mar 2 2009

Pro Luttazzo

Il 27 febbraio sono stato a vedere lo spettacolo di Daniele Luttazzi “Decameron” al Saschall – un grande teatro fiorentino.
La cosa che mi ha colpito è che questo, intorno a me, ha suscitato un vespaio. Un sacco di persone, quando hanno saputo che andavo a vedere Luttazzi mi hanno detto, increduli “Ma Luttazzi Daniele?” o ancora “Ma Luttazzi Luttazzi, quello che mangia la merda?” oppure “Quel comunista?” con lo stesso tono con cui si incalza qualcuno che ci ha appena detto andrà a fare sei mesi di volontariato a Calcutta.

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Io Luttazzi non lo conoscevo. L’ho scoperto da pochissimi mesi. In mente avevo qualche ricordo del suo nome… “Espulsi Biagi, Santoro e Luttazzi” “Luttazzi annusa le mutande di Anna Falchi in Televisione” ed echi simili. Dopotutto all’inizio del XXI secolo avevo solo dieci anni. Nessuna parola lusinghiera, comunque.
Poi un mio amico, Jacopo Caffé, mi ha invitato a procurarmi alcuni suoi spettacoli – e ne sono rimasto assolutamente folgorato. Ho finalmente compreso la definizione che il geniale Alessandro Bergonzoni dà di volgarità: “Assenza di idee”. Perché certo, se si sta parlando di metri tradizionali, Luttazzi è di una volgarità vertiginosa, ma se si accetta l’acuta tesi bergonzoniana e si scende un po’ più in profondità, ci si accorge che dietro a quegli smaliziati e lubrìchi discorsi che spaziano dalla scatologia alla genitalità alla politica, si nascondono una cultura ciclopica e una raffinatezza di pensiero che oggi, in Italia, hanno al massimo cinque o sei artisti.

Non importa come sia schierato politicamente – bisogna piantarla di giudicare le persone in base alle proprie idee politiche. Tutti si scandalizzano (giustamente) se uno viene giudicato in base al colore della propria pelle o alla propria religione o alle proprie tendenze sessuali, mentre è consuetudine consolidata e moralmente accettata che si giudichi ferocemente e irrevocabilmente qualcuno conoscendone soltanto lo schieramento politico. Sarò paranoico, ma mi pare di intuire un errore logico, in questa realtà. I pregiudizi o si hanno o non si hanno. Non è che se ne ammettono alcuni. Inoltre, come cantava Gaber, “L’uomo è quasi sempre meglio, rispetto alla propria ideologia”. Quindi piantiamola di (pre)giudicare secondo l’inclinazione Destra/Sinistra, per favore. Oltretutto quelle di Luttazzi non sono posizioni frutto di credenze sedimentate: è un profondo palombaro dell’informazione, che giustifica ogni sua posizione con argomentazioni solide come la verità.

Daniele Luttazzi è un integerrimo artista a tutto tondo, che ha studiato medicina ed è iscritto all’albo dei giornalisti, un densissimo e multiforme concentrato di sapere volto alla comicità e alla satira, di una umanità pura come quella che ho sempre sognato.
Lo spettacolo, inutile dirlo, è stato clamorosamente bello. Due ore e mezzo di monologo serrato in cui è passato dal fascino più “Oh…” alla satira più bassa e spanciante. “Con il mio Decameron rappresento il fenomeno opposto a Benigni“, ha detto. “Lui, con al Divina Commendia, ha sengnato l’unione di Sacro e Profano nel Sacro. Io, l’unione di Sacro e Profano nel Profano“. Subito dopo lo spettacolo, poi, riceve tutti i suoi fan che gli vogliano parlare. Mi sono fatto autografare il suo libro “Bollito misto con mostarda“, il mio libro di appunti personale e gli ho chiesto: “Daniele, io studio Giurisprudenza. Secondo te, che indirizzo dovrei scegliere per migliorare davvero le cose?” E lui: “Be’, la cosa migliore sarebbe tu facessi il magistrato. Ma non te lo imporre, deve essere una vocazione. Credo sia seguendo la propria vocazione che si possa migliorare il mondo“.

Vi consiglio vivamente di procurarvi qualche suo spettacolo. Non vi farà che bene.

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I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

Sono cent’anni che ti aspettiamo! E anche se non lo sapevi, ci stavi cercando.

Chi sono questi idioti coi cartelli?
E soprattutto, perché? li stavi cercando?
Leggi qua sopra: capirai.

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