gen 29 2010

Legge-libera-caccia

Il nostro beneamato Parlamento ha approvato la deregolamentazione della caccia. Da oggi esiste quindi una legge che prevede la sostituzione della regolamentazione nazionale della caccia con una disciplina regionale. Chiaramente molto più libera e smaliziata. Ma adesso, lasciatemi dire due parole in generale…

Un tempo si cacciava per sopravvivere. Poi si è iniziato a cacciare per -ehm- divertimento (o per questioni di arredamento, come potete vedere sopra). Attualmente, poi, fra i motivi della caccia c’è la necessità di mantenere un equilibrio fra le popolazioni del regno naturale.
Ma nel ventunesimo secolo, chi è il nuovo cacciatore?

Il nuovo cacciatore (neo-venator carabina) è un uomo di estrazione sociale variabile, di età variabilissima ma con alcune caratteristiche fisse.

  • Ha il pene piccolo. Compensa con la colossale mole del suo fucile, capace di disintegrare un toro in coriandoli da duecento metri.
  • Ha una vita vuota. Infatti non ha altri hobby e può permettersi di passare giornate intere a rincorrere animali enormemente più furbi di lui finché non riesce ad abbatterli solo con una superiore potenza di fuoco. (Odia i fagiani perché da piccolo lo battevano sempre a scacchi.)
  • Pensa di avere un ottimo rapporto con la natura. In realtà non conosce il valore della vita animale né vegetale. Che distrugge ad libitum. Millanta di sapersi muovere invisibile e silenzioso fra gli sterpi e i cespugli, ma assomiglia ad un trattore degli anni ’50 e respira come una motosega.
  • In casa ha un arsenale di carabine doppiette cannemozze da far paura a Provenzano. Esposte in salotto. Spesso quei curiosoni dei figli tredicenni ridipingono le pareti con le proprie cervella o con quelle dei fratelli.
  • Ha un sacco di amici zoppi o feriti e un paio di processi pendenti per omicidio colposo. Ma diavolo, non è mica colpa sua se le persone nel bosco si muovono come cinghiali.

Io non voglio negare che la caccia abbia un suo perché. Può essere esercitata con molti spiriti diversi. Può essere strumento, doloroso, per mantenere l’equilibrio naturale delle cose. Equilibrio che la Natura è sempre in grado di ripristinare, ma in modo molto più lento ed eugualmente se non più doloroso. Però essendo un’attività che spenge vite animali, ed essendo la vita sacra, la caccia è accettabile soltanto nel caso in cui mantenga questa dimensione di sacralità. I nostri antenati, quando erano costretti a uccidere per sopravvivere, domandavano perdono allo spirito dell’animale. Ma nelle pianure americane i bufali marcivano a migliaia, uccisi dall’uomo bianco che sparava dai treni.

Aldifuori di una dimensione scientifica sacrale, la caccia non deve esistere. Non ci devono essere persone che per sport uccidono gli esseri con cui condividiamo il cielo e la terra. Non ci devo essere zoticoni cameratisti che per sentirsi uomini e affermare la propria incerta virilità violentano la Natura. Non ci devono essere uomini stupidi che tengono micidiali armi da fuoco in casa – o non ci si deve almeno stupire se molte persone ogni anno vengono uccise da armi da fuoco “regolarmente denunciate”. Come se il denunciarle le rendesse meno letali.
Tutto questo è pericoloso e offensivo per ciò che di più sacro esiste. Ma la maggioranza del nostro Parlamento ha dimostrato ancora una volta che di ciò che è veramente sacro se ne sbatte le palle. Facciano pure sregolatamente le regioni. Che i neo-venatores carabinis sparino pure d’agosto e di febbraio. Quando è bello camminare da soli per i boschi e gli uccelli nidificano. Dopotutto per i cattolici il dio cervo non ha un’anima. Quindi, a non rispettarlo, non si pestano i piedi a nessuno.

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ott 21 2009

Il Columbus Day – ovvero, festosa commemorazione dell’uccisione di cento milioni di persone

Siamo abituati ai Giorni della Memoria, ai cippi e monumenti commemorativi, ai “Per non dimenticare”, ai tragici racconti di gulag, lager, campi di concentramento vari, greti di fiumi indocinesi cosparsi d’ossa per decine e centinaia di chilometri, ai grandi numeri di morti “50 milioni durante la seconda guerra mondiale” – insomma, siamo abituati a inorridire. C’è chi dice che inorridiamo solo per certe stragi dimenticandone altre, come ad esempio quelle delle foibe. C’è chi dice che non inorridiamo abbastanza per le stragi che ancora oggi avvengono e di cui poco sappiamo (vedi “Repubblica Popolare Cinese”). Eppure al mondo si festeggia ancora con felicità beota il Columbus Day.Colon

Il povero Colombo non capì una mazza della sua scoperta. Furono altri Europei a capire per lui. Così alcuni manipoli di reietti, violenti, teste calde e fanatici religiosi  certo non benvoluti nelle loro patrie si lanciarono correndo come forsennati verso la nuova frontiera. Costoro possono essere chiamati Padri Fondatori, essere salpati con la May Flower o portare nomi spagnoli come Hernàn e Francisco e aver viaggiato su caravelle portoghesi o galeoni spagnoli, ma tale resta la loro identità. Possono aver creato faticosamente il futuro di Stati potenti o possono aver passato la loro vita oziosamente come opulenti governatori autodichiarati di paradisi ai limiti del mondo. Tale resta la loro identità.
Ma il vero problema è che le sconfinate terre d’America non erano disabitate. Si stima che ci vivessero oltre cento milioni di uomini.

Hernàn Cortès arrivò sulle coste messicane con un manipolo di cinquecento soldati. Venuti dal Grande Mare, coperti da brillanti armature di ferro e uniti centaurescamente ad animali mai visti prima, muniti poi di bastoni capaci di sparare fuoco e che parlavano uno strano idioma: agli indigeni parvero dèi.
Hernàn Cortès arrivò sulle coste messicane con un manipolo di cinquecento soldati. Si trovò davanti un impero che si estendeva dal Rio Grande allo Yucatan e rigurgitava quantità d’oro oniriche, difeso da uomini in gonnella armati di lancia: agli Spagnoli parve il Paese della Cuccagna. Leggi tutto…

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lug 21 2009

Al funerale di Carlotta

Gli sciacalli d’Occidente si riconoscono dai teleobbiettivi. Spolpano le salme a forza di scatti. Succhiano il dolore come se ripulissero un tavolo operatorio con una cannuccia.

L’altro giorno è morta Carlotta Fondelli, una diciottenne fiorentina. Mi limiterò a descrivere asetticamente l’evento, perché voglio tornarci con maggior dovizia di particolari per fare delle riflessioni circa il ruolo dei tutori dell’ordine in questa società.
La sera del 15 luglio lei era su uno scooter con il suo ragazzo. Hanno passato un incrocio col verde. Un’auto-civetta dei vigili, senza accendere sirena e lampeggianti in tempo utile, ha bucato il rosso a grandissima velocità. Stavano portando a identificare una puttana. Lo scooter è stato preso in pieno: lui si è rotto una gamba, lei è morta.

Io non la conoscevo. Non conoscevo le sue compagnie di amici. Un mio amico però è stato suo compagno di scuola alle elementari, e sabato mattina l’ho accompagnato al funerale. Mi ha fatto piacere stargli vicino: vanto un ottimo rapporto con la morte.
La cerimonia funebre è stata davvero commovente, in certi punti, anche se io sono fortemente contrario ai funerali tradizionali.
Sì, non sopporto di vedere persone che piangono senza sapere perché. O disperate perché qualcosa è finito – non commosse perché qualcosa c’è stato. Come un bambino che venga portato via da Disneyland a metà giornata. Oh, piccola nota interpretativa: non prendetemi per cinico. Ovviamente c’erano tante, tante persone il cui sincero dolore sgorgava dagli occhi. Però però però…800px-Chiesa_dei_sette_santi_3

Il fatto è che quando si va a un funerale bisogna essere tristi. Niente sorrisi. Niente saluti alle persone che incontri e non vedevi da tanto tempo. Se non sei abbastanza triste da avere gli occhi lucidi, ti devi sentire in colpa. Se piangi, le persone che sono lì per rappresentanza o buona creanza o apparizione mondana impegnata, ti ammireranno. Tutti costoro, infatti, indossano occhiali da sole per nascondere gli occhi sconvenientemente asciutti.

Il prete, dall’altare, blatera sgomento, dopo aver invano passato la notte a scartabellare i suoi vecchi appunti di Teodicea» per trovare una giustificazione accettabile per la morte insensata di una diciottenne alla luce della bontà divina. “Viene da dire: se Tu fossi stato con lei, non sarebbe morta. Ma…” giro di parole, questione elusa. Un’altra vittoria per la casta sacerdotale. Ha la tonaca bianca e i paramenti viola e promette vita eterna in paradiso. Mi chiedo che posso promettere io quando indosso il mio cappotto nero rifinito alla Wilde e la camicia rossa col jabot.
Il prete chiede disperatamente di credere, di credere, affidando al trascendente dogmatico qualcosa che potrebbe tranquillamente restare aldiqua del cielo. Parla di peccati e peccatori: be’, perdonalo, Padre, perché non sa quello che dice. Le persone, contrite, si percuotono il petto dicendo a denti stretti “mia colpa, mia colpa…”. Curioso che fuori dalla chiesa la colpa sia sempre altrui per tutto. Il prete legge brani della bibbia. Sceglie i classici, Apocalisse e Lazzaro. Con quelli si va sul sicuro – come a ordinare un Martini bianco con ghiaccio.
Ave Maria di Schubert. La folla riceve l’ostia e torna al suo posto, e ciascuno tiene una mano sugli occhi, fingendo di tentare di cogliere un mistero – senza capire che il mistero del pane è il suo esser corpo della terra, sostentamento primo dell’Uomo, frutto di un bel mondo in cui ogni vita condivide lo stesso respiro e nulla ha bisogno di transustanziare. C’è così tanta gente che stavolta eccezionalmente riceve l’ostia da farmi temere. Ci saranno ostie per tutti?
Una volta che il vecchio sacerdote trova il buon gusto per far parlare altri, inizia la parte commovente.

Parla la zia del fidanzato di Carlotta. Fa un discorso molto bello, sottolineando i suoi aspetti maturi – l’aveva conosciuta solo una settimana prima al mare. Alla fine si lascia prendere dal sentimento e invoca ingenuamente un Futuro di Giustizia in cui non muoiano diciottenni. Viene bruciato l’incenso. Fumo e profumo, luci e voci tremolanti. Adoro l’incenso. Anche se la sua costante presenza ai funerali mi spenge un po’ lo slancio entusiastico nei suoi confronti.
Parlano gli amici, i compagni di classe. Tutto molto sentito, anche se dall’esterno gli interventi mi sono parsi piuttosto superficiali. Capisco che magari, dopo una simile perdita, non si articolino bene le parole, ma ciò che si prova per una persona – quello che la persona è stata – dopo che muore diventa cristallino. E si è parlato di sguardo, di occhi. Non di qualcosa che abbia fatto, non dei suoi sogni, non di quello che in particolare ha trasmesso ai suoi cari, non di come ha migliorato le persone a lei vicine. Ma si sa che comunque il tono commosso commuove.
Parla la sorella gemella. Riesce a stento a pronunciare qualche parola. Dice “Non te l’ho mai detto, te lo dico ora: ti voglio bene”. La bara ha molto apprezzato. In effetti in quel momento mi si è formata in cuore un’antistima per la sorella davvero vertiginosa. Deve morire, tua sorella, per sentirsi dire da te che le vuoi bene? Se il tuo processo di apprendimento funziona così non ti aspetta un bel vivere. Mi raccomando: evitate che capiti anche a voi di dover dire qualcosa del genere.

Infine, la bara viene portata via. Come Mosè davanti al Mar Rosso, separa la folla in due ali. La seguono i parenti e gli amici più stretti, in una sfilata di dolore cui le altre persone partecipano attivamente modulando un volto ancor più sconvolto. Come chi, per non sfigurare al confronto, va vestito elegantissimo alle sfilate di moda.
Poi, l’applauso. L’applauso funebre, il simbolo più sincero della stupidità con cui vengono vissuti i funerali. Un applauso barbaro, oltraggioso, immotivato: la morta non è la protagonista di uno spettacolo teatrale che torna alla ribalta per godersi l’acclamante scroscio. Comunque inizio a credere che l’applauso sia un jolly da usare quando non si sa che fare per riemipre un silenzio. Un silenzio che mai come a un funerale è percepito come pesante, perché si resta a tu per tu con pensieri di morte. A quel punto sarebbe meglio cantare…

Insomma, sì, sono uno stronzo irriverente. Ma questo tipo di funerale (quello classico) è quanto di più idiota sia stato partorito da mente umana. Il funerale serve a chi resta, non a chi se ne va: e allora perché deve essere una cerimonia desolante? Perché deve portarmi via ogni energia?
In Irlanda, dopo la breve funzione funebre, tutti i partecipanti si ritrovano al pub a bere in memoria del morto e raccontando su di lui aneddoti divertenti e sputtananti a livelli incontrovertibili. Da noi?
I funerali hanno il pregio di radunare molte persone che si vedono di rado. Perché non sfruttare l’occasione per salutarsi con piacere sincero, con un sorriso? Dirò di più: NON farlo è un oltraggio al morto, alla rete di affetti, amicizie e relazioni che giorno per giorno ha intessuto, rete che è manifestazione tangibile della sua vita.

Io voglio energia, sorrisi, al mio funerale e a quello dei miei cari. Voglio che le persone se ne vadano contente di aver conosciuto chi è morto. Voglio che siano consapevoli di quello che da lui hanno preso. Voglio che festeggino, che ridano raccontando ricordi e che riallaccino rapporti affievoliti. Voglio che vengano suonate le canzoni che abbiamo ascoltato e cantato tutti insieme. Voglio che le persone tristi siano coinvolte da quelle che riescono a trasmettere l’entusiasmo del momento. Non voglio vedere bare costose o ampie corone di fiori. Voglio vedere bottiglie di vino squisito da bere alla propria salute, e voglio vedere i fiori ornare i capelli delle donne e le giacche degli uomini – perché tutti meritano di portare un fiore addosso. Anche se morissi presto e in maniera insensata, o se toccasse a qualcuno che amo, vorrei belle parole, sensibili, intelligenti, degne di chi muore ma non rivolte a lui. Voglio che la gente al funerale si senta fortunata. E voglio che la gente balli, perché quando la gente balla la morte non fa più paura.

Nulla di questo ho visto al funerale di Carlotta, morta in maniera insensata e coerentemente onorata con un funerale altrettanto senza senso.

Fra l’altro… Durante la cerimonia prendevo appunti. Qualcuno ha avuto da ridire, voleva linciarmi.
A quanto pare scrivere è mancare di rispetto. Be’, io l’ho detto che sono uno stronzo irriverente. Ma vi consiglio comunque di ascoltarmi.

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Disciplina teologica che analizza il rapporto fra la bontà di Dio e la presenza del male nel mondo. Dal greco, “Giustizia di Dio”.Powered by Hackadelic Sliding Notes 1.6.4

giu 30 2009

I piaceri della carne… inquinano – ovvero, le ragioni ecologiche del vegetarianesimo

Avete subito pensato: lo so, i preservativi usati sono una piaga. E invece no. Cioè, sì, forse, non so, insomma… non volevo parlare di questo, ok!? Maniaci! Mi riferivo al salame, alla salsiccia, ai prosciutti… (oh, basta con questi doppi sensi!) insomma al fatto che da McDonald a Burgy, dal Kentuky Friend Chicken al paninaro all’angolo quasi tutti noi appena mettono il musetto fuori casa mangiano esclusivamente carne. E anche a casa non sono molti quelli che si limitano. Certo, gli americani fanno ben peggio di quello che possiamo fare noi. Mangiano hamburgers e hot dogs come fossero noccioline e fanno giorni interi di barbecue.

Vero. Ma non crediate che noi scherziamo, riguardo al settore.

Da tempo avevamo invitato il brillantissimo Guido Giacomo Gattai, amico e fondatore del movimento Hyronista, a scrivere un articolo sul vegetarianesimo. Questo è quello che ci ha presentato oggi. Buon divertimento!Hyros

Jeremy Rifkin, il signore che ha scritto l’articolo che ha aperto la discussione sull’inquinamento prodotto dai “carnivori”, ha preso i suoi dati da un rapporto della FAO (che è un’organizzazione delle Nazioni Unite, cioè si parla di 119 paesi tra cui anche l’Italia).

Simpatico e frizzantino, il vecchio Jerry ci porta in un bel tunnel degli orrori con il suo articolo fulminante (26 gennaio 2007) apparso in Italia su Repubblica e in contemporanea su quasi tutta la stampa mondiale. Mi direte: 2007, è roba vecchia. Sì, ma è roba vecchia che nessuno ha ancora capito per nulla. Ma nulla nulla.

Ma facciamo una rapidissima panoramica. Tutti in carrozza, biglietto gratis per la casa del terrore ! Solo che non è un luna park e invece dei fantasmini ci sono dei bovini scorreggioni. Mi spiace. Non ce li ho messi io.

“La carne che mangiamo è oggi il principale fattore di alterazione globale del clima. [...] Se gli animali da allevamento, in special modo i bovini, producono solo il 9% dell’anidride carbonica [...] generano una percentuale maggiore di gas PIU’ NOCIVI. Come ad esempio il 65% delle emissioni di protossido d’azoto, un gas che contribuisce al riscaldamento terrestre quasi 300 volte di più del biossido di carbonio, provenienti in gran parte dal letame.” Altro esempio? “il 37% del metano, che ha un effetto 23 volte superiore a quello dell’anidride carbonica come fattore di riscaldamento del globo.”

Si abbattono foreste (“molte foreste tropicali, come per esempio l’Amazzonia, vengono abbattute per far posto ai pascoli, che stanno erodendo ovunque anche le terre coltivabili, mentre le acque dolci rimanenti nel mondo vengono contaminate dai rifiuti degli animali e dai pesticidi”) e si toglie spazio all’agricoltura che potrebbe sfamare molte persone (“il bestiame occupa attualmente il 26% della superficie terrestre non ricoperta dai ghiacci.” e “oltre un terzo delle terre coltivabili è sfruttato oggi per produrre cereali per gli animali anziché per gli uomini”) per permetterci il lusso di sgranocchiare bestie morte invece che insalatine.

Ovviamente a questo punto qualcuno dirà che senza carne non si sta bene e che i vegetariani sono tutti rachitici. Ma… è vero signor Rifkin?

“Non è così. Noi siamo infatti onnivori e come i nostri più stretti parenti, gli scimpanzé, ci siamo evoluti biologicamente mangiando soprattutto frutta fresca e verdure e solo occasionalmente carne. Sebbene questa abbia fatto parte tradizionalmente della nostra dieta, fino al XX secolo era più un piatto speciale per le feste che un alimento essenziale.”

Non mancano un po’ di proteine a un vegetariano?

“Una dieta bilanciata, basata su vegetali può fornire facilmente tutte quelle proteine di cui abbiamo bisogno per restare sani.” Certo, non è una cosa da cominciare domani con un colpo di testa, bisogna consultare un medico.

La dieta vegetariana è pericolosa?

Tutte le diete sono pericolose se non le si sanno fare e mentre quella carnivora te la insegna la mamma, di solito quella vegetariana non te la insegna nessuno. Il medico, meglio il dietologo, possono farlo benissimo e contenti come pasque di farlo. Specialmente il dietologo. Con la parcella che ti prende.

Comunque anche un buono studio individuale può bastare. E poi ci si deve sempre saper ascoltare e fermarsi quando e se si avvertono malesseri. Ripeto: non fa male in sé, semplicmente – come tutte le cose – bisogna IMPARARE a farlo.

Ma è così pericoloso il riscaldamento climatico?

Alquanto direi. Come ha dichiarato Rifkin durante il Festival della Filosofia di Modena (atti ufficiali non appunti miei) “Per la prima volta nella storia siamo a rischio estinzione. È previsto un aumento di tre gradi centigradi in questo secolo, il che significa la scomparsa da un terzo alla metà delle specie sulla terra. Certo, ci sono stati altri cinque momenti di estinzione in natura, ma sono necessari 10.000.000 di anni per recuperare le specie perdute.” e – tornando al nostro articolo – “un numero crescente di esseri viventi sta incidendo sempre di più sulla catena alimentare della Terra, con diete a base di carne, a spese dell’integrità del pianeta”.

Ma ovviamente siamo tutti troppo abituati alla nostra dieta per cambiarla. E non abbiamo mica gran che voglia di far fatica. Finisca pure il mondo sotto un calore che cresce di anno in anno fino a bollici tutti, io alla mia salsiccia non ci rinuncio. Posso capire le donne o i gay, ma gli uomini eterosessuali che fanno questo ragionamento davvero non riesco a spiegarmeli.

Ma – si sa – l’abitudine è più forte di tutto.

Mi viene in mente la famosa barzelletta della corazzata Poteomkin (si scriverà così? mah!). La corazzata Poteomkin esce di notte per un’esercitazione, con tutte le luci spente. Immaginatevi la più grossa corazzata della flotta russa, un bestione tale che il capitano invece del pesce rosso sulla scrivania tiene una boccia con due balene. A un certo punto sul radar appare un oggetto in avvicinamento a prua. Un puntino. Sembra una boa, una barchetta, al massimo un peschereccio. Il capitano, che è uomo di poche parole ma grande cuore, non vuol far male a nessuno, quindi scrollata la cenere dalla pipa e dato il magime alle balene nella boccia da ordine di mandare un messaggio all’altra imbarcazione: “voi non ci vedete, siamo a fari spenti per un’esercitazione. Ma siamo la corazzata Poteomkin e siamo sulla vostra rotta. Spostatevi”. Dopo un attimo il puntino risponde sprezzante “Spostatevi voi. E in fretta anche, se siete la corazzata Poteomkin!”. Il capitano, che è un uomo di poche parole, grande cuore ma orgoglio ancor più grande, batte un pugno spazientito sul tavolo tanto che le due balene escono e rientrano nella boccia a mo’ di delfini e fa rispondere: “Spostatevi voi! E un ordine! Siamo la corazzata Poteomkin!”. Il puntino risponde: “Fate come cazzo vi pare, io sono il guardiano del faro.
E foss’in voi con tutta quella ferraglia che avete sotto il culo comincerei a fare manova in fretta: tra due leghe sarete troppo sotto la scogliera per uscirne con la pellaccia intera”.

Devo aggiungere altro?

Grazie per il post, GGG!

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mar 15 2009

Il danaro: un giudizio di valore su un valore di giudizio

Sappiamo tutti che cos’è il denaro. Ma oggi, alla luce di alcuni scambi di idee e di certi fatti che ho vissuto, mi sembra il caso di parlarne. E visto il tema più o meno ricorrente, vi prego, non pensiate che io sia un fuoriuscito che vuole minare il maledetto Sistema alla base. Voglio semplicemente soffermarmi sul comune rapporto che si ha coi soldi.

Il denaro, oggi come oggi, è un’entità follemente astratta. Quando nacque nelle sue prime forme, rappresentava una semplice conversione della merce che serviva a facilitare gli scambi – rimanendo moneta-merce (come viene chiamata), cioè una moneta che possiede un valore intirnseco, come l’oro, e non uno convenzionalmente attribuitele. A questo si andò aggiungendo l’autorevolezza del conio statale: era lo stesso Stato a garantire il valore di questa particolare merce. Dopotutto, ai tempi una moneta era una moneta, e niente di più. Non interessava il valore dell’oro in sé, ma ciò che questa sorta di ponte fra propria offerta e propria domanda poteva procurare. “Be’, è così anche al giorno d’oggi”, dirà qualcuno. “A me non interessa il denaro in sé, ma ciò che ci posso comprare”. Giusta osservazione, ma… andiamo avanti. Leggi tutto…

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I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

Sono cent’anni che ti aspettiamo! E anche se non lo sapevi, ci stavi cercando.

Chi sono questi idioti coi cartelli?
E soprattutto, perché? li stavi cercando?
Leggi qua sopra: capirai.

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