apr 25 2010

25 aprile, più alto sulle macerie dei ponti

Dall’11 agosto 1944
non donata ma riconquistata
a prezzo di rovine di torture di sangue
la Libertà
sola ministra di giustizia sociale
per insurrezione di popolo
per vittoria degli eserciti alleati
in questo palazzo dei padri
più alto sulle macerie dei ponti
ha ripreso stanza
nei secoli

11 agosto 1944: Firenze è liberata. 25 aprile 1945: l’Italia è liberata.

Persone come noi ci hanno donato la libertà, strappata da mani disumane. Questa libertà, sogno che è stato tanto sognato, usiamola con senno e teniamola da conto, e proteggiamola ogni giorno in ogni pensiero, in ogni azione, perché da generazione a generazione possa passare, sempre più viva, come un dono di quelli che una fine non ce l’hanno.

M&G

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gen 27 2010

Tutti i cadaveri sono uguali. Gli uomini, non so.

Qualcuno si mise a recitare il Kaddìsh, la preghiera dei morti. Non so se è già successo nella lunga storia del popolo ebraico che uomini recitino la preghiera dei morti per sé stessi… (Elie Wiesel, La Notte)

Suonare al campanello.

Anche quest’anno ecco che rimbomba nella commozione di massa la magica formula “Per non dimenticare”. Formula capace di assolvere chiunque dai propri peccati quotidiani – perché diamine, io quello che è accaduto nei campi nazisti non me lo dimentico mica, eh. Il che fa di me una persona migliore.

Be’, io non-ho-dimenticato la seconda declinazione dei sostantivi latini, embè? Che effetto ha sulla mia vita? Il punto non è non dimenticare. Il punto è ricordare, osservare, imparare e agire di conseguenza. Per “non dimenticare” basta avere in casa un libro che ne parli. In verità, è molto comodo. Ma per ricordare, osservare, imparare e agire di conseguenza è necessario voler cambiare la propria vita, essere coerenti e insomma, fare uno sforzo alzando il culo del nostro pigro cervello. E fa fatica.

Ci si sgola ostentatamente per evidenziare quanto siamo sensibili a non voler più che dieci milioni di persone vengano uccise sistematicamente nell’anima e nel corpo dal frutto infernale di un’ideologia sbagliata, velenosa e immeritevole di ogni appello.
Ci si stringe accoratamente attorno agli ebrei – nonostante il resto dell’anno si trattino come una malvagia lobby complottista mangiapalestinesi.
Si ricordano con voce sommessa i milioni di zingari uccisi – nonostante il resto dell’anno si trattino come malviventi che vogliono rubarti l’auto e stuprarti la figlia.
Si guarda il cielo pensando alle centinaia di migliaia di uomini ammazzati perché omosessuali – nonostante il resto dell’anno non si faccia altro che sottolineare quanto siano contronatura e insopportabili a vedersi.
Si stringono i pugni con in mente i dissidenti politici fatti fuori – nonostante il resto dell’anno ci si azzuffi ciecamente in risse al coltello con chiunque in politica la pensi in modo diverso da noi.

L’incoerenza da questo punto di vista è l’unico peccato che esista. E non basta pubblicare un link su FaceBook con scritto “Per non dimenticare”, per essere assolti.
Perché? Ma perché la coerenza con le proprie idee è il più potente scudo contro la nascita di nuove ideologie genocidiali. Se si riesce ad arpionare le belle idee di uguaglianza che stanno appese in cielo e farle diventare materia, terra, cosa, se si ha il coraggio di rendere concrete quelle idee, di far loro mettere radici profonde nella quotidianità, allora e solo allora si sarà protetti da un domani in cui le pagine buie della storia si potrebbero ripetere. Proprio perché questo non è avvenuto, in Cina e chissà in quanti altri posti esistono ancora campi di concentramento. E nessuno lo grida. Nessuno lo denuncia. Non gli esponenti religiosi, buoni solo a pontificare e che valgono tanto quanto i vestiti che indossano. Non i politici, impegnati a mantenere salde le partnership economiche. Nessuno che abbia qualche potere mediatico. Ma tutti, contriti, fingono di piangere su dieci milioni di persone uccise e che continuano a morire per mano loro sempre di più perché fanno del ricordo una declinazione latina, non un’educazione alla vita.

La vita vale sempre la pena di essere vissuta. Ciò non toglie che sia una puttana. C’è la malaria, l’AIDS, il colera, la cecità, la povertà, la pazzia, l’autismo, la fame e la sete, l’emarginazione, l’incertezza del domani, la depressione, la morte termica dell’Universo. Ci sono le ingiustizie della fortuna, i desideri irrealizzabili, i sogni infranti. Ci sono i sogni mai nati.  Ci sono le alluvioni e le siccità. Il deserto avanza, i ghiacciai si sciolgono. C’è l’ignoranza, l’analfabetismo, l’incapacità di comunicare, di esplorarsi, di conoscersi, di avere sentimenti ampi, di amare. C’è il buio dentro. C’è la morte, ad ogni angolo, che anche se pare debba passarci sempre lontana invece prima o poi arriva sempre così vicina che ne possiamo sentire agghiacciati l’alito freddo. E nonostante questo, nonostante  tutto questo noi, uomini, abbiamo il coraggio imbecille di buttare nel cesso tempo ed energie a farci la guerra fra di noi, ad odiare le nostre differenze fisiche e ideali, a crederci superiori invece di considerarci tutti, tutti e dico tutti fratelli, figli della stessa splendida puttana di Madre Natura, invece di concentrare le nostre energie nell’affrontare questi veri problemi, questi problemi che sono il nostro destino comune! Diamo spazio a vescovi negazionisti e ci indignamo ma lasciamo morire a terra uomini uguali a noi nella strada in cui abitiamo.

Io sono insopportabilmente stanco dei “Per non dimenticare”. Non dimenticare non serve a niente. Lo chiamano “Olocausto”. “Sacrificio”. Ma sacrificio di che cosa? Sacrificio di dieci milioni di vite sull’altare dell’umana follia? Altare che è ancora oggi coperto di allori, a cui ancora oggi si avviano coi polsi abbelliti da catene di ferro e i capelli intrecciati di sangue rappreso i dissidenti cinesi, venezuelani, nigeriani? Un sacrificio assai inutile, perché nessuno di noi ha dimenticato eppure continua ad accadere. Ancora e ancora. Preferisco chiamarlo Shoah, desolazione, anche se per i puristi indica solo lo sterminio degli ebrei. Ma dopotutto sei milioni di quei dieci milioni di morti furono ebrei, e il 60% è pur sempre il pacchetto di maggioranza.

La Repubblica Popolare Cinese non dimentica lo sterminio nazista. Ha preso appunti.

E’ curioso come tutti i cadaveri siano commoventemente uguali, a settant’anni di distanza.
Ed è altrettanto curioso come invece questo non valga per gli uomini vivi che vivono con noi il presente.

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gen 19 2010

Decennale della morte di Craxi: grande statista o ladro latitante?

Ladro latitante. Ovviamente.

In questi giorni del decennale della morte di Bettino Craxi ad Hammamet, stanno cercando di farci intendere, con interviste esclusive, parenti commossamente piangenti e documenti finora tenuti nascosti, che Craxi era un buon uomo. In fondo. Vittima di un complotto, di una persecuzione – solo ad aver pagato col suo esilio il fio per un intero sistema corrotto.

Bene. Ora, ciascuno può pensarla come vuole, accendere tutte le luci e le ottiche possibili. Però non vorrei che fra trent’anni a scuola si insegnasse che Craxi è stato uno statista illuminato.
Il mastodontico e pressoché irrecuperabile debito pubblico che ci ritroviamo? Una sua illuminazione. E’ stato condannato con sentenze passate in giudicato per finanziamenti illeciti e corruzione processuale, e molti altri processi già alle battute finali per tangenti, fondi neri et similia, già in secondo grado e Cassazione, furono conclusi con una sentenza di estinzione del reato per decesso dell’imputato quando, nel 2000, il cosiddetto bravuomo passò a miglior vita.
Bettino Craxi nonostante tutto questo non ha fatto un singolo giorno di carcere, perché fuggì in Tunisia. Questa, bambini, si chiama latitanza. E anche se Napolitano si mantiene saggiamente distaccato e avalutativo, questo non va preso come un indice di rivalutabilità del defunto leader socialista.

Adesso, in un periodo in cui l’integrità dei politici è così -ehm- sentita come necessità inderogabile, tanto a sinistra quanto a destra, in cui ci si affretta a bacchettare (giustamente) ogni uomo pubblico che per distrazione si faccia beccare in affari illeciti o contro il buoncostume, la figura di Bettino Craxi non può essere riabilitata e annoverata fra le “figure politiche positive d’Italia” come ho sentito dare per scontato dalla figlia. Bettino Craxi è stato un delinquente e la sua figura resterà quella di un delinquente. Inutile invocare complotti delle magistrature. Inutile dire che l’Italia lo ha ammazzato perché, malato, gli ha impedito di rimpatriare per curarsi: lui non è tornato in Italia perché c’erano già le manette aperte pronte a chiudersi sui suoi polsi grassocci. Perché lui veramente ha commesso quei reati stando al vertice della politica italiana. Perché Craxi è un’onta all’Italia intera.
Poco conta che sia morto. “Parce sepulto”, è vero. Perdona il sepolto. Ma che la dichiarazione “E’ reo” non diventi “Eroe”. Bettino Craxi resta un pezzo di merda anche due metri sotto terra. Curiosa però ‘sta storia che se sei stronzo la morte ti rende onesto. Si potrebbe magari pensare a sfruttarla con un programma organizzato su ampia scala, che dite?

Riassumendo, vi ricordate Benigni, il suo Giudizio Universale?

Dio: “I grandi statisti vadano a destra, i ladri a sinistra… Craxi, dove cazzo vai?!

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nov 30 2009

30 novembre 1786

« Abbiamo veduto con orrore con quanta facilità nella passata Legislazione era decretata la pena di Morte per Delitti asco non gravi, ed avendo considerato che l’oggetto della Pena deve essere la sodisfazione al privato, ed al pubblico danno, la correzione del Reo figlio anche esso della Società e dello Stato, della di cui emenda non può mai disperarsi, la sicurezza nei Rei dei più gravi ed atroci Delitti che non restino in libertà di commetterne altri, e finalmente il Pubblico esempio; che il Governo nella punizione dei Delitti, e nel servire agli oggetti ai quali questa unicamente è diretta, è tenuto sempre a valersi dei mezzi più efficaci col minor male possibile al Reo …avendo altresì considerato, che una ben diversa Legislazione potesse più convenire alla maggior dolcezza, e docilità di costumi del presente secolo, e specialmente nel popolo Toscano, Siamo venuti nella determinazione di abolire come Abbiamo abolito con la presente Legge per sempre la Pena di Morte contro qualunque Reo… »

Così recita il cinquantunesimo articolo della Riforma Penale di Pietro Leopoldo, Granduca di Toscana, entrata in vigore il 30 novembre di 223 anni fa.

Non molti giorni fa, Massimo mi ha invitato a una visita del Corridoio Vasariano. Questo è un corridoio sopraelevato che collega, a Firenze, Palazzo Vecchio con Palazzo Pitti. Palazzo Vecchio, il municipio, sede del potere politico fiorentino da quando Arnolfo di Cambio lo tirò su, collegato, quindi, con Palazzo Pitti, magnifica residenza dei Medici – una via casa-lavoro preferenziale e tranquilla per i sovrani, costruita da Giorgio Vasari.
Dagli Uffizi, per una porta sempre chiusa, si scende fra snodi e sale finché non ci si ritrova in questo corridoio sopraelevato, sospeso sull’Arno. Costeggia il fiume e poi lo attraversa, appoggiato su Ponte Vecchio. Di lì raggiunge il giardino di Palazzo Pitti. L’aria, dentro, è sobria, pulita. Le finestrelle illuminano un pavimento di cotto semplice e un soffitto bianco. Le pareti sono tappezzate di quadri, in particolare di autoritratti – che parlano fra loro, quando il Corridoio è deserto.

Ora, questo Corridoio è la strada che i reggenti fiorentini hanno fatto, per secoli, per arrivare al palazzo del potere.
Massi era lì con la sua inseparabile macchina fotografica a scattare foto a destra e a manca. Foto che peraltro mi deve ancora passare. “Massi – dico io – per il 30 dobbiamo fare un post sull’abolizione della pena di morte, eh!” E in quel momento mi rendo conto. Passato Ponte Vecchio, il gruppo sta già scemando dietro l’angolo. Ma mi attardo e guardo indietro. Pietro Leopoldo di Lorena è passato di qui, per andare a firmare il primo atto di abolizione integrale della pena di morte della Storia Umana. Di qui, come ora ci passo io. Indossava scarpe col tacco di legno, magari – toc tac, toc tac, toc tac…

Tutti girano l’angolo. Anche Massimo, anche la guida chiudi-fila. Do un’ultima occhiata indietro e mi avvìo anche io. Ma girato l’angolo torno un momento indietro, voglio guardare ancora una volta, e…
C’è qualcuno, a metà del ponte, vicino ai mezzibusti. Chinato alla finestra, guarda fuori, verso Ponte Santa Trinita. E’ vestito con una marsina bianca, ricamata, un panciotto rosso acceso con bottoni dorati, uno jabot al collo e una parrucca grigia. La mattina è tersa e lui sorride. Vedo che sottobraccio ha un volumetto. “An die Freude“, il titolo. Di Friedrich Schiller. Si tira su, si volta verso di me e sorride più forte. Prima che possa dire o fare qualunque cosa, lui si volta e inizia a camminare nella direzione opposta, fischiettando, e sparisce. Toc tac, toc tac, toc tac…
Mi precipito all’inseguimento degli altri. “Non si allontani dal gruppo” raccomanda la guida con voce monocorde appena appaio. “Massimo, Massimo – dico io agitato – l’ho visto, era lui, era lì, nel Corridoio, sopra Ponte Vecchio!” Massimo finisce lo scatto, abbassa la macchina e mi fa un sorriso luminoso. “Immagino che lì sia ancora il 1786″. Sulla parete c’è un autoritratto di Canova, mi sorride pure lui. Guttuso, no.

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Il 1786 è un anno importante. Le Nozze di Figaro di Mozart, l’Inno alla Gioia di Schiller (celebrato poi nella Nona di Beethoven, anni dopo), la prima abolizione integrale della pena di morte. E il fatto che una simile dichiarazione si sia levata da Firenze, da quelle stanze che si affacciano sulle vie in cui mi sbronzo il sabato sera, mi fa sentire il peso di un’eredità luminosa – mi fa capire che non ho il diritto di essere da meno.
E quindi ringrazio quell’uomo, nemmeno quarantenne, che un giorno di 223 anni fa, per noi e per tutti decise che davvero qualcosa doveva cambiare, nel mondo. In meglio.

Last but not the least, il 30 novembre è  l’anniversario di un altro evento importante. 30 novembre 1900: si conclude la magistrale opera d’arte della vita di Oscar Wilde – al cui splendore e alla cui tragedia mi sento legato a doppio filo.
Quindi, oggi, pensiamo che è davvero il caso di accendere una bacchettina d’incenso. Per onorare tutto l’onorabile. Perché erano persone come noi. Perché noi partiamo da dove sono arrivati loro. Perché noi possiamo arrivare ancora, infinitamente più avanti.

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nov 5 2009

Festa delle Forze Armate

Sì, devo cercare di mitigarmi – e questa è l’occasione. Perché non esistono posizioni solide che si possano spianare a colpi di sciabola.

Non nego che la festa delle Forze Armate stenti ad attirare la mia simpatia. Vedere, nei rari momenti in cui accendo la televisione, spot commossi in cui valorosi militari sono applauditi dalla folla e bambini rincorrono gaiamente le ombre dei carri armati mi fa storcere il naso. Ma adesso, Giorgio, diamo a Cesare quel che è di Cesare.

Nota preliminare: la faccenda è complessa – motivo in più per andare coi piedi di piombo. Potrei anche sbagliarmi nel descrivere l’articolazione istituzionale militare e di polizia, e in tal caso, come disse un polacco, mi correggerete. Frecce Tricolore

Le Forze Armate italiane sunt omnes divisae in quattro: Esercito, Marina, Aviazione e dal 2000, Carabinieri. Sono corpi militari, composti da militari.

Le Forze Armate non vanno confuse con le Forze di Polizia. Infatti quando ci si riferisce alle Forze di Polizia ci si riferisce a quelle istituzioni che hanno precise funzioni in relazione a prevenzione e repressione dei reati, ampiamente articolate sia in materia territoriale che di competenza, che possono essere sia militari (Carabinieri, Guardia di Finanza) che civili (Polizia di Stato, Polizia Penitenziaria). Quindi sono due nozioni ben distinte, pur avendo punti in comune.

L’ho puntualizzato perché io non lo sapevo. E ancora so molto poco. Ciononostante, mi permetto una minima riflessione che non necessita di conoscenze tecniche specifiche.

Le Forze di Polizia sono (ancora) necessarie. Senza la loro funzione di sicurezza non esisterebbero organi capaci di ostacolare la commissione di reati, senza la loro funzione giudiziaria i PM dovrebbero mettersi a fare seriamente palestra, perché i nerboruti rei dovrebbero trascinarli loro davanti al giudice.
Fermo restando tutto quello che ho già avuto modo di dire sulle Forze dell’Ordine, queste hanno un ruolo fondamentale e degno del massimo rispetto.

Ma non volendo fare di tutta l’erba un fascio né nel bene né nel male, altro discorso va fatto per quelle Forze Armate che non sono Forze di Polizia. Esercito, Marina, Areonautica militare.
Verissimo che sono le uniche istituzioni che hanno i mezzi per allenare atleti a livelli olimpionici. Ma mi sembra un po’ pochino. Infatti, per il resto, si impegnano in goliardiche missioni di Peace Keeping durante le quali vanno col fucile in braccio a portare la democrazia là dove la democrazia non può ancora strutturalmente attecchire facendosi sparare addosso dai mattacchioni locali. Ah, no, aspetta. Ci sono anche le frecce tricolori – che fanno sempre scena – e abbiamo anche due o tre navi supertecnologiche. Per far bella figura con i presidenti stranieri. Per non parlare degli ultimissimi acquisti che si prospettano, di cui abbiamo già parlato, cioè i 131 cacciabombardieri JSF, ciascuno equivalente, per costo, a 400 asili nido, o a 80.000 indennità di disoccupazione per precari. Negli ultimi nove anni la spesa annuale per la Difesa è aumentata di quasi 8 miliardi di euro – superando i 20. Ultime notizie, nel 2010 arriveremo a 23. Ma il crimine comune è maggioruguale a prima.

Il riveritissimo Napolitano ne fa una questione di prestigio. Il Peace Keeping, i caccia, tutta roba che ci rende un paese prestigioso. Essendo noi l’Italia non possiamo puntare su altro che sugli armamenti e sugli interventi militari, per diventare uno Stato prestigioso. Eh già. Mai che si investa sulla cultura giocando in casa, sviluppando ciò che come Paese siamo nati per sviluppare. Meno male che certi ministri si oppongono.la-grande-guerra

Il 4 novembre si ricorda la vittoria dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale, annunciata col Bollettino della Vittoria del generale Diaz: “I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza.” Bilancio italiano: 650.000 morti, un milione di feriti e mutilati, 600.000 dispersi e prigionieri. E dopo quasi cent’anni si festeggia ancora come vittoria.
Bellissimi gli spot “Grazie Ragazzi” et cetera et cetera. Ma io, in tutta franchezza, preferisco ringraziare per altro.

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I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

Sono cent’anni che ti aspettiamo! E anche se non lo sapevi, ci stavi cercando.

Chi sono questi idioti coi cartelli?
E soprattutto, perché? li stavi cercando?
Leggi qua sopra: capirai.

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