gen 22 2011

Il teschio da cinquanta milioni di sterline

Quasi sospeso.
Nel buio profondo immobile della piccola stanza, su un invisibile piedistallo nero e protetto da una spessa teca cristallina, il teschio, tempestato da migliaia di diamanti, illuminato, solo, da piccoli fari che lo fanno barbagliare di tutti i colori dell’iride, ti guarda con le brillanti orbite vuote e ti sorride, grottesco, con denti antichi e marci che trecento anni fa veramente hanno masticato cibo, beffardo, con la sua invisibile guardia armata che respira nel cubicolo, e la senti respirare, e con la radio le annunciano che altri stanno per entrare, e in perfetto silenzio ti scosta la tenda per farti uscire. Guardi ancora il teschio, guardi il gigantesco diamante a goccia che ha incastonato in fronte e la corolla di altre gocce che lo circondano, rispondi al sorriso ed esci. “For the love of God”, opera di Damien Hirst.


Ero in centro, in pausa dallo studio. Nella biblioteca in cui sono vedo un libro che ha in copertina il teschio di diamante di Hirst, e mi dico “Diavolo, è in mostra a Palazzo Vecchio. Quasi quasi faccio un salto”. Mollo zaino e libri lì, metto il giubbotto e trotto verso Piazza della Signoria.
E’ sempre un piacere passare fra il David ed Ercole, ed entrare in Palazzo Vecchio, essere accolti in cortile dallo scrosciare gentile della fontana, passare fra le larghe colonne decorate e sotto le volte affrescate. Mi dirigo alla biglietteria: nell’ufficio le persone stanno scherzando, mi accolgono sorridendo e mi chiedono se possono essermi d’aiuto. Domando un biglietto per la mostra di Hirst, pago ridotto, ci salutiamo cordialmente, esco e salgo per gli scaloni.
Amo le scalinate dei vecchi palazzi fiorentini: hanno gradini lunghissimi e bassissimi, che accompagnano il passo, buoni per fermarsi a parlare, da fare lenti. “Tu proverai sì come sa di sale/ lo pane altrui, e come è duro calle/ lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale“, dice Cacciaguida a Dante nel diciassettesimo canto del Paradiso, proprio per questo.

Arrivo al Salone dei Cinquecento, immenso, ricco, aereo, dove il brusio si ovatta nella lontananza delle pareti dipinte e fra le statue di marmo. Dov’è la mostra? Mi volto sulla destra e vedo i cartelli e mi meraviglio subito: per arrivare alla stanza del teschio il passaggio è obbligato attraverso lo Studiolo di Francesco I! Una piccola stanza che di solito è chiusa e che è una dei gioielli più meravigliosi nello scrigno di Firenze.
Entrando mi attardo un attimo, un ragazzo mi supera spedito, si avvicina all’ingresso della saletta del teschio diretto, senza rallentare, e noto una custode che parlando in una radiolina annuncia che “sta entrando una persona”. Io mi fermo a guardare lo Studiolo. Mi metto a parlare con la ragazza addetta alla cura della stanza e degli utenti della mostra, è molto bella e molto simpatica, ridiamo, ci scambiamo le impressioni e i sentimenti, ci indichiamo i particolari dello Studiolo col dito.

Sul soffitto, affrescati uno per lato e conferenti il tema ad ogni parete, i quattro elementi, nelle sembianze di bellissime donne, e negli angoli le loro unioni rappresentate come putti abbracciati – in amore o lotta? – e le rappresentazioni dei relativi umori della medicina ippocratica. Due tondi con dipinti i genitori di Francesco si affrontano ai due lati dello studiolo, circondati dallo zodiaco – magico circolo dell’avvicendarsi dei mesi e delle stagioni. Le pareti sono grandi armadi, ed ogni anta un dipinto, mitologico, naturalistico, magico – Francesco I vi teneva i suoi tesori più preziosi, le gioie più rare, gli oggetti di maggiore onore, ripartiti per affinità con l’elemento naturale che comanda la singola parete. Alcune nicchie ospitano piccole statue dalla grande grazia e dal forte simbolo.
Insomma, un’armonia complessa, riecheggiante, che parla dei lenti e vivissimi cicli della natura con colori caldi, con scricchiolii boschivi, con arte intenta e col mistero delle ante serrate, un luogo chiuso che diventa sintesi di tutto ciò che è aperto, stretto e che respira largo come fanno le maree.
Infine mi decido a passare oltre.

La ragazza mi annuncia. Scosto la pesante tenda nera da cinema ed entro.
Vedo la guardia in penombra, prima che la tenda torni a coprire ogni luce. Questa vezzosa testa umana spolpata e ricoperta di diamanti ghigna, serafica. Le giro intorno, mi godo lo sbrilluccicare dei diamantini – quasi vetruzzi su una borsa kitsch: mi esaltano di colorucci fatui che al mio movimento cangiano rapidissimi.

Nello Studiolo ero un uomo al centro della natura, parte di essa nel modo più profondo e partecipe, abbeverato nella luce dai preziosissimi simboli dei suoi cicli immortali, e ridevo e condividevo la gioia. Nello stanzino, forzato a fissare il teschio di diamante, sinolo di morte e di eterna infertilità dal titanico prezzo in denaro, scrigno che non contiene più niente di valore, piantonato da una guardia silenziosa e minacciosa che ogni tanto mi ricordava il numero dei diamanti incastonati, lo dovevo adorare come unica fonte di luce, sospeso nel buio.

Ne esco. Faccio il giro. Torno allo Studiolo e con la mano e il sorriso saluto la bella custode, che ricambia con gioia. Faccio una rapida visita del resto del Palazzo fino alla Giuditta e Oloferne di Donatello e alla Sala delle Carte Geografiche, poi torno giù rapido, ripasso dalla biglietteria, saluto e ringrazio, ed esco dal Palazzo nella luce abbacinante della piazza.

Certo che a livello artistico il Teschio di Damien Hirst, senza lo Studiolo di Francesco I, ha veramente il valore di un servizio di Studio Aperto.

Poco dopo ho incontrato un amico, che mi ha chiesto come si chiamasse l’opera. Controllo sul taccuino. “For the love of God“. Che immagino si possa tradurre “Ma per l’amordiddìo!

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lug 8 2010

La leonessa e Orlandino

Davanti, Palazzo Vecchio.
Titaneggia armonicamente su una piazza della Signoria ampia, abbacinante, gremita, immersa del brusio di mille e mille persone; una mole pesante, mastodontica eppure slanciata verso il cielo, col caldo taglio di sole che scavalca la Loggia dei Lanzi e ne illumina il corpo. Da sette secoli, il palazzo del potere a Firenze.
Sotto le sue possenti mura di pietra forte, schierati in fila su piedistalli, i simboli storici di questo potere.
Sulla destra, vicino all’ingresso principale e in penombra, la candida massa del David  di Michelangelo che, raccolto il sasso, si slaccia la frombola e guarda a sud, prendendo le misure per colpire in fronte il Golia di Roma.
Al centro, opera in bronzo, di Donatello, la piccola Giuditta che pur sfinita taglia il capo al grande generale Oloferne.
A sinistra, quasi al limitare della Fontana del Biancone, il Marzocco, forse il simbolo più puro di Firenze. Il Leone sicuro, seduto, dallo sguardo fermo, che regge con una zampa lo scudo gigliato. E così come per Roma animale-simbolo è la lupa, così per Firenze animale-simbolo divenne il leone.

Ai tempi, a Roma, sotto il Campidoglio, venivano tenute lupe vive in gabbia. E a Firenze, dietro Palazzo Vecchio, in gabbia venivano quindi tenuti i leoni. In quella che oggi si chiama – appunto – via dei Leoni, che sbocca in piazza del Grano, all’uscita degli Uffizi.

La leggenda vuole che un giorno, per distrazione del guardiano, una leonessa riuscisse a scappare seminando il panico mentre tranquillamente se ne andava per le vie trotterellando. Ci fu un fuggi fuggi generale di commercianti, passanti e massaie – le strade si svuotavano al passare della leonessa con un gran levarsi di grida. L’unico a non scappare fu un bimbetto di appena un anno, di nome Orlando – Orlandino – che se ne rimase a giocare in strada affatto spaventato dal micione. Inutile dire che la madre, insieme alle altre donne, si sbracciava e sgolava disperata nel tentativo di chiamare aiuto, ma le guardie della Signoria e del Bargello tardavano ad arrivare.

Bichat, chirurgo francese del diciottesimo secolo, fu il primo ad accorgersi della presenza, all’interno delle guance, di bolle di grasso che da allora portano il suo nome. Queste bolle sono particolarmente sviluppate nei bambini, e in generale in tutti i cuccioli di mammifero. Si tratta di un vero e proprio segnale di riconoscimento che l’evoluzione ha garantito ai piccoli mammiferi: uno stop, un alt, una croce rossa, una zona demilitarizzata volta alla conservazione della specie. Insieme ad altri caratteri neotenici, quale la testa sproporzionatamente più grossa, l’impaccio nei movimenti e le dimensioni ridotte, costituiscono la bandiera della cuccioleria, che ogni madre mammifera riconosce. Probabilmente è proprio così che è iniziato l’addomesticamento di animali come il lupo: migliaia di anni fa, delle donne trovarono dei cuccioli, nacque loro in cuore una struggente tenerezza, li tennero con sé e generazione dopo generazione divennero cani.

La leonessa si avvicinò ad Orlandino. Lo sollevò per la collottola tenendo fra le fauci il bavero del vestitino, e con passi lenti e cadenzati lo lasciò davanti alla madre incredula.
Tutti gridarono al miracolo.
Il che comunque fu un vantaggio, per il piccolo Orlandino, che ebbe l’onore di una rendita vitalizia versatagli dalla Signoria come omaggio al miracolato dall’Altissimo. Non dovette lavorare un solo giorno della sua vita. In culo alla scienza.

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giu 25 2010

I fuochi di San Giovanni

24 giugno, San Giovanni. Patrono di Firenze. Festa fondamentale del folklore fiorentino: quella di San Giovanni è una figura storicamente molto amata, qui da noi. Era addirittura effigiata sul retro dei fiorini.

Per questo tradizionalmente, la sera del 24, si fanno “i fochi”. Da Piazzale Michelangelo un’equipe di esperti artisti pirotecnici spara tre quarti d’ora di fuochi d’artificio, che esplodono nel cielo fra il Piazzale e l’Arno, all’altezza fra Ponte San Niccolò e Ponte alle Grazie – subito a monte di Ponte Vecchio.

In una sua canzonetta, Pieraccioni dice «Firenze spara i fuochi quando arriva San Giovani, noi si guardano e si dice “Gli eran meglio quegl’ altr’ anni”» perché in effetti in questa occasione è quello che i fiorentini riescono a dire meglio. E’ vero, non saranno fuochi opulenti come quelli di Dubai, né spettacolari come quelli di Las Vegas, però è bello, una volta l’anno, vedere l’intera popolazione fiorentina, centinaia di migliaia di persone, tutte lì, fra Fiesole, i Lungarni, il Piazzale ed ogni terrazza che guardi verso il centro, tutte col naso all’insù verso il cielo buio illuminato da lampi artificiali colorati. Con le coppie che si tengono strette e i bambini che levano grida di stupore – e tu che cerchi di imitarli per recuperare una meraviglia così ingenua e originale.

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apr 25 2010

25 aprile, più alto sulle macerie dei ponti

Dall’11 agosto 1944
non donata ma riconquistata
a prezzo di rovine di torture di sangue
la Libertà
sola ministra di giustizia sociale
per insurrezione di popolo
per vittoria degli eserciti alleati
in questo palazzo dei padri
più alto sulle macerie dei ponti
ha ripreso stanza
nei secoli

11 agosto 1944: Firenze è liberata. 25 aprile 1945: l’Italia è liberata.

Persone come noi ci hanno donato la libertà, strappata da mani disumane. Questa libertà, sogno che è stato tanto sognato, usiamola con senno e teniamola da conto, e proteggiamola ogni giorno in ogni pensiero, in ogni azione, perché da generazione a generazione possa passare, sempre più viva, come un dono di quelli che una fine non ce l’hanno.

M&G

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mar 1 2010

Voglio la Sindrome di Stendhal!

Di Tiziano Vignolini

La Sindrome di Stendhal (dallo pseudonimo dello scrittore francese che per primo ne descrisse i sintomi), detta anche “sindrome di Firenze”, come probabilmente molti di voi già sapranno, è un disturbo psicosomatico che talvolta colpisce chi si trova al cospetto di opere d’arte di particolare bellezza, sortendo effetti tra i più disparati. C’è chi cade in ginocchio, in uno stato di trance estatica; chi banalmente sviene, chi dà di matto e tenta di distruggere l’opera d’arte, in preda ad una crisi isterica. Ecco, da quando ho scoperto l’esistenza di questa simpatica affezione, uno dei miei più grandi sogni è di caderne vittima, almeno una volta nella vita (l’opzione che mi ispira di più è la crisi di matto, sempre sperando che qualcuno mi fermi prima che faccia a pezzi qualcosa; altrimenti posso accontentarmi della trance estatica, sed de gustibus non disputandum est). D’altronde, i soggetti più propensi ad ‘ammalarsi’ sono i più sensibili, gli artisti, o chi abbia ricevuto un’educazione umanistica o religiosa… o i Giapponesi. Ma –ahinoi– c’è l’inghippo. Gli Italiani, in particolare i Fiorentini, ne sono immuni per “affinità culturale”. Ed effettivamente, se ci pensate, ha senso: noi abbiamo avuto la fortuna di vivere circondati da una quantità mostruosa di bellezze artistiche, e giornalmente, anche e soprattutto in modo passivo, abbiamo assunto per anni ed anni moli di storia e cultura che nella stragrande maggior parte del resto del mondo non ci si possono neanche immaginare.
Pensate di avere davanti una fantastica aragosta alla catalana –oppure, se siete vegetariani o avete dei pessimi gusti culinari, una splendida insalata di cous cous– immaginatevi, dicevo, di avere davanti una qualche rara prelibatezza, e mettetevi nei panni di: primo, un barbone che da giorni immemori mangia sempre la solita zuppa di rape della Caritas, e sporadicamente la mozzarella staccata da qualche cartone della pizza; secondo, un ricco epulone» aduso all’esercizio della mascella che divora ogni giorno bovini e suini cosparsi delle spezie più preziose e acconciati dai migliori sarti di Parigi. Chi dei due credete se la godrebbe di più, quell’aragosta/cous cous? Chi dei due rischia maggiormente la sindrome di Stendhal? Ebbene, cari concittadini, noi siamo dei ricchi epuloni. Paradossalmente, questa è la nostra condanna.

Ma mi sto impegnando a fondo per trovare una soluzione, mi sto scervellando per scoprire un cavillo che possa permetterci di sperimentare un collasso nervoso per eccesso di bellezza. E forse forse l’ho trovato.

Mi sono chiesto: di che tipo è la bellezza che manda in cortocircuito gli sventurati nipponici/artisti che vengono a visitare la nostra città? Bellezza principalmente di tipo visivo-artificiale. Alias, maestose architetture, finissime sculture e dipinti mozzafiato. Ed è per questo che voglio, al più presto, visitare un fiordo norvegese, un’altissima cima innevata da cui ammirare un mare di nebbia, un geyser in eruzione, o anche il Grand Canyon, il deserto del Nevada o del Sahara, o il monte Fuji e tutte quelle nipponiche montagne verdi a panettone. La Terra dallo spazio. Lo spazio dalla Terra. Perché, sì, ho pianto diverse volte, sotto un cielo stellato. Le volte preziose in cui mi sono trovato in un luogo abbastanza poco illuminato da poter ammirare le agghiaccianti (in ogni possibile accezione di significato) sfumature di colore della sfera siderale, e poter distinguere, uno per uno, i miliardi di miliardi di puntini che riempiono ogni angolo del mio campo visivo, e smarrirmi letteralmente nell’infinità dell’Universo, perdendo progressivamente coscienza di me; e precipitare nel cielo (ve lo siete mai immaginati? Precipitare nel cielo! È un pensiero che mi terrorizza). Ho sperimentato qualcosa di simile alla Sindrome, sotto un cielo stellato. Ma suppongo sia anche una questione di forma mentis, ne sono sempre più convinto.
Mi spiegherò meglio: in questo momento sto attraversando una fase di particolare recettività emotiva, a fronte di vari eventi dei quali non vi annoierò; e, insomma, mi è capitato giusto ieri, ascoltando una canzone che mai aveva sortito in me particolari effetti, di sorridere e rabbrividire, mentre con un’altra ho sfiorato le lacrime. Perché anche la bellezza uditiva, come quella olfattiva, o gustativa, possono essere una valida soluzione per i Fiorentini e tutti gli Italiani che ricerchino la Sindrome. O, perché no, anche tutte insieme: ed è per questo che sto cercando disperatamente un ristorante futurista (ed è un bel casotto, perché alle Giubbe Rosse» in Piazza della Repubblica c’era stata l’anno scorso una cena in occasione del centenario del manifesto, che purtroppo mi sono perso, e chissà quando ne rifaranno una, mah). Ma sto divagando.
In sostanza, dicevo, con una particolare forma mentis, come magari quella in cui mi ritrovo adesso, è agevolato il processo, le emozioni vengono amplificate o comunque esercitano un’influenza più diretta sul nostro sistema nervoso, e talvolta anche sul soma, sul fisico, ed io non chiedo altro che una eccessiva reazione psicosomatica. Questa estate, con ogni probabilità, passerò qualche settimana nel Maine: spero vivamente di mantenere questa forma mentis abbastanza a lungo da cadere preda di una crisi epilettica, magari davanti all’oceano (sotto le stelle, per sicurezza).

Vi è mai capitato di provare qualcosa del genere?
O davanti a che cosa pensate potrebbe capitarvi? Parlatene nei commenti!

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Crapulone ghiottone banchettante che se ne frega, ndr.
Caffè storico letterario che fu roccaforte del Futurismo, ndr.

I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

Sono cent’anni che ti aspettiamo! E anche se non lo sapevi, ci stavi cercando.

Chi sono questi idioti coi cartelli?
E soprattutto, perché? li stavi cercando?
Leggi qua sopra: capirai.

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