La leonessa e Orlandino
Davanti, Palazzo Vecchio.
Titaneggia armonicamente su una piazza della Signoria ampia, abbacinante, gremita, immersa del brusio di mille e mille persone; una mole pesante, mastodontica eppure slanciata verso il cielo, col caldo taglio di sole che scavalca la Loggia dei Lanzi e ne illumina il corpo. Da sette secoli, il palazzo del potere a Firenze.
Sotto le sue possenti mura di pietra forte, schierati in fila su piedistalli, i simboli storici di questo potere.
Sulla destra, vicino all’ingresso principale e in penombra, la candida massa del David di Michelangelo che, raccolto il sasso, si slaccia la frombola e guarda a sud, prendendo le misure per colpire in fronte il Golia di Roma.
Al centro, opera in bronzo, di Donatello, la piccola Giuditta che pur sfinita taglia il capo al grande generale Oloferne.
A sinistra, quasi al limitare della Fontana del Biancone, il Marzocco, forse il simbolo più puro di Firenze. Il Leone sicuro, seduto, dallo sguardo fermo, che regge con una zampa lo scudo gigliato. E così come per Roma animale-simbolo è la lupa, così per Firenze animale-simbolo divenne il leone.
Ai tempi, a Roma, sotto il Campidoglio, venivano tenute lupe vive in gabbia. E a Firenze, dietro Palazzo Vecchio, in gabbia venivano quindi tenuti i leoni. In quella che oggi si chiama – appunto – via dei Leoni, che sbocca in piazza del Grano, all’uscita degli Uffizi.
La leggenda vuole che un giorno, per distrazione del guardiano, una leonessa riuscisse a scappare seminando il panico mentre tranquillamente se ne andava per le vie trotterellando. Ci fu un fuggi fuggi generale di commercianti, passanti e massaie – le strade si svuotavano al passare della leonessa con un gran levarsi di grida. L’unico a non scappare fu un bimbetto di appena un anno, di nome Orlando – Orlandino – che se ne rimase a giocare in strada affatto spaventato dal micione. Inutile dire che la madre, insieme alle altre donne, si sbracciava e sgolava disperata nel tentativo di chiamare aiuto, ma le guardie della Signoria e del Bargello tardavano ad arrivare.
Bichat, chirurgo francese del diciottesimo secolo, fu il primo ad accorgersi della presenza, all’interno delle guance, di bolle di grasso che da allora portano il suo nome. Queste bolle sono particolarmente sviluppate nei bambini, e in generale in tutti i cuccioli di mammifero. Si tratta di un vero e proprio segnale di riconoscimento che l’evoluzione ha garantito ai piccoli mammiferi: uno stop, un alt, una croce rossa, una zona demilitarizzata volta alla conservazione della specie. Insieme ad altri caratteri neotenici, quale la testa sproporzionatamente più grossa, l’impaccio nei movimenti e le dimensioni ridotte, costituiscono la bandiera della cuccioleria, che ogni madre mammifera riconosce. Probabilmente è proprio così che è iniziato l’addomesticamento di animali come il lupo: migliaia di anni fa, delle donne trovarono dei cuccioli, nacque loro in cuore una struggente tenerezza, li tennero con sé e generazione dopo generazione divennero cani.
La leonessa si avvicinò ad Orlandino. Lo sollevò per la collottola tenendo fra le fauci il bavero del vestitino, e con passi lenti e cadenzati lo lasciò davanti alla madre incredula.
Tutti gridarono al miracolo.
Il che comunque fu un vantaggio, per il piccolo Orlandino, che ebbe l’onore di una rendita vitalizia versatagli dalla Signoria come omaggio al miracolato dall’Altissimo. Non dovette lavorare un solo giorno della sua vita. In culo alla scienza.












