All Art has been contemporary
Notte Blu a Firenze, ieri sera.
E’ come una Notte Bianca, solo più europeizzante. “Ventisette ore di festa per ventisette stati dell’UE”. Sapete, percorsi enogastronomici a tema oltrefrontiera, conferenze dotte sull’Unione.
E poi Spagnoli che danzano il flamenco nelle padelle di paella, Francesi che si contendono taglieri di formaggi molli a colpi di baguette cantando Edith Piaf, Vichinghe tedesche dai grandi seni ubriache di birra che rassicurano piccoli pampini spertuti in crande festecciamento, Inglesi dalle brutte dentature che si domandano “What time is it?” e benedicono la Regina appoggiandosi all’ombrello, Irlandesi che ballano coi Lepricani spaccando boccali di Guinnes pieni, altissime Svedesi con le magliette bagnate che ridono leziose montando mobili IKEA, Belgi che se ne fregano, Portoghesi che caravellano giocando a calcio e tirando ogni tanto una gozzata di Porto, Greci che vanno in bancarotta. Dai, le solite cose.
Però c’erano anche parecchi complessi musicali a suonare nelle piazze, dai Rock Contest di band emergenti agli arrangiamenti per De André della PFM a Puccini, e poi c’erano artisti marziali di Capoeira che se ne andavano cantando e schivando calci e ancora cantando al ritmo primordiale di arpe monocordi tamburi e cembali fra Piazza Ghiberti e Piazza della Repubblica, c’era il gioco mangia-la-mela-della-Val-Venosta (avete presente? mela appesa a un filo, in due bisogna riuscire a dare tot morsi), sbandieratori, Santo Spirito trasformata in una discoteca vintage a cielo aperto, e insondabili decine di altri eventi più o meno culturali sparsi per la città e i dintorni immediati.
Ho passato la serata con una splendida compagnia – di quelle che quando ci ripensi il giorno dopo ti becchi in flagrante innamorato della vita -, e a un certo punto, per diverse e sorridenti esigenze, ci siamo separati in due. Il mio progetto mi aspettava verso il Lungarno Torrigiani, e ci siamo mossi con i passi di chi non ha fretta. Dove il Lungarno si separa da via de’ Bardi, c’è una piazzetta aperta, da cui si spalanca una vista stupenda.
Diripetto, i porticati ampi degli Uffizi, affollati di statue, luminosi. All’ultimo piano, la prima parte del Corridoio Vasariano, dove sta la pinacoteca, illuminato, e ancora sopra, fiero e brillante su uno sfondo scurissimo, il capo della Torre di Arnolfo di Palazzo Vecchio. A sinistra, il brusio complice di centinaia di persone che stanno sulla vigorosa schiena appena inarcata di Ponte Vecchio, fra il barbagliare dei gioielli e dei lampioni sulla lingua nera e silenziosa d’acqua mobile che si allunga fino a perdersi da Oriente a Occidente, disegnata di luce.
E ieri sera c’era anche qualcosa di più.
“All Art has been contemporary“
Tutta l’arte è stata contemporanea.
Ed era scritto, sul fianco degli Uffizi, farciti di troppe centinaia di anni.
Ed era scritto, e chiedeva d’aver fiducia.
Ed era scritto, e ha parlato anche a me, troppogiovane, artista wanna-be.
Ed era scritto, e la bella serata vorticava avanti, e ripensandoci quello che vorrei fare tornando indietro nel tempo – senza farmi notare dal me stesso che se ne va al sacrosanto ed impagabile divertimento – è sedermi sulla spalletta dell’Arno, a leggerlo e rileggerlo mille volte.
Magari, penso, piangendo anche un po’.







