giu 1 2010

Se il fritto è a rischio d’estinzione

Scalpore. Scandalo.
Ai telegiornali non si parla (quasi) d’altro. Vengono fatti speciali, servizi, reportage concitatissimi, urgenti. I giornalisti di più grosso calibro si scagliano contro l’UE. La mano senza volto di Bruxelles ci leva il piatto di fritto misto dalla tavola. Maledetti mangiaformaggio.
I piccoli pescatori si irritano, vociano, si strappano i capelli: la nuova normativa, questa catena blu stellata che cadendo dall’alto li vincola senza appello, impone di pescare a minimo un miglio e mezzo dalla costa e con reti dalle maglie più larghe. Niente pescetti da frittura. I ristoratori levano gli scudi: “L’economia subirà un duro colpo!” “La frittura è a rischio!”. Il Presidente dell’ADOC, Associazione per la Difesa e l’Orientamento dei Consumatori, grave, afferma: “L’Unione Europea, ancora una volta, fa prevalere la logica delle grandi multinazionali dei surgelati a discapito del diritto degli Italiani e dei popoli mediterranei a difendere la propria cultura gastronomica”.
Ma adesso cerchiamo di scandagliare ogni sfaccettatura della questione.

Con questa normativa i piccoli pescatori, 5% della flotta italiana, avranno delle limitazioni, e dovranno ricalibrarsi su altri tipi di pescato. Sarà di fatto impossibile procurarsi il necessario per la tradizionale frittura di paranza, e i ristoratori dovranno fronteggiare un certo imbarazzo d’offerta alternativa. La cultura gastronomica, orgoglio italiano, si ritroverà parzialmente muta di frittura.

Vero è che i vertici europei di cucina non ci capiscono un cavolo. Le leggi sulla produzione del cioccolato (è lecito produrlo con quasi ogni grasso) e dei succhi di frutta (la soglia minima di polpa è infima) ne sono una prova sensibile.
Vero è che noi Italiani per quanto riguarda la cucina siamo avanti anni luce. E una frittura mista del Tirreno non teme rivali esteri in quanto a bontà.

Anche se la pesca di queste specie di molluschi e pescetti viene – fino ad oggi – effettuata con reti a strascico a maglie fini. Pesca con rete a strascico vuol dire ripulire il fondale da tutto ciò che ospita. Tabula rasa.
Quindi possiamo notare che il rischio per il fritto c’è comunque – solo, in due tempi diversi.

Nel primo caso, il nostro reale, il fritto subirà un colpo quasi da estinzione per salvaguardare gli animali-da-fritto. I pescatori ne risentiranno economicamente, come i ristoratori, e noi resteremo a bocca asciutta.
Nel secondo caso, che si verificherebbe senza questa normativa, i sereni pescatori continuerebbero a strascicare le loro reti fino a esaurimento scorte. Si estinguerebbe non il fritto, ma la materia prima. Fra qualche anno.

Adesso si possono vedere pescatori, istituzioni e commercianti inveire fieramente contro legislatori lontani. Ma non so se avete mai visto dei pescatori che piangono perché non c’è più pesce. Che restano sul molo perché non riuscirebbero nemmeno a ripagare la nafta della barca, uscendo in mare. Perché se è un ciccione di Bruxelles a dirti che stai esagerando ti puoi incazzare. Quando è il mare stesso a dirti che hai esagerato, non puoi fare più niente. Sei fottuto. Sei fritto.

Il Mediterraneo si sta svuotando. Lo stiamo svuotando noi. Se un’autorità bacchettona ci pone un freno, fermiamoci un secondo a riflettere. Avere in tavola certe cose non è scontato. Pretendere, con risorse fisse, di servire pesce da frittura a un mercato sempre più ampio è una follia pura – rivestita di banconote.
Le specialità gastronomiche sono specialità. Non generalità.

VN:F [1.9.3_1094]

Ehi, solo un attimo! Dedica un secondo del tuo tempo per votare il post, cosi' sapremo se ti e' piaciuto! Clicca le stelle qua sotto, non serve registrazione!
Rating: 4.8/5 (17 votes cast)
VN:F [1.9.3_1094]
Rating: +10 (from 10 votes)

mag 9 2010

All Art has been contemporary

Notte Blu a Firenze, ieri sera.
E’ come una Notte Bianca, solo più europeizzante. “Ventisette ore di festa per ventisette stati dell’UE”. Sapete, percorsi enogastronomici a tema oltrefrontiera, conferenze dotte sull’Unione.

E poi Spagnoli che danzano il flamenco nelle padelle di paella, Francesi che si contendono taglieri di formaggi molli a colpi di baguette cantando Edith Piaf, Vichinghe tedesche dai grandi seni ubriache di birra che rassicurano piccoli pampini spertuti in crande festecciamento, Inglesi dalle brutte dentature che si domandano “What time is it?” e benedicono la Regina appoggiandosi all’ombrello, Irlandesi che ballano coi Lepricani spaccando boccali di Guinnes pieni, altissime Svedesi con le magliette bagnate che ridono leziose montando mobili IKEA, Belgi che se ne fregano, Portoghesi che caravellano giocando a calcio e tirando ogni tanto una gozzata di Porto, Greci che vanno in bancarotta. Dai, le solite cose.
Però c’erano anche parecchi complessi musicali a suonare nelle piazze, dai Rock Contest di band emergenti agli arrangiamenti per De André della PFM a Puccini, e poi c’erano artisti marziali di Capoeira che se ne andavano cantando e schivando calci e ancora cantando al ritmo primordiale di arpe monocordi tamburi e cembali fra Piazza Ghiberti e Piazza della Repubblica, c’era il gioco mangia-la-mela-della-Val-Venosta (avete presente? mela appesa a un filo, in due bisogna riuscire a dare tot morsi), sbandieratori, Santo Spirito trasformata in una discoteca vintage a cielo aperto, e insondabili decine di altri eventi più o meno culturali sparsi per la città e i dintorni immediati.

Ho passato la serata con una splendida compagnia – di quelle che quando ci ripensi il giorno dopo ti becchi in flagrante innamorato della vita -, e a un certo punto, per diverse e sorridenti esigenze, ci siamo separati in due. Il mio progetto mi aspettava verso il Lungarno Torrigiani, e ci siamo mossi con i passi di chi non ha fretta. Dove il Lungarno si separa da via de’ Bardi, c’è una piazzetta aperta, da cui si spalanca una vista stupenda.

Diripetto, i porticati ampi degli Uffizi, affollati di statue, luminosi. All’ultimo piano, la prima parte del Corridoio Vasariano, dove sta la pinacoteca, illuminato, e ancora sopra, fiero e brillante su uno sfondo scurissimo, il capo della Torre di Arnolfo di Palazzo Vecchio. A sinistra, il brusio complice di centinaia di persone che stanno sulla vigorosa schiena appena inarcata di Ponte Vecchio, fra il barbagliare dei gioielli e dei lampioni sulla lingua nera e silenziosa d’acqua mobile che si allunga fino a perdersi da Oriente a Occidente, disegnata di luce.
E ieri sera c’era anche qualcosa di più.

All Art has been contemporary

Tutta l’arte è stata contemporanea.
Ed era scritto, sul fianco degli Uffizi, farciti di troppe centinaia di anni.
Ed era scritto, e chiedeva d’aver fiducia.
Ed era scritto, e ha parlato anche a me, troppogiovane, artista wanna-be.
Ed era scritto, e la bella serata vorticava avanti, e ripensandoci quello che vorrei fare tornando indietro nel tempo – senza farmi notare dal me stesso che se ne va al sacrosanto ed impagabile divertimento – è sedermi sulla spalletta dell’Arno, a leggerlo e rileggerlo mille volte.
Magari, penso, piangendo anche un po’.

VN:F [1.9.3_1094]

Ehi, solo un attimo! Dedica un secondo del tuo tempo per votare il post, cosi' sapremo se ti e' piaciuto! Clicca le stelle qua sotto, non serve registrazione!
Rating: 4.6/5 (14 votes cast)
VN:F [1.9.3_1094]
Rating: +9 (from 9 votes)

apr 12 2010

Informazione e conoscenza

“Siamo nell’era dell’Informazione!”.
“Occacchio. Non me l’aspettavo”.

Ma ebbene sì, siamo nell’era dell’informazione. Maestosi terabyte di info, news, files, .rtf, .pdf, video, tracks e menate angloidi similari sfilano lungo autostrade sotterranee facendole tremare o dardeggiano fischiando come strali per l’etere, a ritmo barbaro.

L’informazione è libertà, sentiamo dire. Dove andremmo a finire se l’informazione non fosse più libera, se fosse limitata e controllata.
E la maggior parte delle fiacche proteste che vengono condotte in rete lo squittiscono. Rantolano contro i cattivoni che vogliono privarci di un’informazione libera, che la vogliono censurare, che vogliono tapparci la bocca, urliamolo al mondo, gridiamolo, tutti devono sapere, mi vogliono tappare la boccaaaa!
Questo sarebbe un problema se effettivamente io avessi qualcosa da dire. Perché se invece nel momento in cui apro bocca tossisco stupidità, è meglio se io per primo la tengo chiusa. Semplice questione di buongusto. Informazione non vuol dire conoscenza.

La nostra era moderna, spesso definita “era dell’informazione”, non è mai stata chiamanta “era della conoscenza”. L’informazione non si traduce necessariamente in conoscenza; deve essere prima acquisita: ci si deve accedere, deve essere assorbita, compresa, integrata e conservata. (R. Cialdini)

In altre parole, abbiamo la biblioteca stipata di libri ma di leggere se ne parla pochissimo. Protestiamo e ci incendiamo se vediamo minacciata la nostra biblioteca e veniamo spronati a farlo, ma di leggere non se ne parla quasi mai. E questo, quantomeno, è curioso.

Ai tempi in cui non c’era grande disponibilità d’informazione, in cui sapere quale fosse la composizione della Duma di Stato russa, tenersi al passo da laico sugli ultimi sviluppi dello studio ITER sulla fusione nucleare in Francia o avere il De Rerum Natura di Lucrezio tradotto in sei lingue, ai tempi, dico, in cui tutto questo non era possibile stando fermi su una poltrona, la voracità di conoscenza era diversa.
I libri più rivoluzionari e le musiche più innovative passavano fra gli adolescenti di mano in mano come panetti di hashish, gli studiosi prendevano il treno per raggiungere chissà quale archivio e prendere appunti da chissà quale rarità editoriale, i pittori affollavano i musei armati di matite e gli architetti facevano lunghi soggiorni all’estero per studiare le grandezze di paesi stranieri. E quando non c’erano orizzonti, be’, la gente conosceva almeno quello che era in vista nella vita più semplice, da come mettere le mani su una Cinquecento a come si coltiva la terra a come mettere l’olio di lino nei fiaschi per non fare inacidire il vino a come si cuce. Come le bestie, che in tempi di carestia si arrangiano mangiando quel che possono o migrano.

Adesso non siamo più in carestia. Abbiamo pesanti forme di pecorino e notizie. Abbiamo una cantina piena di vini e statistiche. Credenze piene di stoviglie di porcellana e motori di ricerca. Abbiamo alberi da frutto così stracarichi di informazioni che… ci distendiamo alla loro ombra fresca, e a bocca aperta aspettiamo che i frutti ci cadano in bocca.
E moriamo di fame.
E nemmeno andare avanti a salatini e telegiornali, sgranocchini e Wikipedia ci fa bene. La mente si sollazza ma impoverisce. Sembra di nutrirla e invece… la si riempie soltanto. La si occupa. E comunque niente di quel bendiddio è DOC. I formaggi sono fatti di aromatico latte di topo e sentito dire; il vino è una soluzione di acqua alcol colorante E124 rosso cocciniglia e fonti di quarta mano; le stoviglie sono di ceramica da sanitari decorate da opnionisti della domenica e gli alberi da frutto sono bombati di anticrittogamici e informazioni comode con tanto di riporto in fronde di plastica cinese sui rami più sofferenti.
E quando non ci sono orizzonti? Be’, oggi è più raro non averne proprio: solo, si vive in una beata infanzia tecnologica pesando sulla terra senza porsi un singolo perché. Si usano inconsapevolmente macchinari che non si ha interesse a sapere come funzionino, si snocciolano opinioni pensate da altri, sentite alla televisione. In poche parole si attraversa una vita intera nella pura ignoranza di ciò che ci circonda. Ignoranza che non è affatto beata.

Ben, che cosa fai?
Direi che sto andando alla deriva. Qui in piscina… (Il Laureato)

E’ ovviamente giusto far sentire la propria posizione in appoggio ad un’informazione forte e libera che troppo spesso viene filtrata, contraffatta, controllata, celata, perfino censurata. Ma è è decisamente comodo vociare se lo si fa solo per questo, parte passiva di un diritto complesso. E’ assolutamente necessario dimostrarsi degni dell’informazione pura e luminosa e certa che desideriamo. E questo merito, questo credito karmico si può acquisire solo impegnandosi con dedizione a digerire la mole di informazione di cui disponiamo, a trasformarla in conoscenza viva, rigogliosa, che cresce e si amplia a spirale intorno a se stessa.

Avere a portata di mano delle informazioni – così come avere un libro in biblioteca – non significa averle a propria disposizione. Saranno a tua disposizione, a disposizione di te, quando le avrai assunte, quando le avrai assorbite – quando avrai letto quel libro – quando insomma saranno parte di te, della tua persona, della costruzione della tua mente.
Il biglietto d’aereo non è il viaggio. E’ un pezzo di carta.

Concludendo, l’informazione, etimologicamente, dà la forma. Anche il DNA è informazione. E libertà d’informazione, quindi, significa libertà di scegliere, con giudizio di valore, la nostra forma.
La conoscenza, etimologicamente, è ciò che si raggiunge con l’intelligenza. Con l’intendere profondo. E libertà di conoscenza, quindi, significa libertà di esercitare la propria intelligenza, cardine primo di tutto quello che riusciremo mai a fare.
La prima, senza la seconda, è minerale.

Sono a favore della chirurgia etica: rifacciamoci il senno. (Alessandro Bergonzoni)

VN:F [1.9.3_1094]

Ehi, solo un attimo! Dedica un secondo del tuo tempo per votare il post, cosi' sapremo se ti e' piaciuto! Clicca le stelle qua sotto, non serve registrazione!
Rating: 4.9/5 (14 votes cast)
VN:F [1.9.3_1094]
Rating: +8 (from 8 votes)

mar 27 2010

Leggere leggere leggere (i nostri due)

«Guarda guarda chi si incontra sul treno!»

«Ciao carissimo, che coincidenza! Anche tu in viaggio, stasera?»

«Così pare! Allora, che si dice di bello? E a chi lo porti quel girasole enorme?»

«Sai, le solite cose… Ero a Firenze per lavoro, ed è stata una giornatina stancante. Il girasole, strano eh? Sai, non vedo mia sorella da diversi mesi, e oggi viene a prendermi alla stazione. E’ il suo fiore preferito…»

«Benone, benone… e io che mi immaginavo chissà quale tresca!»

«E tu invece che combini? E’ da un bel po’ che non ho tue notizie!»

«Mah, si studia, si gira in bici, si fa l’amore… poi ora si legge!»

«Esaustivo e chiaro come al solito… E insomma, che leggi di bello?»

«Guarda, mi ero portato dietro la settimana enigmistica, però prima di arrivare in stazione mi è successo una cosa strana.»

«Ah sì? Che cosa?»

«Ero in bici, avevo appena salutato la mia bella e stavo ripartendo, quando un tizio in cappotto mi si è praticamente gettato sotto le ruote tendendomi questo libro qua, e dicendomi che era un regalo.»

«“Sessanta racconti”, di Buzzati.»

«Io lì per lì non ho saputo che dire… Ho balbettato un “Guarda che lo leggo, eh!” e oh, sembrava che ci tenesse tanto a darmelo! E in effetti è stata una sorpresa piacevolissima.»

«Che strano… Non è che per caso questo tipo era un ragazzo sulla ventina, alto, occhi azzurri, e con addosso una giacca grigia?»

«Mah, guarda, alto e giovane sì, però al colore degli occhi non c’ho fatto caso. Comunque portava un cappotto nero lungo, non una giacca grigia. E aveva un orecchino ad anello parecchio grosso. Perché?»

«No, allora è un’altra persona. Che strano… Sai, mi è successa una cosa identica, mentre facevo la coda per il biglietto. Mi si avvicina questo ragazzo, e mi dice che vuole regalarmi un libro. “Addirittura?” gli rispondo io. Lui semplicemente si raccomanda che lo legga, e se ne va. Questo è il libro che mi ha dato, mi ha detto che ci teneva molto.»

«Oh-ho-ho! “La città della gioia”, di Dominique Lapierre!»

«Ah, lo conosci?»

«No. Ma diavolo, il titolo esalta!»

«A quanto pare parla dell’India, non ho mai letto niente a riguardo… Non conoscendo la situazione, mi sento un po’ ignorante. Il tuo invece che roba è?»

«Ho iniziato a sfogliarlo… sono racconti brevi. Non avevo mai letto nulla del genere. Ti lasciano una sensazione strana. Ma non vedo l’ora di finirli tutti.»

«Sai che adesso mi hai messo la curiosità… Anche io voglio iniziare a leggerlo. Se per lui era così importante sicuramente sarà una bella lettura. Tra l’altro che cosa strana che due ragazzi ci abbiano regalato dei libri, a noi, perfetti sconosciuti. Non capita certo tutti i giorni un’esperienza del genere. Chissà come gli è venuto in mente…»

«Eh, già! Ma per fortuna che di cose strane ne succedono. La notte è lunga, il treno va lontano. Leggiamo?»

«Leggiamo.»

*  *  *

Ieri 26 marzo 2010 si è svolta un’iniziativa personale collettiva: dona un libro a uno sconosciuto, o a qualcuno che vedi sempre ma con cui non parli mai.
A voi come è andata? Che libro avete regalato?

VN:F [1.9.3_1094]

Ehi, solo un attimo! Dedica un secondo del tuo tempo per votare il post, cosi' sapremo se ti e' piaciuto! Clicca le stelle qua sotto, non serve registrazione!
Rating: 4.9/5 (14 votes cast)
VN:F [1.9.3_1094]
Rating: +6 (from 6 votes)

mar 15 2010

Io odio Jim Morrison

Nulla di personale. Ma è così.

Passato alla storia come un artista di supremo calibro, adorato ai limiti dell’idolatria, citato all’inverosimile, non si può dire che non abbia un ascendente sul pubblico. Ma ma ma…

E’ un figlio (bastardo) dell’aborto ideale che si continua a chiamare beat generation, crosta di sudicio che ignora ogni grazia d’azione e di pensiero – nell’ottica attuale, ovviamente: tutto è necessario e giustificato, nel proprio contesto. Ma nel 2010 quella della beat generation è un’ideologia che sa di naftalina.
Si vorrebbero affondare le radici di Morrison nella cultura decadente dei Poeti Maledetti. Dopotutto sia loro che lui si strafacevano di tutto quello che avevano a disposizione – ma Rimbaud scriveva “Elle est retrouvée./ Quoi? – L’Eternité./ C’est la mer allée/ avec le soleil.“, Morrison scriveva “I’m the Lizard king/ I can do anything“. E la differenza – colpo di scena – c’è.
Si vorrebbero affondare le sue radici in un misticismo new age, farne un vate che spalanca le porte della percezione, tralasciando totalmente la fondamentale parte del lavoro su se stessi che è necessaria per spalancare quelle porte. I Poeti Maledetti si autodistruggevano con scienza, fottendosene altamente di luci in fondo al tunnel. Lui no.

E poi, e poi, e poi. L’abisso. Il fondo del fondo. La botola in culo al pozzo del peggio. Gli aforismi di Jim Morrison.
Citati con entusiasmo tonto, sono privi di qualsiasi rilevanza concettuale ed estetica, propri di una mente ottusa e rovinata che trova nell’esasperazione dello stupore stupido e nel ribaltamento cancrizzato delle frasi l’unico mezzo d’espressione percorribile. Se bazzicate luoghi virtuali in cui le persone possono fare citazioni – che siano forum, social network o che so io – potrete averlo già notato. Tipo…

“Se una mattina ti svegli e non vedi il sole o sei morto o sei il sole.”

Una posizione meteorologica forte. Ma se fossero solo nuvole?

“Quando imparerai a fregartene della gente allora sarai grande.”

Amen, fratello! Diglielo! Così, senza peli sulla lingua!

“Non piangere per chi non merita il tuo sorriso.”

Per sapere chi merita il tuo sorriso compila l’ISEE e poi piangigli addosso.

“Se tu fossi una lacrima non ti piangerei per paura di perderti.”

E allo stesso modo, se tu fossi urina non andrei al bagno per paura di perderti.

Non sarò mai nessuno, ma nessuno sarà mai come me.

Ma la mia è una evidente finta. Io non odio Jim Morrison. Non posso odiarlo.

Odio un Jim Morrison. Il Jim Morrison nato dalla deformazione di un artista altrimenti autentico, che lo strappa alla propria particolare dimensione e al proprio naturale calibro imponendo alla sua figura una universalità e una grandezza che non può sostenere.

Un lago può essere uno splendido lago, ma sarà sempre un pessimo oceano.

Così può essere un artista, che nel proprio speciale contesto raggiunge vette di bellezza micidiali, infinitamente apprezzabile. Ma se si pretende da questo artista di assurgere a profeta universale di saggezza e amore, be’… farà una figura di cacca. Come ogni artista trapiantato dalla propria radice, da cui è nato e cresciuto. Sradicato, Jim Morrison può essere uno stupidello caruccio dalla splendida voce e dall’imponente carisma sessuale che era “contro” e si strafaceva per evasione: gran personaggio, e non più di questo. Ma non è tutto!

Neruda, ad esempio: odio anche lui. Ma non in sé. Lo odio come artista deformato, che si trascina biascicando con la bocca offesa da ictus di sentimentini coagulati parole d’amore sempre più dette e sempre meno capite, capitanate da un “Lentamente muore” bolso, sciocco e soprattutto non suo» . Io non odio il Pablo Neruda delle spiagge, dei ciliegi, delle donne. Anzi. Ma odio quello da blog adolescenziale, da FaceBook, da idioti che dell’amore non capiscono altro se non l’intontimento e l’ossessione singolare – e fanno di lui una comoda autorità d’appoggio.

Evitiamo agli artisti di diventare altro rispetto a quello che sono, sopravvalutandoli e sovraccaricandoli o sminuendoli e svilendoli, insomma snaturandoli a rialzo o a ribasso.
Poverelli, che vi hanno fatto di male, in fondo?!

VN:F [1.9.3_1094]

Ehi, solo un attimo! Dedica un secondo del tuo tempo per votare il post, cosi' sapremo se ti e' piaciuto! Clicca le stelle qua sotto, non serve registrazione!
Rating: 4.6/5 (21 votes cast)
VN:F [1.9.3_1094]
Rating: +14 (from 14 votes)
Quella banalissima cosa è opera di Martha Medeiros, autrice brasiliana. L’attribuzione a Neruda è un falso nato da catene di e-mail. Lo sapevate?Powered by Hackadelic Sliding Notes 1.6.4

I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

Sono cent’anni che ti aspettiamo! E anche se non lo sapevi, ci stavi cercando.

Chi sono questi idioti coi cartelli?
E soprattutto, perché? li stavi cercando?
Leggi qua sopra: capirai.

Iscriviti alla mailing list