mar 8 2011

La donna la donna la donna… ma il cinema?

E’ un periodo di gran fermento, sul fronte femminile: le donne sono risolute. Esigono un cambiamento della propria immagine nella società, ripulendola dalla mercificazione, dall’indegna situazione di squallore morale in cui è costretta o attirata, da un’inferiorità di fatto che colpevolmente ne danneggia le virtù e ne frustra le aspirazioni.

Come siamo lontani da “L’eterno femminino che sempre ci eleva” del Faust di Goethe!

Ciononostante, al solito, voglio essere estremamente critico, e perdonerete le provocazioni – se vi sembreranno tali.

Cambiare il purtroppo verissimo cliché dell’uomo che davanti alle poppe perde la testa e che tratta la donna come un insieme non omogeneo di seni, natiche, labbra e cosce è responsabilità dell’uomo. Come umano di sesso maschile, trovo assolutamente necessario risollevare il mio sesso dalla barbarie intellettuale e sessual-istintuale in cui cade in relazione alla donna. Insomma, il professore che all’esame di una ragazza discorre col suo decoltée mi imbarazza – e la trovo una problematica di genere, non un banale e singolare caso di favoritismo. Infatti allo stesso modo sono terribili le migliaia di casi analoghi in cui l’uomo cede all’abbrutimento.
Questo per sottolineare come il problema sia bilaterale, per un animo sensibile.

Ad ogni modo temo che la donna, pur con le imponenti manifestazioni e il diffuso odore di mimosa non riuscirà ad ottenere risultati apprezzabili su questa via a meno di una presa di consapevolezza più ampia che ha come tappa fondamentale il modello.
Mi spiego meglio.

“Verba docent, exempla trahunt dicevano i latini. Le parole insegnano, gli esempi trascinano.
Tutti sappiamo che la donna non ha da esser mercificata (orrendo aggettivo molto à la page), che le sue realizzazioni personali non possono essere umiliate, che sono tutte indignate e via dicendo. Ma che cosa vedo se mi guardo intorno? Niente polemica, si parte dall’osservazione.

Nella mia quotidianità, specie universitaria, vedo un gran numero di donne, di ragazze che invece cavalcano la realtà dei fatti - sordida onda – vivendo in maniera succube ogni aspetto della propria vita, dalla professione ai sentimenti, liete di un’esistenza deresponsabilizzata. Come fanno anche gli uomini, ma per motivi diversi. E ci parlo, e resto agghiacciato.
Uomini e donne apprendono gli uni dalle altre come comportarsi reciprocamente, quindi come stupirsi, mi domando, se i miei coetanei trattano le donne come rumorose suppellettili necessarie a certi svaghi? Certo, mi stupisco perché questi miei coetanei dimostrano un intelletto profondo come un graffio, e sono costernato che le loro decisioni siano assunte collegialmente da gonadi e pene. Ma quale di queste donne che vedo vuole essere un modello? E come è possibile che l’immaginario di queste persone indugi con tanta intensa voluttà e innocenza su Colazione da Tiffany? Non scordiamoci che la Hepburn vi interpreta una puttana che fa la puttana per fare la bella vita. E’ Ruby Rubacuori: e non scordiamo che le sex symbol sono, appunto, solo sex symbol. Ma proprio qui volevo arrivare.

I modelli che ci danno i media sappiamo che sono marci fino al midollo. Qualche giorno fa dondolavo l’amaca del mio pensiero sul perché le pubblicità per i reggiseni push-up siano fatte a misura d’uomo – e ciò a cui giungevo non mi piaceva. Ma l’arte?

Nell’arte – che sia teatrale, figurativa, letteraria ma soprattutto cinematografica – perché non si selezionano i modelli adatti a portare avanti una nuova idea di donna, un ruolo femminile della vita concreta che non sia d’oggetto né di parodia dell’uomo? Un ruolo in cui veramente le masse femminili possano ritrovarsi, cui possano ispirarsi per una nuova libertà, per una nuova, piena realizzazione, e da cui gli uomini possano trarre delle conclusioni mature su come è che si debbano comportare?

Vedevo il celebratissimo “Il cigno nero“. Oscar alla migliore attrice, Natalie Portman. Un film in cui la donna – ogni donna del film – è presentata come un’entità assolutamente instabile, incapace di vivere i propri sentimenti in maniera matura, preda di un disagio strutturale che la porta invariabilmente a manie di controllo, psicosi gravi o promiscuità da meretricio gratuito, che gravita attorno a un personaggio maschile che abusa (non solo moralmente) di lei e di cui lei comunque deve ricercare l’approvazione.
Se l’oscar di migliore attrice va a questo ruolo, butta male. A prescindere dall’attrice, che mi piace anche e che stimo.

Io credo che la rivoluzione non possa prescindere da una selezione artistica dei modelli. Modelli da cercare e promuovere per essere a propria volta modelli, per essere esempi trainanti. La donna sensibile che voglia sensibilizzare non credo possa prescindere dal leggere e prestare e regalare i libri di Amado, della Allende.

Al solito io temo molto più il sotterraneo del palese. Mentre il palese è facile disinnescarlo, e quindi le pubblicità e il bunga bunga a mio avviso non rappresentano una minaccia così concreta, il sotterraneo universalmente ritenuto innocuo, o entrato nella cultura generale è pericolosissimo, e vero ostacolo alle affermazioni nuove della donna.

Finché si penserà che è normale per una bella ragazza alzare un po’ di quattrini facendo la ragazza-immagine piroettando a culo scoperto perché pecunia non olet, niente cambierà. Finché si penserà che le sex symbol sono simboli di femminilità a cui rifarsi, niente cambierà. Finché si penserà che dopotutto un esercizio di potere legato al sesso in certi casi è accettabile, niente cambierà.

Uomini e donne sono indissolubilmente legati: la cultura maschile è specchio di quella femminile e viceversa. La responsabilità del cambiamento è di entrambi. E ciascuno deve pensare al massimo che può fare per coltivare concretamente una cultura nuova.

Buona festa della donna.

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feb 25 2011

Pesci piccoli e pesci grandi

Negli ultimi tempi a Firenze si è molto parlato dei cinema. In particolare la questione riguarda l’apertura di un grosso multisala, il “Multiplex”, amato e odiato, e la chiusura di un cinema storico, il Variety. Ma non è di questo che voglio parlare.

Un paio di settimane fa – dopo aver rimandato per moltissimo tempo – siamo infine andati al cinema a vedere “Qualunquemente” di Albanese. Avendo appena riscosso il pagamento per un lavoro mi propongo di pagare il biglietto, e dico a Eleonora e Giorgio di lasciare il portafogli a casa. Che figo, eh? Quasi come entrare in un bar ed esclamare a piena voce “Pago da bere a tutti!”.

Arriviamo al cinema, uno tranquillo, abbastanza centrale, medie dimensioni, probabilmente a gestione familiare. Manca un quarto d’ora all’inizio del film, ci mettiamo in coda per il biglietto. Quando arriva il nostro turno, chiedo 3 biglietti e do la carta di credito alla cassiera, in quanto non avevo contanti. “Carta va bene?”. Rispondo di sì, anche se di solito propongono anche l’alternativa Bancomat. “No, il bancomat non va”. Fatto sta che dopo 5 minuti di tentativi, non funziona neanche la carta di credito. “No, e un va” mi dice scortesemente la cassiera, lanciando un’occhiata ai clienti in coda. Ora, in un cinema, il sabato pomeriggio, non si può pagare con carta di credito? “Sono cose che succedono” e mi guarda come per dire “Insomma che vuoi fare? Paghi o no?”. Mancano 5 minuti all’inizio del film, e usciamo dal cinema per andare a cercare un bancomat. Poi Giorgio propone di tornare dentro a chiedere dove ne possiamo trovare uno. E non è distante fortunatamente. Certo che – pensiamo – avrebbero potuto anche essere più cortesi e indicarcelo loro. Stiamo facendo tutto questo casino per cercare di dar loro dei soldi, in fondo. La tentazione di andare in un altro cinema è forte, ma essendo troppo distanti, alla fine torniamo li. Paghiamo, la cassiera non dice una parola, ed entriamo a film già iniziato.

Film molto bello, ma alla gente di quel cinema – mi dispiace dirlo – non darò più un euro.

E’ brutto da dire, ma se è così che devono funzionare le cose, ben vengano i multisala. Se il piccolo cinema, o il fruttivendolo non possono darti qualcosa in più rispetto al multisala o al centro commerciale, ben vengano! Ci si lamenta tanto dei piccoli pesci che vengono mangiati dai grandi, ma cosa stanno facendo questi piccoli per offrire un servizio in più? Di certo non possono competere dal punto di vista tecnologico, dei servizi, della scelta. Ma di certo possono competere da un punto di vista umano. Mi aspettavo questo dal piccolo cinema: quello che il ragazzo impaziente di finire il proprio turno probabilmente non può darti, un qualche tipo di relazione umana, insomma quel qualcosa in più che può caratterizzare la piccola impresa e che non può esistere nella grande azienda.

E credo che sia il grosso potenziale su cui le piccole attività dovrebbero puntare tantissimo. Altrimenti, se non possono dare niente di più, verranno giustamente schiacciate.

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feb 20 2010

Avatar

Nota introduttiva: “il pensiero rovina la Bellezza”. Di seguito troverete riflessioni laterali e originali che potrebbero farvi storcere il naso perché “Il pensiero rovina la Bellezza”. Ciononostante non si tratta di biopsie asettiche: è un pensiero stupito – che trovo migliore della contraddizione in termini di una bellezza stupida.

Non si hanno difese contro il fascino. E’ un assedio vinto. E chi scrive una storia fascinosa lo sa bene. Però esistono tanti, tantissimi modi di raccontare una storia fascinosa – anche se la storia è sempre la stessa. E così scegli un ambiente, dei personaggi, una trama, e… Avatar.

Avatar è una parola di nobile ascendenza.

Nella mitologia indiana l’Avatar – il disceso – è l’incarnazione di Vishnu, che di era in era torna sulla terra per proteggere gli uomini retti, spazzar via i malvagi e riportare la Giustizia. Il più celebre fra gli Avatar senza dubbio è Krishna, l’alto principe dalla pelle azzura.
E James Cameron, durante l’ultimo ventennio, nelle fucine della sua fantasia, in laboratori informatici e sui set di ripresa forgia un nuovo Avatar.

E’ strano ritrovarsi in uno stanzone buio con degli occhialini stupidi sul naso e bere da una parete illuminata figure e sensazioni palesi che sono sempre vissute celate nella tua immaginazione più intima. E ti chiedi… quale strana spia, silenziosa come la notte, appostata nelle circonvoluzioni della mia mente ha preso appunti osservando i miei sogni mentre li sognavo? Passandoli poi ad un regista d’oltreoceano che ci avrebbe fatto su un film? Come è possibile?
Così sbalordito mi sono sentito io vedendo balzar fuori dallo schermo le montagne fluttuanti su cui ho costruito i miei palazzi, vedendo le foreste che già avevo sognato e in cui da anni vado esplorando nuovi sentieri con passo leggero, e volando come troppe volte ho fatto su creature simili a draghi.
E’ il supremo inganno dei sensi. I decadenti francesi avrebbero stravisto per Avatar 3D. Magari non per i temi, ma per l’illusione sì.

Io credo che la maggior parte dei fruitori dell’arte cinematografica nel mondo sia inconsapevole della parzialità della propria esistenza. E’ una questione di semplice statistica, visto che si tratta di un’arte di massa. E questo pone in capo al regista (magari che voglia dire qualcosa) un onere ancora maggiore. Perché fare arrivare un messaggio ad un distinto signore o a un ragazzo dagli occhi vivi che entra in un teatro è facile; fare arrivare lo stesso messaggio ad un tizio che biascica popcorn con la bocca aperta in settima fila, no.
Se ad una persona che non ha sviluppato se stessa, vissuta senza mai imparare ad imparare, se ad una persona del genere dici che le stai insegnando qualcosa, non imparerà mai. Si chiuderà a riccio. Sfodererà un rivestimento refrattario antievolutivo.
Quindi va fatta una piccola finta. Proporle di divertirsi e cercare nel mentre di dire qualcosa. E questo James Cameron lo sa bene – o mi piace pensare che lo sappia.

Ti ucciderò in centocinquanta modi dice Shakespeare in As you like it.
Così fa Cameron. Riferendosi al cliché. Perché non è necessaria una storia pazzesca per fare una grande opera.

Anzi nel caso la storia è veramente semplice.

Per farla breve, il protagonista è Jake Sully, un ex-Marine paraplegico. Suo fratello gemello, morto di morte violenta, era uno scienziato che avrebbe dovuto partecipare al programma Avatar sul lontano pianeta di Pandora. “Lei ha il suo stesso genoma, vuole sostituirlo?” E così Jake parte per sostituire il fratello. Il pianeta è boscoso e selvaggio, l’atmosfera è irrespirabile per gli umani, e ha un sottosuolo ricco di un preziosissimo minerale, che viene estratto con gran dispiegamento di mezzi. La missione su Pandora ha quindi una componente fondamentalmente imprenditoriale, ma è affiancata da una spedizione militare d’appoggio e una scientifica di ricerca che conduce il contatto coi nativi Na’vi, una popolazione di eleganti giganti azzurri completamente detecnologizzata che vive in simbiosi diretta con la natura del pianeta. Gli scienziati curano il programma Avatar: attraverso un’opera di ingegneria genetica i DNA Na’vi e umani vengono combinati per creare dei corpi Na’vi che possano essere controllati a distanza dagli scienziati e che permettono quindi di poter agire all’esterno senza l’ausilio di maschere. Il colonnello dei Marines che guida la missione militare conquista la fiducia di Jake: “Cerca di farteli amici e di convincerli a sloggiare; intanto forniscimi anche informazioni utili per un assalto armato. Nel caso in cui non si convincano”. Infatti un mega-giacimento del minerale da estrarre si trova sotto il mastodontico albero-città della tribù Na’vi: devono andarsene o morire. “In cambio, Jake, vedremo di ridarti un paio di gambe funzionanti”. Durante una spedizione però si perde e viene salvato da una Na’vi di quella stessa tribù, che per decisione del consiglio tribale si ritrova ad addestrarlo. Così Jake Sully inizia a vivere come un Na’vi, e scopre un tipo di realizzazione della propria vita diverso e superiore – pur continuando la sua missione. Allo scadere del tempo invano concessogli per attuare la mediazione e negoziare lo spostamento della tribù, l’impresa si risolve ad attuare un’azione militare per radere al suolo la capitale-albero della tribù Na’vi. A quel punto Jake, ormai innamorato della sua nuova vita e della bella Na’vi che lo ha addestrato, passa dalla parte opposta a difendere la sua nuova terra. Scoperto il tradimento, viene strappato all’Avatar e quindi al suo corpo Na’vi, e solo con una rocambolesca fuga insieme ad un piccolo gruppo riesce a rientrarvi. Ma ormai anche i Na’vi lo ritengono un traditore, visto che ha rivelato di essere una spia e che era a conoscenza dell’imminente assalto umano. Per riconquistare la fiducia della tribù Jake doma un leggendario animale» volante e si ripresenta come Toruk Mak To, una figura mitica che riappare di era in era nei momenti più bui della razza Na’vi per riunirla, proteggendo i retti, spazzando via i malvagi e riportando la Giustizia. Così avviene in un epico scontro; gli uomini sono ricacciati in esilio sul loro pianeta morente e Jake Sully diventa definitivamente un Na’vi.

La storia è veramente semplice. E Cameron marcia su questa semplicità. Danza un ballo arioso col cliché senza lasciarlo mai condurre. Ma conducendo assieme a lui anche l’immaginario e il pensiero di chi assiste.

Le astronavi futuribili sono chiaramente un must! Allora Cameron te ne fa una che assomiglia alla Torre Eiffel senza che nessuno si accorga della somiglianza, del peso storico di quel design. Ma c’è, e tutti sanno come è fatta la Torre Eiffel, e in qualche perlacea cellula del cervello di ognuno, scoccando fra i bianchi assoni neurali, il collegamento è stato fatto pur rimanendo celato. Palese che sia terrestre, quindi. E si crea la delicata magia che sottintende l’ironia del colonizzare mondi lontani sparapocchiando Torri Eiffel a destra e a manca nell’universo.
Così come nell’immaginario collettivo quegli aereocotteri che vengono usati per spostarsi sul pianeta Pandora in Avatar sono sovrapponibili a quelli di Apocalypse Now. Il che ci ricorda il Vietnam. E quindi si sa che cosa aspettarsi dai Marines. Già si vede il fuoco nella foresta. Ma coscientemente non ne hai ancora idea.
Ecco gli scienziati, poi. Un branco eterogeneo di nerd, zitelle e sfigati. Di un realismo impressionante. Che però fa passare costantemente per imbecille qualsiasi militare passi nei paraggi.
Cameron  prende per mano lo spettatore da una situazione nota e familiare accompagnandolo verso un cambio radicale di prospettiva.
Infatti poco dopo gli Avatar vengono utilizzati: il cambiamento di corpo di Jake Sully permette a chi osserva di trovare naturale il successivo cambiamento di spirito. E l’attaccamento sempre maggiore alla propria nuova vita che rende la forma umana quasi insopportabile, il tempo sempre maggiore passato nel proprio nuovo corpo che rende la vecchia vita un’aberrazione è un indice tangibile, evidente, quasi fisico dell’evoluzione radicale dell’esistenza di Jake.

Quando vogliamo cambiare la nostra vita iniziamo andando dal parrucchiere per un nuovo taglio di capelli, dopotutto.

Avatar è una parola di nobile ascendenza, e temevo per la sua nobiltà.
Avevo ragione di temere, ma qui mantiene un portamento consono al proprio sangue blu: nel film, dopotutto, che cos’è un Avatar? Un’incarnazione bella e buona: l’Avatar è ancora un disceso. Disceso dal cielo, oltretutto, come tutti gli umani che siano su quel pianeta, Pandora. E non solo: i Na’vi sono una versione ripulita e ristrutturata di Krishna. Meno orpelli, sì, ma alti, azzurri e fisicamente prestanti come lui. E per di più i loro corpi sono una pesatissima commistione di elementi umani e felini rimodellati per dare una grazia ineuguagliabile alla loro figura e ai loro movimenti – avvicinandoli ancora una volta alle icone indiane metà uomo metà animale. Quindi, considerando anche quello che ho già detto del ruolo di Toruk Mak To, è facile dire che Jake Sully, col suo Avatar, sia effettivamente un Avatar in senso indiano.
Non è un filmozzo provinciale, ignorante e tronfio. E’ un film ponderato, sorretto da un iceberg di pensiero.

Il suo epos» è delicato. Sempre intuitivo. Accompagnato da una colonna sonora di prim’ordine: perfettamente integrata con l’ambiente, lascia stare il fuoco degli eserciti di violini e gli squilli di trombe potenti da carica di cavalleria francese. James Horner, il compositore che l’ha creata, ha preferito strumenti psicagogici» primitivi, quelle sonorità che per qualche strano retaggio abbiamo tutti nel cuore e che incantano la mente, le sonorità di piccoli tamburi suonati con le mani e di grandi pelli percosse con mazze, di canti che si intrecciano e si rispondono, di flauti lunghi, di campane a grappolo, di arpe le cui note sono cristalli che cadono a terra, quasi gocce, quasi vento – infiniti strumenti sotto innumerevoli dita come quando fuori piove.

E queste musiche, tirandoti per il cuore, ti sollevano verso i veri messaggi che è urgente lanciare in un occidente come questo.
Un amore complice per la Terra Madre alla cui sorte siamo legati a doppio filo. La Natura come parte del sé e il sé come parte della Natura. Il profondo e amorevole rispetto per ogni essere vivente, vegetale ed animale. Il vivere in punta di piedi senza viaggiare su macchine di grande cilindrata, trovando altrove la propria torreggiante grandezza. Lo stupore davanti alla meraviglia di questa vita. Una vita che può trovare la propria realizzazione aldilà dello svolgimento della missione militareconomica, una vita più alta che deve trovare il proprio incastro perfettamente lubrificato nel mondo, consacrata ad una vocazione inarginabile, ad un sogno, proprio e collettivo, a ritmo con il resto dell’umanità, di realizzazione, felicità, di sentimento, il sogno di Faust ormai vecchio per la seconda volta, il sogno che non posso non pensare ogni singolo ventenne stia rincorrendo come una preda sfuggente nel sottobosco – anche se non è così.

E milioni di persone hanno sentito questo messaggio, nei cinema, con gli stupidi occhialini 3D sul naso.
Milioni di persone hanno visto il protagonista di un film che ha lasciato tutti a bocca aperti uccidere un animale per cibarsene domandandogli perdono come facevano i nostri progenitori, triste per la sofferenza che gli ha dovuto infliggere; hanno visto la stupidità di chi continua a perseguire un interesse economico senza la capacità di stupirsi, di capire la bellezza profonda di quello che sta perdendo e distruggendo; hanno visto l’idiozia di chi non è relativista a confronto con gli uomini che sanno esserlo; hanno sentito parlare di una terra morente potendola soltanto immaginare, avendo davanti agli occhi un immaginario pianeta rigoglioso e fervido di vita che ne rendeva tanto più insopportabile il pensiero. Milioni di occidentali hanno sentito i Na’vi salutarsi dicendo “Io ti vedo“, così come gli indiani si salutano dicendo “Namaste” – “la divinità che è in me si inchina alla divinità che è in te”. E noi invece ci salutiamo dicendo “bonaaa!” “ci si becca”.
Anche se aver visto e sentito non significa aver capito, è già un inizio.

E’ vero. E’ un film con tempi wagneriani, e non si confanno a tutti. Spesso il messaggio è un po’ grossolano, le azioni degli umani irruvidiscono l’epos e soprattutto la divisione fra bene e male è assolutamente troppo netta per essere apprezzabile. Quindi… lo considero uno spettacolare primo tentativo. Spettacolare primo tentativo di creare un film davvero capace di  fare la differenza. Ma comunque era da molto che non andavo al cinema dicendo “Oh…” così spesso. Era tanto tempo che non mi dicevo “Diavolo, questo fim ha davvero un bel messaggio, sono contento che lo veda tanta gente”.
Ma c’è anche stato qualcosa di più…

Perché  poi sono tornato a casa e ho sognato le mie montagne fluttuanti. Erano diverse. Ancora identiche a come le avevo sempre viste io, ma… Stavolta c’erano tante persone come me, sopra, che arrivavano sui loro draghi. Perché quelle montagne non sono solo le mie montagne. Perché tutti quei sogni non sono solo i miei sogni.
E devo dire che è molto meglio così.

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Giusto per continuare con le corrispondenze, quel destriero alato è identico a Garuda, il mitico volatile cavalcato, secondo la leggenda, dallo stesso Vishnu.
“Epos” è una bellissima parola greca che è alla radice di “Epica” e di tutte le parole connesse. Io lo uso genericamente in luogo di sostantivi orrendi come “Epicità”, indicando la vena che rende qualcosa epico.
“Che guidano l’anima”

feb 15 2010

Cavallette, Cowboy e sette Samurai: Kurosawa colpisce ancora!

di Benjamin Sidney

Un calorosissimo saluto a tutti i lettori di To Honolulu!

Eccoci qui, ancora a parlare di cinema, in particolare delle influenze cinematografiche del grande regista giapponese Akira Kurosawa. Probabilmente avrete sentito parlare del film “I sette Samurai”, ma è molto più probabile che abbiate visto “I magnifici sette”, film western del regista John Sturges.
Se questi due titoli non vi dicono nulla, cosa ne dite di “A bugs life” della Walt Disney-Pixar? Ovviamente parliamo di tre generi cinematografici molto diversi, ma è curioso notare che la storia è sempre la stessa (leggi in proposito questo post per le analogie tra “La fortezza nascosta” e “Star Wars”), il capolavoro di Kurosawa colpisce ancora una volta!

I sette Samurai è il film giapponese più acclamato dal pubblico e dalla critica cinematografica mondiale, il capolavoro di Kurosawa parla delle vicende di un povero villaggio del periodo feudale. I contadini del villaggio, giunti alla disperazione a causa selle frequenti razzie perpetrate da un gruppo di briganti senza scrupoli, decide di assoldare dei guerrieri Samurai per risolvere la situazione una volta per tutte.
Arrivati in città i contadini cercano di assoldare dei guerrieri, ma si rendono presto conto che il solo vitto e alloggio non bastano come pagamento per un’impresa così rischiosa. I contadini, disperati si aggirano per il villaggio e assistono attoniti ad una scena che riporta speranza nei loro cuori: un Samurai che rischia la vita per salvare un bambino tenuto in ostaggio da un ladro, travestendosi da monaco. La genialità e l’abilità del Samurai ispira i contadini, che lo supplicano di aiutarli convincendolo infine ad accettare. Così inizia l’avventura. La ricerca di altri Samurai per portare a termine l’impresa porta alla creazione del gruppo composto di Sette Samurai molto speciali, ognuno con le sue peculiarità e abilità.

L’abilità strategica del Samurai anziano, forgiata dall’esperienza di tante battaglie perse – citando il personaggio -, porta alla vittoria in un’impresa che sembrava impossibile; una vittoria che però costa molto in termini di vite umane. I sette Samurai è un’opera carica di emozioni travolgenti, che riesce a coinvolgere lo spettatore come solo pochi film sanno fare.

*  *  *

I Magnifici Sette è un film Western girato nel 1960 dal regista John Sturges, liberamente tratto dal film di Akira Kurosawa.
Parla della storia di Sette Cowboy di un paese di frontiera fra Stati Uniti e Messico che vengono assoldati dal capo di un villaggio messicano per risolvere una questione con una banda di banditi che uccidono e derubano gli abitanti del villaggio. La storia è pressoché la stessa del film di Kurosawa, il tema centrale rimane il forte sentimento di cameratismo e rispetto che si crea fra i “combattenti”; sia i Samurai, che i Cowboy non sono mossi dal denaro, decidono di rimanere a difendere il villaggio, perchè credono nella giustizia.

*  *  *

Passiamo adesso all’intrattenimento per bambini, il film “A Bug’s Life” diretto dal regista John Lasseter e prodotto dalla Walt Disney- Pixar, trae ispirazione da entrambi i film sopracitati. Questa è la storia di un villaggio di formiche, un formicaio che si trova costretto a pagare un ingente tributo ad un gruppo di cavallette-bandito in sombrero, che vivono in un posto molto simile al Messico di Sturges.
Le formiche cercano aiuto in città, sono alla ricerca di insetti guerrieri per difendere il villaggio, ma quello che trovano è solo un gruppo di simpatici insetti da circo. Il messaggio di questo film di animazione è molto affine a quello degli altri, gli insetti da circo, pur essendo in minoranza rispetto alle cavallette, come i Samurai e i Cowboy rispetto ai banditi, decidono di rimanere e aiutare le formiche, perchè sanno di rappresentare la speranza, sanno che è giusto proteggere i più deboli, anche senza essere retribuiti, conoscono il significato delle parole giustizia e onore.

Buona visione e un caloroso saluto e ringraziamento; che siate pistoleri, valorosi Samurai o insetti da circo.

(NDR. Se i post sui samurai di Benjamin vi hanno messo la curiosità di conoscere meglio questi guerrieri, vi consiglio questo speciale di Super Quark andato in onda a inizio gennaio, che trovate su YouTube!)

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gen 5 2010

Rashomon

di Benjamin Sidney

Oltre il confine della ragione si trova una dimora sicura, una rocca inespugnabile, circondata dal caos, fiume in piena. Nella nebbia, i bassi fondi dell’animo umano, anime violentate dall’oscuro terrore, angelo ubriaco. B.S.

Un caloroso saluto a tutti i lettori di To Honolulu,
perdonate il mio inizio, sono appena emerso da un’esperienza sconvolgente, un film del genio Akira Kurosawa.

Leggi tutto…

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I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

Sono cent’anni che ti aspettiamo! E anche se non lo sapevi, ci stavi cercando.

Chi sono questi idioti coi cartelli?
E soprattutto, perché? li stavi cercando?
Leggi qua sopra: capirai.

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