Amico dell’altra trincea
Quanto tempo hai passato, a scuola, a studiare la Prima Guerra Mondiale? Troppo, se non ti hanno raccontato anche questo.
Trincea. Da un lato inglesi, dall’altro tedeschi.
«Stavo prendendo il tè con la Compagnia A, quando sentimmo delle grida e andammo a investigare. Trovammo i nostri uomini e i tedeschi in piedi sui rispettivi parapetti. Improvvisamente arrivò una raffica di colpi, ma non fece alcun danno. Naturalmente entrambe le parti si rimisero giù e i nostri uomini cominciarono ad insultare i tedeschi, quando all’improvviso un coraggioso tedesco si alzò sporgendosi dal parapetto, e gridò: “Ci dispiace moltissimo per quello che è successo; speriamo che nessuno si sia fatto male. Non è colpa nostra, è quella dannata artiglieria prussiana!”(cit.)»
Non ci hanno detto che non c’erano i buoni o i cattivi. Che quando potevano, senza farsi vedere dagli alti ufficiali, i soldati di qua e di là dalla trincea si accordavano per non combattere. Che nessuno voleva andare in guerra. Che gli Stati lo volevano, e basta. Loro che se ne sono rimasti per mesi nel fango non c’entravano nulla. Nemmeno tu c’entreresti nulla se la pena per la diserzione fosse la morte.
Forse, quella che ci hanno raccontato fin da bambini, o che impersonalmente abbiamo tutti letto sui libri di Storia, è una storia sbagliata. Fondamentalmente incompleta. Sì, magari qualcuno è anche partito perché ci credeva. O perché gli hanno fatto credere di crederci.
Dove i figli della guerra, partiti per un ideale, per una truffa, per un amore finito male?
Tutti, tutti, con una pallottola in corpo, hanno il tempo di realizzare che si trovano nel posto sbagliato al momento sbagliato. Quindi forse – forse – non abbiamo mai avuto una visione troppo consapevole sulla Storia, in questo senso. E allora…
Vogliamo davvero essere così sicuri che la guerra, come oggi è intesa, sia nella natura umana?







