Hell o’ Kitty
Il trademark di Hello Kitty fattura un miliardo di dollari l’anno.
Oltre a tutti gli innumerevoli gadget che vediamo tutti i giorni, esiste il bancomat di Hello Kitty, il jet di Hello Kitty, l’abito da sposa di Hello Kitty. Esiste la Fender Stratocaster di Hello Kitty. E non sto scherzando.
Senza voler scendere nel merito di quanto sia o meno agghiacciante che folle oceaniche di ogni parte del mondo se ne vadano a giro a rosaconfettare con stampata ovunque l’indecifrabile, industrialmente ripetitiva espressione di una gattina infiocchettata senza bocca, mi vorrei fermare a fare una riflessione: e adesso?
Voglio dire, una volta che hai un marchio omnipresente con decine di milioni di accoliti pronti ad acquistare qualcosa solo perché “è di Hello Kitty” e che fattura come tutti gli stati centrafricani messi insieme, che fai? Voi, che fareste?
Il potere in questione è forte. E’ un potere mediatico-commerciale penetrante, tentacolare. E se su questo grande apparato fosse montato qualche fine etico? Se Hello Kitty fosse associato a campagne di sensibilizzazione o di beneficenza o che so io? Nel caso, questo impero costruito sulla faccina carina di una gattina potrebbe magari soddisfare la rara ambizione di avere un senso.
Ma il sistema economico capitalistico non viene incontro a questo orizzonte ulteriore. Perché mentre stai valutando, affannati ragazzotti in bretelle svuotano carriole di denaro a lato della tua scrivania. E magari, quindi, metti i piedi sul tavolo, ti allenti il nodo alla cravatta, accendi un sigaro Montecristo e dici alla segretaria che non vuoi essere disturbato. Stasera sei fuori a cena con la tua bella in quel ristorante in centro che le piace tanto. A quella storia di associare il marchio a campagne varie ci penserai domani.

Ringrazio Tiziano per aver disegnato la macchina dei miei sogni.

