dic 2 2009

Hell o’ Kitty

Il trademark di Hello Kitty fattura un miliardo di dollari l’anno.
Oltre a tutti gli innumerevoli gadget che vediamo tutti  i giorni, esiste il bancomat di Hello Kitty, il jet di Hello Kitty, l’abito da sposa di Hello Kitty. Esiste la Fender Stratocaster di Hello Kitty. E non sto scherzando.2701eae8d3d02bcaae4e319adcff2d21

Senza voler scendere nel merito di quanto sia o meno agghiacciante che folle oceaniche di ogni parte del mondo se ne vadano a giro a rosaconfettare con stampata ovunque l’indecifrabile, industrialmente ripetitiva espressione di una gattina infiocchettata senza bocca, mi vorrei fermare a fare una riflessione: e adesso?

Voglio dire, una volta che hai un marchio omnipresente con decine di milioni di accoliti pronti ad acquistare qualcosa solo perché “è di Hello Kitty” e che fattura come tutti gli stati centrafricani messi insieme, che fai? Voi, che fareste?
Il potere in questione è forte. E’ un potere mediatico-commerciale penetrante, tentacolare. E se su questo grande apparato fosse montato qualche fine etico? Se Hello Kitty fosse associato a campagne di sensibilizzazione o di beneficenza o che so io? Nel caso, questo impero costruito sulla faccina carina di una gattina potrebbe magari soddisfare la rara ambizione di avere un senso.

Ma il sistema economico capitalistico non viene incontro a questo orizzonte ulteriore. Perché mentre stai valutando, affannati ragazzotti in bretelle svuotano carriole di denaro a lato della tua scrivania. E magari, quindi, metti i piedi sul tavolo, ti allenti il nodo alla cravatta, accendi un sigaro Montecristo e dici alla segretaria che non vuoi essere disturbato. Stasera sei fuori a cena con la tua bella in quel ristorante in centro che le piace tanto. A quella storia di associare il marchio a campagne varie ci penserai domani.

HELLO KITTY CAR 002

Ringrazio Tiziano per aver disegnato la macchina dei miei sogni.

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lug 27 2009

L’Hinduismo non esiste

Lo sapevate che la religione Hindu non esiste?
Ora lo sapete.

Trattasi di una mera categorizzazione occidentale che appiattisce una realtà religiosa vasta e varia come un prato fiorito. Ma facciamo un passo indietro.
Alla fine del XV secolo, Da Gama doppia il capo di Buona Speranza e arriva in India. I secoli successivi saranno per l’Occidente un folle volo verso l’invasione e la conquista di questo paese di Bengodi straripante di ricchezze.
Quella occidentale, però, non era la prima grande invasione che l’India subiva: dai primi scontri nell’VIII secolo dopo Cristo, passando per la costituzione del Gran Sultanato di Delhi nel XII e arrivando fino alla fioritura del rigoglioso Impero Moghul fa il XVI e XVIII secolo, l’India ha subito una pesantissima presenza musulmana di vertice, attenuatasi solo con la decadenza dell’Impero Moghul stesso e l’arrivo degli Europei.
Il modo in cui funzionavano le invasioni islamiche era piuttosto semplice ed enormemente efficace. Gli Arabi sono sempre stati (e sono tutt’ora, è un fattore culturale) dei grandissimi commercianti. Abili e occhiuti ma umani come pochi nella storia. E perciò, le loro invasioni, più che sulla punta della scimitarra, venivano portate avanti da orde di commercianti vogliosi di ampliare i propri mercati; oltretutto, la loro invasione incideva in maniera relativamente indolore sulla popolazione, in quanto mirava a colpire e sostituire i vertici del potere senza che null’altro cambiasse. Certo, l’islamizzazione era incentivata, infatti chi si convertiva alla religione del Profeta godeva di certi privilegi, ma non era imposta – e non era imposta nemmeno la Shari’a, il diritto coranico, in quanto legge-solo-per-muslim.
Così in India si rese necessaria una prima classificazione religiosa – attuata attraverso la categorizzazione in “islamici” e “non islamici”. Insomma, già a quel tempo la definizione di Hinduismo necessitò di essere compiuta in negativo, senza dire che cosa fosse, ma constatando che cosa di certo non era.

Roberto de Nobili vestito da sadhu che se ne va a far proseliti per l'India in un'incisione coeva.

Roberto de Nobili vestito da sadhu che se ne va a far proseliti per l'India in un'incisione coeva.

Ma all’europeo seicentesco e cattolico che arriva in India non basta un equilibrio fra mercati e religioni: deve imporsi come un asso di briscola che tutto vince. Così sorge il grande apparato delle Compagnie delle Indie Orientali, e soprattutto, le orde dei missionari si riversano da Mumbai, a Madras, al bacino del Gange. Tutti a far proseliti.
Fra questi, nel 1604, arriva un gesuita, tal Roberto De Nobili. Costui era un geniaccio.

Gli altri missionari, presentandosi in tonaca nera e con gli interpreti, non avevano speranza di risultare graditi alle popolazioni autoctone – specie alla potentissima e acculturatissima casta dei Brahmani -, quindi puntualmente fallivano nella loro attività di proselitismo. Ma De Nobili no. Lui era furbo. Prese a vestirsi come un sadhu, un saggio indiano, e imparò alla perfezione il sanscrito e il tamil. Si spacciò per Brahmano di nobilissime origini, ed ovunque fu rispettato ed ammirato. Successivamente se ne andò, “indus inter indos” di tempio in tempio cercando di comprendere tutte le singole realtà religiose locali, e quando ebbe raccolto abbastanza informazioni stilò una brillantissima, completissima ed elefantiaca silloge dei precetti comuni della “religione Hindu”. Compiuto questo lavoro tornò alle centinaia di templi che aveva visitato, domandando ai Brahmani una valutazione sulla sua opera. Tutti i Brahmani d’ogni parte dell’India furono esaltati da questo lavoro, e tutti lo sottoscrissero, ammirando la maniera così assolutamente brillante con cui magistralmente definiva gli insegnamenti di una religione Hindu universale. Però, era proprio dopo la grande euforia che De Nobili faceva scattare la trappola.
Infatti, parallelamente, aveva stilato una confutazione altrettanto forte di ogni punto della silloge, cosicché i  Brahmani vedessero distruggere in maniera inoppugnabile l’opera che tanto avevano osannato e che nero su bianco li rappresentava. A quel punto De Nobili entrava in modalità-proselitismo e convertiva masse oceaniche di Indiani.

Così, l’enorme varietà di religioni in India fu appiattita sotto una nomenclatura unica. E adesso conoscete la vera storia di come è nata la “religione Hindu”.
E’ necessario tenere presente, però, che la realtà di questa macro-religione fittizia, osservata alla lente d’ingrandimento, è composta da centinaia e centinaia di fili diversi – come un tessuto – e che tutti concorrono allo stesso scopo. Tutti concorrono alla Moksha, cioè alla Liberazione dal Samsara, dal ciclo di reincarnazioni, al fine di riportare l’Uomo al Brahmman, all’Assoluto primo. E questo avviene senza tentativi di conversioni né conflitti fra Hinduismi diversi, ma con una compartecipazione parallela.

Tu segui il brahmacharya e la castità, io seguo il kamasutra ed il piacere: che vinca il migliore, ci becchiamo dopo nel Brahmman.

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feb 26 2009

Augurio in tre “C”

Oggi pomeriggio ero all’università. Uscendo dal bar, a qualche decina di metri di distanza, ho intravisto – e subito perso – il mio professore di Diritto Privato I, l’ex magistrato Antonio Rizzi. Ho avuto un flashback da reduce del Vietnam (chi studia Giurisprudenza sa che mostro sia Diritto Privato I), che però è subito sfumato nel ricordo del discorso che questo grandissimo professore fece concludendo il corso, il 30 novembre 2007. Un professore con cui avevo avuto occasione di palrlare di Battiato, di amore, di Corto Maltese… La sera prima avevo fatto un festino a casa mia, ed ero andato a lezione senza dormire e ancora visibilmente alticcio. Fatto sta che avevo con me il registratore, e catturai quel momento – per poi trascriverlo appena tornato a casa e infine, crollare. Il cielo sa quanto piansi di commozione, quella mattina. Così, ho deciso di riproporvi questo… “Augurio in tre C” di Antonio Rizzi.

«Oggi vi abbandono con qualche minuto di anticipo. Ma! (Se qualcuno ha detto noo… è un villano mentitore) Volevo permettermi, però, di chiudere il ciclo delle lezioni con un… non con un pistolotto, ma con un augurio, se me lo permettete, così come ho aperto il corso dandovi in qualche modo – indegnamente – il benvenuto in questa università matrigna.
«E l’augurio è di tre “C”. Se mi consentite.
«La prima C. Voi avete oggi davanti un percorso rispetto al quale non vi deve spaventare la parola “Cultura“, rispetto al quale, in qualche modo, il movente più vero che vi deve animare, secondo me, è l’idea che voi possiate fare per voi stessi un’operazione culturale. Guardate, quando io vi ho tormentato in queste settimane con domande teologiche, domande filosofiche, tormenti di varia natura e di genere variegato, credetemi, non l’ho fatto per… né per narcisismo autocompiacente, né per il desiderio di manifestare un sadismo latente ma assai radicato. Era il tentativo di darvi una sollecitazione in più – se me lo permettete – a leggere, a studiare, a coltivarvi. Perché vedete, voi… tutti noi, siamo un’università che ha perso il senso della cultura. E questo senso della cultura, se lo avete presente, farà di voi non dei polli da batteria, da insufflare con nozioni vuote e acriticamente recepite, ma farà di voi delle persone che hanno un orizzonte.
«Questo orizzonte io credo che sia la prima… il primo augurio che vi porgo. Forse qualcuno di voi ha letto “Il filo dell’orizzonte”, di Antonio Tabucchi. La pagina iniziale di quel romanzo – un romanzetto di settanta pagine, ottanta pagine – parla del rapporto fra l’autore e il protagonista. Il protagonista si chiama Spino, e l’autore confessa di averlo chiamato così perché Spinoza era il filosofo a lui più caro. E dunque Spinoza, nel suo diminutivo viene volgarizzato Spino. E il protagonista de “Il filo dell’orizzonte” si chiama Spino. Chiude quella pagina Tabucchi, dicendo che Spinoza era un sefardita. Lui, il filo dell’orizzonte, lo aveva negli occhi.
«Il primo augurio che vi fo è che voi possiate avere il filo dell’orizzonte negli occhi.
«Il secondo – anche questo una “C” – è quello di provare Curiosità. Cultura e Curiosità. La curiosità… Quella curiosità genuina di chi mi ha scritto chiedendomi notizie sui libri di cui più o meno era capitato di parlare, la curiosità di chi mi ha chiesto degli approfondimenti, la curiosità di tutti quelli che un domani proveranno a leggere quelle pagine stanche e dolenti del Diritto Privato con l’idea che possa esistere qualcosa di interessante, al di là di tutto. E che possa esistere, al di là di quelle vuote formule – buona fede, contratto, negozio, astrazione… – possa esistere una cosa che si chiama “la Vita”. Una cosa che si chiama la Vita, e una curiosità che nasca da questo senso della Vita. “Un’occhiata ai libri, due alla vita”. Non lo dico io. Lo diceva un genio assoluto che è Goethe. E l’uomo che ha scritto il Faust non poteva che terminare con l’idea di uno streben, cioè di un tentativo di raggiungere Qualcosa. Ma Qualcosa si raggiunge soltanto se si ha curiosità.
«Terzo augurio. La finisco qua. Il terzo augurio, per la verità non dovrebbe cominciare con la “C”. Ma… è una fortuna con la “C” maiuscola. L’augurio di una fortuna con la “C” maiuscola che non sia… non sia una fortuna qualsiasi. Ma una fortuna specifica. Una fortuna, quella di incontrare, nel vostro percorso – che oggi davvero comincia in questa università così tormentata – di ritrovare uno “Svegliatore”, per usare una parola del ciclo dei Nibelunghi di Wagner. “
Hier kommt der Weker! Hier der Weker kommt!” dice a un certo punto il coro de “Le Valchirie”. Lo Svegliatore. Avete presente – credo di sì – la Cappella Sistina? Michelangelo… Quando a un certo punto c’è la figura di Dio che tocca Adamo. Quella è la figura teologica del Risveglio. Cioè della ri-nascita ad una vita che abbia in qualche modo il senso del nuovo, il senso del pro-getto. Ecco: io mi auguro davvero che l’università sappia darvi, sappia farvi incontrare, sulla vostra strada, uno Svegliatore.
«Buona fortuna, ragazzi!»

E ricordo che uscì dall’Aula Magna sotto scroscianti applausi.

cappella_sistina

Ammetto che in un sistema scolastico assediato da critiche, sempre più scadente e sull’orlo del collasso, io, in quanto a Svegliatori, ho avuto davvero una fortuna con la “C” maiuscola. Anche se mi piace credere che “Il maestro appare quando l’allievo è pronto“…

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gen 30 2009

Shit happens – ovvero, avviamento alla Religione Comparata

di Giorgio | in Omnia | 3 commenti

Quest’estate sono andato ad una mostra di dipinti fiamminghi a Palazzo Pitti. Con me c’era anche il grande filosofo Luigi Lombardi Vallauri, che sfoggiava una maglietta incredibilmente bella su cui ci siamo volentieri soffermati a ragionare, all’ombra di una statua d’arte moderna, mentre il sole arroventava il piazzale. Su questa maglietta, che portava scritto in alto “Comparative Religions“, erano magistralmente descritte (in inglese) le differenze esistenti fra le teorie delle maggiori religioni esistenti – il tutto alla luce della locuzione anglosassone “Shit happens” (letteralmente, “La merda accade”). Di questa maglietta esistono molte versioni, ampliate, ridotte o modificate in maniera più o meno elegante, acuta e sensibile.

Vi propongo adesso questo avviamento alla comparazione fra religioni (religioni in senso lato) così come io l’ho potuto leggere sulla maglietta del Vallauri, direttamente in angloide (sono leggermente in polemica con Madame de Staël: secondo me non bisogna tradurre in Italiano, ma imparare la lingua straniera originale – anche se è vero, lei ha tirato fuori l’argomento in altri tempi e per altre ragioni):

Shit happens

  • Tao: Shit happens.
  • Buddha: When shit happens, it is not really shit.
  • Islam: If shit happens, it is the will of Allah.
  • Protestantism: Shit happens because you don’t work hard enough.
  • Judaism: Why does shit always happen to us?
  • Hinduism: This shit has happened before.
  • Catholicism: Shit happens because you are bad.
  • Hare Krishna: Shit happens rama rama.
  • TV Evangelism: Send more shit.
  • Atheism: No shit.
  • Jeovah’s Withness: Knock knock, shit happens.
  • Hedonism: There is nothing like a good shit happening!
  • Christian Science: Shit happens in your mind.
  • Agnostic: Maybe shit happens, maybe it doesn’t.
  • Existentialism: What is shit, anyway?
  • Stoicism: This shit doesn’t bother me.
  • Rastafarianism: Let’s smoke this shit!
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gen 26 2009

Come tutelare il proprio manoscritto

di Giorgio | in Consigli inutili | 3 commenti

Alcuni di voi forse hanno – o avranno in futuro – un manoscritto che sono interessati a tutelare legalmente. Dopotutto, anche senza mala fede, può capitare, specie con le copie digitali, che l’amico passi questo testo all’amico, che lo passi all’amico, che non sa chi l’ha scritto e se ne impossessa e chi lo sa?, lo potrebbe pubblicare come suo. Va bene che in tempi passati l’opera d’arte scritta era considerata “res nullius“, tanto che non ne veniva nemmeno indicato l’autore (sarebbe stato da vanitosi, volere il proprio nome sull’opera), ma adesso i tempi sono cambiati, e a un creatore fa piacere che la propria creazione porti sotto la sua firma.

Con questo non voglio assolutamente invitarvi ad essere sospettosi verso tutti e tutto, ma  – come dire? – a chiappe strette si sta tutti più tranquilli. Ci stiamo lavorando, ma purtroppo gli squali ci sono ancora. Qui di seguito vi illustro un mezzo economico, semplice e rapido per assicurarvi la capacità di provare pienamente di essere autore o autrice di un certo testo senza dover ricorrere a notai succhiasangue o ad ingegnose prove fotografiche o ad incerte testimonianze.

Prendete il manoscritto cartaceo. Se è digitale stampatelo, no?! Perfetto. Firmatene ogni foglio, anche se vi fa fatica e se le pagine sono tante; allegate anche un documento (scritto a mano con data e firmato) in cui dichiarate di essere l’unico autore dell’opera in questione (a dire il vero non è così fondamentale, ai fini probatori, ma fa davvero scena). Prendete manoscritto ed eventuale documento e metteteli in una busta, che dovrete sigillare alla perfezione. Non l’avete sigillata abbastanza bene. Ecco, già meglio. Successivamente infrancobollàtela e speditivela a casa per posta. Quando vi arriverà, non apritela per nessun porco motivo al mondo e conservatela come le cose sacre: la vostra piena prova è garantita dai timbri apposti dalle poste sulla busta e dal fatto che la busta stessa sia sigillata.

In altre parole, se dopo che avete fatto questo sorgessero delle controversie legali circa la paternità dell’opera, voi potreste tranquillamente andare da un notaio con la busta sigillata, lui leggerebbe la data X, vedrebbe che la busta è perfettamente chiusa e quindi saprebbe che quello che c’è in quella busta vi è stato messo prima della data X. Con testimoni procederebbe poi ad aprirla redigendo subito un atto pubblico in cui risulta inequivocabilmente che voi, alla data X, vi siete dichiarati autore dell’opera, provando senza possibilità d’errore che chiunque abbia fatto una simile dichiarazione dopo la data X, non era effettivamente autore del manoscritto.

Quindi con la sola spesa della stampa, della busta e del francobollo, vi siete tutelateti perfettamente.

Ricapitolo ora in breve le sette azioni da fare.

  1. Avere una copia caracea del manoscritto.
  2. Firmarne ogni singola pagina.
  3. Scrivere di proprio pugno una dichiarazione di paternità unica dell’opera – senza dimenticare data e firma.
  4. Mettere manoscritto e dichiarazione in una busta.
  5. Sigillare la busta alla perfezione.
  6. Spedire la busta a casa propria per posta.
  7. Conservare la busta in ottimo stato senza aprirla.

Nel caso di controversie, godetevi una vittoria legale così banale che l’avvocato della controparte si ritirerà in meditazione fra i ghiacci dell’Annapurna vitanaturaldurante.

avvocato

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I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

Sono cent’anni che ti aspettiamo! E anche se non lo sapevi, ci stavi cercando.

Chi sono questi idioti coi cartelli?
E soprattutto, perché? li stavi cercando?
Leggi qua sopra: capirai.

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