feb 8 2009

Amo guardare come muoiono i bambini

“Amo guardare come muoiono i bambini”, diceva Vladimir Majakovskij in Qualche parola su me stesso. Be’, ai tempi forse poteva essere un’affermazione scandalosa – almeno, questo è l’intento con cui è formulata. Il povero Vladimiro non sapeva che invece una reale simile tendenza sarcofaga» di morbosa attenzione alle morti più tragiche dei bambini si sarebbe addirittura largamente inflazionata, ai giorni nostri. Esatto, largamente inflazionata – almeno qui in Italia, beninteso.

Ormai li sappiamo tutti a memoria, i loro nomi.
Il piccolo Samuele, il piccolo Tommaso, i piccoli Ciccio e Tore sono i capitani di questa schera di bimbi malamente morti. Bimbi morti che soli riescono eroicamente a tenere tutta unita l’Italia.
Fermatevi un attimo e riflettete. A parte i mondiali, c’è qualcosa che rende più fratelli gli Italiani del commuoversi tutti insieme con la bava alla bocca davanti alla televisione, mentre il telegiornale zoomma sulle mamme piangenti dei pargoletti ammazzati a zoccolate, squartati, o tragicamente crepati di fame e sete in un pozzo secco? E il fortunato intervistatore, felice come se fosse stato estratto a sorte per fare un’intervista incrociata fra Obama e Ahmadinejad, domanda “Come si sente, signora?” e lei giù, altri pianti.

Delacroix: "Medea uccide i figli". Poi ne servirà le carni in pasto al marito. Italiane, patriote, prendete esempio, please.

Delacroix: "Medea uccide i figli". Poi ne servirà le carni in pasto al marito. Italiane, patriote, prendere esempio please.

Certo, i bambini decomposti sono le prede preferite dai giornalisti (insieme alle loro famiglie, ovviamente); ciononostante, ci si può accontentare anche di un qualsiasi omicidio, sempreché sia particolarmente truculento e le indagini e il processo tirino avanti per anni. Anche questi li conosciamo tutti, dalla strage di Erba a Meredith, e anche questi sono pilastri dell’unità nazionale, da Bergamo a Canicattì.
Quando parlano di certe notizie si vede proprio che ai giornalisti si allarga una misteriosa chiazza sui pantaloni. Il sangue e le lacrime li eccitano sessualmente. E gli Italiani dietro, pronti a leccare la padella, già pregustando le foto delle vittime in tempi felici, i genitori straziati, il volto dell’assassino – hai notato? Assomiglia un casino al tuo vicino di casa.

Questo mi ha dato un po’ da pensare… Ok lo sport come malta sociale, ma se siamo arrivati a questo punto, che conseguenze ne devo trarre? Perché c’è questo latente desiderio di vivere il dramma altrui? Poi, viverlo… far finta di avere idea di che cosa sia quel dramma quel tanto che basta per apparire sensibili, compassionevoli e forti. Forse l’uomo ha bisogno di commuoversi per qualcosa, di raddoppiarsi al di fuori della propria vita interpersonale. E forse, se non lo trova nei libri, e piange leggendo l’ultimo monologo di Novecento o La Città della Gioia, nei film, e ride con le lacrime di commozione agli occhi guardando Big Fish, o Neverland, o La Morte a Venezia, a teatro, e a bocca aperta gli si rigano le gote – e nemmeno se ne accorge! – quando Otello inizia a dire “Ad Aleppo… Ad Aleppo…”, forse, dico, senza questo c’è davvero bisogno di raddoppiare i propri sentimenti in quelli altrui visti al telegiornale – che passione! teatro tragico quotidiano, fisso in programma ad ogni stagione. E magari diamo anche un’occhiata al Grande Fratello» , eh? Riflesso di vita q. b. per evitare di accorgersi di non star vivendo, e coscienza in pace per aver già condiviso del dolore altrui. Nel modo più inutile possibile? Sì, ma via, questo è tutt’un altro discorso…
Male non può fare. Dopotutto, è solo televisione, uno può spengerla quando vuole.
La pensa così anche un eroinomane che conosco, quindi dev’essere vero.

Comunque, la prossima volta che vedrete un telegionale che parla dell’ennesimo morto, mettetevi sull’attenti e presentat-arm all’eroe dell’unità nazionale. E se è un bambino, medaglia d’oro.

Anzi, sapete una cosa?, non mi stupirei se il Presidente della Repubblica Napolitano lanciasse un appello agli Italiani: “Se proprio dovete morire, cercate di farlo nel modo più agghiacciante e tragico possibile – almeno chi resta si sentirà più unito“.
Onore alla Repubblica.

(ringrazio gli Hyronisti per lo spunto)

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Sarco-fago, mangiatore di carne
Ma come si può anche solo pensare di chiamare seriamente un programma televisivo come il dittatore di 1984?!

feb 4 2009

Der Richter

Da qualche settimana sto guardando un anime fogantissimo: Death Note. Ok, l’avete già visto tutti lo so, sono sempre l’ultimo ad arrivare. Per chi non sapesse di che parla: c’è un quaderno, scrivendoci il nome di una persona, quella muore. Il succo è questo insomma. Ma non voglio parlare della trama, anche perchè è troppo bella per essere raccontata così.

La cosa interessante è che il protagonista, Yagami Light – un ragazzo molto in gamba -, dopo aver ottenuto questo quaderno decide di diventare un giustiziere e di ripulire il mondo dai malvagi, col l’aiuto del Death Note appunto.
Il suo scopo è quello di rendere il mondo un posto migliore, e diventare il Dio di questo nuovo mondo (dettaglio secondario). Ovviamente queste cose le fa di nascosto, e dal mondo è conosciuto come Kira» .

Il fattaccio è successo nell’episodio che ho visto ieri.
In pratica racconta la storia di un altro ragazzo, Mikami Teru, che fin da piccolo si è dedicato a difendere i più deboli, prima alle elementari, poi alle medie, poi diventando magistrato. Ciò che dice Mikami è che per lui ci sono due tipi di persone: quelle buone e quelle malvagie. Immaginate la sua felicità, quando Kira gli propone una… particolare collaborazione. Dopotutto ha in testa solo una parola: eliminazione.

Il mondo è diviso, c’è chi cerca Kira e il modo di farlo fuori e c’è chi invece lo sostiene, facendo notare che da quando ha iniziato ad uccidere i criminali nel mondo non ci sono più state guerre.

Il nocciolo della questione è proprio questo: da una parte il diritto alla vita, l’equiparazione di tutte le persone, la pena rieducativa, ma allo stesso tempo la non-certezza della pena, le scappatoie legali (vedi il caso delle attenuanti generiche in un post recente) e il rischio di rimettere in libertà un delinquente; dall’altra un’esecuzione sicura.

Mi sono fatto una domanda. Avendo questo potere, che farei? Lo userei o no?

La giro a voi, voi che fareste?

deathnote rules

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Ovvero killer in giapponese

gen 20 2009

Maialata Mailat – ma in senso lato

C’è una donna. C’è un uomo. La donna cammina. Anche l’uomo. L’uomo le vuole prendere la borsa. La donna vuole tenersi la borsa. Un bastone finisce in mano all’uomo. La donna perde i vestiti. Il bastone cade ripetutamente sopra la donna. L’uomo viene acciuffato. La donna, dopo due giorni, muore per le ferite riportate.

In sede processuale, il PM (il “Pubblico Ministero” cioè un magistrato particolare che, invece di fare il giudice, sostiene la parte dell’accusa nei processi penali nel pubblico interesse) ha chiesto l’ergastolo per l’imputato, tale Mailat. Infatti il capo d’accusa era omicidio volontario, un reato piuttosto grave, dopotutto. Il coraggioso avvocato difensore, invece, chiedeva l’assoluzione (certo che ci vuole una bella faccia tosta a difendere un omicida contro la giustizia e la famiglia e i cari della persona uccisa).

Bene, la sentenza del tribunale è stata di quelle che non lasciano scampo: viviamo davvero in un paese in cui la legge non è uguale per tutti. Infatti, pur riconosciuto Mailat colpevole esclusivo di quanto è accaduto, ai sensi del discusso articolo 62-bis del Codice Penale sono state concesse le mitiche “attenuanti generiche”. Quindi da ergastolo siamo passati a 29 anni di carcere. Fin qui nulla di davvero atroce. Dopotutto in questa maniera si può davvero mirare alla rieducazione del condannato, visto che prima o poi farà il suo ritorno in società (attualmente è venticinquenne, uscirà a cinquantaquattro anni). Quello che è atroce è ciò che è stato considerato attenuante. Leggi tutto…

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I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

Sono cent’anni che ti aspettiamo! E anche se non lo sapevi, ci stavi cercando.

Chi sono questi idioti coi cartelli?
E soprattutto, perché? li stavi cercando?
Leggi qua sopra: capirai.

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