gen 14 2009

Il foglio a protocollo di Kyoto

Nel 1997, durante una riunione della UNFCCC a Kyoto, i grandi paesi industrializzati del mondo – cioè, alcuni di loro – capirono che effettivamente si stava rilasciando un po’ troppa merda, nell’aria. In relazione all’Effetto Serra, non all’inquinamento generico, per carità.

Fu così che decisero di stendere nero su bianco un poderoso trattato che tagliasse la quantità di emissioni lecite di cinque gas-serra, una severa restrizione autoimposta per dimostrare il proprio amore per il pianeta.

Il puntino indica Kyoto, nella regione del Kansai.

Il puntino indica Kyoto, nella regione del Kansai.

Un taglio, cioè, in misura NON INFERIORE al 5% delle emissioni registrate nel’90, preso come anno-campione (del mondo se stiamo parlando di calcio e Germania Ovest, che vinse 1-0 sull’Argentina di Maradona). Mi raccomando: NON INFERIORE al 5%. E’ un po’ come dire: invece di tirare cento calci all’inerme persona che ti sostenta, tiragliene NON PIU’ di novantacinque. E poi solo di gas serra. Quindi i cazzotti sono illimitatamente ammessi.

Ovviamente una simile proposta non fu subito accolta con entusiasmo dai paesi industrializzati. Avete idea di quanto costi, inquinare meno? No? Be’, tanto, se si vuole continuare a mantenere uno stile di vita da Emiro Saudita. Avevano detto: il Protocollo entrerà in vigore quando lo avranno sottoscritto e ratificato non meno di 55 paesi che insieme producano non meno del 55% delle emissioni mondiali. WOW. Be’, scritto nel ’97, il Protocollo produce effetti solo dal 2005, dopo che anche la Russia, dopo un certo tira e molla, ha deciso di aderire (da sola produce quasi il 20% delle emissini su scala mondiale). A metà 2007 i paesi aderenti erano sui 170, ma c’erano ancora dei grandi assenti. Alla fine di quello stesso anno, la grande inquinAustralia decise di ratificare il Protocollo.

Belli i tempi in cui si scandalizzavano tutti se il Presidente degli States mentiva sui pompini...

Belli i tempi in cui si scandalizzavano tutti se il Presidente degli States mentiva sui pompini...

Ad oggi, i pochi paesi che ancora non hanno sottoscritto il Protocollo, producono circa il 40% delle emissioni totali. Sahara Occidentale, Afghanistan, Turchia, Iraq, Ciad, Tagikistan, Taiwan e Somalia sono fra questi. Ah, già, anche lo Zimbawe. E che sciocco, mi stavo scordando degli StatiUniti, che da soli producono quasi il 37% di tutta la cacca aerea del mondo, e che dopo la prima sottoscrizione a fine mandato di Clinton, la ritirarono per decisione del semprelodato George W. Bush. Sapevate che il New England inquina quanto la Germania?

Unica genialata del Protocollo di Kyoto (Coase rulz), è la costituzione dei CER, cioè dei crediti di emissione – un embrionale diritto di proprietà sull’inquinamento. Infatti, il paese che meno inquini, può vendere i propri crediti ai paesi che invece non riescano a ridurre le proprie emissioni, guadagnandoci. Così, chi voglia continuare ad inquinare tot, per poterlo fare senza violare il Protocollo dovrà sborsare fior fior di quattrini ad un paese che invece si sia fatto il culo e che adesso inquina di meno, comprandogli – o prendendogli in locazione – i suoi CER.

Oltretutto è anche possibile acquisire CER bonus se il proprio paese ne aiuta altri a portare avanti progetti di riduzione delle emissioni, secondo criteri diversi se un paese industrializzato ne aiuta uno in via di sviluppo oppure se un paese ne aiuta uno della sua stessa categoria, industrializzato o in via di sviluppo che sia.

Insomma, la vicenda del Protocollo di Kyoto ci mette davanti alla debolezza di qualsiasi iniziativa giusta che voglia gettare le basi di un miglioramento su un substrato culturale totalmente inadatto, capace di anteporre la ricerca del guadagno alla sua stessa sopravvivenza. Questo aldilà delle varie opinioni che possono esserci circa l’Effetto Serra, perché forse è un ciclo normale (in un certo periodo del medioevo sulle Alpi non c’era neve), forse è causato da noi, non lo so; ma di certo, l’inquinamento scatenato e lo sregolato sfruttamento di risorse preziose non ci rende migliori di chi non rispetti la propria vita, distruggendosi di alcol e droga, e cachi nel proprio soggiorno.

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nov 26 2008

Di là dalla barricata

Ora siamo di qua, ora siamo di là. Capita spesso di giocare, nella medesima situazione, ruoli diametralmente opposti. Sulla scacchiera il bianco e il nero, in amore il tradito e l’adultero, sul bus il giovane e il vecchio, ai giardini… Be’, ai giardini… E’ stato qualche settimana fa che mi sono accorto di essere passato dall’altra parte della barricata.

Vi ricordate? Quando la mamma vi porta ai giardini ma vi dice di non andare laggiù perché laggiù c’è brutta gente. Ci sono i drogati. E questi fantomatici drogati ti affascinano: chissà che fanno? Dopotutto, da bambini il pericolo è il nostro pane. E la sera, con i genitori non passavate mai dai giardini, perché allora sì che ce n’erano, di drogati. E’ pericoloso.

Poi, un decennio e qualche anno dopo, ti ritrovi ai giardini. Sei coi tuoi amici, una bottiglia di vino – qualcuno porta qualcosa di più – e qualche pacchetto di sigarette. Sono le ultime belle giornate dell’anno, o le prime. Insomma, i periodi in cui davvero si ha voglia di erba, di sole, della brezza tiepida da sud, della leggera ombra degli ulivi. Si ascolta un po’ di musica classica e si parla, senza problemi. A una decina di metri, però, vedi le madri dei bambini giocanti che ti guardano in cagnesco. Fanno catenaccio.

I bimbi non hanno nulla contro di te: si stanno godendo la bella giornata come voi. Quasi quasi, se si avvicinassero, faresti due tiri a pallone con loro. E ti accorgi che la psicologia del drogato da giardino non sempre è così malvagia come la si dipinge, perché adesso tu sei un drogato da giardino – e proprio malvagio non sei. Certo, forse senza quei bambini staresti ancora più tranquillo, ma anche se sei davvero poco lucido, la risata di un bambino resta il suono più dolce al mondo, più dolce di Schubert, ed è bello ascoltarlo. E ti verrebbe da andare da quelle madri, a dire loro biascicando un po’ le parole: “Guardate, io studio giurisprudenza. Dopotutto sono una persona rispettabile. Vi volevo ringraziare di aver messo al mondo delle tali meraviglie, che sono il nostro futuro. E vi prego, non guardatemi così: quando avevate vent’anni non le facevate anche voi, certe cose? E credete che i vostri figli non le faranno?” Per poi tornare barcollando a distenderti al sole, conscio che oggi sei di qua, domani sei di là dalla barricata.

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Quattro diversi tipi di drogati.

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I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

Sono cent’anni che ti aspettiamo! E anche se non lo sapevi, ci stavi cercando.

Chi sono questi idioti coi cartelli?
E soprattutto, perché? li stavi cercando?
Leggi qua sopra: capirai.

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