nov 25 2010

Assetto antisommossa

Scriverò, e quello che scriverò non piacerà a tanti. Men che meno piacerà a me scriverlo.

Antefatto e precisazioni

Oggi, al Polo universitario di Scienze Sociali di Novoli, a Firenze, era invitata Daniela Santanchè, controversa sottosegretaria di Stato per l’Attuazione del Programma di governo – invitata da Studenti per le Libertà, associazione di studenti rispondente al PdL. Tema dell’incontro: immigrazione.
A me la Santanchè non piace, ha più volte espresso posizioni xenofobiche, omofobiche, razzistiche e perfino aderenti tout-court al fascismo con cui è impossibile, da persone sensate, concordare.
Vado a raccontare la mia esperienza e le mie riflessioni e le mie domande.

Arrivo all’università

Me la sono presa comoda, arrivo poco dopo le 10. L’incontro è previsto per le 10:30. Gran fermento e facce conosciute. Vedo un gazebo della Lega montato per l’occasione dirimpetto all’edificio. Mi dicono che ci sono state delle discussioni. Entro nell’edificio (il D4), e c’è una gran confusione. Subito emergono due parole che saranno fra le più usate: “Vergogna!” e “Inaccettabile!“. Dei megafoni spiegano che è una vergogna inaccettabile che una dichiarata fascista entri in un luogo pubblico a parlare, poiché contro la Costituzione.
Prima nota: mi aggiravo con penna e taccuino, quello che riporto è quello che ho registrato su carta con inchiostro.
Seconda nota: dire che la Costituzione impedisce a una persona – comunque si qualifichi – di entrare in un luogo pubblico e di esercitare la libertà di parola, significa non avere idea di che cosa sia la Costituzione. E dirlo nell’edificio della facoltà di giurisprudenza è umoristico.
Aleggiano cori sui padroni dal delicato sapore veterocomunista; nel mentre io entro nella stanza in cui si terrà il dibattito.
Industriosi affiliati di Studenti per le Libertà avevano appeso i loro manifesti in tutta la stanza. Squallidi addobbi. Personcine d’altra schiatta li strappavano lasciandoli a terra, o appallottolandoli e gettandoli nella foresta di sedie – irrecuperabili. Qualcuno, cavalcando l’onda di ribellione, si accendeva una sigaretta nella stanza. Fuck the Law, il polmone è mio e me lo gestisco io.
Terza nota: si protesta contro il fascismo e si impone il fumo in un luogo chiuso fregandosene di leggi conquistate? Gli sfoghi d’anarchia sono piacevoli come scoregge in ascensore.
Anyway il comizio che un megafonante tiene nella stanza non mi interessa: voglio la Santanchè. Ma si inizia a vociferare che l’incontro sarà spostato altrove – altro edificio del Polo. Esco, mi informo e vado.

L’attesa e la polizia

Cammino spedito. Sono lì per sentire la Santanchè e magari, se c’è occasione, per cercare di farle le giuste domande che palesino le sue agghiaccianti posizioni – dopotutto la persona migliore per screditare qualcuno è lui stesso. Non voglio essere scambiato per un attaccabrighe da nessuno, quindi sono vestito di conseguenza. Cappotto, gilet, ascot al collo.

Arrivo in vista della nuova location (edificio D15) e l’azzurro tenue dei caschi e il barbagliare degli scudi della polizia in tenuta antisommossa mi accoglie serenamente. Intanto il corteo di persone che si stanno spostando lì si muove lentamente, in stile Pellizza da Volpedo. Sento gridare a qualcuno che doveva essere un responsabile, “Li mandi via, l’università è pubblica!”, riferito alla polizia.
Quarta nota: non siamo più ai tempi del Diritto d’Asilo. Le università sono soggette alla legge, oggi. E laddove a causa di previste contestazioni che non sempre mantengono il loro aplomb sia autorizzato da chi di dovere l’intervento di forze di polizia in protezione di un pur bruto funzionario statale, be’, è perfettamente legale – ed è sacrosanto che lo sia, vista l’ampiezza di casi che si possono presentare. Anche perché sul posto, davanti all’edificio, ci saranno stati quindici poliziotti. Forse venti. Insomma, non una divisione dell’esercito.
Arriva il corpo del corteo. E arrivano i cori. Tanti cori – e troppi contro la polizia. “Servi dei servi dei servi dei servi”, “Andate a lavorare”, “Via, via, fascisti e polizia”.
Quinta nota: prendersela con le forze dell’ordine è da idioti. Io non ho astratta simpatia per i militari, e il solo vedere un’arma da fuoco mi ingombra la mente di angoscia. Intravedere il nero liscio dei manganelli alla cintura mi metteva in fortissimo disagio. Ciononostante, quelli che ricoprono funzioni di polizia di sicurezza e giudiziaria sono cardini della nostra società, che svolgono un lavoro (memento art.1 Costituzione) per giunta malpagato – ferme le critiche, che abbiamo già avuto modo di fare. Pure, non credo che fra i coristi ci fosse qualcuno che non andrebbe a sporgere denuncia, se gli rubassero il motorino. E auspico che non sia necessaria l’esperienza di De André, per cambiare idea su “sbirri e carabinieri”. E’ così old fashioned…
Comunque la polizia crea un cordone intorno all’entrata e nessuno viene fatto entrare. Io sono a lato ma in prima fila, come ogni (pseudo)giornalista che si rispetti. Della Santanchè non si sente nemmeno l’odore. Il tempo passa.

Manganello mon amour

I cori continuano. Ancora e ancora. Vedo i poliziotti più anziani guardare in alto con gli occhi tristi di chi li conosce già a memoria. Quelli più giovani hanno una tensione nera sotto gli occhi che saettano qua e là. I manifestanti vogliono entrare e premono. La tensione da ambo le parti è già ammassata.
Sesta nota: chi ha organizzato questo incontro è un coglione. Come si può pensare di cacciare Santanchè e pubblico bipartisan in una sala da cento persone? Abbiamo l’aula magna di Economia che è titanica. Perché non scegliere quella? Chiaro che non potevano fare entrare. Immaginatevi quattrocento persone che tappano un atrio modesto. Vi ci volete ritrovare in mezzo? Chiaro che così l’incontro è andato a ramengo perché il pubblico non era rappresentativo, ma l’errore era organizzativo, a monte. Riflettiamo, prima di pigiare contro le barricate come bovi. Che cosa sarebbe accaduto se avessero lasciato entrare tutti?
Una scaramuccia e la tensione esplode. La causa scatenante probabilmente sarà stata di poco conto. Fatto sta che la polizia carica abbattendo manganellate meccanicamente. Come se follasse la lana. Una volta. Poi un’altra, e un’altra ancora. Iniziano nel mentre a volare oggetti. Sassi? Boh. Uova di sicuro ma non solo. E durante le cariche vedo i gesti bestiali di persone incappucciate che brandiscono caschi da motorino schiantandoli sugli scudi dei poliziotti. Un ragazzo finisce con la testa rotta, altri prendono un sacco di botte.
Settima nota: qui finisce la civiltà. Persone, umani, che confliggono con violenza. Non si pongono domande, hanno reazioni da bestie. Usano istintivamente il coro e il casco e il calcio per offendere, il manganello è un prolungamento del braccio. La comprensione è svaporata, resta un’imposizione bilaterale cieca, violenta, violenta, violenta – l’altro è nemico, non umano con cui si ha il futuro in comune. La gente fumava nervosamente, e sentivo i giornalisti di idee diverse dettare al telefono “La polizia ha caricato i manifestanti virgola” o “…i manifestanti virgola che hanno cercato di sfondare il cordone…”. Ma la vogliamo piantare? Ogni cosa si può vedere da due angolazioni. Il bicchiere è mezzo vuoto o mezzo pieno non me ne frega. Mi interessa come è che si riempie. La colpa della tensione esplosa è da entrambe le parti. Non ci sono i buoni e i cattivi. Chi lo crede è un coglione. Ci sono gli umani, che davanti alla tensione violenta funzionano tutti alla stessa maniera. E quando sarò chi voglio essere avrò il coraggio di mettermi in mezzo gridando “Basta!” e facendo ragionare le persone. Ma sono una mammoletta, ancora, mi veniva da piangere perché è qualcosa di tremendo che non capisco.


Il tè

Impossibile entrare, impossibile seguire la Santanchè di persona – nemmeno aria per restare. Mi allontano. Avrò notizia, dopo, dai giornali, del penoso show della sottosegretaria – ma non l’ho visto, io, quindi non ne parlerò. Avrò notizia delle sorti del corteo, che è uscito dal Polo infartuando il traffico di un’arteria fondamentale della città, ingombrando la strada con cassonetti dell’immondizia.
Io me ne vado a prendere un tè caldo.
Che cosa è stato ottenuto con questo tipo di protesta? Risonanza mediatica, certo, ma positiva? A che cosa è valso creare questa tensione? E’ stata una protesta intelligente?
Si sarebbe potuto fare qualcosa di civile e ironico – magari capendo anche qualcosa in più di lei e di chi la pensa come lei. Conoscenza sempre utile per maturare il confronto e migliorare il mondo. Si sarebbero potute fare domande intelligenti, di politica vera, saggiare le proprie belle idee a confronto con la lordura del provincialismo mentale. In altre parole, da un confronto vero si sarebbe potuti uscire brillanti come l’Eldorado, compartecipi di un progetto comune e col cuore pulito da tensioni, aggressività, violenza.
Ma non è andata così. Sono rimasti lividi, incazzature, indignazioni – un ingrossato scontento generale e (finora) sterile.

Il criptofascismo

Estremizziamo il caso. Il nazista ha diritto di parola?
In un mondo in cui esiste la libertà di parola, sì. Questo perché chiunque ha il sacrosanto diritto di fare pensieri nazisti. Altrimenti sarebbe 1984. Non ha però il diritto di fare cose naziste. Quindi se si aggira con una tanica di benzina e un accendino cercando la sinagoga, be’, questo non va tollerato.
Uno dei motti della protesta odierna era “Intolleranza per gli intolleranti“. A parte ricordare occhio per occhio, ci pone una questione. La Santanchè non era venuta a calciare nelle costole dei senegalesi usando le scarpe a punta. Era venuta a parlare.
La parola ha uno status particolare, a metà fra pensiero e azione. Ciò considerato, la volontà di censura è giustificata, nel caso? O il bavaglio non va bene per nessuno?
Personalmente credo che sia sano non imbavagliare in assoluto. Mi ricordo quella citazione apocrifa di Voltaire:

“Trovo quel che dici un abominio, ma darei la vita perché tu lo possa dire.”

Il rischio reale è quello del criptofascismo, come dice un mio buon amico, il fascismo nascosto. Quello che ti infetta da sotto. Quello interiore che ciascuno di noi ha e contro cui ciascuno di noi è chiamato a lottare. Quello che ti fa venire voglia di far tacere chi non la pensa come te, quello che ti fa venire voglia di menare le mani e importi con la violenza – manganello o casco non importa. Quello che ho visto oggi. Quello che possiamo imparare ad estirpare.

Gandhi e gli studenti

“Le agitazioni vanno bene solo per quelli che hanno completato i loro studi. Mentre studiano, la sola occupazione degli studenti dovrebbe essere quella di aumentare le proprie conoscenze.” Gandhi, Harijan, 7 settembre 1947

Oggi i manifestanti sono entrati in biblioteca usando l’interfono per richiamare alla protesta tutti gli studenti. Che stavano studiando in silenzio. Dal mio punto di vista è un po’ come interrompere una liturgia sacra. Oltretutto, è interrompere qualcosa la cui difesa è lo scopo principale delle proteste che scoccano lungo lo Stivale. E quanti studenti brillanti lanciano uova contro vetrate? Lo studio dovrebbe proprio servire, collateralmente, a renderci persone migliori, più posate, capaci di far sentire la nostra voce in maniera efficace e limpida, non arrochita dalle grida – quasi fosse una frizione d’auto che brucia.

Concludendo

Non ho stima per la Santanchè né per le sue idee. Ma diavolo, diavolo! Le cose vanno fatte con il sorriso e con eleganza. E saggezza. Soprattutto saggezza.

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mar 25 2010

Softair, idiozia e inadeguatezza sessuale

«Guardi, io non so che dirle. Io sono medaglia d’argento al valor militare. Ho fatto il partigiano durante la seconda guerra mondiale. Ho fatto la stessa cosa per cui mi hanno dato la medaglia. Era il febbraio del ’44. Fuori si rassegava dal freddo che lei non ha idea. Ero per questi boschi, che dovevo consegnare gli ordini agli altri lassù in cima al monte. E’ una scarpinata di parecchi chilometri ripida così, sa? Una fatica… Ma allora ero giovane, certe cose le facevo come bere un biccher d’acqua. Fatto sta che a un certo punto ti vedo un drappello di tedeschi più a valle con gli elmetti in capo e le mitraglie spianate salire verso le case. Lei è giovane, lei, non può immaginare che cosa fossero i soldati tedeschi. Terribili, anche solo a vederli. Con quelle facce d’angelo giocavano al tiro al piattello coi nostri neonati. Fatto sta che io mi fermo zitto zitto dietro un albero. Avevo il fucile, sa? E non potevo certo permettere a quegli assassini di raggiungere le nostre famiglie! Già nelle valli vicine erano arrivati e avevan fatto strage. Allora presi la mira e pum! pum! Due a terra. E prima che capissero chi gli stava sparando e da dove, più di metà era morta e gli altri erano in rotta. E poi ho consegnato gli ordini! Così mi sono guadagnato la medaglia.
«Io non so poi che cosa è successo l’altro giorno. Ero in veranda col cane, e ho sentito degli spari venire dal bosco. E non siamo mica in stagione di caccia. Quindi mi sono preoccupato. Sono rientrato, ho preso il fucile e sono andato a guardare. Io qui ci son nato, sarò anche vecchio ma non son punto rincorbellito, ci vedo ancora come quando avevo vent’anni e mi ci muovo parecchio bene in questi boschi. Proseguo un po’, mi addentro, e in fondo alla valle vedo dei soldati tedeschi. Ora sì, mi pareva strano che ci fossero dei soldati tedeschi, ma c’avevano gli elmetti, le mitraglie, armati e vestiti di tutto punto, e vedevo che sparavano a qualcuno. A quel punto che potevo fare? C’avevo il fucile e gli ho sparato da dietro. Ho fatto in tempo a pigliarne tre, quegli altri anche stavolta sono scappati. E tempo due ore mi ritrovo a casa i carabinieri per arrestarmi. O che mondo l’è? Ti danno la medaglia d’argento al valor militare per una cosa e sessant’anni dopo ti mettono in galera pe’ la medesima. Ma mi dica lei!»

Pistoia (PT)Poteva finire in tragedia il gioco di un gruppo di ragazzi in un bosco del pistoiese. Travestiti da soldati nazisti della seconda guerra mondiale, stavano simulando un’azione di guerra Soft Air. Infatti è stato scambiato per un reale conflitto armato da un ex partigiano che abitava nei dintorni. L’uomo, professore in pensione e già medaglia d’argento al valor militare, ha aperto il fuoco col suo fucile contro i ragazzi, indistinguibili dai nemici che coraggiosamente combatté più di sessanta anni fa, ferendone lievemente tre. Arrestato, è stato subito rilasciato vista l’anziana età e la non reiterabilità del reato a causa del particolarissimo errore. La procura ha comunque aperto un fascicolo per lesioni.

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Soft Air è un “gioco”.
Persone organizzate in gruppi spendono centinaia di euro in sofisticate armi-giocattolo (riproduzioni fedeli di armi vere), coperture, attrezzatura di sopravvivenza e vanno nei boschi a spararsi addosso.
So che sembra stupido. Infatti lo è. Ma non solo.
Il fatto che centinaia, migliaia di cittadini (mioddio, votano, capite?, votano!) nel nostro Paese si divertano tramite dispendiosi ed elaborati giochi di guerra e violenza -ehm- “controllata” mette in luce una vasta categoria di persone che quotidianamente ci stanno accanto ma che sognano, nel tempo libero, di maneggiare un fucile che-sembra-vero in un’azione di guerra che-sembra-vera sparando in un modo che-sembra-vero ad altezza d’uomo. Persone non semplicemente idiote, ma che su questa idiozia investono denaro a profusione, che coltivano – non so se deliberatamente o incoscientemente – la malatissima e pericolosissima estetica della guerra, e che forse come suggerito da Seth MacFarlane e più o meno ogni sceneggiatore comico che si sia pronunciato a riguardo, tentano di puntellare l’irrecuperabile debolezza del proprio ego usando bellicosi falli di plastica e metallo. Persone cui fa piacere farsi fotografare come manipoli di soldati veri nella guerra vera. Come se fossero uomini valorosi, grandi guerrieri.

Guerra non fa nessuno grande. (Yoda)

Questo “gioco” potrebbe facilmente essere visto come un’onta per tutti i nostri avi che veramente hanno combattuto per la libertà, che hanno sentito davvero il dolore lacerante di una pallottola di piombo incandescente che ti morde la schiena e i polmoni mentre tenti in mezzo a un bosco di tamponare la ferita di un tuo amico fraterno morente stringendogli la coscia con la cintura, sacrificando tutto pur di respingere un invasore che negava libertà, euguaglianza, fratellanza e amore agli uomini che tutti nascono liberi su questa bella terra.
Ci si potrebbe domandare: se esiste impunemente Soft Air, a che valgono tutte le medaglie al valore?
Io non ho rispetto per la guerra, ma ho rispetto per chi, morendo, mi ha permesso la libertà. E chi gioca a SoftAir? Temo il contrario, in troppi casi.

Pur liberissima la scelta del modo in cui ciascuno debba impiegare il proprio tempo per divertirsi, ce ne sono alcuni che sono indicativi dell’animo di chi li sceglie.
Se conoscete qualcuno che gioca a Soft Air, badate: nella migliore e fortunatamente più comune delle ipotesi è una persona che pur avendo la buona intenzione di divertirsi scorrazzando all’aria aperta ha un’idea non sufficientemente disgustata della guerra e non sa amministrare con proprietà né denaro né tempo – il che è sempre un male, specie ora che c’è grossa grisi; in ipotesi peggiori (casi che ho avuto il dispiacere di conoscere personalmente) è una persona che ha decisamente tanta strada da fare per trovare il proprio equilibrio con se stesso e passa il tempo divertendosi e -ehm- “sfogandosi” così; in ipotesi catastrofiche (che pure ho conosciuto di persona) tiene nascosto sotto il giubbino un pugnale dal manico nero con inciso sulla lama fredda “Meine Ehre heißt Treue” - e fra vent’anni potrebbe puntare a me o a voi un fucile vero al petto, o ridipingere casa di rosso con una doppietta e la non-più-felice famigliola.
Non necessariamente si tratta di tipi più violenti del normale. E’ gente comune. Soltanto, è malsano permettere l’accesso alla propria mente all’immagine di te che spari con un fucile. E temo non siano tante le persone con un tale controllo sul loro pensiero da poter discernere rappresentativamente sullo schermo dell’esperienza il gioco dalla realtà. Se ti immagini o peggio ancora se ti vedi, se ti senti con l’adrenalina in corpo, mentre punti quella che sembra veramente un’arma da fuoco contro un altro essere umano, lo sfortunato giorno in cui le circostanze potrebbero volerlo, se ne avrai la possibilità, punterai e premerai il grilletto. Perché lo hai già fatto, dopotutto, e quindi è meno inconcepibile. E oltretutto troverai più facile associare alla guerra emozioni positive, perché hai vissuto solo l’estetica della guerra. E la troverai meno ributtante.
Per la mente tra finzione e realtà non c’è una muraglia. C’è solo un velo di nebbia, di quella che svanisce al mattino.

*         *         *

29/06/2010: Aggiornamento necessario a causa dell’evoluzione della discussione. Se vedete sotto, si va per i 100 commenti, e si rende opportuno chiarire la nostra posizione autentica.
- Il post è ironico. L’articolo, una montatura. Il titolo si rifà agli stereotipi più in voga nel mondo comico occidentale per identificare gli appassionati d’armi, senza malizia né indici puntati. E’ decisamente pesante, ma c’est la vie – non mi pare giusto correggere il post originale. Il corpo di questa pagina, adesso, è la discussione in atto.
- Noi autori non critichiamo il gioco del Softair in toto. Accettiamo i risvolti positivi di teambuilding, socializzazione, amore per la natura e vita all’aria aperta. Critichiamo con decisione gli apetti di simulazione bellica e l’uso di riproduzioni di armi d’offesa e l’interesse per queste.
- Prima di intervenire sarebbe gradito leggere i commenti. E’ una lettura lunga ma ne vale la pena – e solo così è possibile parlare con cognizione di causa in una discussione in atto. Fuor d’ironia, la nostra posizione si è evoluta. Sono allo stesso modo gradite apertura mentale, spirito critico, intelligenza viva e fonti attendibili su cui basare le posizioni in discussione.
- Ci piace ridere. Il riso fa buon sangue. Se qualcuno -autori e non- fosse tentato di fare l’incazzato, è invitato ad andarsi a fare una passeggiata, ora che è bel tempo.

- Dimenticavo. Questo è un blog. Non un forum. Questo è un blog. Non un forum. Non lasciate commenti multipli consecutivi. Scrivete quanto volete, ma in commenti singoli. Ponderati perbene, magari. Non ci sono regole da forum: basta che scriviate cose intelligenti e non facciate nulla di illegale. Ci riserviamo il privilegio di cancellare commenti realmente realmente ma realmente idioti. Ma sarà successo tre volte in due anni. Non vivamo su questo blog, quindi siate pazienti se non rispondiamo subito.

12/07/2010

Dopo più di 120 commenti nati dalla provocazione del post, questa discussione si può ritenere conclusa. A partire dalle nuove premesse maturate verrà scritto a breve un nuovo post che potrà dare il via ad una nuova discussione più presente e matura. Vista l’esigenza di non frazionare i commenti in discussioni diverse o continuare interventi su posizioni già esaurite, non verranno pubblicati altri commenti a questo specifico post.

Chi si sia a nostro giudizio distinto per posizioni mature, spirito aperto e riflessioni intelligenti, fertili e produttive di dialettica verrà per quanto possibile avvisato della pubblicazione del nuovo post.

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gen 29 2010

Legge-libera-caccia

Il nostro beneamato Parlamento ha approvato la deregolamentazione della caccia. Da oggi esiste quindi una legge che prevede la sostituzione della regolamentazione nazionale della caccia con una disciplina regionale. Chiaramente molto più libera e smaliziata. Ma adesso, lasciatemi dire due parole in generale…

Un tempo si cacciava per sopravvivere. Poi si è iniziato a cacciare per -ehm- divertimento (o per questioni di arredamento, come potete vedere sopra). Attualmente, poi, fra i motivi della caccia c’è la necessità di mantenere un equilibrio fra le popolazioni del regno naturale.
Ma nel ventunesimo secolo, chi è il nuovo cacciatore?

Il nuovo cacciatore (neo-venator carabina) è un uomo di estrazione sociale variabile, di età variabilissima ma con alcune caratteristiche fisse.

  • Ha il pene piccolo. Compensa con la colossale mole del suo fucile, capace di disintegrare un toro in coriandoli da duecento metri.
  • Ha una vita vuota. Infatti non ha altri hobby e può permettersi di passare giornate intere a rincorrere animali enormemente più furbi di lui finché non riesce ad abbatterli solo con una superiore potenza di fuoco. (Odia i fagiani perché da piccolo lo battevano sempre a scacchi.)
  • Pensa di avere un ottimo rapporto con la natura. In realtà non conosce il valore della vita animale né vegetale. Che distrugge ad libitum. Millanta di sapersi muovere invisibile e silenzioso fra gli sterpi e i cespugli, ma assomiglia ad un trattore degli anni ’50 e respira come una motosega.
  • In casa ha un arsenale di carabine doppiette cannemozze da far paura a Provenzano. Esposte in salotto. Spesso quei curiosoni dei figli tredicenni ridipingono le pareti con le proprie cervella o con quelle dei fratelli.
  • Ha un sacco di amici zoppi o feriti e un paio di processi pendenti per omicidio colposo. Ma diavolo, non è mica colpa sua se le persone nel bosco si muovono come cinghiali.

Io non voglio negare che la caccia abbia un suo perché. Può essere esercitata con molti spiriti diversi. Può essere strumento, doloroso, per mantenere l’equilibrio naturale delle cose. Equilibrio che la Natura è sempre in grado di ripristinare, ma in modo molto più lento ed eugualmente se non più doloroso. Però essendo un’attività che spenge vite animali, ed essendo la vita sacra, la caccia è accettabile soltanto nel caso in cui mantenga questa dimensione di sacralità. I nostri antenati, quando erano costretti a uccidere per sopravvivere, domandavano perdono allo spirito dell’animale. Ma nelle pianure americane i bufali marcivano a migliaia, uccisi dall’uomo bianco che sparava dai treni.

Aldifuori di una dimensione scientifica sacrale, la caccia non deve esistere. Non ci devono essere persone che per sport uccidono gli esseri con cui condividiamo il cielo e la terra. Non ci devo essere zoticoni cameratisti che per sentirsi uomini e affermare la propria incerta virilità violentano la Natura. Non ci devono essere uomini stupidi che tengono micidiali armi da fuoco in casa – o non ci si deve almeno stupire se molte persone ogni anno vengono uccise da armi da fuoco “regolarmente denunciate”. Come se il denunciarle le rendesse meno letali.
Tutto questo è pericoloso e offensivo per ciò che di più sacro esiste. Ma la maggioranza del nostro Parlamento ha dimostrato ancora una volta che di ciò che è veramente sacro se ne sbatte le palle. Facciano pure sregolatamente le regioni. Che i neo-venatores carabinis sparino pure d’agosto e di febbraio. Quando è bello camminare da soli per i boschi e gli uccelli nidificano. Dopotutto per i cattolici il dio cervo non ha un’anima. Quindi, a non rispettarlo, non si pestano i piedi a nessuno.

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gen 10 2010

Il mio ultimo safari per l’estate

Com’è che non riesci più a volare cacciare?

Be’. Capodanno è passato, e a lunghe falcate si avvicina la primavera, tenendosi dietro per mano la tanto amata estate.
Per evitare di ripegare all’ultimo su vacanzucce dappoco e arrangiate, è il caso di iniziare subito a tirare fuori idee e a farsi un bel programma, no?

Anche io, in pausa da notifiche a Pubblici Ministeri e Consigli d’Amministrazione di S.p.A., ho fatto vagare la mia fantasia indugiando sull’estate prossima, e mi sono guardato un po’ intorno a caccia dell’offerta migliore, quella proprio adatta a me. E il diavolo mi porti se non l’ho trovata.

Chiaramente ogni riferimento a strutture o persone reali è fortemente voluto dall’autore, che è cattivo e rancoroso.

Sudafrica. Linea del Tropico del Cancro. Ah… una natura vergine e spietata. Come una Valchiria dei Mari del Sud. Ecco, osservate: una riserva naturale privata, curata da un filantropo sognatore vestito di bianco. Recintata stile Jurassic Park. Al centro di questa riserva naturale, un esclusivo residence con così tante stelle che la Via Lattea recupera il cappotto e se ne va umiliata. Ci sono dei cottage elegantissimi in rustico stile safari. I materassi sono imbottiti di crine di leone e i cuscini di piume di dodo. Sì, l’avevo detto che è luogo molto esclusivo. Fuori, strepitosi luoghi di socializzazione. Una piscina d’acqua limpida, piastrellata con maioliche originali del ’300 senese, così grande che ha solo due ore di buio al giorno. Splendida, ma mi chiedo come abbiano fatto a trasferirci dentro anche la barriera corallina. Poi, un punto in cui fare fuochi serali così colossali che anneriscono la luna. Gli schiavi I servi in livrea, pronti a servirvi frutta fresca del luogo e generose bottiglie di Morellino di Scansano di casa vostra o di vini francesi che non pronuncerete mai correttamente. Ma non è un semplice residence superlusso nella natura incontaminata. E sapete perché? Perché domattina andiamo a fare un safari particolare. Un safari di Caccia Grossa.

Io come arma userò un arco, che fa più Zulu. Tu prendi pure un fucile, di quelli che quando sparano ridisegnano la geografia del luogo. Che animali ci sono nella riserva? Be’, di tutti i tipi. Centinaia di specie di uccelli. Gazzelle, bufali, impala, zebre, giraffe. Leopardi. Foscolo. E altri poeti da pelliccia. “Un momento!” dirà qualcuno. “Ma non ci sono anche specie prote…”. Un sonoro soffio di cerbottana. Un tonfo. Andiamo!

Eccoci di ritorno. A bordopiscina un amico siede comodamente su una poltrona di bufalo, la testa abbandonata nell’incavo delle corna, e fuma un Montecristo appoggiando i piedi sul ventre di un facocero. Le ragazze, in acqua, chiacchierano e ridono, leziose, aggrappate al collo galleggiante di una giraffa. Le donne, sedute attorno a un tavolo, si fanno vento con le orecchie di un fu-pachiderma. Io me ne sto stoicamente in piedi vicino al fuoco, con ottanta chili di leopardo sulle spalle a mo’ di stola. Dissimulo l’imminenza del mio crollo sorseggiando un mojito, che mescolo con un corno di impala. Vicino a me dei bambini fanno volare i loro Power Ranger con le ali di superbi volatili smontati, e due più grandicelli fanno la lotta usando due zanne di elefante come spade.

“Hai visto com’era grossa la zebra che ho ammazzato?” dico agli altri.
“Ma figuriamoci! Non era grande mezzo pony”.
“Ha-ha-ha! E’ vero! Quella che ho ucciso io, invece sì che era un colosso”.
“Quella era una giraffa”.
“Sempre morta è! Ha-ha-ha!”
“Ha-ha-ha!”
“Ha-ha-ha!”

Sì. E’ questa la vacanza che voglio fare! Nell’Africa selvaggia. Con amici fidati. All’avventura ma nel lusso. Uccidendo brutalmente tutto quello che mi passi vicino anche solo per distrazione. Specie se è bello, elegante e maestoso come io non sarò mai. Dopotutto 50.000 dollari per una vacanza del genere (escluse le spese dell’assistenza venatoria durante i safari, ma sono solo 10, massimo 15.000 dollari, e le tasse di abbattimento – 5.800 dollari per un leone è un affare, più costoso un elefante con zanne sopra i 32 kg, che viene 24.000 dollari), 50.000 dollari per una vacanza del genere, dico, sono ben spesi.

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Un leone è un leone perché gli uomini, contro di lui, non possono nulla, perché per catturarlo perdiamo cinque dei nostri, perché per ucciderlo bisogna essere più silenziosi, più veloci, più forti, e con un coraggio come il suo. Lo sapete? I leoni, uccisi col fucile da biascicanti americani entusiasti d’ignoranza o da ricchi francesi pallidi e burrosi, muoiono due volte. La caccia può non essere un male assoluto. Ma non se fatto per il divertimento di sentirsi qualcuno ammazzando vigliaccamente le fiere più superbe per farne trofei, per farsi foto coi loro cadaveri riversi scoprendone le zanne sporche del sangue che anche tu vomiteresti con una pallottola di piombo incandescente che ti sfonda i polmoni. Sono quelle fiere che ci terrorizzavano a morte, quando non eravamo che gli ultimi ospiti di questa terra. Quelle che hanno passato al vaglio il valore e l’intelligenza di tanti uomini. Quelle che portano ancora riflesso negli occhi, senza mai scordarlo, il volto bellissimo e terribile della Natura.

Postilla: ho romanzato. Ma questo posto esiste davvero. E non è l’unico. Sono decine, e decine, e decine.

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dic 3 2009

Dorian Gray va a puttane (e ammazza tutti)

La critica più alta prende l’opera d’arte semplicemente come punto di partenza per una nuova creazione, scriveva Wilde. Sottinteso che la nuova creazione deve avere un valore maggiore o uguale alla precedente: Oliver Parker Epic Fail.

Dorian-Gray-PosterLa mia passione per Wilde non è un segreto. Ed è arcinoto che il mio libro preferito sia Il Ritratto. Potrete ben capire il mio sentimento quando ho visto per la prima volta il trailer del nuovo film su Dorian Gray, del regista albionico Oliver Parker.

Non sono uno sciocco purista che resta deluso dal film perché non è come il libro. Diversi i linguaggi, i tempi, i punti di forza e le debolezze: è stupido pretendere la stessa opera da cinema e carta stampata. Ma questo film è un aborto mancato.

Nulla della profondità, della vibrante bellezza, del genio del libro viene anche solo lontanamente ad avere una rappresentanza nel film. Dopotutto, secondo il regista, “Dorian Gray è il più grande romazo gothic-horror mai scritto“. Il che evidenzia come costui non abbia idea di ciò di cui sta parlando – ma parli comunque, e faccia film.
Anyway, lasciamo che sia il film ad evidenziare le mie osservazioni.

Dorian Gray arriva in città, sciatto e stupido. Chiaramente, perché cercare un attore che esteticamente (e perciò, nel caso, psicologicamente) bene rappresenti il personaggio di Dorian Gray, con riccioli biondi e frank blue eyes, se si può sfruttare una bellezza più vampirica da gothic-horror? Il fascino del bel tenebroso è molto migliore. Che vuoi che importi se non ha nulla a che vedere con la very sharpness del contrasto fra esteriorità pura, efebica ed innocente e interiorità sepolta e corrotta? Il bel tenebroso è figo. E s’ha da giocare nel campo di Twilight. La concorrenza incalza.
Comunque, dicevo, Dorian arriva in città sciatto e stupido. E schifosamente ricco. Suona il piano, il pittore Basil Hallward lo vede, se ne invaghisce e incomincia a farne ritratti a raffica. Ma Dorian si annoia… Quindi Basil lo porta ad una festa di Gran Gala. Lì Dorian incontra Lord Henry Wotton. E uno, a quel punto, si aspetterebbe la sentitissima, lacerante conversione di Dorian Gray all’edonismo estetizzante. Conversione indotta da uno dei discorsi più potenti mai pronunciati sulla Bellezza, che cavalca a pelo il Favonio alato della voce di Henry. Invece no.
Henry, nella geniale intuizione di Oliver Parker, offre gin e sigarette a Dorian, e poi vanno a puttane insieme. Et voilà! Le jeux sont fait. Conversione diametrale in esteta decandente avvenuta con successo.
Notevole anche l’impronta religiosa data alla magia del Ritratto. Oliver Parker ci fa il regalo apprezzatissimo di specificare che si tratta di un patto con Satana. Che eleganza di pensiero! Da lì in poi Dorian inizierà ad ubriacarsi in continuazione, fumando come un Turco e diventando assiduo frequentatore di bordelli. Perciò è un film vietato ai minori di 14 anni. Le infinite – ed ebbene sì – noiose scene di sesso avvicinano il film al porno soft; il timore censorio fa però sì che il tutto si riduca a carnai orgiastici disorientanti, urletti, sospiri e gemiti e accenni en passant di mosse pelviche. Insomma, non si vede una coscia. E le donne non sono così belle. C’è anche qualche ardito accenno omosessuale, ma mai oltre al bacetto a stampo. Ogni tanto Dorian spippacchia dell’oppio e… E’ palese che questa sia l’altezza massima, per l’asticella dell’ingegno di Oliver Parker. L’undicesimo capitolo del libro, in cui Wilde dipinge a brevi tratti d’acquerello l’elefantiaca schiera dei piaceri più complessi e raffinati che Dorian cercava (la collezione di stumenti musicali, la predilezione per strani concerti esotici, la ricerca di pietre preziose, di abiti eleganti o antichi, di costumi, il crogiolarsi in coscientemente in convinzioni e religioni diverse) il regista evidentemente non deve averlo nemmeno lontanamente inteso. Quindi ha deciso che Dorian avrebbe passato decenni fra Bacco, Tabacco, Pusher e Venere. E basta.

Henry fa qualche battuta-citazione. Quelle originali sono chiaramente belle, anche se totalmente decontestualizzate e instupidite dall’uso che il personaggio cinematografico ne fa. Quelle inventate dallo sceneggiatore Toby Finlay ti fanno capire che al mondo un sacco di gente ha sbagliato lavoro. Dopotutto, pulire i cessi è molto più onorevole che sporcarli.
Il cinico, brillante, disumano personaggio di Lord Henry Wotton diventa un bolso vittoriano che tenta di essere il più simpa della compa.

Come se non bastasse, Dorian ammazza gente a pacchi da dodici. Basil lo assassina con un pezzo di specchio accanendosi tanto che il cadavere non l’avrebbero riconosciuto nemmeno dal calco dei denti. Poi niente Alan Campbell – il mistero del chimico che gli scioglie il cadavere non è abbastanza fascinoso per Parker. Meglio fargli fare a pezzi il corpo, metterlo in un grosso baule, andare al fiume, scagliare in acqua arti e frattaglie che sembravano le stelle filanti della festa di San Calcagno e affondare il baule. E poi comunque ammazza o tenta di ammazzare tutti. Alla fine la sua amicizia con Henry si incrina perché Dorian lo accusa di aver sempre predicato l’edonismo senza mai aver avuto il cuore di viverlo davvero. E giusto per mettere le cose in chiaro, gli tromba la figlia. Sì, nel film il cinico esteta ha una figlia. Poi Henry – chissà come? – capisce tutto del Ritratto, va a casa di Dorian quando lui è altrove, scopre il dipinto, mammasanta che paura che spavento, arriva Dorian che cerca di strozzarlo col papillon, tutto prende fuoco, Dorian resta chiuso dentro e finalmente duella a fil di stocco col demone che abita il Ritratto, ormai corrotto all’inverosimile. Oibò.
Chiaramente Dorian vince, invecchia d’emblée, decede fra le fiamme e il quadro torna normale. La figlia di Lord Henry non rivolge più la parola al padre (e quanto se la prende, dopotutto gli ha solo bruciato vivo il fidanzato), il quale tiene il Ritratto in cantina, ogni tanto scende a guardarlo e gli fa “Ha-ha!” come Nelson dei Simpson. Fin. E consumazione del gravissimo reato artistico di “Racconto di ciò che per elganza non deve essere raccontato” – nella fattispecie, la morte di Dorian.

Riassumendo, nulla di quello che il libro trasmette – nemmeno le tematiche più palesi, semplici ed evidenti – è anche solo pallidamente reso nel film. Che non trasmette nient’altro. Nulla. Nada. Solo che adesso milioni di persone in tutto il mondo, non avendo letto il libro, crederanno che quello sia il Dorian Gray. Un qualcosa che sta a metà strada fra The Libertine e Twilight. E senza che se ne accorgano, senza che lo sappiano, moriranno un po’ dentro.

Chiaro, anche l’opera più mediocre ha molta più anima del nostro giudizio che la definisce tale, per usare le parole di Antoine Ego di Ratatouille, ma questo non toglie che “Dorian Gray“, film del 2009 di Oliver Parker, sia pura merda. A parte un paio di scene che mi sono piaciute parecchio, anche se inventate di sana pianta. Ma il complesso resta comunque merda 23 carati. Non provate ad a spendere del denaro per vederlo. No. No. Ehi, ti ho visto, rimetti a posto il portafogli. Circolare, circolare, non c’è niente da vedere. Anche lei, signorina, circolare.

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I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

Sono cent’anni che ti aspettiamo! E anche se non lo sapevi, ci stavi cercando.

Chi sono questi idioti coi cartelli?
E soprattutto, perché? li stavi cercando?
Leggi qua sopra: capirai.

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