono e pagano con il sangue. Tuttavia, ogni giorno che passa con proteste soffocate nel sangue degli stessi manifestanti, ogni giorno che il regime è ancora in piedi, significa vite perdute e diritti negati.

Ma tuttavia, a noi paesi occidentali, in fondo la vicenda ci interessa solamente se tornano in gioco le armi nucleari. Allora si teme per il nostro paese e per la nostra libertà. E se i paesi si comportano così evidentemente è perché questo è come si comportano i loro cittadini. Qui non vale il solito discorso dei politici-brutta-gente che fanno i loro interessi economici (questa mia idea di come nei paesi occidentali la politica estera spesso rispecchia lo stesso sentimento nazionale è un argomento interessante che sarò contento di approfondire – se vorrete – nei commenti). Siamo noi quei cittadini: magari ogni tanto leggiamo qualcosa a riguardo, ma poi torniamo alle nostre quotidiane routine. Spesso anch’io subito dopo aver sentito qualcosa su ciò che accade in Iran mi sento “pompato” e pronto a cambiare il mondo. Eppure non ho mai fatto le valige per andare a Teheran e “dare una mano”. Non propongo certo un esodo di massa – sarebbe stupido -, ma possiamo dare un contributo in altri modi. Se nascesse un vero sentimento di interesse nei confronti della sorte dei nostri amici, compagni, fratelli, o come-volete-chiamarli, in Iran, potremmo fare pressione sul nostro governo chidendo un interesse maggiore e più concreto sulla questione iraniana, magari non limitata alle nostre paure per un Iran nucleare. L’Italia, soprattutto con l’Eni, investe un sacco di soldi in Iran, e questi soldi ultimamente finiscono nelle mani del governo o dei suoi collaboratori. “Ricattare” Teheran non solo chiedendole di smettere di arricchire l’uranio, ma facendo pressione sull’aspetto diritti umani/civili sarebbe un appoggio enorme e concreto alle migliaia di giovani che da soli sfilano per le strade davanti a soldati legittimati a premere il grilletto in qualsiasi momento. In fondo, se smettessimo di interessarci solamente ai problemi iraniani in relazione alla nostra sicurezza, e pensassimo a quella dei suoi cittadini, non otterremmo forse risultati infinitamente migliori anche per noi? Serve da parte del mondo “democratico” un appoggio vero e concreto, magari cercando di aiutare i dissidenti a diffondere i loro messaggi, o appoggiando finanziariamente politici in esilio che stanno cercando di formare movimenti di opposizione. Le idee sono tante, basterebbe che venisse da noi una qualche pressione affinché queste idee vengano messe in pratica.

Oggi 11 febbraio, ricorre l’anniversario della rivoluzione iraniana. Io mi auspico che quando sui giornali di domani se ne scriverà, il lettore non si limiti a provare simpatia per chi cerca di cambiare le cose, ma provi, nel suo piccolo, a contribuire in qualche modo. Magari scrivendo, che so, al proprio ministro degli esteri.

Prima vennero e portarono via gli zingari: io fui contento perchè rubavano!
Poi vennero e portarono via gli omosessuali: fui sollevato perchè mi davano fastidio!
Poi vennero e portarono via gli ebrei: stetti zitto perchè mi stavano un po’ antipatici!
Poi vennero e portarono via i comunisti: non dissi nulla, perchè io non lo ero!
Poi vennero e portarono via me: purtroppo non era rimasto nessuno a protestare.

Bertold Brecht.

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I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

Sono cent’anni che ti aspettiamo! E anche se non lo sapevi, ci stavi cercando.

Chi sono questi idioti coi cartelli?
E soprattutto, perché? li stavi cercando?
Leggi qua sopra: capirai.

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