Perché i tagli alla scuola sono giusti
In un periodo di austerità sembra che per qualche strana ragione la scuola non debba subirne gli effetti. Invece, essendo calata in un contesto sociale e nazionale è perfettamente normale che, come per le altre istituzioni, ci siano tagli economici anche sostanziosi per far fronte alla crisi. Ma ovviamente questo non può essere umilmente accettato dalla frangia politica e sindacale dei sepolcri imbiancati contro-ad-ogni-costo, che stanno tentando con manovre faziose di silurare un governo che funziona con la scusa dei tagli alla scuola – dimostrando così di andare contro al bene comune che esige un periodo di ristrettezze.
Lo dimostra il fatto che quando una persona si trova in difficoltà economiche la prima cosa che fa è tagliare sull’indispensabile capace di riscattarla. Infatti in migliaia si licenziano da lavoro per non pagare il bus: niente è più necessario del superfluo. E dio, quei cacciabombardieri sono la fine del mondooo! Come si fa a non comprarli? E non avete ancora visto le borse di Chanel!
La formazione è qualcosa su cui ci si può permettere di risparmiare, nella crisi?
I privilegi enormi che il corpo docente del nostro Stato si è arrogato negli ultimi decenni sono nodi che stanno venendo al pettine. Avete mai pensato che in pratica gli insegnanti sono dei lavoratori part-time con più di tre mesi di ferie l’anno? Eppure sotto l’egida di sindacati che hanno spadroneggiato liberi e privi di controllo alcuno, pure in un mondo che richiede cambiamenti, evoluzione ed adattabilità, hanno mantenuto il loro status – senza neppure l’introduzione di un controllo sulla qualità effettiva del loro insegnamento, come è normale in qualsiasi azienda che si rispetti. Ma secondo le associazioni di categoria, tagliare fondi a questo meccanismo fallimentare per tenere a galla il paese è inaccettabile.
Intendete quanto sia da idioti gestire per un anno scolastico -magari insegnando qualcosa- quattro classi da trentacinque adolescenti con un’età che va dai tredici ai diciotto anni che tentano di accoppiarsi continuamente fra loro? In pratica è pastorizia. E poi hai i pomeriggi liberi. A volte. Specie se sei un bravo improvvisatore e non hai compiti da correggere. E poi ti fai tre mesi di mare. Esclusi gli scrutini, i consigli di classe, i corsi di recupero e gli esami di maturità e gli attacchi delle meduse. Ti resta anche del tempo per aggiornarti, e in questo l’Amministrazione ti viene incontro. Con un randello.
Esistono professori bravi e meno bravi: come incentivare la qualità della loro formazione e del loro insegnamento, e come inserirli nel sistema scolastico? Come promuovere il dialogo collaborativo con i sindacati, piuttosto che lo storico (e amato) conflitto?
In che modo un’istruzione generica e arrangiata forma le nuove generazioni? In che modo nozioni vuote e impolverate aiutano i nostri giovani ad immettersi su un mercato del lavoro sempre più esigente? Ma noi sordi. Invece di puntare con forza alla professionalizzazione delle nuove generazioni, formando una compagine compatta di eccellenze specializzate, ci teniamo sulla schiena i pesi morti di corsi universitari inutili e di ore infinite di materie pure inutili che vampirizzano l’insegnamento secondario. Scandalo davanti ai tagli di ore di Storia dell’Arte al liceo, idignazione pomposa e generale, e nessuno che si scandalizzi perché con un diploma di liceo classico oggi non si trova lavoro.
Dopotutto l’obiettivo primario non è creare generazioni di persone complete e pensanti. Sarebbe come credere che sia necessario insegnare Virgilio alle galline. Tanto non ti faranno mai le uova in metrica. E poi per quanto riguarda la Storia dell’Arte noi Italiani abbiamo già dato, ora basta. Che non si pensi che non abbiamo altri interessi.
In Italia possiamo pensare di prescindere dal nostro enorme patrimonio storico? Possiamo pensare di incentivare generazioni di altissimi specialisti totalmente ignoranti al di fuori della loro specialità?
Vediamo masnade di insegnanti precari, ancora avvinghiati all’idea del “posto fisso” -che andava bene per le generazioni di quarant’anni fa- totalmente refrattari alla prospettiva attuale di dinamicità lavorativa che permette, oggi, al lavoratore, di variare e ampliare la propria capacità professionale con specializzazioni successive nel corso di una carriera che è evoluzione; masnade, dico, che si ammucchiano in discesa a difesa dei propri privilegi, che in virtù di una laurea polverosa dovrebbero vedersi assicurato un regime lavorativo assolutamente d’eccezione; masnade, dico, che appena la congiuntura economica propone una sfida si arroccano sulle proprie posizioni, e invece di rimboccarsi le maniche per il bene del paese scendono in piazza berciando slogan che non rendono onore alla loro presunta levatura intellettuale.
Pensandoci bene si capisce che fare il professore non è più una vocazione, adesso. Le motivazioni sono altre: fare la fame è una prospettiva che fa venire l’acquolina in bocca – e non te la toglie più.
Come responsabilizzare la figura del professore? Come restituirle l’autorevolezza di un tempo?
Inoltre la categoria dei ricercatori è in sommossa, perché evidentemente, per qualche strano diritto che li dovrebbe rendere superiori e intoccabili, non vuole partecipare degli oneri che ci gravano addosso decenni di malgestione della cosa pubblica. La crisi è di tutti e tutti dobbiamo accettarne il costo. I tagli alla ricerca, visto che come investimento porta frutti a lunghissimo termine -quando li porta- sono assolutamente imprescindibili, in una situazione di emergenza. E la rivolta scomposta dei ricercatori, che si rifiutano di insegnare per protesta, finisce di paralizzare l’università a monte di qualsiasi aiuto legislativo – paradossalmente stracciando quel diritto allo studio con cui si gonfia la voce fra le loro fila.
E poi le cose non tornano, dai. Gente che si vuol far pagare per studiare. Anche io voglio soldi, allora. O a tutti o a nessuno. Facciamo a nessuno, ecco. Tanto la fisica è sempre quella e non mi serve uno scienziologo che mi dimostri che le pere cascano in giù, di matematica meno ce n’è e meglio è -e tanto non ha utilità in nessun campo-, per non parlare poi di quelli che riordinano e studiano i libri all’Archivio di Stato o che stanno a discutere sulla lingua. La lingua è superflua, quando c’è l’amore – e i libri vecchi non servono: abbiamo quelli nuovi! E poi si sa, fanno finta di studiare un reattore a fusione nucleare capace di risolvere per sempre il problema energetico salvando il mondo e invece sono tutti a bere caffè in corridoio e spettegolare. Senza parlare della ricerca medica. A me il vaiolo ispirava fiducia.
Vivere le nostre risorse alla giornata nel momento di crisi quanto avanti ci può portare? La lungimiranza è forse una virtù?
Fortunatamente da parte del ministero stanno arrivando segnali di apertura verso una decisa riforma di questo impianto e di questi status privilegiati sedimentatisi col tempo – anche attraverso iniziative originali e creative come “L’allenamento per la vita”, capace di suggerire al giovane in formazione valori e orizzonti dell’ambito militare, fiore all’occhiello dell’economia italiana e della presenza della nostra nazione sulla scena internazionale, fortunatamente individuato come campo da valorizzare.
Sappiamo tutti che la vera tara nelle esistenze dei giovani d’oggi, quella che li spinge verso la droga e la disillusione è il non sapersi arrampicare, né saper tirare con l’arco né pistolettare. Questo si chiama prendere di petto i problemi. Così i drogati disillusi potranno in futuro imparare a maneggiare un mitra. E poi si avvicina l’esercito alla scuola – la cavalleria attaccherà ai lati.
Si può spendere denaro pubblico in cazzate di queste supreme proporzioni? Non dovrebbero essere gli investimenti in cose come queste ad essere falciati via per sempre?
Quindi basta idiozie. La gestione di una potenza mondiale non è un giochino. Dei sacrifici sono necessari. Necessari per un futuro radioso in cui la persona possa formarsi liberamente all’interno di uno stretto sistema specializzante, un futuro di crescita economica e di ricchezza.
Come se fosse anche solo lontanamente quello di cui c’è bisogno.
La gestione di una potenza mondiale non è un giochino. La vita lo è?
LA GUERRA E’ PACE
LA LIBERTA’ E’ SCHIAVITU’
L’IGNORANZA E’ FORZA


