Allitteration
A volte, se ci troviamo uno a lavoro e l’altro all’università, succedono cose strane. Giocando con le parole succede che scriviamo discorsi che sembrano senza senso ma che un senso quasi non ce l’hanno. Giorgio in arancio, Massimo in verde.
Avevo ancora appetito, all’aperto. Allora alloggiavo all’Astoria, andavo avanti ad alcol, acidi… Agghindato ad aggeggi argentati, agitavo astruse argomentazioni avvalorando antichi assiomi. Assassinai agenti anzianotti: avevo avuto ancora abbastanza ardore.
Capisco, certo che cominciamo con considerevoli considerazioni, caspita! Continuiamo, centrando cerchi, cercando colombe color ciano, consapevoli – certo – che ciò che coloriamo celebri celesti campeggi. Comunque, continua, coraggio.
Secondo scienziati stupidi, sentendoci soli, sciogliamo sostanze speciali… Sussurrando successivamente su se stessi, succubi, salmodie senza sale, sentenze sciocche. Sapide, se (seppur soli) si scoreggia. Sovvertire sedimentati sistemi sessuali, superarli superbamente? Sembra… Sì, sicuramente. Si senton scrosciare scorse storie secolari.
Pare piacevole. Potevi precedentemente puntualizzare punto per punto procedimenti, prove, provette. Per piacermi potresti portarmi pane, pomodori, peperoni. Presto però perché potrei partire prima, pur potendo prevedere posizioni posteriori. Passo puntualmente penna, prego, prosegui pure.
Vorrei vederti volare via, volgare verro. Verrò verso voi vomitando voulevant: vedrai, vari vasi vuoti vacillanti varranno veramente voglie vinose, veloci viaggi vulcanici, vascelli vespertini. Viareggio vaneggia; vado via, Versilia. Vuoi?
Gradirei. Girando giardini, galoppano giovani giumente, gaudiose, graziose. Grandi gioie, Giorgio.
Maestose meraviglie! Ma Massimo, mi manca – mannaggia – mezza misura, mentre maneggio mesto metri, morali, mirabili maglioncini, melassa, magici meteoriti magnetici. Mi moltiplico malvolentieri; ma mi manderai mai?
Realizzando rare realtà religiose rimangono rudimenti reincarnati, rotolanti, rumorosamente raccolti. Ratti rugosi, radure rese rase, resoconti redditizi, rampolli retroattivi, ritornano risalendo ripidissime rupi. Rovigo resta reclusa, ritrovarla roderebbe.
La lasciai. Le lisciavo le labbra, lascivo, la lunga lingua. Le leccavo la lingerie – la levavo. Le lanciai la lenza. Lei, lucida: luppolo leggero, languido. La lancia la lanciò là. La lasciai.
Trovai tanti trucioli, tre troll trasformati tremendamente. Tresche turbavano, traviando territori: troppi tiravano, tiravano tutto. Tube, trombe, triangoli – tubavano, trombavano, triangolavano. Tumulti tenevano taciturni taluni tori.
Oh…! Ordini oggetti oltraggiosi. Ormai ostaggio, organizzerò orribili overture – ohimè! Oserò ottemperare origliando onde, od omologando occhiali oscuri. Ovest, ontani. Ohi ohi. Ori orientali opprimono ogni ortaggio. Orpelli occhieggiano ornando orifizi.
Facciamola finita. Farfugliamo fra filosofia filoanimalista, fredde frasi frettolose, festival fumosi, facendo fatica. Forse future frustrazioni finalmente formeranno felici fracassi. Francamente, finiamola: fave.

