feb 5 2010

Quello che non dobbiamo sapere sulla droga

Aveva soltanto ventisette anni, quando si ritrovò ad essere il solo medico del campo. I feriti erano novanta, lui era solo e non aveva che bende e seghetti da osso; niente medicine. 7 settembre 1914, sera. Dalle bocche spezzate si levavano lamenti selvaggi, mentre la notte abbracciava questi guerrieri morenti, lontano da casa, a Grodek, in Polonia. E lui era lì, da solo. Ufficiale medico Georg Trakl, altissimo poeta espressionista tedesco, che di lì a due mesi si sarebbe ucciso al ricordo di quella sera, abusando del suo vizio: overdose di cocaina.

Ieri, 4 febbraio, è uscita un’intervista, rilasciata da Marco Castoldi aka Morgan per la rivista “Max”. Intervista piuttosto scottante, perché il cantante parla in maniera decisamente smaliziata del proprio uso di cocaina – anzi tanto scottante da essergli costata l’espulsione dal Festival di Sanremo, ormai ufficiale. Perché il Festival è un monumento culturale, e non si può permettere ai cattivi esempi di penetrarvi. Sorge quindi la domanda: ma allora Povia al festival che ci faceva? Anyway.
Cori unanimi si sono levati a rimarcare la sconvenienza per un uomo pubblico di fare certe affermazioni (anche se si potrebbe citare Il berretto a sonagli di Pirandello: “Vergogna è dire certe cose… farle, no di certo”). Come ha sottolineato il ministro per la Gioventù Giorgia Meloni, Morgan dimostra di essere l’ennesimo cattivo maestro di cui la gioventù italiana farebbe volentieri a meno, una voce di certo non di aiuto nella battaglia che la nostra società sta combattendo contro il consumo di stupefacenti, che brucia – e ha già bruciato – ampie fette di parecchie generazioni. Ma se è vero che nessuna questione si può definire a colpi d’accetta – men che meno una complessa come questa -, vediamo che cosa si ha grande cura di tacere, in questi tempi, sulla cocaina e sulla droga in genere.

Esistono tre motivi per cui uno si può drogare:

  1. Per sballo, anche se odio questa espressione. Anyway, il fine è e resta quello di alterare le proprie percezioni e i propri stati dell’animo per confondere e rendere piacevolmente sopportabile e divertente una situazione interna disastrata da disagi profondi che non si ha la forza, la capacità né l’aiuto per affrontare.
  2. Per cultura, e questo è un punto veramente interessante. Noi a tavola ci scoliamo bottiglie e bottiglie di vino reputandolo perfettamente normale. E l’alcol è una droga. In Nepal e in India è perfettamente normale fare una capatina alla fumeria d’oppio, o passare dalla bancarella che vende hashish prima di tornare a casa. E questo uso dell’hashish è diffuso anche nei paesi mediorientali. Sulle Ande tutti masticano palline di foglie di coca: addirittura, in tempi antichi misuravano le distanze in palline di coca, cioè in quante palline ti servivano per coprire una distanza a corsa dopandoti con la coca quando non ce la facevi più. Chiaramente sulle Ande e in Medio Oriente è deprecabile ubriacarsi tanto quanto è culturalmente malvisto da noi farsi di coca o fumare sigarette oppiate.
  3. Per uso sapienziale. L’uso più antico e quello di più difficile comprensione.
    Perché i Rastafariani fumano l’erba ganja? Perché gli stregoni messicani assumono peyote e mescalina? Non per sballo, non strettamente per un fattore culturale. Secondo il credo rastafariano, gli effetti della marijuana sono capaci di inclinare l’animo alla meditazione e alla preghiera. Secondo gli sciamani, l’alterazione sensoriale e di pensiero accompagnata da sostanza naturali psicotrope, è in grado di metterci in contatto con la parte più profonda e nascosta di noi stessi e di rendere tangibile l’oltremondo dell’invisibile. Quindi di darci dei vantaggi di conoscenza una volta tornati lucidi.

Arthur Rimbaud si strafaceva di tutto quello che gli capitava a tiro. Paul Verlaine si finiva d’assenzio. D’Annunzio era entusiasta della cocaina, pippava forte e poi fotteva per ore – come gli interessava. Questo è solo in parte scritto nei libri di letteratura. E non è mai nelle note de “La pioggia nel pineto”.
Il punto è che di rado ci soffermiamo a pensare che la nostra tanto amata cultura artistica europea è fondata sulla droga, per un verso o per un altro. E se da un lato si può capire che i grandi dirigenti RAI siano titubanti nell’accettare pubblicità in favore degli stupefacenti, dall’altro non si può negare che un uso sapienziale sia strutturalmente necessario per una certa categoria di artisti.

La droga non è un male assoluto. E’ autodistruttiva, come la non stima di sé e il guardare la televisione, ma nulla di più. Anzi.
Con questo non voglio giustificare Morgan. Dopotutto da ieri sera in poi sarà in tutti i Talk-Show possibili immaginabili per dare scuse e spiegazioni – cosa che i veri artisti maledetti mai avrebbero fatto, il che lo umilia e denobilita ulteriormente. Ma laddove ci siano artisti con le palle che si drogano per ragioni superiori, è necessario avere la coerenza culturale per accettarli. Ovvio che ogni tipo di droga sia usata perlopiù per motivi futili riconducibili al punto 1; ma questo non deve indisporre verso chi la usi per motivi altri – se non alti. E non mi sto riferendo alla beat generation e a Jim Morrison. Costoro non ne hanno mai fatto uso sapienziale. Il che è ben deducibile dalle banali poesie di Morrison. Ma non vi preoccupate: di lui parlerò ancora in futuro. Senza pietà.

Volendo tirare le conclusioni, è bene che Morgan sia stato escluso da Sanremo per le sue affermazioni? No. Ma viste le sue ritrattazioni, sì, assolutamente, non merita altro. Perché ha dimostrato di non aver fatto della droga un uso sapienziale come dovrebbe fare ogni artista che si dica aduso al consumo di droghe.

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gen 5 2010

Rashomon

di Benjamin Sidney

Oltre il confine della ragione si trova una dimora sicura, una rocca inespugnabile, circondata dal caos, fiume in piena. Nella nebbia, i bassi fondi dell’animo umano, anime violentate dall’oscuro terrore, angelo ubriaco. B.S.

Un caloroso saluto a tutti i lettori di To Honolulu,
perdonate il mio inizio, sono appena emerso da un’esperienza sconvolgente, un film del genio Akira Kurosawa.

Leggi tutto…

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dic 23 2009

Un Kurosawa spaziale – la nascita del Jedi

di Benjamin Sidney

Un caloroso saluto a tutti i lettori di To Honolulu!

Questo breve intervento nasce dalla mia passione personale per quei personaggi avvolti dal mistero chiamati Cavalieri Jedi e per uno smisurato interesse per la storia dei più grandi guerrieri di tutti i tempi, i Samurai.

Molto tempo fa notai una somiglianza fra questi due mitici personaggi: entrambi vestono in modo “orientale”, seguono una via marziale basata su fondamenta spirituali e possono avvalersi di poteri speciali quali: la “forza”, l’abilità con la spada e il loro rango elevato che conferisce loro un discreto potere politico e un’ influenza molto forte sulle persone comuni.
Ovviamente, nel caso di Guerre Stellari, stiamo parlando di una storia nata dalla fervida immaginazione di George Lucas, una storia così ben scritta che sembra quasi reale agli occhi degli amanti della fantascienza come me.

Il Samurai al contrario, non è un personaggio della fantasia, si tratta di una casta guerriera antichissima, la più micidiale arma del giappone medievale, sopravvissuto fino ai tempi moderni. Come tutti i veri appassionati di Samurai, mi sono imbattuto nel grande genio del regista Akira Kurosawa. Sempre più rapito, ho cominciato a comprare i suoi film e a guardarli uno dopo l’altro, ancora più incuriosito e sempre più incantato dalla maestria del regista giapponese, ho cominciato a studiarli, nel vero senso della parola.

La fortezza nascosta” è una celebre opera di Kurosawa, girato nel 1958, film che parla della storia di un coraggioso Generale Samurai che deve portare in salvo la figlia del suo re in territorio neutrale, per scampare alla condanna a morte impostale dal nemico.

Ci troviamo in un Giappone che soffre per la guerra intestina,la gente muore di fame o per via della spada, la principessa orfana di padre è ricercata dall’esercito nemico che invia spie e soldati per ucciderla. Il valoroso Samurai trovatosi da solo ad affrontare l’impresa, si avvale dell’avidità di due contadini disperatamente in cerca di una via di uscita dall’inferno della guerra.
Per riuscire a nascondere la principessa e  trarla in salvo insieme ad una montagna d’oro che serve per riorganizzare l’esercito e salvare così la dinastia,il Samurai Rokurota attrae i contadini e li promette una parte dell’oro, se accetteranno di trasportarlo in territorio neutrale. Il saggio Makabe Rokurota non svela loro la vera identità della bellissima ragazza che li segue nel viaggio e il fatto che la ragazza si finga sordomuta, per non farsi riconoscere, crea un’alchimia di situazioni comiche uniche, che lasciano intravedere una tradizione di Kabuki» , ormai radicata nel cinema giapponese.

George Lucas, regista del celeberrimo film StarWars, affermò di essersi ispirato a questi quattro personaggi per la creazione del primo Guerre Stellari, è infatti molto facile riconoscere nei contadini Matakishi e Tahei, sempre in litigio fra loro e sempre nei guai, i due robot C-3PO e R2D2 della saga. Allo stesso modo si intravede la sagoma della principessa Leila nel personaggio emancipato e forte della principessa della dinastia Yuki . Per arrivare al nostro eroe, il cavaliere Jedi Obi-wan Kenoby, ovvero il saggio protettore della dinastia, il Samurai Makabe Rokurota.

Possiamo quindi dire che il valoroso Samurai Rokurota può vantarsi di essere stato il padre del primo cavaliere Jedi della storia, e ancora una volta vediamo il genio di Akira Kurosawa che influenza il cinema e la letteratura mondiale, le sue storie e le sue leggende; un’uomo che ha raccontato le vicende di un popolo, la nascita di una cultura, con le sue grandi virtù e i suoi terribili lati oscuri.

Come descrivere un film di Kurosawa ad una persona che non lo ha mai visto?
Potrei raccontarvi le vicende e le geniali trame, figlie della migliore tradizione del Kabuki, con un pizzico di commedia dell’arte, ma preferirei descriverlo come un regista capace di farvi piangere, ridere di cuore ed infervorare i vostri animi, un regista capace di trasportarvi in un altro mondo, nelle viscere dell’animo umano, capace di farvi vedere i colori con una pellicola in bianco e nero, capace di far vivere la storia allo spettatore, con le sue gioie e i suoi dolori.

Se esaminiamo bene le vicende di questo film vedremo come alla fine uno dei generali nemici, un uomo sfregiato e distrutto dal disonore, deciderà di aiutare il Samurai Rokurota e la principessa a scappare dalla prigionia e si unirà a loro nel “lato buono della forza”, per usare un termine di “Space opera”. Lo stesso destino che spetterà al più cattivo della saga spaziale, Darth Vader, un uomo ormai per metà macchina, che vive nel dolore e nella collera, che porta sul capo un elmo molto somigliante a quello di un Samurai. Lucas, ma lei, quanto si è ispirato a questo film?
Improvvisamente Guerre Stellari sembra un altro dei meravigliosi capolavori di Kurosawa, senza nulla togliere al genio di Lucas che ha saputo, raccontare una storia avvincente, unica nel suo genere, che ha rivoluzionato il cinema mondiale.

Buona visione!

Benjamin Sidney

Kurosawastellare

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Con il termine Kabuki si indica una forma di teatro e di recitazione sorta in Giappone nei primi anni del diciassettesimo secolo. Deriva dagli ideogrammi Ka, che significa teatro, Bu, danza e Ki, abilità. E’ un tipo di teatro non impegnato in questioni filosofiche, e può assumere una connotazione comica; la forma di recitazione è caratterizzata da una forte espressività degli attori che si soffermano molto sulle emozioni, spesso tralasciando il dialogo. Le storie erano spesso scritte da più persone.

dic 3 2009

Dorian Gray va a puttane (e ammazza tutti)

La critica più alta prende l’opera d’arte semplicemente come punto di partenza per una nuova creazione, scriveva Wilde. Sottinteso che la nuova creazione deve avere un valore maggiore o uguale alla precedente: Oliver Parker Epic Fail.

Dorian-Gray-PosterLa mia passione per Wilde non è un segreto. Ed è arcinoto che il mio libro preferito sia Il Ritratto. Potrete ben capire il mio sentimento quando ho visto per la prima volta il trailer del nuovo film su Dorian Gray, del regista albionico Oliver Parker.

Non sono uno sciocco purista che resta deluso dal film perché non è come il libro. Diversi i linguaggi, i tempi, i punti di forza e le debolezze: è stupido pretendere la stessa opera da cinema e carta stampata. Ma questo film è un aborto mancato.

Nulla della profondità, della vibrante bellezza, del genio del libro viene anche solo lontanamente ad avere una rappresentanza nel film. Dopotutto, secondo il regista, “Dorian Gray è il più grande romazo gothic-horror mai scritto“. Il che evidenzia come costui non abbia idea di ciò di cui sta parlando – ma parli comunque, e faccia film.
Anyway, lasciamo che sia il film ad evidenziare le mie osservazioni.

Dorian Gray arriva in città, sciatto e stupido. Chiaramente, perché cercare un attore che esteticamente (e perciò, nel caso, psicologicamente) bene rappresenti il personaggio di Dorian Gray, con riccioli biondi e frank blue eyes, se si può sfruttare una bellezza più vampirica da gothic-horror? Il fascino del bel tenebroso è molto migliore. Che vuoi che importi se non ha nulla a che vedere con la very sharpness del contrasto fra esteriorità pura, efebica ed innocente e interiorità sepolta e corrotta? Il bel tenebroso è figo. E s’ha da giocare nel campo di Twilight. La concorrenza incalza.
Comunque, dicevo, Dorian arriva in città sciatto e stupido. E schifosamente ricco. Suona il piano, il pittore Basil Hallward lo vede, se ne invaghisce e incomincia a farne ritratti a raffica. Ma Dorian si annoia… Quindi Basil lo porta ad una festa di Gran Gala. Lì Dorian incontra Lord Henry Wotton. E uno, a quel punto, si aspetterebbe la sentitissima, lacerante conversione di Dorian Gray all’edonismo estetizzante. Conversione indotta da uno dei discorsi più potenti mai pronunciati sulla Bellezza, che cavalca a pelo il Favonio alato della voce di Henry. Invece no.
Henry, nella geniale intuizione di Oliver Parker, offre gin e sigarette a Dorian, e poi vanno a puttane insieme. Et voilà! Le jeux sont fait. Conversione diametrale in esteta decandente avvenuta con successo.
Notevole anche l’impronta religiosa data alla magia del Ritratto. Oliver Parker ci fa il regalo apprezzatissimo di specificare che si tratta di un patto con Satana. Che eleganza di pensiero! Da lì in poi Dorian inizierà ad ubriacarsi in continuazione, fumando come un Turco e diventando assiduo frequentatore di bordelli. Perciò è un film vietato ai minori di 14 anni. Le infinite – ed ebbene sì – noiose scene di sesso avvicinano il film al porno soft; il timore censorio fa però sì che il tutto si riduca a carnai orgiastici disorientanti, urletti, sospiri e gemiti e accenni en passant di mosse pelviche. Insomma, non si vede una coscia. E le donne non sono così belle. C’è anche qualche ardito accenno omosessuale, ma mai oltre al bacetto a stampo. Ogni tanto Dorian spippacchia dell’oppio e… E’ palese che questa sia l’altezza massima, per l’asticella dell’ingegno di Oliver Parker. L’undicesimo capitolo del libro, in cui Wilde dipinge a brevi tratti d’acquerello l’elefantiaca schiera dei piaceri più complessi e raffinati che Dorian cercava (la collezione di stumenti musicali, la predilezione per strani concerti esotici, la ricerca di pietre preziose, di abiti eleganti o antichi, di costumi, il crogiolarsi in coscientemente in convinzioni e religioni diverse) il regista evidentemente non deve averlo nemmeno lontanamente inteso. Quindi ha deciso che Dorian avrebbe passato decenni fra Bacco, Tabacco, Pusher e Venere. E basta.

Henry fa qualche battuta-citazione. Quelle originali sono chiaramente belle, anche se totalmente decontestualizzate e instupidite dall’uso che il personaggio cinematografico ne fa. Quelle inventate dallo sceneggiatore Toby Finlay ti fanno capire che al mondo un sacco di gente ha sbagliato lavoro. Dopotutto, pulire i cessi è molto più onorevole che sporcarli.
Il cinico, brillante, disumano personaggio di Lord Henry Wotton diventa un bolso vittoriano che tenta di essere il più simpa della compa.

Come se non bastasse, Dorian ammazza gente a pacchi da dodici. Basil lo assassina con un pezzo di specchio accanendosi tanto che il cadavere non l’avrebbero riconosciuto nemmeno dal calco dei denti. Poi niente Alan Campbell – il mistero del chimico che gli scioglie il cadavere non è abbastanza fascinoso per Parker. Meglio fargli fare a pezzi il corpo, metterlo in un grosso baule, andare al fiume, scagliare in acqua arti e frattaglie che sembravano le stelle filanti della festa di San Calcagno e affondare il baule. E poi comunque ammazza o tenta di ammazzare tutti. Alla fine la sua amicizia con Henry si incrina perché Dorian lo accusa di aver sempre predicato l’edonismo senza mai aver avuto il cuore di viverlo davvero. E giusto per mettere le cose in chiaro, gli tromba la figlia. Sì, nel film il cinico esteta ha una figlia. Poi Henry – chissà come? – capisce tutto del Ritratto, va a casa di Dorian quando lui è altrove, scopre il dipinto, mammasanta che paura che spavento, arriva Dorian che cerca di strozzarlo col papillon, tutto prende fuoco, Dorian resta chiuso dentro e finalmente duella a fil di stocco col demone che abita il Ritratto, ormai corrotto all’inverosimile. Oibò.
Chiaramente Dorian vince, invecchia d’emblée, decede fra le fiamme e il quadro torna normale. La figlia di Lord Henry non rivolge più la parola al padre (e quanto se la prende, dopotutto gli ha solo bruciato vivo il fidanzato), il quale tiene il Ritratto in cantina, ogni tanto scende a guardarlo e gli fa “Ha-ha!” come Nelson dei Simpson. Fin. E consumazione del gravissimo reato artistico di “Racconto di ciò che per elganza non deve essere raccontato” – nella fattispecie, la morte di Dorian.

Riassumendo, nulla di quello che il libro trasmette – nemmeno le tematiche più palesi, semplici ed evidenti – è anche solo pallidamente reso nel film. Che non trasmette nient’altro. Nulla. Nada. Solo che adesso milioni di persone in tutto il mondo, non avendo letto il libro, crederanno che quello sia il Dorian Gray. Un qualcosa che sta a metà strada fra The Libertine e Twilight. E senza che se ne accorgano, senza che lo sappiano, moriranno un po’ dentro.

Chiaro, anche l’opera più mediocre ha molta più anima del nostro giudizio che la definisce tale, per usare le parole di Antoine Ego di Ratatouille, ma questo non toglie che “Dorian Gray“, film del 2009 di Oliver Parker, sia pura merda. A parte un paio di scene che mi sono piaciute parecchio, anche se inventate di sana pianta. Ma il complesso resta comunque merda 23 carati. Non provate ad a spendere del denaro per vederlo. No. No. Ehi, ti ho visto, rimetti a posto il portafogli. Circolare, circolare, non c’è niente da vedere. Anche lei, signorina, circolare.

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nov 30 2009

30 novembre 1786

« Abbiamo veduto con orrore con quanta facilità nella passata Legislazione era decretata la pena di Morte per Delitti asco non gravi, ed avendo considerato che l’oggetto della Pena deve essere la sodisfazione al privato, ed al pubblico danno, la correzione del Reo figlio anche esso della Società e dello Stato, della di cui emenda non può mai disperarsi, la sicurezza nei Rei dei più gravi ed atroci Delitti che non restino in libertà di commetterne altri, e finalmente il Pubblico esempio; che il Governo nella punizione dei Delitti, e nel servire agli oggetti ai quali questa unicamente è diretta, è tenuto sempre a valersi dei mezzi più efficaci col minor male possibile al Reo …avendo altresì considerato, che una ben diversa Legislazione potesse più convenire alla maggior dolcezza, e docilità di costumi del presente secolo, e specialmente nel popolo Toscano, Siamo venuti nella determinazione di abolire come Abbiamo abolito con la presente Legge per sempre la Pena di Morte contro qualunque Reo… »

Così recita il cinquantunesimo articolo della Riforma Penale di Pietro Leopoldo, Granduca di Toscana, entrata in vigore il 30 novembre di 223 anni fa.

Non molti giorni fa, Massimo mi ha invitato a una visita del Corridoio Vasariano. Questo è un corridoio sopraelevato che collega, a Firenze, Palazzo Vecchio con Palazzo Pitti. Palazzo Vecchio, il municipio, sede del potere politico fiorentino da quando Arnolfo di Cambio lo tirò su, collegato, quindi, con Palazzo Pitti, magnifica residenza dei Medici – una via casa-lavoro preferenziale e tranquilla per i sovrani, costruita da Giorgio Vasari.
Dagli Uffizi, per una porta sempre chiusa, si scende fra snodi e sale finché non ci si ritrova in questo corridoio sopraelevato, sospeso sull’Arno. Costeggia il fiume e poi lo attraversa, appoggiato su Ponte Vecchio. Di lì raggiunge il giardino di Palazzo Pitti. L’aria, dentro, è sobria, pulita. Le finestrelle illuminano un pavimento di cotto semplice e un soffitto bianco. Le pareti sono tappezzate di quadri, in particolare di autoritratti – che parlano fra loro, quando il Corridoio è deserto.

Ora, questo Corridoio è la strada che i reggenti fiorentini hanno fatto, per secoli, per arrivare al palazzo del potere.
Massi era lì con la sua inseparabile macchina fotografica a scattare foto a destra e a manca. Foto che peraltro mi deve ancora passare. “Massi – dico io – per il 30 dobbiamo fare un post sull’abolizione della pena di morte, eh!” E in quel momento mi rendo conto. Passato Ponte Vecchio, il gruppo sta già scemando dietro l’angolo. Ma mi attardo e guardo indietro. Pietro Leopoldo di Lorena è passato di qui, per andare a firmare il primo atto di abolizione integrale della pena di morte della Storia Umana. Di qui, come ora ci passo io. Indossava scarpe col tacco di legno, magari – toc tac, toc tac, toc tac…

Tutti girano l’angolo. Anche Massimo, anche la guida chiudi-fila. Do un’ultima occhiata indietro e mi avvìo anche io. Ma girato l’angolo torno un momento indietro, voglio guardare ancora una volta, e…
C’è qualcuno, a metà del ponte, vicino ai mezzibusti. Chinato alla finestra, guarda fuori, verso Ponte Santa Trinita. E’ vestito con una marsina bianca, ricamata, un panciotto rosso acceso con bottoni dorati, uno jabot al collo e una parrucca grigia. La mattina è tersa e lui sorride. Vedo che sottobraccio ha un volumetto. “An die Freude“, il titolo. Di Friedrich Schiller. Si tira su, si volta verso di me e sorride più forte. Prima che possa dire o fare qualunque cosa, lui si volta e inizia a camminare nella direzione opposta, fischiettando, e sparisce. Toc tac, toc tac, toc tac…
Mi precipito all’inseguimento degli altri. “Non si allontani dal gruppo” raccomanda la guida con voce monocorde appena appaio. “Massimo, Massimo – dico io agitato – l’ho visto, era lui, era lì, nel Corridoio, sopra Ponte Vecchio!” Massimo finisce lo scatto, abbassa la macchina e mi fa un sorriso luminoso. “Immagino che lì sia ancora il 1786″. Sulla parete c’è un autoritratto di Canova, mi sorride pure lui. Guttuso, no.

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Il 1786 è un anno importante. Le Nozze di Figaro di Mozart, l’Inno alla Gioia di Schiller (celebrato poi nella Nona di Beethoven, anni dopo), la prima abolizione integrale della pena di morte. E il fatto che una simile dichiarazione si sia levata da Firenze, da quelle stanze che si affacciano sulle vie in cui mi sbronzo il sabato sera, mi fa sentire il peso di un’eredità luminosa – mi fa capire che non ho il diritto di essere da meno.
E quindi ringrazio quell’uomo, nemmeno quarantenne, che un giorno di 223 anni fa, per noi e per tutti decise che davvero qualcosa doveva cambiare, nel mondo. In meglio.

Last but not the least, il 30 novembre è  l’anniversario di un altro evento importante. 30 novembre 1900: si conclude la magistrale opera d’arte della vita di Oscar Wilde – al cui splendore e alla cui tragedia mi sento legato a doppio filo.
Quindi, oggi, pensiamo che è davvero il caso di accendere una bacchettina d’incenso. Per onorare tutto l’onorabile. Perché erano persone come noi. Perché noi partiamo da dove sono arrivati loro. Perché noi possiamo arrivare ancora, infinitamente più avanti.

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I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

Sono cent’anni che ti aspettiamo! E anche se non lo sapevi, ci stavi cercando.

Chi sono questi idioti coi cartelli?
E soprattutto, perché? li stavi cercando?
Leggi qua sopra: capirai.

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