mar 3 2010

Causa-effetto: curarti il setto nasale non ti protegge dalla prossima martellata

Niente è più indicativo delle azioni della Televisione di Stato, per individuare il trend culturale che le istituzioni vogliono dirigere. Azioni tuonanti di esilio e censura contro ciò che questa cultura d’istituzione e di massa disapprova, di ammisione o silenzio verso ciò che invece è gradito o innocuo.

La conduttrice Antonella Clerici conduce una puntata del Festival di Saremo con Antonio Cassano:

Clerici: “Campione fantasioso e ribelle…”
Clerici: “Bocciato sei volte fra elementari e medie.”
Cassano: “Ho scritto più libri di quanti ne abbia letti.” (Ne ha scritti due e letti uno. Però ne sta leggendo un altro. Che ha scritto lui. Nda)
Cassano: “Non so leggere tanto bene. Non sono mica un fenomeno.”
Cassano: “Ho fatto diciassette anni da disgraziato e dieci da miliardario: mi mancano sette anni per fare pari.”

Per la televisione di Stato questi non sono sproloqui inaccettabili da barbari ignoranti. E’ qualcosa di degno di essere detto durante il Festival di Sanremo – un “monumento culturale“, come ho sentito dire quando Morgan ne è stato escluso con ignominia.
Evidentemente, alle alte dirigenze istituzionali pare normale.
Pare normale cacciare da un “monumento culturale” un artista che faccia uso di droga perché “ennesimo cattivo maestro di cui fare a meno”, come disse la ministra della Gioventù, attribuendo un innaturale ruolo didattico e pedagogico all’arte e all’artista.
Pare normale integrare all’interno di quello stesso “monumento culturale” l’apoteosi di un atleta cinghiale come Cassano, che balbetta oscenità con la verve di un immigrato clandestino dall’inizio alla fine. Che ride dell’istruzione, dell’educazione scolastica – nonostante questa sia per tutti noi la premessa prima e necessaria per una libertà piena e autentica. Nonostante gli atleti godano a livello storico internazionale dello status di cui godono proprio in virtù del loro essere modelli, esempi da seguire.

Dove sta la differenza? Perché Morgan è un cattivo maestro di cui fare a meno e Cassano no? Perché i poteri che dovrebbero risollevare il Paese non si sono levati anche contro il ridicolo deplorevole e dannosissimo spettacolo di quella bestia di un calciatore? Per fare il quale è stato, fra l’altro, pagato duecentomila euro?
Porto massimo rispetto ai bacchettoni – purché siano bacchettoni seri. Altrimenti insomma… meglio tacere e passar per stupidi che aprir bocca e togliere ogni dubbio. Eh, ministra della Gioventù?

Ma devo dire che questo è normale. Dopotutto siamo una società che cercando di risolvere i propri problemi non tiene conto del rapporto causa-effetto.

Posso disporre di bende, garze, tamponi, medici supremi, paramedici espertissimi, ambulanze pronte e del miglior reparto di chirurgia maxillofacciale del mondo, ma se continuo a tirarmi martellate in volto la mia salute non migliorerà.

Allo stesso modo posso avere il miglior impianto di magistratura, forze dell’ordine, pubblicità, esperti, campagne di sensibilizzazione, ma se continuo a trascurare deliberatamente la costruzione della cultura, le persone continueranno a drogarsi pesantemente. A livello ideale, si può dire che la potenziale cattiva influenza di Morgan è effetto della pessima influenza di mostruosità mentalmente deformi cone Antonio Cassano.

Perché è vero che personaggi famosi che si drogano non sono un buon esempio. Ma quelli stupidi e ignoranti fanno infezione a monte.
Per un mondo senza piaghe sociali della portata della droga è necessario un mondo di cultura.

E pensare che un tempo la RAI trasmetteva programmi come “Non è mai troppo tardi“…

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mar 1 2010

Voglio la Sindrome di Stendhal!

Di Tiziano Vignolini

La Sindrome di Stendhal (dallo pseudonimo dello scrittore francese che per primo ne descrisse i sintomi), detta anche “sindrome di Firenze”, come probabilmente molti di voi già sapranno, è un disturbo psicosomatico che talvolta colpisce chi si trova al cospetto di opere d’arte di particolare bellezza, sortendo effetti tra i più disparati. C’è chi cade in ginocchio, in uno stato di trance estatica; chi banalmente sviene, chi dà di matto e tenta di distruggere l’opera d’arte, in preda ad una crisi isterica. Ecco, da quando ho scoperto l’esistenza di questa simpatica affezione, uno dei miei più grandi sogni è di caderne vittima, almeno una volta nella vita (l’opzione che mi ispira di più è la crisi di matto, sempre sperando che qualcuno mi fermi prima che faccia a pezzi qualcosa; altrimenti posso accontentarmi della trance estatica, sed de gustibus non disputandum est). D’altronde, i soggetti più propensi ad ‘ammalarsi’ sono i più sensibili, gli artisti, o chi abbia ricevuto un’educazione umanistica o religiosa… o i Giapponesi. Ma –ahinoi– c’è l’inghippo. Gli Italiani, in particolare i Fiorentini, ne sono immuni per “affinità culturale”. Ed effettivamente, se ci pensate, ha senso: noi abbiamo avuto la fortuna di vivere circondati da una quantità mostruosa di bellezze artistiche, e giornalmente, anche e soprattutto in modo passivo, abbiamo assunto per anni ed anni moli di storia e cultura che nella stragrande maggior parte del resto del mondo non ci si possono neanche immaginare.
Pensate di avere davanti una fantastica aragosta alla catalana –oppure, se siete vegetariani o avete dei pessimi gusti culinari, una splendida insalata di cous cous– immaginatevi, dicevo, di avere davanti una qualche rara prelibatezza, e mettetevi nei panni di: primo, un barbone che da giorni immemori mangia sempre la solita zuppa di rape della Caritas, e sporadicamente la mozzarella staccata da qualche cartone della pizza; secondo, un ricco epulone» aduso all’esercizio della mascella che divora ogni giorno bovini e suini cosparsi delle spezie più preziose e acconciati dai migliori sarti di Parigi. Chi dei due credete se la godrebbe di più, quell’aragosta/cous cous? Chi dei due rischia maggiormente la sindrome di Stendhal? Ebbene, cari concittadini, noi siamo dei ricchi epuloni. Paradossalmente, questa è la nostra condanna.

Ma mi sto impegnando a fondo per trovare una soluzione, mi sto scervellando per scoprire un cavillo che possa permetterci di sperimentare un collasso nervoso per eccesso di bellezza. E forse forse l’ho trovato.

Mi sono chiesto: di che tipo è la bellezza che manda in cortocircuito gli sventurati nipponici/artisti che vengono a visitare la nostra città? Bellezza principalmente di tipo visivo-artificiale. Alias, maestose architetture, finissime sculture e dipinti mozzafiato. Ed è per questo che voglio, al più presto, visitare un fiordo norvegese, un’altissima cima innevata da cui ammirare un mare di nebbia, un geyser in eruzione, o anche il Grand Canyon, il deserto del Nevada o del Sahara, o il monte Fuji e tutte quelle nipponiche montagne verdi a panettone. La Terra dallo spazio. Lo spazio dalla Terra. Perché, sì, ho pianto diverse volte, sotto un cielo stellato. Le volte preziose in cui mi sono trovato in un luogo abbastanza poco illuminato da poter ammirare le agghiaccianti (in ogni possibile accezione di significato) sfumature di colore della sfera siderale, e poter distinguere, uno per uno, i miliardi di miliardi di puntini che riempiono ogni angolo del mio campo visivo, e smarrirmi letteralmente nell’infinità dell’Universo, perdendo progressivamente coscienza di me; e precipitare nel cielo (ve lo siete mai immaginati? Precipitare nel cielo! È un pensiero che mi terrorizza). Ho sperimentato qualcosa di simile alla Sindrome, sotto un cielo stellato. Ma suppongo sia anche una questione di forma mentis, ne sono sempre più convinto.
Mi spiegherò meglio: in questo momento sto attraversando una fase di particolare recettività emotiva, a fronte di vari eventi dei quali non vi annoierò; e, insomma, mi è capitato giusto ieri, ascoltando una canzone che mai aveva sortito in me particolari effetti, di sorridere e rabbrividire, mentre con un’altra ho sfiorato le lacrime. Perché anche la bellezza uditiva, come quella olfattiva, o gustativa, possono essere una valida soluzione per i Fiorentini e tutti gli Italiani che ricerchino la Sindrome. O, perché no, anche tutte insieme: ed è per questo che sto cercando disperatamente un ristorante futurista (ed è un bel casotto, perché alle Giubbe Rosse» in Piazza della Repubblica c’era stata l’anno scorso una cena in occasione del centenario del manifesto, che purtroppo mi sono perso, e chissà quando ne rifaranno una, mah). Ma sto divagando.
In sostanza, dicevo, con una particolare forma mentis, come magari quella in cui mi ritrovo adesso, è agevolato il processo, le emozioni vengono amplificate o comunque esercitano un’influenza più diretta sul nostro sistema nervoso, e talvolta anche sul soma, sul fisico, ed io non chiedo altro che una eccessiva reazione psicosomatica. Questa estate, con ogni probabilità, passerò qualche settimana nel Maine: spero vivamente di mantenere questa forma mentis abbastanza a lungo da cadere preda di una crisi epilettica, magari davanti all’oceano (sotto le stelle, per sicurezza).

Vi è mai capitato di provare qualcosa del genere?
O davanti a che cosa pensate potrebbe capitarvi? Parlatene nei commenti!

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Crapulone ghiottone banchettante che se ne frega, ndr.
Caffè storico letterario che fu roccaforte del Futurismo, ndr.

feb 23 2010

Che succede se in una famiglia ci si accoppia con consanguinei per dieci secoli consecutivi?

di Giorgio | in Satyricon | 8 commenti

Nasce Emanuele Filiberto di Savoia.

Che va a Sanremo. E arriva secondo. Quindi, attenzione.

(In mezzo al trio, Emanuele Filiberto. Sulla destra, chiamato dal Principe per risollevare il livello della canzone, il provvido Pupo. Sulla sinistra, l’insegnante di sostegno.)

Di seguito, il testo della canzone. Questa NON è la parodia. E tutti i diritti d’autore sull’uso di questo testo appartengono a Emanuele Filiberto. Non lo dico per motivi legali, eh. Solo, mi piace puntalizzare che NON è roba mia.

Io credo sempre nel futuro,
nella giustizia e nel lavoro,
nell’equilibrio che ci unisce,
intorno alla nostra famiglia.

Io credo nelle tradizioni,
di un popolo che non si arrende,
e soffro le preoccupazioni,
di chi possiede poco o niente.

Io credo nella mia cultura e nella mia religione,
per questo io non ho paura,
di esprimere la mia opinione.
Io sento battere più forte il mio cuore di un’Italia sola,
che oggi più serenamente si specchia in tutta la sua storia.

Sì stasera sono qui per dire al mondo e a Dio,
Italia amore mio.
Io non mi stancherò di dire al mondo e a Dio,
Italia amore mio.

Ricordo quando ero bambino,
viaggiavo con la fantasia,
chiudevo gli occhi e immaginavo,
di stringerla fra le mie braccia.

Tu non potevi ritornare pur non avendo fatto niente,
ma chi si può paragonare a chi ha sofferto veramente.

Sì stasera sono qui per dire al mondo e a Dio,
Italia amore mio.
Io non mi stancherò di dire al mondo e a Dio,
Italia amore mio.

Io credo ancora nel rispetto,
nell’onestà di un ideale.
Nel sogno chiuso in un cassetto,
e in un paese più normale.
Sì stasera sono qui per dire al mondo e a Dio,
Italia amore mio.

Non commenterò oltre, fare ironia adesso sarebbe come sparare ai pesci in un barile. Anche se alla finale, all’entrare del trio, metà del pubblico ha fischiato e l’altra metà ha applaudito. Alla metà che fischiava.
Se volete, commentate voi oltre.

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feb 5 2010

Quello che non dobbiamo sapere sulla droga

Aveva soltanto ventisette anni, quando si ritrovò ad essere il solo medico del campo. I feriti erano novanta, lui era solo e non aveva che bende e seghetti da osso; niente medicine. 7 settembre 1914, sera. Dalle bocche spezzate si levavano lamenti selvaggi, mentre la notte abbracciava questi guerrieri morenti, lontano da casa, a Grodek, in Polonia. E lui era lì, da solo. Ufficiale medico Georg Trakl, altissimo poeta espressionista tedesco, che di lì a due mesi si sarebbe ucciso al ricordo di quella sera, abusando del suo vizio: overdose di cocaina.

Ieri, 4 febbraio, è uscita un’intervista, rilasciata da Marco Castoldi aka Morgan per la rivista “Max”. Intervista piuttosto scottante, perché il cantante parla in maniera decisamente smaliziata del proprio uso di cocaina – anzi tanto scottante da essergli costata l’espulsione dal Festival di Sanremo, ormai ufficiale. Perché il Festival è un monumento culturale, e non si può permettere ai cattivi esempi di penetrarvi. Sorge quindi la domanda: ma allora Povia al festival che ci faceva? Anyway.
Cori unanimi si sono levati a rimarcare la sconvenienza per un uomo pubblico di fare certe affermazioni (anche se si potrebbe citare Il berretto a sonagli di Pirandello: “Vergogna è dire certe cose… farle, no di certo”). Come ha sottolineato il ministro per la Gioventù Giorgia Meloni, Morgan dimostra di essere l’ennesimo cattivo maestro di cui la gioventù italiana farebbe volentieri a meno, una voce di certo non di aiuto nella battaglia che la nostra società sta combattendo contro il consumo di stupefacenti, che brucia – e ha già bruciato – ampie fette di parecchie generazioni. Ma se è vero che nessuna questione si può definire a colpi d’accetta – men che meno una complessa come questa -, vediamo che cosa si ha grande cura di tacere, in questi tempi, sulla cocaina e sulla droga in genere.

Esistono tre motivi per cui uno si può drogare:

  1. Per sballo, anche se odio questa espressione. Anyway, il fine è e resta quello di alterare le proprie percezioni e i propri stati dell’animo per confondere e rendere piacevolmente sopportabile e divertente una situazione interna disastrata da disagi profondi che non si ha la forza, la capacità né l’aiuto per affrontare.
  2. Per cultura, e questo è un punto veramente interessante. Noi a tavola ci scoliamo bottiglie e bottiglie di vino reputandolo perfettamente normale. E l’alcol è una droga. In Nepal e in India è perfettamente normale fare una capatina alla fumeria d’oppio, o passare dalla bancarella che vende hashish prima di tornare a casa. E questo uso dell’hashish è diffuso anche nei paesi mediorientali. Sulle Ande tutti masticano palline di foglie di coca: addirittura, in tempi antichi misuravano le distanze in palline di coca, cioè in quante palline ti servivano per coprire una distanza a corsa dopandoti con la coca quando non ce la facevi più. Chiaramente sulle Ande e in Medio Oriente è deprecabile ubriacarsi tanto quanto è culturalmente malvisto da noi farsi di coca o fumare sigarette oppiate.
  3. Per uso sapienziale. L’uso più antico e quello di più difficile comprensione.
    Perché i Rastafariani fumano l’erba ganja? Perché gli stregoni messicani assumono peyote e mescalina? Non per sballo, non strettamente per un fattore culturale. Secondo il credo rastafariano, gli effetti della marijuana sono capaci di inclinare l’animo alla meditazione e alla preghiera. Secondo gli sciamani, l’alterazione sensoriale e di pensiero accompagnata da sostanza naturali psicotrope, è in grado di metterci in contatto con la parte più profonda e nascosta di noi stessi e di rendere tangibile l’oltremondo dell’invisibile. Quindi di darci dei vantaggi di conoscenza una volta tornati lucidi.

Arthur Rimbaud si strafaceva di tutto quello che gli capitava a tiro. Paul Verlaine si finiva d’assenzio. D’Annunzio era entusiasta della cocaina, pippava forte e poi fotteva per ore – come gli interessava. Questo è solo in parte scritto nei libri di letteratura. E non è mai nelle note de “La pioggia nel pineto”.
Il punto è che di rado ci soffermiamo a pensare che la nostra tanto amata cultura artistica europea è fondata sulla droga, per un verso o per un altro. E se da un lato si può capire che i grandi dirigenti RAI siano titubanti nell’accettare pubblicità in favore degli stupefacenti, dall’altro non si può negare che un uso sapienziale sia strutturalmente necessario per una certa categoria di artisti.

La droga non è un male assoluto. E’ autodistruttiva, come la non stima di sé e il guardare la televisione, ma nulla di più. Anzi.
Con questo non voglio giustificare Morgan. Dopotutto da ieri sera in poi sarà in tutti i Talk-Show possibili immaginabili per dare scuse e spiegazioni – cosa che i veri artisti maledetti mai avrebbero fatto, il che lo umilia e denobilita ulteriormente. Ma laddove ci siano artisti con le palle che si drogano per ragioni superiori, è necessario avere la coerenza culturale per accettarli. Ovvio che ogni tipo di droga sia usata perlopiù per motivi futili riconducibili al punto 1; ma questo non deve indisporre verso chi la usi per motivi altri – se non alti. E non mi sto riferendo alla beat generation e a Jim Morrison. Costoro non ne hanno mai fatto uso sapienziale. Il che è ben deducibile dalle banali poesie di Morrison. Ma non vi preoccupate: di lui parlerò ancora in futuro. Senza pietà.

Volendo tirare le conclusioni, è bene che Morgan sia stato escluso da Sanremo per le sue affermazioni? No. Ma viste le sue ritrattazioni, sì, assolutamente, non merita altro. Perché ha dimostrato di non aver fatto della droga un uso sapienziale come dovrebbe fare ogni artista che si dica aduso al consumo di droghe.

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gen 31 2010

Scontro oggi, Diritto Civile domani

di David Caratelli

Quando pensiamo ai diritti civili pensiamo agli anni ’60 e le marce di Martin Luther King Jr., o le battaglie non-violente di Gandhi. Il voto alle donne o la legalizzazione dell’aborto. Diritti civili sono spesso sinonimo del passato: di quei movimenti che ci hanno portato allo stato attuale delle cose; un mondo piu’ libero e piu’ tollerante.

E’ difficile pensare ai diritti civili come cose che ancora non sono, beh, diritti. Sarebbe un po’ come pensare all’oggi visto dal domani. A tutti sembra ovvio che le donne abbiano lo stesso diritto degli uomini di votare, ma quando la discussione non era pura retorica ma anzi materia di dibattito aperto certo le persone non vedevano la conquista del voto per le donne come una battaglia per i diritti civili (tranne i pochi, quelli che poi la storia la fanno). La questione era semplicemente un altro punto in un programma politico, cui uno poteva appoggiare con motivazioni a, bi e ci, o respingere con ragionamenti altrettanto logici di, e ed effe. I diritti civili sono visti come qualcosa di intrinsecamente giusto, ed e’ quindi difficile pensare ad una materia che suscita polemica oggi come semplicemente giusta o sbagliata.
Un esempio: e’ piu’ o meno scontata l’importanza dell’abolizione della pena di morte in Italia; questa conquista viene vista come un diritto civile: giusta “senza se e senza ma” (ovviamente esistono eccezioni). Negli stati uniti pero’ no, e quindi l’abolizione della pena di morte, invece di essere una questione di diritti civili, e’ quasi sempre discussa con argomenti tipo: “la pena di morte e’ sbagliata perche’ costa troppo al governo: e’ inutile spendere tutti questi soldi quando costerebbe meno usare l’ergastolo”, oppure: “studi dimostrano che la pena di morte non e’ un deterrente che diminuisce il numero di omicidi”. Tutte argomentazioni “pratiche” se volete, che non si basano sul motivo che sarebbe argomentato immediatamente da molti italiani: “la pena di morte e’ ingiusta e basta, e’ crudele eccetera eccetera”.
Sperando di aver trasmesso questo concetto di “relativita’” dei diritti civili, come conquiste che ci sembrano scontate non lo erano affatto quando stavano emergendo, spero di fare un esempio alla rovescia.

Probabilmente non considerereste omofoba una persona che e’ contraria ai matrimoni gay, al contraro di qualcuno che i gay li pesta. Eppure, nel resto dell’occidente, i matrimoni gay diventano sempre piu’ una realta’. In Portogallo, paese a maggioranza cattolica, e’ stata votata una legge che consente ai gay di sposarsi (e parlo di matrimonio con la m maiuscola non PACS, DICO e via dicendo). I matrimoni gay sono completamente equiparabili a quelli tra eterosessuali in Spagna, Canada, Olanda, Belgio, Norvegia, Svezia e Sud Africa. I matrimoni gay, o simili forme, sono presenti in molti stati degli Stati Uniti, in Messico, in Australia. E Lussemburgo e Slovenia stanno pensando di “legalizzarli” a loro volta. Cosa c’e’ di interessante? Beh, ad esempio qua negli Stati Uniti il tema dei matrimoni gay sta diventando, lentamente, una battaglia per i diritti civili. In Portogallo, chi ha appoggiato la nuova norma ha detto che un nuovo, fondamentale, diritto civile era finalmente stato riconosciuto anche la’. Pensate alla pena di morte e come noi la vediamo come un diritto civile, al contrario di altri Beh, spero riuscirete a vedere che anche l’inverso e’ possibile.
Cosa significa tutto questo? Che dovete appoggiare i matrimoni gay perche’ senno’ siete razzisti? Se tornate tra qualche anno magari ve lo direi anche, ma ora come ora e’ giusto che ognuno abbia la propria opinione. E’ una strana situazione, perche’ se qualcuno pensa che questo sia davvero un diritto fondamentale da conqusitare, allora non pensare che gli altri siano nel torto piu’ completo sarebbe un po’ come dare il beneficio del dubbio a chi si opponeva all’eliminazine della schiavitu’. Eppure, proprio perche’ e’ una battaglia di adesso, e’ naturale che vi sia un dibattito: il cambiamento non viene facilmente. In fondo, e lo dico egoisticamente, senza chi su questo argomento (come su molti altri) la pensa diversamente da me, il mondo sarebbe abbastanza noioso.

E tanto per mettere le cose in prospettiva un altro po’: perche’ mai pensiamo che i diritti civili siano giusti? Non e’ forse solo perche’ hanno “vinto”? In fondo siamo il prodotto del nostro passato. Se La Roma papale fosse riuscita a sopravvivere all’unita’ d’Italia, la Breccia di Porta Pia non sarebbe semplicemente la Marcia su Roma di questo ipotetico universo parallelo?

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I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

Sono cent’anni che ti aspettiamo! E anche se non lo sapevi, ci stavi cercando.

Chi sono questi idioti coi cartelli?
E soprattutto, perché? li stavi cercando?
Leggi qua sopra: capirai.

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