mar 15 2010

Io odio Jim Morrison

Nulla di personale. Ma è così.

Passato alla storia come un artista di supremo calibro, adorato ai limiti dell’idolatria, citato all’inverosimile, non si può dire che non abbia un ascendente sul pubblico. Ma ma ma…

E’ un figlio (bastardo) dell’aborto ideale che si continua a chiamare beat generation, crosta di sudicio che ignora ogni grazia d’azione e di pensiero – nell’ottica attuale, ovviamente: tutto è necessario e giustificato, nel proprio contesto. Ma nel 2010 quella della beat generation è un’ideologia che sa di naftalina.
Si vorrebbero affondare le radici di Morrison nella cultura decadente dei Poeti Maledetti. Dopotutto sia loro che lui si strafacevano di tutto quello che avevano a disposizione – ma Rimbaud scriveva “Elle est retrouvée./ Quoi? – L’Eternité./ C’est la mer allée/ avec le soleil.“, Morrison scriveva “I’m the Lizard king/ I can do anything“. E la differenza – colpo di scena – c’è.
Si vorrebbero affondare le sue radici in un misticismo new age, farne un vate che spalanca le porte della percezione, tralasciando totalmente la fondamentale parte del lavoro su se stessi che è necessaria per spalancare quelle porte. I Poeti Maledetti si autodistruggevano con scienza, fottendosene altamente di luci in fondo al tunnel. Lui no.

E poi, e poi, e poi. L’abisso. Il fondo del fondo. La botola in culo al pozzo del peggio. Gli aforismi di Jim Morrison.
Citati con entusiasmo tonto, sono privi di qualsiasi rilevanza concettuale ed estetica, propri di una mente ottusa e rovinata che trova nell’esasperazione dello stupore stupido e nel ribaltamento cancrizzato delle frasi l’unico mezzo d’espressione percorribile. Se bazzicate luoghi virtuali in cui le persone possono fare citazioni – che siano forum, social network o che so io – potrete averlo già notato. Tipo…

“Se una mattina ti svegli e non vedi il sole o sei morto o sei il sole.”

Una posizione meteorologica forte. Ma se fossero solo nuvole?

“Quando imparerai a fregartene della gente allora sarai grande.”

Amen, fratello! Diglielo! Così, senza peli sulla lingua!

“Non piangere per chi non merita il tuo sorriso.”

Per sapere chi merita il tuo sorriso compila l’ISEE e poi piangigli addosso.

“Se tu fossi una lacrima non ti piangerei per paura di perderti.”

E allo stesso modo, se tu fossi urina non andrei al bagno per paura di perderti.

Non sarò mai nessuno, ma nessuno sarà mai come me.

Ma la mia è una evidente finta. Io non odio Jim Morrison. Non posso odiarlo.

Odio un Jim Morrison. Il Jim Morrison nato dalla deformazione di un artista altrimenti autentico, che lo strappa alla propria particolare dimensione e al proprio naturale calibro imponendo alla sua figura una universalità e una grandezza che non può sostenere.

Un lago può essere uno splendido lago, ma sarà sempre un pessimo oceano.

Così può essere un artista, che nel proprio speciale contesto raggiunge vette di bellezza micidiali, infinitamente apprezzabile. Ma se si pretende da questo artista di assurgere a profeta universale di saggezza e amore, be’… farà una figura di cacca. Come ogni artista trapiantato dalla propria radice, da cui è nato e cresciuto. Sradicato, Jim Morrison può essere uno stupidello caruccio dalla splendida voce e dall’imponente carisma sessuale che era “contro” e si strafaceva per evasione: gran personaggio, e non più di questo. Ma non è tutto!

Neruda, ad esempio: odio anche lui. Ma non in sé. Lo odio come artista deformato, che si trascina biascicando con la bocca offesa da ictus di sentimentini coagulati parole d’amore sempre più dette e sempre meno capite, capitanate da un “Lentamente muore” bolso, sciocco e soprattutto non suo» . Io non odio il Pablo Neruda delle spiagge, dei ciliegi, delle donne. Anzi. Ma odio quello da blog adolescenziale, da FaceBook, da idioti che dell’amore non capiscono altro se non l’intontimento e l’ossessione singolare – e fanno di lui una comoda autorità d’appoggio.

Evitiamo agli artisti di diventare altro rispetto a quello che sono, sopravvalutandoli e sovraccaricandoli o sminuendoli e svilendoli, insomma snaturandoli a rialzo o a ribasso.
Poverelli, che vi hanno fatto di male, in fondo?!

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Quella banalissima cosa è opera di Martha Medeiros, autrice brasiliana. L’attribuzione a Neruda è un falso nato da catene di e-mail. Lo sapevate?Powered by Hackadelic Sliding Notes 1.6.4

mar 1 2010

Voglio la Sindrome di Stendhal!

Di Tiziano Vignolini

La Sindrome di Stendhal (dallo pseudonimo dello scrittore francese che per primo ne descrisse i sintomi), detta anche “sindrome di Firenze”, come probabilmente molti di voi già sapranno, è un disturbo psicosomatico che talvolta colpisce chi si trova al cospetto di opere d’arte di particolare bellezza, sortendo effetti tra i più disparati. C’è chi cade in ginocchio, in uno stato di trance estatica; chi banalmente sviene, chi dà di matto e tenta di distruggere l’opera d’arte, in preda ad una crisi isterica. Ecco, da quando ho scoperto l’esistenza di questa simpatica affezione, uno dei miei più grandi sogni è di caderne vittima, almeno una volta nella vita (l’opzione che mi ispira di più è la crisi di matto, sempre sperando che qualcuno mi fermi prima che faccia a pezzi qualcosa; altrimenti posso accontentarmi della trance estatica, sed de gustibus non disputandum est). D’altronde, i soggetti più propensi ad ‘ammalarsi’ sono i più sensibili, gli artisti, o chi abbia ricevuto un’educazione umanistica o religiosa… o i Giapponesi. Ma –ahinoi– c’è l’inghippo. Gli Italiani, in particolare i Fiorentini, ne sono immuni per “affinità culturale”. Ed effettivamente, se ci pensate, ha senso: noi abbiamo avuto la fortuna di vivere circondati da una quantità mostruosa di bellezze artistiche, e giornalmente, anche e soprattutto in modo passivo, abbiamo assunto per anni ed anni moli di storia e cultura che nella stragrande maggior parte del resto del mondo non ci si possono neanche immaginare.
Pensate di avere davanti una fantastica aragosta alla catalana –oppure, se siete vegetariani o avete dei pessimi gusti culinari, una splendida insalata di cous cous– immaginatevi, dicevo, di avere davanti una qualche rara prelibatezza, e mettetevi nei panni di: primo, un barbone che da giorni immemori mangia sempre la solita zuppa di rape della Caritas, e sporadicamente la mozzarella staccata da qualche cartone della pizza; secondo, un ricco epulone» aduso all’esercizio della mascella che divora ogni giorno bovini e suini cosparsi delle spezie più preziose e acconciati dai migliori sarti di Parigi. Chi dei due credete se la godrebbe di più, quell’aragosta/cous cous? Chi dei due rischia maggiormente la sindrome di Stendhal? Ebbene, cari concittadini, noi siamo dei ricchi epuloni. Paradossalmente, questa è la nostra condanna.

Ma mi sto impegnando a fondo per trovare una soluzione, mi sto scervellando per scoprire un cavillo che possa permetterci di sperimentare un collasso nervoso per eccesso di bellezza. E forse forse l’ho trovato.

Mi sono chiesto: di che tipo è la bellezza che manda in cortocircuito gli sventurati nipponici/artisti che vengono a visitare la nostra città? Bellezza principalmente di tipo visivo-artificiale. Alias, maestose architetture, finissime sculture e dipinti mozzafiato. Ed è per questo che voglio, al più presto, visitare un fiordo norvegese, un’altissima cima innevata da cui ammirare un mare di nebbia, un geyser in eruzione, o anche il Grand Canyon, il deserto del Nevada o del Sahara, o il monte Fuji e tutte quelle nipponiche montagne verdi a panettone. La Terra dallo spazio. Lo spazio dalla Terra. Perché, sì, ho pianto diverse volte, sotto un cielo stellato. Le volte preziose in cui mi sono trovato in un luogo abbastanza poco illuminato da poter ammirare le agghiaccianti (in ogni possibile accezione di significato) sfumature di colore della sfera siderale, e poter distinguere, uno per uno, i miliardi di miliardi di puntini che riempiono ogni angolo del mio campo visivo, e smarrirmi letteralmente nell’infinità dell’Universo, perdendo progressivamente coscienza di me; e precipitare nel cielo (ve lo siete mai immaginati? Precipitare nel cielo! È un pensiero che mi terrorizza). Ho sperimentato qualcosa di simile alla Sindrome, sotto un cielo stellato. Ma suppongo sia anche una questione di forma mentis, ne sono sempre più convinto.
Mi spiegherò meglio: in questo momento sto attraversando una fase di particolare recettività emotiva, a fronte di vari eventi dei quali non vi annoierò; e, insomma, mi è capitato giusto ieri, ascoltando una canzone che mai aveva sortito in me particolari effetti, di sorridere e rabbrividire, mentre con un’altra ho sfiorato le lacrime. Perché anche la bellezza uditiva, come quella olfattiva, o gustativa, possono essere una valida soluzione per i Fiorentini e tutti gli Italiani che ricerchino la Sindrome. O, perché no, anche tutte insieme: ed è per questo che sto cercando disperatamente un ristorante futurista (ed è un bel casotto, perché alle Giubbe Rosse» in Piazza della Repubblica c’era stata l’anno scorso una cena in occasione del centenario del manifesto, che purtroppo mi sono perso, e chissà quando ne rifaranno una, mah). Ma sto divagando.
In sostanza, dicevo, con una particolare forma mentis, come magari quella in cui mi ritrovo adesso, è agevolato il processo, le emozioni vengono amplificate o comunque esercitano un’influenza più diretta sul nostro sistema nervoso, e talvolta anche sul soma, sul fisico, ed io non chiedo altro che una eccessiva reazione psicosomatica. Questa estate, con ogni probabilità, passerò qualche settimana nel Maine: spero vivamente di mantenere questa forma mentis abbastanza a lungo da cadere preda di una crisi epilettica, magari davanti all’oceano (sotto le stelle, per sicurezza).

Vi è mai capitato di provare qualcosa del genere?
O davanti a che cosa pensate potrebbe capitarvi? Parlatene nei commenti!

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Crapulone ghiottone banchettante che se ne frega, ndr.Powered by Hackadelic Sliding Notes 1.6.4
Caffè storico letterario che fu roccaforte del Futurismo, ndr.Powered by Hackadelic Sliding Notes 1.6.4

feb 20 2010

Avatar

Nota introduttiva: “il pensiero rovina la Bellezza”. Di seguito troverete riflessioni laterali e originali che potrebbero farvi storcere il naso perché “Il pensiero rovina la Bellezza”. Ciononostante non si tratta di biopsie asettiche: è un pensiero stupito – che trovo migliore della contraddizione in termini di una bellezza stupida.

Non si hanno difese contro il fascino. E’ un assedio vinto. E chi scrive una storia fascinosa lo sa bene. Però esistono tanti, tantissimi modi di raccontare una storia fascinosa – anche se la storia è sempre la stessa. E così scegli un ambiente, dei personaggi, una trama, e… Avatar.

Avatar è una parola di nobile ascendenza.

Nella mitologia indiana l’Avatar – il disceso – è l’incarnazione di Vishnu, che di era in era torna sulla terra per proteggere gli uomini retti, spazzar via i malvagi e riportare la Giustizia. Il più celebre fra gli Avatar senza dubbio è Krishna, l’alto principe dalla pelle azzura.
E James Cameron, durante l’ultimo ventennio, nelle fucine della sua fantasia, in laboratori informatici e sui set di ripresa forgia un nuovo Avatar.

E’ strano ritrovarsi in uno stanzone buio con degli occhialini stupidi sul naso e bere da una parete illuminata figure e sensazioni palesi che sono sempre vissute celate nella tua immaginazione più intima. E ti chiedi… quale strana spia, silenziosa come la notte, appostata nelle circonvoluzioni della mia mente ha preso appunti osservando i miei sogni mentre li sognavo? Passandoli poi ad un regista d’oltreoceano che ci avrebbe fatto su un film? Come è possibile?
Così sbalordito mi sono sentito io vedendo balzar fuori dallo schermo le montagne fluttuanti su cui ho costruito i miei palazzi, vedendo le foreste che già avevo sognato e in cui da anni vado esplorando nuovi sentieri con passo leggero, e volando come troppe volte ho fatto su creature simili a draghi.
E’ il supremo inganno dei sensi. I decadenti francesi avrebbero stravisto per Avatar 3D. Magari non per i temi, ma per l’illusione sì.

Io credo che la maggior parte dei fruitori dell’arte cinematografica nel mondo sia inconsapevole della parzialità della propria esistenza. E’ una questione di semplice statistica, visto che si tratta di un’arte di massa. E questo pone in capo al regista (magari che voglia dire qualcosa) un onere ancora maggiore. Perché fare arrivare un messaggio ad un distinto signore o a un ragazzo dagli occhi vivi che entra in un teatro è facile; fare arrivare lo stesso messaggio ad un tizio che biascica popcorn con la bocca aperta in settima fila, no.
Se ad una persona che non ha sviluppato se stessa, vissuta senza mai imparare ad imparare, se ad una persona del genere dici che le stai insegnando qualcosa, non imparerà mai. Si chiuderà a riccio. Sfodererà un rivestimento refrattario antievolutivo.
Quindi va fatta una piccola finta. Proporle di divertirsi e cercare nel mentre di dire qualcosa. E questo James Cameron lo sa bene – o mi piace pensare che lo sappia.

Ti ucciderò in centocinquanta modi dice Shakespeare in As you like it.
Così fa Cameron. Riferendosi al cliché. Perché non è necessaria una storia pazzesca per fare una grande opera.

Anzi nel caso la storia è veramente semplice.

Per farla breve, il protagonista è Jake Sully, un ex-Marine paraplegico. Suo fratello gemello, morto di morte violenta, era uno scienziato che avrebbe dovuto partecipare al programma Avatar sul lontano pianeta di Pandora. “Lei ha il suo stesso genoma, vuole sostituirlo?” E così Jake parte per sostituire il fratello. Il pianeta è boscoso e selvaggio, l’atmosfera è irrespirabile per gli umani, e ha un sottosuolo ricco di un preziosissimo minerale, che viene estratto con gran dispiegamento di mezzi. La missione su Pandora ha quindi una componente fondamentalmente imprenditoriale, ma è affiancata da una spedizione militare d’appoggio e una scientifica di ricerca che conduce il contatto coi nativi Na’vi, una popolazione di eleganti giganti azzurri completamente detecnologizzata che vive in simbiosi diretta con la natura del pianeta. Gli scienziati curano il programma Avatar: attraverso un’opera di ingegneria genetica i DNA Na’vi e umani vengono combinati per creare dei corpi Na’vi che possano essere controllati a distanza dagli scienziati e che permettono quindi di poter agire all’esterno senza l’ausilio di maschere. Il colonnello dei Marines che guida la missione militare conquista la fiducia di Jake: “Cerca di farteli amici e di convincerli a sloggiare; intanto forniscimi anche informazioni utili per un assalto armato. Nel caso in cui non si convincano”. Infatti un mega-giacimento del minerale da estrarre si trova sotto il mastodontico albero-città della tribù Na’vi: devono andarsene o morire. “In cambio, Jake, vedremo di ridarti un paio di gambe funzionanti”. Durante una spedizione però si perde e viene salvato da una Na’vi di quella stessa tribù, che per decisione del consiglio tribale si ritrova ad addestrarlo. Così Jake Sully inizia a vivere come un Na’vi, e scopre un tipo di realizzazione della propria vita diverso e superiore – pur continuando la sua missione. Allo scadere del tempo invano concessogli per attuare la mediazione e negoziare lo spostamento della tribù, l’impresa si risolve ad attuare un’azione militare per radere al suolo la capitale-albero della tribù Na’vi. A quel punto Jake, ormai innamorato della sua nuova vita e della bella Na’vi che lo ha addestrato, passa dalla parte opposta a difendere la sua nuova terra. Scoperto il tradimento, viene strappato all’Avatar e quindi al suo corpo Na’vi, e solo con una rocambolesca fuga insieme ad un piccolo gruppo riesce a rientrarvi. Ma ormai anche i Na’vi lo ritengono un traditore, visto che ha rivelato di essere una spia e che era a conoscenza dell’imminente assalto umano. Per riconquistare la fiducia della tribù Jake doma un leggendario animale» volante e si ripresenta come Toruk Mak To, una figura mitica che riappare di era in era nei momenti più bui della razza Na’vi per riunirla, proteggendo i retti, spazzando via i malvagi e riportando la Giustizia. Così avviene in un epico scontro; gli uomini sono ricacciati in esilio sul loro pianeta morente e Jake Sully diventa definitivamente un Na’vi.

La storia è veramente semplice. E Cameron marcia su questa semplicità. Danza un ballo arioso col cliché senza lasciarlo mai condurre. Ma conducendo assieme a lui anche l’immaginario e il pensiero di chi assiste.

Le astronavi futuribili sono chiaramente un must! Allora Cameron te ne fa una che assomiglia alla Torre Eiffel senza che nessuno si accorga della somiglianza, del peso storico di quel design. Ma c’è, e tutti sanno come è fatta la Torre Eiffel, e in qualche perlacea cellula del cervello di ognuno, scoccando fra i bianchi assoni neurali, il collegamento è stato fatto pur rimanendo celato. Palese che sia terrestre, quindi. E si crea la delicata magia che sottintende l’ironia del colonizzare mondi lontani sparapocchiando Torri Eiffel a destra e a manca nell’universo.
Così come nell’immaginario collettivo quegli aereocotteri che vengono usati per spostarsi sul pianeta Pandora in Avatar sono sovrapponibili a quelli di Apocalypse Now. Il che ci ricorda il Vietnam. E quindi si sa che cosa aspettarsi dai Marines. Già si vede il fuoco nella foresta. Ma coscientemente non ne hai ancora idea.
Ecco gli scienziati, poi. Un branco eterogeneo di nerd, zitelle e sfigati. Di un realismo impressionante. Che però fa passare costantemente per imbecille qualsiasi militare passi nei paraggi.
Cameron  prende per mano lo spettatore da una situazione nota e familiare accompagnandolo verso un cambio radicale di prospettiva.
Infatti poco dopo gli Avatar vengono utilizzati: il cambiamento di corpo di Jake Sully permette a chi osserva di trovare naturale il successivo cambiamento di spirito. E l’attaccamento sempre maggiore alla propria nuova vita che rende la forma umana quasi insopportabile, il tempo sempre maggiore passato nel proprio nuovo corpo che rende la vecchia vita un’aberrazione è un indice tangibile, evidente, quasi fisico dell’evoluzione radicale dell’esistenza di Jake.

Quando vogliamo cambiare la nostra vita iniziamo andando dal parrucchiere per un nuovo taglio di capelli, dopotutto.

Avatar è una parola di nobile ascendenza, e temevo per la sua nobiltà.
Avevo ragione di temere, ma qui mantiene un portamento consono al proprio sangue blu: nel film, dopotutto, che cos’è un Avatar? Un’incarnazione bella e buona: l’Avatar è ancora un disceso. Disceso dal cielo, oltretutto, come tutti gli umani che siano su quel pianeta, Pandora. E non solo: i Na’vi sono una versione ripulita e ristrutturata di Krishna. Meno orpelli, sì, ma alti, azzurri e fisicamente prestanti come lui. E per di più i loro corpi sono una pesatissima commistione di elementi umani e felini rimodellati per dare una grazia ineuguagliabile alla loro figura e ai loro movimenti – avvicinandoli ancora una volta alle icone indiane metà uomo metà animale. Quindi, considerando anche quello che ho già detto del ruolo di Toruk Mak To, è facile dire che Jake Sully, col suo Avatar, sia effettivamente un Avatar in senso indiano.
Non è un filmozzo provinciale, ignorante e tronfio. E’ un film ponderato, sorretto da un iceberg di pensiero.

Il suo epos» è delicato. Sempre intuitivo. Accompagnato da una colonna sonora di prim’ordine: perfettamente integrata con l’ambiente, lascia stare il fuoco degli eserciti di violini e gli squilli di trombe potenti da carica di cavalleria francese. James Horner, il compositore che l’ha creata, ha preferito strumenti psicagogici» primitivi, quelle sonorità che per qualche strano retaggio abbiamo tutti nel cuore e che incantano la mente, le sonorità di piccoli tamburi suonati con le mani e di grandi pelli percosse con mazze, di canti che si intrecciano e si rispondono, di flauti lunghi, di campane a grappolo, di arpe le cui note sono cristalli che cadono a terra, quasi gocce, quasi vento – infiniti strumenti sotto innumerevoli dita come quando fuori piove.

E queste musiche, tirandoti per il cuore, ti sollevano verso i veri messaggi che è urgente lanciare in un occidente come questo.
Un amore complice per la Terra Madre alla cui sorte siamo legati a doppio filo. La Natura come parte del sé e il sé come parte della Natura. Il profondo e amorevole rispetto per ogni essere vivente, vegetale ed animale. Il vivere in punta di piedi senza viaggiare su macchine di grande cilindrata, trovando altrove la propria torreggiante grandezza. Lo stupore davanti alla meraviglia di questa vita. Una vita che può trovare la propria realizzazione aldilà dello svolgimento della missione militareconomica, una vita più alta che deve trovare il proprio incastro perfettamente lubrificato nel mondo, consacrata ad una vocazione inarginabile, ad un sogno, proprio e collettivo, a ritmo con il resto dell’umanità, di realizzazione, felicità, di sentimento, il sogno di Faust ormai vecchio per la seconda volta, il sogno che non posso non pensare ogni singolo ventenne stia rincorrendo come una preda sfuggente nel sottobosco – anche se non è così.

E milioni di persone hanno sentito questo messaggio, nei cinema, con gli stupidi occhialini 3D sul naso.
Milioni di persone hanno visto il protagonista di un film che ha lasciato tutti a bocca aperti uccidere un animale per cibarsene domandandogli perdono come facevano i nostri progenitori, triste per la sofferenza che gli ha dovuto infliggere; hanno visto la stupidità di chi continua a perseguire un interesse economico senza la capacità di stupirsi, di capire la bellezza profonda di quello che sta perdendo e distruggendo; hanno visto l’idiozia di chi non è relativista a confronto con gli uomini che sanno esserlo; hanno sentito parlare di una terra morente potendola soltanto immaginare, avendo davanti agli occhi un immaginario pianeta rigoglioso e fervido di vita che ne rendeva tanto più insopportabile il pensiero. Milioni di occidentali hanno sentito i Na’vi salutarsi dicendo “Io ti vedo“, così come gli indiani si salutano dicendo “Namaste” – “la divinità che è in me si inchina alla divinità che è in te”. E noi invece ci salutiamo dicendo “bonaaa!” “ci si becca”.
Anche se aver visto e sentito non significa aver capito, è già un inizio.

E’ vero. E’ un film con tempi wagneriani, e non si confanno a tutti. Spesso il messaggio è un po’ grossolano, le azioni degli umani irruvidiscono l’epos e soprattutto la divisione fra bene e male è assolutamente troppo netta per essere apprezzabile. Quindi… lo considero uno spettacolare primo tentativo. Spettacolare primo tentativo di creare un film davvero capace di  fare la differenza. Ma comunque era da molto che non andavo al cinema dicendo “Oh…” così spesso. Era tanto tempo che non mi dicevo “Diavolo, questo fim ha davvero un bel messaggio, sono contento che lo veda tanta gente”.
Ma c’è anche stato qualcosa di più…

Perché  poi sono tornato a casa e ho sognato le mie montagne fluttuanti. Erano diverse. Ancora identiche a come le avevo sempre viste io, ma… Stavolta c’erano tante persone come me, sopra, che arrivavano sui loro draghi. Perché quelle montagne non sono solo le mie montagne. Perché tutti quei sogni non sono solo i miei sogni.
E devo dire che è molto meglio così.

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Giusto per continuare con le corrispondenze, quel destriero alato è identico a Garuda, il mitico volatile cavalcato, secondo la leggenda, dallo stesso Vishnu.Powered by Hackadelic Sliding Notes 1.6.4
“Epos” è una bellissima parola greca che è alla radice di “Epica” e di tutte le parole connesse. Io lo uso genericamente in luogo di sostantivi orrendi come “Epicità”, indicando la vena che rende qualcosa epico.Powered by Hackadelic Sliding Notes 1.6.4

feb 5 2010

Quello che non dobbiamo sapere sulla droga

Aveva soltanto ventisette anni, quando si ritrovò ad essere il solo medico del campo. I feriti erano novanta, lui era solo e non aveva che bende e seghetti da osso; niente medicine. 7 settembre 1914, sera. Dalle bocche spezzate si levavano lamenti selvaggi, mentre la notte abbracciava questi guerrieri morenti, lontano da casa, a Grodek, in Polonia. E lui era lì, da solo. Ufficiale medico Georg Trakl, altissimo poeta espressionista tedesco, che di lì a due mesi si sarebbe ucciso al ricordo di quella sera, abusando del suo vizio: overdose di cocaina.

Ieri, 4 febbraio, è uscita un’intervista, rilasciata da Marco Castoldi aka Morgan per la rivista “Max”. Intervista piuttosto scottante, perché il cantante parla in maniera decisamente smaliziata del proprio uso di cocaina – anzi tanto scottante da essergli costata l’espulsione dal Festival di Sanremo, ormai ufficiale. Perché il Festival è un monumento culturale, e non si può permettere ai cattivi esempi di penetrarvi. Sorge quindi la domanda: ma allora Povia al festival che ci faceva? Anyway.
Cori unanimi si sono levati a rimarcare la sconvenienza per un uomo pubblico di fare certe affermazioni (anche se si potrebbe citare Il berretto a sonagli di Pirandello: “Vergogna è dire certe cose… farle, no di certo”). Come ha sottolineato il ministro per la Gioventù Giorgia Meloni, Morgan dimostra di essere l’ennesimo cattivo maestro di cui la gioventù italiana farebbe volentieri a meno, una voce di certo non di aiuto nella battaglia che la nostra società sta combattendo contro il consumo di stupefacenti, che brucia – e ha già bruciato – ampie fette di parecchie generazioni. Ma se è vero che nessuna questione si può definire a colpi d’accetta – men che meno una complessa come questa -, vediamo che cosa si ha grande cura di tacere, in questi tempi, sulla cocaina e sulla droga in genere.

Esistono tre motivi per cui uno si può drogare:

  1. Per sballo, anche se odio questa espressione. Anyway, il fine è e resta quello di alterare le proprie percezioni e i propri stati dell’animo per confondere e rendere piacevolmente sopportabile e divertente una situazione interna disastrata da disagi profondi che non si ha la forza, la capacità né l’aiuto per affrontare.
  2. Per cultura, e questo è un punto veramente interessante. Noi a tavola ci scoliamo bottiglie e bottiglie di vino reputandolo perfettamente normale. E l’alcol è una droga. In Nepal e in India è perfettamente normale fare una capatina alla fumeria d’oppio, o passare dalla bancarella che vende hashish prima di tornare a casa. E questo uso dell’hashish è diffuso anche nei paesi mediorientali. Sulle Ande tutti masticano palline di foglie di coca: addirittura, in tempi antichi misuravano le distanze in palline di coca, cioè in quante palline ti servivano per coprire una distanza a corsa dopandoti con la coca quando non ce la facevi più. Chiaramente sulle Ande e in Medio Oriente è deprecabile ubriacarsi tanto quanto è culturalmente malvisto da noi farsi di coca o fumare sigarette oppiate.
  3. Per uso sapienziale. L’uso più antico e quello di più difficile comprensione.
    Perché i Rastafariani fumano l’erba ganja? Perché gli stregoni messicani assumono peyote e mescalina? Non per sballo, non strettamente per un fattore culturale. Secondo il credo rastafariano, gli effetti della marijuana sono capaci di inclinare l’animo alla meditazione e alla preghiera. Secondo gli sciamani, l’alterazione sensoriale e di pensiero accompagnata da sostanza naturali psicotrope, è in grado di metterci in contatto con la parte più profonda e nascosta di noi stessi e di rendere tangibile l’oltremondo dell’invisibile. Quindi di darci dei vantaggi di conoscenza una volta tornati lucidi.

Arthur Rimbaud si strafaceva di tutto quello che gli capitava a tiro. Paul Verlaine si finiva d’assenzio. D’Annunzio era entusiasta della cocaina, pippava forte e poi fotteva per ore – come gli interessava. Questo è solo in parte scritto nei libri di letteratura. E non è mai nelle note de “La pioggia nel pineto”.
Il punto è che di rado ci soffermiamo a pensare che la nostra tanto amata cultura artistica europea è fondata sulla droga, per un verso o per un altro. E se da un lato si può capire che i grandi dirigenti RAI siano titubanti nell’accettare pubblicità in favore degli stupefacenti, dall’altro non si può negare che un uso sapienziale sia strutturalmente necessario per una certa categoria di artisti.

La droga non è un male assoluto. E’ autodistruttiva, come la non stima di sé e il guardare la televisione, ma nulla di più. Anzi.
Con questo non voglio giustificare Morgan. Dopotutto da ieri sera in poi sarà in tutti i Talk-Show possibili immaginabili per dare scuse e spiegazioni – cosa che i veri artisti maledetti mai avrebbero fatto, il che lo umilia e denobilita ulteriormente. Ma laddove ci siano artisti con le palle che si drogano per ragioni superiori, è necessario avere la coerenza culturale per accettarli. Ovvio che ogni tipo di droga sia usata perlopiù per motivi futili riconducibili al punto 1; ma questo non deve indisporre verso chi la usi per motivi altri – se non alti. E non mi sto riferendo alla beat generation e a Jim Morrison. Costoro non ne hanno mai fatto uso sapienziale. Il che è ben deducibile dalle banali poesie di Morrison. Ma non vi preoccupate: di lui parlerò ancora in futuro. Senza pietà.

Volendo tirare le conclusioni, è bene che Morgan sia stato escluso da Sanremo per le sue affermazioni? No. Ma viste le sue ritrattazioni, sì, assolutamente, non merita altro. Perché ha dimostrato di non aver fatto della droga un uso sapienziale come dovrebbe fare ogni artista che si dica aduso al consumo di droghe.

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gen 5 2010

Rashomon

di Benjamin Sidney

Oltre il confine della ragione si trova una dimora sicura, una rocca inespugnabile, circondata dal caos, fiume in piena. Nella nebbia, i bassi fondi dell’animo umano, anime violentate dall’oscuro terrore, angelo ubriaco. B.S.

Un caloroso saluto a tutti i lettori di To Honolulu,
perdonate il mio inizio, sono appena emerso da un’esperienza sconvolgente, un film del genio Akira Kurosawa.

Leggi tutto…

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I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

Sono cent’anni che ti aspettiamo! E anche se non lo sapevi, ci stavi cercando.

Chi sono questi idioti coi cartelli?
E soprattutto, perché? li stavi cercando?
Leggi qua sopra: capirai.

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