E poi ti odio e poi ti amo e poi ti odio e poi ti amo e poi ti eleggo – ovvero, l’amore sotto il ponte
In questo periodo dell’anno il greto del fiume è splendido. Verdissimo, smeraldino, con l’erba soffice appena nata. L’acqua della cascatella, poco più a valle, scroscia piacevolmente, quasi cantando. La riva bassa viene sciacquata dalla corrente lenta. Nella trasparenza tremante delle polle ancora freddissime si vedono girini e granchietti di fiume.
Devono costruire un ponte, dicono. I mezzi dei contadini hanno bisogno di passare da una riva all’altra senza dover fare il giro lungo dal Ponte alla Badia, parecchi chilometri più a monte, che gli prende troppo tempo. E’ deciso, e i fondi ci sono.
Però adesso devono decidere a chi farlo costruire.
Io amo. Amo tante persone, a cui affiderei il mio cuore stesso senza batter ciglio. Mi fido di loro ciecamente e la mia vita futura dipenderà anche da loro. Averle o no accanto mi fa la differenza, danno un colore immenso alla mia esistenza, sono i battiti del cuore fraterni che mi rinfondono coraggio quando sono in ginocchio, sono le voci che riecheggio e che riecheggiano la mia, il mio fronte comune compatto che sfonda ogni muro di solitudine. Ma fra di loro non ci sono ingegneri né architetti esperti: quindi a nessuno di loro, nonostante tutto il mio amore, affiderei la costruzione di un ponte.
La affiderei invece volentieri all’ingegnere o all’architetto più burbero, freddo, arido, brutto, antipatico ma fottutamente bravo che la piazza possa offrire.
La costruzione di un ponte – evidentemente – non è una questione d’amore. Purtroppo, certo, perché sarebbe bello se sorrisi e belle speranze potessero tener su una mole mastodontica inarcata sopra un fiume impetuoso. Ma non ce la fanno. Almeno per ora. Funzionano molto meglio larghi pilastri squadrati di solida roccia, posti con perizia e conficcati profondamente nelle viscere del letto del fiume. Quelli sì che sono una garanzia. Immagino preferiremmo tutti camminare saltellando su un ponte romano serioso che sopporta agilmente la propria silenziosa fatica da venti secoli piuttosto che su un ponticello di legno marcescente ma messo con tanto amore. Fermo il fascino del ponticello amoroso.
Il paese si è separato in due gruppi. Uno propone di scegliere l’architetto fra i vari candidati attraverso un’elezione. Uno dice che per sceglierlo è meglio indire un concorso. I costi delle due soluzioni sono quasi identici.
I primi sostengono che è molto meglio far scegliere alla popolazione del paese in cui verrà costruito il ponte perché così sarà possibile assicurarsi che il lavoro venga svolto da una persona di fiducia, affidabile.
I secondi dicono che con delle elezioni verranno favoriti non gli architetti migliori, ma i più noti, i più ammanicati, che verrà premiata l’amicizia più che la capacità. Per questo è necessario bandire un concorso con cui far valutare imparzialmente da una commissione esperta la proposta tecnicamente migliore.
Sinceramente io mi schiero col secondo gruppo. Credo che si debba valutare il progetto oggettivamente migliore, a prescindere dalla persona che lo propone. Fare un ponte non è una questione di amore, né di amicizia, né di simpatia, né di notorietà. E’ una questione di capacità, di scienza, di tecnica, di arte.
Ha ovviamente prevalso la posizione del secondo gruppo.
Vincitore del concorso è stato un giovanotto scostante che parla poco e che non mette mai la camicia. Il suo ponte è favoloso. Lo vedi? Già… Una meraviglia.
Non ha nemmeno avuto bisogno di usare l’intero budget. I lavori sono finiti addirittura con venti giorni d’anticipo. Sono venuti tanti giornalisti, all’inaugurazione. E anche diverse persone incravattate coi capelli lunghi tirati indietro e gli occhialini a mezzaluna, che borbottando fra di loro sembravano dire cose molto belle sul conto del ragazzo. Quel ciccione del sindaco era tutto un fremito d’orgoglio. Dicono che quel giovanotto sarà chiamato anche da altre parti a fare lavori d’architettura. Anche lontano, oltremare.
E mi viene da domandarmi… in politica vanno bene le elezioni, ovviamente. Anche se la gestione della macchina di uno Stato è decisamente più simile alla costruzione di un ponte, non trovate?, piuttosto che ad un Festival musicale col televoto. Ma quali siano i limiti della democrazia rappresentativa lo sappiamo tutti. Quindi… lo so, non si può fare un concorso imparziale in cui una commissione neutra esperta valuti le liste dei partiti, scegliendo quella col programma migliore sotto ogni profilo alla luce della Costituzione (davvero non si può?), ma be’, almeno scendiamo ad un compromesso.
Almeno non parliamo d’odio e d’amore in politica. L’odio esiliamolo per sempre e senza appello dalla patria del nostro cuore, l’amore facciamolo verdeggiare in famiglia, con gli amici, con le fidanzate. Non nel governo. Perché è tanto bello. Ma l’amore non tiene su un ponte. Il fatto che ti ami non rende più abile a costruirlo. Il fatto che ti ami non ti rende più idoneo a guidare coscienziosamente uno Stato. Anzi. Mi offusca decisamente la vista. E il fatto che ti odi non ti rende meno idoneo. Quindi in politica parliamo in temini più distaccati, cinici, freddi e calcolatori, vi prego. Niente odio. Niente amore. Solo capacità, scienza, tecnica e arte.
Amiamo, sì, con tutto il cuore. Ma nei contesti opportuni. Perbacco.


