nov 16 2010

Chi sono i nostri eroi?

Leggendo le notizie di cronaca, tra mostri e truffatori, politici e assassini è facile perdere la fiducia nel mondo. Ormai è tutto nero, un magna magna collettivo per portare avanti unicamente i propri interessi. Viene da chiedersi, ma esistono ancora gli eroi?

Chi sono i nostri eroi, oggi?

E mentre rimugino su chi siano questi individui dal retrogusto mitologico, nel buio dei miei pensieri ecco che intravedo delle piccole luci che si accedono come timide margherite che sbocciano in primavera.

Vedo professori universitari che insegnano senza percepire uno stipendio; un tizio che si getta sui binari della metro per salvare uno sconosciuto che vi è inciampato; un ragazzo che aiuta una vecchietta a raccogliere la spesa da terra dopo che le si è rotta la borsa. Nessun altro si era fermato.
Ancora, Aung San Suu Kyi: liberata dopo uno dei tanti periodi di arresti domiciliari. Lei che nell’88 rifiutò la “proposta” del regime che le concesse di andarsene dal paese.
E ancora, Roberto Saviano, un uomo che ha rinunciato alla sua vita per fare la cosa giusta. Dev’essere dura non potersi muovere senza 7 uomini di scorta intorno a te.

E gli occhi pian piano si abituano al buio, che in fondo non è così pesto come sembrava. Non si distinguono bene, ma ci sono tante piccole fiammelle più o meno anonime, che messe tutte insieme danno filo da torcere all’oscurità, e scaldano il cuore.

E allora credo di aver capito chi sono gli eroi.

“Heroes are ordinary people whose actions are extraordinary. Who act when others are passive, who give up ego-centrism for socio-centrism.”

Philip Zimbardo

Non si nasce eroi, lo si diventa. E il tutto si gioca in quelle situazioni in cui non si interviene o per imbarazzo o perché “non si fa”.
La prossima volta che sentirò questa sensazione penserò che facendo quel che è giusto sarò un eroe. E non per vantarmene, ma perché è la cosa giusta da fare.

E sapete una cosa?, mi piace davvero molto immaginarmi circondato da tanti piccoli grandi eroi. Che siete voi.

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lug 20 2010

L’errore di Marcello Lippi

Tanto, tanto tempo fa, andai al teatro della Pergola a vedere uno spettacolo su Medea. Era un racconto un po’ trasversale, rispetto al mito, con ampie divagazioni. Il primo spettacolo durante il quale io abbia mai preso appunti – sana abitudine che ho cercato di mantenere negli anni. Fra questi appunti scritti malamente, al buio, spicca “Un eroe deve anche morire al momento giusto“, riferito a Giasone. Giasone, eroe di serie B anche e soprattutto perché non muore al momento giusto. Invecchia, esce dal mito: se ne perdono le tracce.

2006: Quella sera di luglio della finale dei mondiali di calcio. Sono con tanti splendidi amici, in un bellissimo locale ormai chiuso. Lì scopro il rum Mathusalem. Fine primo tempo, siamo sotto di un gol. Usciamo e passiamo di locale in locale lanciando occhiate e voci per sapere come sta andando la partita. L’Italia riprende il gol e si va ai rigori. Ci fermiamo in un altro pub, il vecchio Shots, con l’emozione che si taglia col coltello.

L’Italia vinse. E quella sera fu qualcosa di indimenticabile. Ballammo seminudi bloccando il traffico alla Stazione. Potevi abbracciare persone sconosciute, felice, ed erano abbracci veri, sentiti. C’era un’unità che non avevo mai nemmeno concepito.
I calciatori, paladini nazionali, tornano in trionfo, vivono la loro apoteosi. Il loro leader, il carlomagno, il condottiero è il viareggino Marcello Lippi. Glorioso CT della nazionale vincitrice.

Un eroe deve anche morire al momento giusto

2010: L’Italia se ne torna dal Sudafrica con la coda fra le gambe, infamando giocatori e CT. Incapaci, maldestri. Marcello Lippi? Quel coglione che ha sbagliato tutto.

Ma secondo me il vero errore di Marcello Lippi è stato uno solo, a monte.
Accettare di ricoprire di nuovo il ruolo di Commissario Tecnico della nazionale. Perché quando è tornato, nel 2006, era un eroe. Se si fosse ritirato per sempre sarebbe per sempre stato “Quello che ha portato l’Italia a vincere i mondiali”. Osannato in perpetuo. E nel 2010 se ne sarebbe potuto stare, col sigaro fra le dita, in un qualche lido versiliano, all’ombra, parlando piano, a chi lo interrogasse, di come si fa a far vincere una squadra su tutte le altre squadre del mondo.
Come Cincinnato che tornato vittorioso dalla guerra che era stato chiamato a comandare, restituisce il fascio della dittatura e torna ai suoi campi.

Ma la gola è potente. La promessa di altro denaro e la possibilità vaga di altra gloria fanno perdere di vista, alle persone, l’attenta costruzione della propria vita e della propria storia.

Un eroe deve anche morire al momento giusto“. O ritirarsi, al momento giusto. Altrimenti, ecco a voi Giasone. Ecco a voi Marcello Lippi.
Eroi, sì, ma eroi di serie B.

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I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

Sono cent’anni che ti aspettiamo! E anche se non lo sapevi, ci stavi cercando.

Chi sono questi idioti coi cartelli?
E soprattutto, perché? li stavi cercando?
Leggi qua sopra: capirai.

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