Il teschio da cinquanta milioni di sterline
Quasi sospeso.
Nel buio profondo immobile della piccola stanza, su un invisibile piedistallo nero e protetto da una spessa teca cristallina, il teschio, tempestato da migliaia di diamanti, illuminato, solo, da piccoli fari che lo fanno barbagliare di tutti i colori dell’iride, ti guarda con le brillanti orbite vuote e ti sorride, grottesco, con denti antichi e marci che trecento anni fa veramente hanno masticato cibo, beffardo, con la sua invisibile guardia armata che respira nel cubicolo, e la senti respirare, e con la radio le annunciano che altri stanno per entrare, e in perfetto silenzio ti scosta la tenda per farti uscire. Guardi ancora il teschio, guardi il gigantesco diamante a goccia che ha incastonato in fronte e la corolla di altre gocce che lo circondano, rispondi al sorriso ed esci. “For the love of God”, opera di Damien Hirst.
Ero in centro, in pausa dallo studio. Nella biblioteca in cui sono vedo un libro che ha in copertina il teschio di diamante di Hirst, e mi dico “Diavolo, è in mostra a Palazzo Vecchio. Quasi quasi faccio un salto”. Mollo zaino e libri lì, metto il giubbotto e trotto verso Piazza della Signoria.
E’ sempre un piacere passare fra il David ed Ercole, ed entrare in Palazzo Vecchio, essere accolti in cortile dallo scrosciare gentile della fontana, passare fra le larghe colonne decorate e sotto le volte affrescate. Mi dirigo alla biglietteria: nell’ufficio le persone stanno scherzando, mi accolgono sorridendo e mi chiedono se possono essermi d’aiuto. Domando un biglietto per la mostra di Hirst, pago ridotto, ci salutiamo cordialmente, esco e salgo per gli scaloni.
Amo le scalinate dei vecchi palazzi fiorentini: hanno gradini lunghissimi e bassissimi, che accompagnano il passo, buoni per fermarsi a parlare, da fare lenti. “Tu proverai sì come sa di sale/ lo pane altrui, e come è duro calle/ lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale“, dice Cacciaguida a Dante nel diciassettesimo canto del Paradiso, proprio per questo.
Arrivo al Salone dei Cinquecento, immenso, ricco, aereo, dove il brusio si ovatta nella lontananza delle pareti dipinte e fra le statue di marmo. Dov’è la mostra? Mi volto sulla destra e vedo i cartelli e mi meraviglio subito: per arrivare alla stanza del teschio il passaggio è obbligato attraverso lo Studiolo di Francesco I! Una piccola stanza che di solito è chiusa e che è una dei gioielli più meravigliosi nello scrigno di Firenze.
Entrando mi attardo un attimo, un ragazzo mi supera spedito, si avvicina all’ingresso della saletta del teschio diretto, senza rallentare, e noto una custode che parlando in una radiolina annuncia che “sta entrando una persona”. Io mi fermo a guardare lo Studiolo. Mi metto a parlare con la ragazza addetta alla cura della stanza e degli utenti della mostra, è molto bella e molto simpatica, ridiamo, ci scambiamo le impressioni e i sentimenti, ci indichiamo i particolari dello Studiolo col dito.

Sul soffitto, affrescati uno per lato e conferenti il tema ad ogni parete, i quattro elementi, nelle sembianze di bellissime donne, e negli angoli le loro unioni rappresentate come putti abbracciati – in amore o lotta? – e le rappresentazioni dei relativi umori della medicina ippocratica. Due tondi con dipinti i genitori di Francesco si affrontano ai due lati dello studiolo, circondati dallo zodiaco – magico circolo dell’avvicendarsi dei mesi e delle stagioni. Le pareti sono grandi armadi, ed ogni anta un dipinto, mitologico, naturalistico, magico – Francesco I vi teneva i suoi tesori più preziosi, le gioie più rare, gli oggetti di maggiore onore, ripartiti per affinità con l’elemento naturale che comanda la singola parete. Alcune nicchie ospitano piccole statue dalla grande grazia e dal forte simbolo.
Insomma, un’armonia complessa, riecheggiante, che parla dei lenti e vivissimi cicli della natura con colori caldi, con scricchiolii boschivi, con arte intenta e col mistero delle ante serrate, un luogo chiuso che diventa sintesi di tutto ciò che è aperto, stretto e che respira largo come fanno le maree.
Infine mi decido a passare oltre.
La ragazza mi annuncia. Scosto la pesante tenda nera da cinema ed entro.
Vedo la guardia in penombra, prima che la tenda torni a coprire ogni luce. Questa vezzosa testa umana spolpata e ricoperta di diamanti ghigna, serafica. Le giro intorno, mi godo lo sbrilluccicare dei diamantini – quasi vetruzzi su una borsa kitsch: mi esaltano di colorucci fatui che al mio movimento cangiano rapidissimi.
Nello Studiolo ero un uomo al centro della natura, parte di essa nel modo più profondo e partecipe, abbeverato nella luce dai preziosissimi simboli dei suoi cicli immortali, e ridevo e condividevo la gioia. Nello stanzino, forzato a fissare il teschio di diamante, sinolo di morte e di eterna infertilità dal titanico prezzo in denaro, scrigno che non contiene più niente di valore, piantonato da una guardia silenziosa e minacciosa che ogni tanto mi ricordava il numero dei diamanti incastonati, lo dovevo adorare come unica fonte di luce, sospeso nel buio.
Ne esco. Faccio il giro. Torno allo Studiolo e con la mano e il sorriso saluto la bella custode, che ricambia con gioia. Faccio una rapida visita del resto del Palazzo fino alla Giuditta e Oloferne di Donatello e alla Sala delle Carte Geografiche, poi torno giù rapido, ripasso dalla biglietteria, saluto e ringrazio, ed esco dal Palazzo nella luce abbacinante della piazza.
Certo che a livello artistico il Teschio di Damien Hirst, senza lo Studiolo di Francesco I, ha veramente il valore di un servizio di Studio Aperto.
Poco dopo ho incontrato un amico, che mi ha chiesto come si chiamasse l’opera. Controllo sul taccuino. “For the love of God“. Che immagino si possa tradurre “Ma per l’amordiddìo!“






