Perché il panda si deve estinguere
Quattro miliardi e mezzo di anni di storia terrestre scritti da Madre Natura. Prima dell’avvento dell’Uomo era lei a decidere quali specie dovessero estinguersi e quali invece fossero destinate a sopravvivere e ad evolversi. Poi l’Uomo è arrivato, e col suo scriteriato sfruttamento delle risorse, col suo incurante caos ha compromesso delicati ecosistemi e condannato ad un’ingiusta estinzione decine, centinaia, se non migliaia di meravigliose specie.
Ma fatemi spezzare una lancia a provocatorio favore dell’estinzione del panda – simbolo delle specie in pericolo.
Il panda fa due cose al mondo: mangia e dorme. “Come la maggior parte degli erbivori” dirà qualcuno. Sì, ma lui mangia seduto. Seduto. E non ha predatori naturali. E’ un grasso sovrano. Biascica bambù col fare della vecchia nonna che sta a sbucciare le fave in veranda.
“La deforestazione ha distrutto il suo habitat naurale, sono sempre meno le zone in cui i panda possono vivere”. Vivere. Non proliferare. I panda non proliferano. Mai. Sono solitari, di rado c’è l’incontro fra i due sessi – e anche quando c’è spessissimo non si piacciono. E anche quando fanno figli ne fanno uno. E se ne fanno più di uno si prendono comunque cura di uno soltanto – il panda, tanto carino, è un genitore scellerato. Fermi gli interventi dannosissimi della Cina che ha sputtanato la varietà delle specie di bambù, Madre Natura probabilmente aveva scelto quel bontempone del panda come candidato all’estinzione molto prima dell’intervento dell’uomo. (Fra l’altro, sapete che la Cina affitta i panda agli zoo del mondo? E che lo fa per massimo 10 anni a un costo di un milione di dollari l’anno? E che contrattualmente gli eventuali figli appartengono comunque alla Cina? Hanno il monopandapolio – e come ne sono gelosi!)
E poi ci sono delle correspondances baudelairiane da non sottovalutare.
Come si chiamava la peggiore macchina di tutti i tempi, che in curva ti si aprivano le portiere e in autostrada si chiudevano gli specchietti per il vento? Non Falco. Non Tigre. Non Scimpanzé. Panda. Adesso l’hanno migliorata e messa a norma, ma guardiamo in faccia la realtà: corrispondenze.
E non illudiamoci che il mondo voglia veramente salvare il panda: il WWF ce l’ha come logo soltanto perché stampare in bianco e nero costa meno.
E’ giusto battersi contro la distruzione del nostro bel pianeta. Sacrosanto quindi evitare i prodotti della Mitsubishi e invece acquistare gli export del Gabon (ha una politica ambientale da idolatrare) e supportare Organizzazioni Non-Governative attive sul fronte, e garantire il proprio voto politico a parti sensibili al problema. Ma senza interferire con la natura stessa: l’interferenza è il problema, in negativo, sì, ma anche in positivo. E’ vero che non dobbiamo provocare l’estinzione innaturale di specie viventi, ma non dobbiamo nemmeno ancorare a questo mondo specie che si avviano all’estinzione per i fatti loro.
Per questo, se Madre Natura aveva già scelto il malinconico orso in bianco e nero alla Truffaut per ridursi lentamente, un poco alla volta, ritirandosi nei cuori più impenetrabili delle foreste finché non ne fosse rimasto uno solo, ignaro, e questo non avesse passato i suoi ultimi giorni a masticare placidamente i germogli più teneri di un verdissimo bambù primaverile, spirando, infine, col muso verso il cielo quando il sole del pomeriggio (lo vedi?) occhieggia con le cime ondeggianti delle alte canne ponendo fine all’ultimo capitolo della storia dei panda, per questo, dico, se Madre Natura aveva scelto così, così dobbiamo fare in modo che sia. Senza arpionare una specie passeggera, un ramo estremo e cieco dell’evoluzione a questo mondo inchiodandolo e riproducendolo in robuste gabbie metalliche, fecondato artificialmente o attizzato forzosamente con panda-pornazzi e poi seguito nella gravidanza come un’Angelina Jolie, alla berlina del pubblico ludibrio o piantonato nelle riserve (quasi fosse un Sioux saggio e bellicoso), additato per la goffa tenerezza che ispira, modello principe di peluche soffici e costosi – a questo solo scopo, perché i tentativi utopici di moltiplicarli e reintrodurne orde infinite nelle foreste cinesi non sono troppo sostenuti (per fortuna).
Ma forse anche lui, come la Madre suggerisce, proprio lui, uno degli ultimi rimasti, chiede solo di tornare nell’Honan – in quel che ne resta – presso il suo laghetto blu, tutto cinto di bambù (com’era bello, ricordi?), rendendo l’anima al cielo e il corpo alla terra stando disteso nell’ombra macchiata di sole di un sottobosco che sta sparendo, e di passare, sì, passare, come sta passando la sua foresta, come tutti sono passati, e come tutti passeremo.
E magari, chiede di non fare più macchine del genere col suo nome.
So che è bello vivere in un mondo con i panda. Ma come direbbe George Carlin, “Let them go gracefully”.







