nov 8 2010

Guida al consumo critico

Chi di noi attraverserebbe un’autostrada trafficata senza fare attenzione alle macchine che arrivano, o facendo attenzione solo a quelle rosse? O al contrario, chi di noi, ritrovandosi in automobile in mezzo ad una fiera di paese, non farebbe attenzione a evitare di schiacciare i passanti, oppure cercherebbe di evitare solo i bambini?

Voto politico, voto economico

Oggi come oggi accanto al voto politico vediamo affiancarsi un nuovo tipo di voto. Un voto che naturalmente spetta ad ogni persona di qualsiasi età, nazione e istruzione, senza differenza alcuna. Che spetta a me, a voi che leggete e a qualunque altra persona, dall’immigrato indiano all’imprenditore lombardo. Si tratta del voto economico.
In che cosa consiste? Tutte le volte che tiriamo fuori il portafogli e compriamo un bene, di qualsiasi genere esso sia, noi diamo il nostro voto all’impresa che lo produce. Di primo impatto potrebbe sembrare un’esagerazione, è vero, paragonare questa semplice azione alla serietà di un voto. Eppure, le imprese sono delle realtà che agiscono su vari piani di grande importanza: dal piano economico, al piano sociale, a quello lavorativo, a quello ambientale, fino a quello politico – e vi agiscono in maniera pesante, penetrante, con politiche delle più eterogenee. Data la loro capitale importanza questo è naturale.
Ma mentre il vero feedback del politico circa il suo operato è il voto successivo del corpo elettorale, quello dell’impresa è l’acquisto da parte dell’utenza.
Quali sono le caratteristiche distintive del voto economico rispetto a quello politico? I cittadini sono chiamati alle urne di rado, e ancora più di rado gli eletti sono in grado di migliorare ciò che sono chiamati a gestire – magie della democrazia rappresentativa. Al contrario, il voto economico è costante, quotidiano, e forte del valore supremo del denaro: l’implicazione finanziaria e la vocazione al profitto delle imprese le rende estremamente attive e ricettive rispetto al feedback/voto degli acquirenti – voto che quindi ha ripercussioni che scuotono e condizionano costantemente il mondo economico, ambientale, sociale e politico, ripercussioni sul filo di ogni scontrino.

Nonostante ciò è accesissima la discussione sul “Chi voti?” in politica, ma non mi capita quasi mai di sentir discutere sul “Chi voti?” negli acquisti. Punto in comune fra i due voti è la generale ignoranza che affligge il corpo elettorale circa i candidati. Inoltre si dibatte con trasporto della moralità degli uomini pubblici, dei loro obiettivi raggiunti e degli errori fatti, dei programmi futuri, delle loro politiche; non c’è altrettanto spazio di discussione circa moralità, successi ed errori, programmi e politiche delle imprese – pur essendo il voto economico tanto più pesante e quotidiano.

Guida al Consumo Critico

Su questo fronte corre in nostro aiuto un libro che è un must per tutte quelle persone che – rifacendosi all’apertura – non hanno intenzione di passare una vita ad attraversare la strada senza guardare, che non hanno intenzione di passare falciando la folla, ossia che non hanno intenzione di continuare a segnare a casaccio il proprio voto alle urne dell’acquisto – una casualità che può danneggiarci in prima persona con acquisti insalubri e anche altri tramite prodotti realizzati antieticamente.
Si tratta della Guida al Consumo Critico, edizioni EMI, realizzata dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo – prezzo €16. Si tratta di una piccola organizzazione che ha sì un certo orientamento politico non sempre condivisibile, ma nella Guida questo non rileva, visto che la valutazione si può fermare a monte, sui dati documentati.

Aggiornata periodicamente, può essere sommariamente divisa in tre parti.

Nella prima vengono suggerite, descritte e argomentate delle vantaggiose linee generali di comportamento per l’acquirente divise per categorie-tipo di consumo. Linee che oltre a tracciare soluzioni sostenibili e eticamente lodevoli, segnano importanti proposte per promuovere la salute del corpo e la sovranità del ruolo del consumatore – come sovrano è il popolo della repubblica.
E’ la proposta positiva prima della critica.

Nella seconda vengono fatte considerazioni panoramiche su vari generi di consumo, perlopiù alimentari, con delle prime tabelle valutative che mettono a confronto le varie imprese che operino nello stesso settore. Si articola attraverso tavole sinottiche che iniziano a mappare il terreno su cui il lettore che voglia informarsi dovrà muoversi.

La terza, la più corposa, cataloga, incrocia, confronta dati completi di fonti» documentate su centinaia di imprese, una sorta di raccolta di schede sui candidati sulla lista del Mercato. Quali dati?

Gli aspetti valutati sono undici:

  • Trasparenza - la disponibilità dell’impresa a fornire informazioni su di sé e a fornirle veritiere
  • Abuso di potere – iniziative delle imprese per condizionare l’opinione pubblica e il potere politico in virtù del proprio potere economico circa scelte politiche, sociali, economiche e tecnologiche
  • Sud del mondo – modo di gestire eventuali attività produttive e commerciali nel Sud del mondo
  • Sicurezza e diritti dei lavoratori – misure di salvaguardia per la sicurezza sul lavoro e rispetto dei diritti contrattuali e legali
  • Ambiente
  • Armi ed esercito – contratti con eserciti; partecipazioni in gruppi coinvolti con imprese di armi
  • Regimi oppressivi – attività economiche in paesi gravati da governi oppressivi»
  • Paradisi fiscali – registrazioni in Paesi che garantiscono segretezza e agevolazioni fiscali
  • Consumatori e legalitàrispetto» dei consumatori e della legge
  • Animali – condizioni di allevamento e sperimentazioni
  • Boicottaggio – segnalazione di un boicottaggio in corso nei confronti di una data impresa

Valutazioni di ampio respiro, quindi – di cui ogni candidato che si rispetti dovrebbe sempre passare il vaglio (anche in politica magari).

Abitudine e scelta – una questione importante

Nella lista si trovano valutazioni e documentazioni estremamente compromettenti su produttori di alimenti assolutamente deliziosi. Prodotti che abbiamo sempre comprato ma di cui non conoscevamo approfonditamente il retroterra.
Sì: questo libro è uno di quelli che leggi, sai che devi leggere per sapere qualcosa che percepisci come fondamentale ma una parte di te non vorrebbe leggere mai per poter continuare a vivere sereno con il capo sotto la sabbia e strafogarti in santa pace di quel che vuoi senza problemi morali. Perché una volta che una persona sensata si trovi davanti a certi dati gli si pone una questione importante: seguire ciò che dice la coscienza e smettere di comprare quel prodotto cercandone di migliori – che ad esempio magari non uccidano né te né altri – oppure continuare a fare quello che hai sempre fatto? La faccenda pare banale ma non lo è proprio per nulla. E’ uno scoglio.

Si tratta di una scelta libera e deliberata del singolo.
Da un lato si può effettivamente passare la vita azzittendo la propria coscienza (che esige una crescita) e perseverando nel fare ciò che si ha da sempre l’abitudine di fare.
Un esempio per tutti: continuare a comprare Coca-Cola pur sapendo che in Colombia si appoggia a gruppi paramilitari per uccidere sindacalisti che si battono per i diritti di lavoratori pressoché schiavizzati. Comprando Coca-Cola le si danno soldi, le diamo il nostro voto economico, entriamo nella cabina, segnamo la scheda sul simbolo “Mi piace uccidere i sindacalisti” e la mettiamo nell’urna. Diamo la fiducia a un governo d’azienda che si macchia intenzionalmente di sangue umano per fare soldi. E quello che accade in Colombia non è tutto: chiedete in India o in Turchia, che cosa fa la Coca-Cola Company. Comunque poi però ci lamentiamo perché le paghe in Italia sono basse e andiamo a piangere dal Sindacato e quindi facciamo le manifestazioni: questo, rifacendosi all’apertura, è evitare solo i bambini alla fiera di paese, schiacciando tutte le altre persone. E si potrebbe dire lo stesso circa altri giganti da cui continuiamo a fare acquisti, come la Nestlè con tutti i marchi correlati – che ammazza bambini africani a centinaia di migliaia, centinaia di migliaia, col latte in polvere (quindi è inutile che poi adottiamo il bambino a distanza, se finanziamo chi li uccide) – o come il Mc Donald’s, causa principe di titaniche deforestazioni e disastri ecologici, soppressione completa e sistematica di diritti umani-sindacali e animali, che vende squisiti agenti chimici acconciati a panino, o patatina, o crocchetta. O più semplicemente il made-in-China, in ottima parte marchio aggiornato dello schiavismo più atroce. Senza contare le aziende nostrane che finanziamo regolarmente e che la Guida non risparmia – non vi piacerà leggere certe cose della Ferrero.
Dall’altro lato si può scegliere di stimarsi. Si può scegliere di fare scelte diverse, si può pensare di non essere schiavi di un bisogno dipendente di quel particolare prodotto – specie se acquistandolo si fa indirettamente qualcosa che direttamente non faremmo mai e poi mai. Si può scegliere di guardarsi allo specchio dicendo: “Io sono una persona con delle idee che tiene le redini della propria vita”. Questo non è comodo, chiaramente. Avere una coscienza e seguirla non è comodo. Ma credo abbia degli altri vantaggi.

Quali sono per voi i vantaggi del seguire la coscienza con coerenza, tenere salde le proprie redini?
Ci si può sentire veramente sereni anche mantenendo le proprie abitudini a suo discapito?
Quali sono le argomentazioni a favore del non intraprendere una scelta diversa?
La scelta diversa che concordi con la coscienza è una possibilità concreta e veramente percorribile?
Questa scelta diversa è allora un’opzione o un imperativo?

(Ricordate: Guida al Consumo Critico, edizioni EMI, realizzata dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo – prezzo €16)

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Le informazioni provengono dove possibile dalle imprese stesse – ma solo il 10% ha risposto ai questionari. Le altre fonti sono pubbliche, come giornali e rapporti ufficiali, o confidenziali, come quelle sindacali.
Individuati dall’associazione inglese Ethical Consumer a partire da rapporti di Amnesty International e Freedom House.
Sono presi in considerazione parametri come la eventuale pericolosità del prodotto, la presenza di OGM, illeciti e frodi dell’impresa, pubblicità ingannevole o discriminatoria e la cura delle etichette.

ott 25 2010

Bellezza e selezione naturale

Meglio essere belli fuori o belli dentro? Quante volte ci hanno fatto questa domanda, e quante volte – forse sinceramente, o forse temendo di apparire superficiali – abbiamo risposto belli dentro? E che c’entra la selezione naturale con questa roba?

Cosa sia la selezione naturale all’incirca lo sappiamo tutti. E’ quel meccanismo che fa sì che in una specie vi siano individui che hanno maggiori possibilità di sopravvivenza e che si riproducono di più rispetto ad altri, grazie a particolarità genetiche che si traducono in tratti fenotipici (ovvero roba-che-si-vede). Solitamente pensiamo alla selezione naturale come “sopravvivenza del più adatto” e raramente in termini di “sopravvivenza del più adatto più bello”, ma in realtà la bellezza gioca un ruolo fondamentale. Un esempio molto interessante lo si trova proprio nell’uomo, in particolare negli occhi.

Nella caverna
Inizialmente tutti gli occhi erano marroni (o comunque scuri), colorazione dovuta ad un’alta concentrazione di melanina nell’iride. Immaginatevi in una caverna il clan seduto intorno al fuoco ad assistere alla nascita di un bimbo, che diversamente dai suoi simili, ha occhi chiari. Sarà facile immaginare come una volta cresciuto quest’individuo fosse il più attraente in un gruppo di ragazzi tutti con dei monotoni occhi marroni. E la parte della riproduzione insomma, immaginatevela voi! Fatto sta che questo ed altri caratteri che normalmente verrebbero subito scartati perché non evolutivamente vantaggiosi, sono arrivati fino a noi. Quindi la selezione naturale ci dice che è meglio essere appariscenti e che è cosa buona essere belli fuori, mentre del bello dentro manco se ne occupa.

Oggi
Dalle caverne ad oggi abbiamo fatto enormi passi a livello evolutivo, così grandi da aver praticamente eliminato la selezione naturale per la nostra specie, e da poter controllare quella degli altri viventi. (Guai a chi dice che è sempre andata in un modo e sempre continuerà così: questa ne è una prova.) Con lo sviluppo delle facoltà mentali l’uomo contemporaneo ha capito (forse) che scegliere la compagna con cui passare la vita in base al bel paio d’occhioni blu che si questa si ritrova, non è sempre una scelta azzeccata, soprattutto quando questi stanno incastonati nelle orbite di una decerebrata. Ci troviamo quindi a scegliere un partner in maniera un po’ più equilibrata, valutandone oltre all’aspetto fisico anche la personalità e altre caratteristiche. Personalmente credo che adesso ci sia abbastanza equilibrio tra l’importanza del bello fuori e il bello dentro.

Ma in futuro che succederà? Tra centinaia e centinaia di generazioni ci saranno forse popolazioni di cessi simpaticissimi e alla mano con i quali passare momenti indimenticabili? O forse cessi ignoranti? Perché il bello fuori può essere genetico, ma il bello dentro sfortunatamente no.
Voi che ne pensate: vincerà il bello fuori o il bello dentro?

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ott 13 2010

La gerarchia delle libertà educate

Niente mano pesante della legge sulla vita, niente polemica sui diritti civili. Oggi voglio parlare di libertà educate.

C’è una stanza. Pareti bianche, moquette bruna a terra, divani pesca molto soffici, lampade alte a luce calda, un attaccapanni stracarico, quadri ruvidi senza cornice di morbidi paesaggi, tavolino di vetro al centro. Sedute, delle persone. Di queste alcune stanno leggendo, altre ascoltando musica con le cuffie, altre ancora se ne stanno semplicemente in silenzio ad occhi chiusi. Tutte queste esercitano una propria libertà senza turbare quella altrui. Ciascuno muove tridimensionalmente la propria libertà senza urtare quella altrui.
Nella stanza ci sono anche altre due persone. Dapprima parlano a voce bassa – il che non viene notato da nessuno, se non da chi se ne sta seduto in silenzio senza fare altro. Poi il tono della voce si alza, iniziano a parlare di qualcosa di evidentemente divertente, per loro – cacciano qualche risata sguaiata. Squilla anche un cellulare, uno dei due risponde -parla forte, non c’è campo- e l’altro interviene nella conversazione telefonica. Queste persone, pure stanno esercitando una propria libertà sacrosanta, ma turbando quella altrui. E’ una libertà che si muove tridimensionalmente colpendo e urtando quelle altrui che galleggiavano senza toccarsi.

Esiste una certa famiglia di libertà, troppo sottili per poter avere una sensibile protezione legale, che pur esistendo e volendo spesso essere esercitate, muoiono per l’esercizio di libertà altrui. Sono le libertà educate. Libertà che se esercitate non ne ledono altre e che basta un niente per sbarrare.

Libertà di stare in silenzio; libertà di respirare aria decente.
Perché se qualcuno, accanto a te che non sopporti il fumo di sigaretta, se ne accende una, esercitando una sua innegabile libertà sta falciando una tua libertà ugualmente giusta – ma più delicata. Se qualcuno sceglie di prendere la sua vecchia Duna del 1989 per spostarsi e tu prendi la bicicletta, mentre tu non ledi la libertà del buon respiro a nessuno, costui lede il tuo fragile diritto a non farcirti di benzopirene.

Difficile tutelare certe libertà – sono troppo varie, hanno margine troppo ampio, e spesso è effettivamente necessario comprometterle. Non possono essere assolutamente inviolabili – sarebbe un impedimento troppo enorme alla vita.
Ciononostante, l’esercizio di queste libertà è più proprio di chi cammini con passo leggero – di chi viva il mondo in punta di piedi. E questo esser lievi è di certo un bene, un allontanarsi dal tronfio passo d’oca del conquistatore, dai toni berciati di chi sia abituato a comandare, dalla violenza del pugno di ferro che piega il mondo al proprio volere; un avvicinarsi, invece, all’idea partecipe che tutto è sacro, senza eccezioni, e non va profanato con brutture di gesti né di voce, che non c’è qualcuno che puoi non trattare col riguardo attento che si ha per un fratello o un genitore o un figlio.

Difficile tutelare certe libertà – siamo noi a doverle tutelare. Siamo noi a dover tutelare le soccombenti libertà altrui, diritti naturali, che spesso vanno indovinate perché non s’impongono – e a questo mondo chi non s’impone non si nota facilmente. Siamo noi a dover concedere, nella gerarchia delle libertà, una posizione di vertice prevalente sulle altre a quelle libertà educate che si esercitano senza danneggiarne altre. La libertà di sonno, di silenzio, di riflessione; libertà di agio, di calma, di tranquillità; libertà di respirare bene, di sentire buoni odori, di vedere belle cose, di ascoltare, di seguire la lezione.
Sta a noi tenerne conto e vivere leggeri la quotidianità senza strepitare, avendo sempre bene in cuore l’altro e la cura di lui.

Quali altre libertà educate a cui prestare attenzione vi vengono in mente?


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ott 6 2010

Perché i tagli alla scuola sono giusti

C’è polemica.

In un periodo di austerità sembra che per qualche strana ragione la scuola non debba subirne gli effetti. Invece, essendo calata in un contesto sociale e nazionale è perfettamente normale che, come per le altre istituzioni, ci siano tagli economici anche sostanziosi per far fronte alla crisi. Ma ovviamente questo non può essere umilmente accettato dalla frangia politica e sindacale dei sepolcri imbiancati contro-ad-ogni-costo, che stanno tentando con manovre faziose di silurare un governo che funziona con la scusa dei tagli alla scuola – dimostrando così di andare contro al bene comune che esige un periodo di ristrettezze.
Lo dimostra il fatto che quando una persona si trova in difficoltà economiche la prima cosa che fa è tagliare sull’indispensabile capace di riscattarla. Infatti in migliaia si licenziano da lavoro per non pagare il bus: niente è più necessario del superfluo. E dio, quei cacciabombardieri sono la fine del mondooo! Come si fa a non comprarli? E non avete ancora visto le borse di Chanel!
La formazione è qualcosa su cui ci si può permettere di risparmiare, nella crisi?

I privilegi enormi che il corpo docente del nostro Stato si è arrogato negli ultimi decenni sono nodi che stanno venendo al pettine. Avete mai pensato che in pratica gli insegnanti sono dei lavoratori part-time con più di tre mesi di ferie l’anno? Eppure sotto l’egida di sindacati che hanno spadroneggiato liberi e privi di controllo alcuno, pure in un mondo che richiede cambiamenti, evoluzione ed adattabilità, hanno mantenuto il loro status – senza neppure l’introduzione di un controllo sulla qualità effettiva del loro insegnamento, come è normale in qualsiasi azienda che si rispetti. Ma secondo le associazioni di categoria, tagliare fondi a questo meccanismo fallimentare per tenere a galla il paese è inaccettabile.
Intendete quanto sia da idioti gestire per un anno scolastico -magari insegnando qualcosa- quattro classi da trentacinque adolescenti con un’età che va dai  tredici ai diciotto anni che tentano di accoppiarsi continuamente fra loro? In pratica è pastorizia. E poi hai i pomeriggi liberi. A volte. Specie se sei un bravo improvvisatore e non hai compiti da correggere. E poi ti fai tre mesi di mare. Esclusi gli scrutini, i consigli di classe, i corsi di recupero e gli esami di maturità e gli attacchi delle meduse. Ti resta anche del tempo per aggiornarti, e in questo l’Amministrazione ti viene incontro. Con un randello.
Esistono professori bravi e meno bravi: come incentivare la qualità della loro formazione e del loro insegnamento, e come inserirli nel sistema scolastico? Come promuovere il dialogo collaborativo con i sindacati, piuttosto che lo storico (e amato) conflitto?

In che modo un’istruzione generica e arrangiata forma le nuove generazioni? In che modo nozioni vuote e impolverate aiutano i nostri giovani ad immettersi su un mercato del lavoro sempre più esigente? Ma noi sordi. Invece di puntare con forza alla professionalizzazione delle nuove generazioni, formando una compagine compatta di eccellenze specializzate, ci teniamo sulla schiena i pesi morti di corsi universitari inutili e di ore infinite di materie pure inutili che vampirizzano l’insegnamento secondario. Scandalo davanti ai tagli di ore di Storia dell’Arte al liceo, idignazione pomposa e generale, e nessuno che si scandalizzi perché con un diploma di liceo classico oggi non si trova lavoro.
Dopotutto l’obiettivo primario non è creare generazioni di persone complete e pensanti. Sarebbe come credere che sia necessario insegnare Virgilio alle galline. Tanto non ti faranno mai le uova in metrica. E poi per quanto riguarda la Storia dell’Arte noi Italiani abbiamo già dato, ora basta. Che non si pensi che non abbiamo altri interessi.
In Italia possiamo pensare di prescindere dal nostro enorme patrimonio storico? Possiamo pensare di incentivare generazioni di altissimi specialisti totalmente ignoranti al di fuori della loro specialità?

Vediamo masnade di insegnanti precari, ancora avvinghiati all’idea del “posto fisso” -che andava bene per le generazioni di quarant’anni fa- totalmente refrattari alla prospettiva attuale di dinamicità lavorativa che permette, oggi, al lavoratore, di variare e ampliare la propria capacità professionale con specializzazioni successive nel corso di una carriera che è evoluzione; masnade, dico, che si ammucchiano in discesa a difesa dei propri privilegi, che in virtù di una laurea polverosa dovrebbero vedersi assicurato un regime lavorativo assolutamente d’eccezione; masnade, dico, che appena la congiuntura economica propone una sfida si arroccano sulle proprie posizioni, e invece di rimboccarsi le maniche per il bene del paese scendono in piazza berciando slogan che non rendono onore alla loro presunta levatura intellettuale.
Pensandoci bene si capisce che fare il professore non è più una vocazione, adesso. Le motivazioni sono altre: fare la fame è una prospettiva che fa venire l’acquolina in bocca – e non te la toglie più.
Come responsabilizzare la figura del professore? Come restituirle l’autorevolezza di un tempo?

Inoltre la categoria dei ricercatori è in sommossa, perché evidentemente, per qualche strano diritto che li dovrebbe rendere superiori e intoccabili, non vuole partecipare degli oneri che ci gravano addosso decenni di malgestione della cosa pubblica. La crisi è di tutti e tutti dobbiamo accettarne il costo. I tagli alla ricerca, visto che come investimento porta frutti a lunghissimo termine -quando li porta- sono assolutamente imprescindibili, in una situazione di emergenza. E la rivolta scomposta dei ricercatori, che si rifiutano di insegnare per protesta, finisce di paralizzare l’università a monte di qualsiasi aiuto legislativo – paradossalmente stracciando quel diritto allo studio con cui si gonfia la voce fra le loro fila.
E poi le cose non tornano, dai. Gente che si vuol far pagare per studiare. Anche io voglio soldi, allora. O a tutti o a nessuno. Facciamo a nessuno, ecco. Tanto la fisica è sempre quella e non mi serve uno scienziologo che mi dimostri che le pere cascano in giù, di matematica meno ce n’è e meglio è -e tanto non ha utilità in nessun campo-, per non parlare poi di quelli che riordinano e studiano i libri all’Archivio di Stato o che stanno a discutere sulla lingua. La lingua è superflua, quando c’è l’amore – e i libri vecchi non servono: abbiamo quelli nuovi! E poi si sa, fanno finta di studiare un reattore a fusione nucleare capace di risolvere per sempre il problema energetico salvando il mondo e invece sono tutti a bere caffè in corridoio e spettegolare. Senza parlare della ricerca medica. A me il vaiolo ispirava fiducia.
Vivere le nostre risorse alla giornata nel momento di crisi quanto avanti ci può portare? La lungimiranza è forse una virtù?

Fortunatamente da parte del ministero stanno arrivando segnali di apertura verso una decisa riforma di questo impianto e di questi status privilegiati sedimentatisi col tempo – anche attraverso iniziative originali e creative come “L’allenamento per la vita”, capace di suggerire al giovane in formazione valori e orizzonti dell’ambito militare, fiore all’occhiello dell’economia italiana e della presenza della nostra nazione sulla scena internazionale, fortunatamente individuato come campo da valorizzare.
Sappiamo tutti che la vera tara nelle esistenze dei giovani d’oggi, quella che li spinge verso la droga e la disillusione è il non sapersi arrampicare, né saper tirare con l’arco né pistolettare. Questo si chiama prendere di petto i problemi. Così i drogati disillusi potranno in futuro imparare a maneggiare un mitra. E poi si avvicina l’esercito alla scuola – la cavalleria attaccherà ai lati.
Si può spendere denaro pubblico in cazzate di queste supreme proporzioni? Non dovrebbero essere gli investimenti in cose come queste ad essere falciati via per sempre?

Quindi basta idiozie. La gestione di una potenza mondiale non è un giochino. Dei sacrifici sono necessari. Necessari per un futuro radioso in cui la persona possa formarsi liberamente all’interno di uno stretto sistema specializzante, un futuro di crescita economica e di ricchezza.
Come se fosse anche solo lontanamente quello di cui c’è bisogno.
La gestione di una potenza mondiale non è un giochino. La vita lo è?

LA GUERRA E’ PACE
LA LIBERTA’ E’ SCHIAVITU’
L’IGNORANZA E’ FORZA


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apr 23 2010

Amico dell’altra trincea

Quanto tempo hai passato, a scuola, a studiare la Prima Guerra Mondiale? Troppo, se non ti hanno raccontato anche questo.

Trincea. Da un lato inglesi, dall’altro tedeschi.

«Stavo prendendo il tè con la Compagnia A, quando sentimmo delle grida e andammo a investigare. Trovammo i nostri uomini e i tedeschi in piedi sui rispettivi parapetti. Improvvisamente arrivò una raffica di colpi, ma non fece alcun danno. Naturalmente entrambe le parti si rimisero giù e i nostri uomini cominciarono ad insultare i tedeschi, quando all’improvviso un coraggioso tedesco si alzò sporgendosi dal parapetto, e gridò: “Ci dispiace moltissimo per quello che è successo; speriamo che nessuno si sia fatto male. Non è colpa nostra, è quella dannata artiglieria prussiana!”(cit.)»

Non ci hanno detto che non c’erano i buoni o i cattivi. Che quando potevano, senza farsi vedere dagli alti ufficiali, i soldati di qua e di là dalla trincea si accordavano per non combattere. Che nessuno voleva andare in guerra. Che gli Stati  lo volevano, e basta. Loro che se ne sono rimasti per mesi nel fango non c’entravano nulla. Nemmeno tu c’entreresti nulla se la pena per la diserzione fosse la morte.
Forse, quella che ci hanno raccontato fin da bambini, o che impersonalmente abbiamo tutti letto sui libri di Storia, è una storia sbagliata. Fondamentalmente incompleta. Sì, magari qualcuno è anche partito perché ci credeva. O perché gli hanno fatto credere di crederci.

Dove i figli della guerra, partiti per un ideale, per una truffa, per un amore finito male?

Tutti, tutti, con una pallottola in corpo, hanno il tempo di realizzare che si trovano nel posto sbagliato al momento sbagliato. Quindi forse – forse – non abbiamo mai avuto una visione troppo consapevole sulla Storia, in questo senso. E allora…

Vogliamo davvero essere così sicuri che la guerra, come oggi è intesa, sia nella natura umana?


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Testimonianza di un ufficiale inglese, raccontata in Owen Rutter, The History of the Seventh, Services Battalion: The Royal Sussex Regiment 1914-1919, 1934; citata in Getting To Peace di William Ury.

I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

Sono cent’anni che ti aspettiamo! E anche se non lo sapevi, ci stavi cercando.

Chi sono questi idioti coi cartelli?
E soprattutto, perché? li stavi cercando?
Leggi qua sopra: capirai.

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