mar 25 2011

The Big Match: Energia Nucleare VS Energie Alternative

Non è un argomento semplice. Chi sostiene posizioni nette e facili, in questo caso si rivela un cretino. Per parte mia, cercherò di essere il meno cretino possibile pur chiarendo nella maniera più trasparente una posizione decisamente articolata.

Il paziente è in condizioni critiche, il medico esce dalla stanza e si rivolge a voi: si può provare la terapia farmacologica coi nuovi farmaci sperimentali, anche se la loro efficacia non è ancora stata testata, oppure si può operare, ma è un’operazione difficile, le possibilità che ce la faccia non sono altissime. Che cosa scegliete? Voi non siete medico, non avete una cognizione piena delle scelte, eppure è un vostro caro e siete voi a dover scegliere.

Riconducendo la metafora al nostro caso, vediamo che l’argomento è di elevatissima tecnicità, comprensibile a fondo solo per pochissimi, eppure gli interessi correlati sono importantissimi, generali e perciò la cittadinanza ha diritto ad esprimersi. Questo però non significa che milioni di persone debbano scegliere alla cieca o con delle sensazioni a pelle.
Andiamo allora insieme a delimitare il perimetro di queste scelte, osservandole bene.

Di che “energia nucleare” si parla?

Esistono molti modi per generare energia sfruttando le forze nucleari.
L’energia in questione sarebbe energia ricavata da fissione nucleare. In una reazione a catena controllata, gli instabili atomi di elementi radioattivi vengono spezzati generando energia, che servirà per vaporizzare acqua che farà girare le turbine, generando, finalmente energia elettrica.
In particolare, per generare questa fissione, nel reattore verrebbero usati isotopi dell’uranio e del plutonio – tanto potenti quanto pericolosi per eventuali incidenti e per le scorie che producono.

Si tratta del modo più in voga per sfruttare queste forze nucleari, e praticamente tutti i reattori nucleari del mondo – che siano di seconda o terza generazione – funzionano così.

Le alternative

Come dicevo, non è l’unico modo possibile per impiegare l’energia nascosta nell’infinitamente piccolo: ne esistono altri, già possibili o allo studio, enormemente più vantaggiosi. Ad esempio, abbiamo avuto modo di parlare dell’incredibile superiorità dei reattori a fissione che sfruttino il Torio, e vi invito a documentarvi sui reattori a fusione nucleare dei progetti ITER ma soprattutto IGNITOR, progetto italiano che necessita di fondi per costruire il primo reattore.

Ma già a questo punto sorgono degli ulteriori quesiti: alle superiori, quando il professore spiegava fisica, ero solito dormire? Alle superiori ho avuto un professore che spiegava fisica? Il programma di fisica copriva le forze nucleari? Sono stato alle superiori? Ma soprattutto, ho avuto la curiosità di informarmi? Perché già qui la problematica si impone: per capire è necessario sapere.
Non posso gridare un generalizzato “No al Nucleare” se non so che differenza c’è fra fissione e fusione: questo perché la seconda è del tutto priva dei rischi della prima ed è capace di generare un’energia ancora superiore, ma se il no è generalizzato, io tarpo le ali anche a lei; e non solo. Perfino se le tecnologie di fissione, come nel caso del Torio, fanno diventare accettabile il costo in scorie e rischi, io devo scendere a patti e approvare questa produzione di energia.

Le non alternative

Anche se Beppe Grillo potrà latrare diversamente, l’energia solare – con la tecnologia attuale, s’intende – non è un’alternativa. O meglio, è ottima e sacrosanta per riscaldare l’acqua e la casa, ma per certo non può far scoccare cinquecento tonnellate di treno a trecento chilometri orari o alimentare lunghe file di altiforni o fare andare delle automobili.
Il problema è la Potenza. In altre parole, per questi fini una grande quantità di energia deve essere fornita in un lasso di tempo breve – e il solare non è in grado di fornirla.

Se la mia tabella di allenamento prevede che io faccia una serie di cinquanta flessioni, non va bene lo stesso se faccio una flessione ogni venti minuti.

Non è in grado di fornirla a meno di immagazzinare chimicamente questa energia, accumulandola e rilasciandola tutta insieme: questo con una pila o strappando l’idrogeno dall’acqua. Ma tutto ciò è altamente inefficiente, le pile sono molto inquinanti e le bombole di idrogeno sono delle bombe che non si possono far gestire ai privati cittadini.
Stesso dicasi per l’energia eolica, con alcune felici eccezioni come il progetto KiteGen, ancora da valutare circa la fragilità e l’aleatorietà della produzione di energia, ma che parrebbe capace di generare potenze notevoli.

Non alternativa è anche proseguire come stiamo facendo, a generare energia bruciando combustibili fossili. Sarebbe bello un (impossibile) referendum anche per questo.

Chi si adegua è già in ritardo

Comprendo ma non voglio accettare la sfiducia nei confronti degli Italiani. Non voglio accettare l’idea del “non sappiamo gestire i rifiuti normali, figuriamoci quelli radioattivi” e del “finirà tutto in mano alla mafia” – forse per ottimismo, forse per ingenuità, forse perché trovo intellettualmente disonesto malgiudicare a scatola chiusa, forse perché se così deve essere Scampia sarà già piena di cantine stipate di fusti radioattivi anche senza avere delle centrali italiane. Né voglio farmi prendere dal terrore per gli incidenti nucleari: le centrali di terza generazione hanno apparati di sicurezza davvero imponenti, e sinceramente sarei contento se ce ne fosse una vicino a casa mia. La facoltà di Fisica garantirebbe un futuro.

Il mio è un discorso radicalmente diverso.
Inseguiamo in ultima posizione una tecnologia che certi Stati usano per produrre energia da sessant’anni. Raffinata, per carità, ma sempre quella. Dire che sulla corsa al nucleare civile siamo in ritardo è un eufemismo. E da decenni patiamo una costante fame di energia. Forse il referendum dell’ ’87 ha deliberato bene e con coraggio; forse è stato una craniata clamorosa. Ma se c’è qualcosa di cui sono persuaso è che la scelta più saggia, per noi, oggi, sarebbe un colpo di coda capace di farci arrivare per primi alle nuove tecnologie della fusione nucleare, che sono lì, reali, a portata di mano; o quantomeno avere il cuore e la saggezza di uscire dal seminato abbracciando le tecnologie alternative del nucleare che per futili motivi sono state trascurate.
E non valga a troppo l’argomentazione “se sono state trascurate un motivo c’è”: vi basti abbassare lo sguardo per osservare una tastiera qwerty il cui ordine delle lettere è stato brevettato nel 1873 per evitare che i martelletti delle prime macchine da scrivere si inceppassero battendo spesso caratteri adiacenti, non certo perché è il più razionale – eppure mantenuto nonostante tutte le rivoluzioni da centoquarant’anni a questa parte.

Il quesito referendario è strutturalmente zoppo, mal posto.
Il mio timore è che l’esito abrogativo cristallizzi anche altri fronti del nucleare in Italia, e sedimenti una coscienza collettiva tanto orba quanto salda riassumibile in un generico “No al nucleare”, fermo restando che costruire le centrali in programma sarebbe un piano ritardatario ed antieconomico, che va bloccato.
Il quesito referendario è strutturalmente zoppo, mal posto, perché oggi, oltre a negare, è assolutamente necessario affermare, e quindi pronunciare il proprio sì al nucleare – a quello giusto, a quello migliore. Ma questo è possibile solo propositivamente, e oltre a promuovere a proposito una cultura del discernimento, per il privato cittadino è difficile appoggiare grandi progetti innovativi di ricerca – se non con donazioni personali, cinque per mille, lettere ai giornali e ai politici e via dicendo.
Badate bene, strade che paiono modeste ma categoricamente da percorrere.

Nota personale: visto come lavora, a questo governo non affiderei nemmeno la costruzione di un castello di sabbia da fare col secchio – figuriamoci una centrale a fissione.

Nota filosofica: ho domandato al professor Luigi Lombardi Vallauri che cosa ne pensasse di questo referendum sul nucleare. Sospeso il giudizio non sentendosi tecnicamente pronto per esprimersi (pur dicendosi, “a pelle”, contrario a queste centrali), ha aggiunto: “Siamo veramente sicuri di voler dare all’umanità energia infinita?

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gen 31 2011

Svelato il mistero del furto della salma di Mike Bongiorno

A venticinque anni da che la salma del celeberrimo conduttore televisivo Mike Bongiorno è stata trafugata – inizio della misteriosa serie di furti delle spoglie di personaggi celebri della televisione e non solo – si svela l’enigma che lega assieme tutti questi macabri colpi.

Tutti pensammo ad una goliardata, ai tempi – era il gennaio del 2011 -, poi ad un furto per ottenere un riscatto, al gesto di un fanatico ammiratore o ad un atto estremo di vandalismo e oltraggio da parte delle frange che accusavano e accusano Mike Bongiorno di aver concorso a minare profondamente la cultura italiana attraverso il vecchio tubo catodico. Ipotesi, questa, che si riaprì quando poco più tardi furono trafugate le salme dei coniugi Vianello e quella di Pippo Baudo. La magistratura seguì anche la pista politica quando a scomparire fu il cadavere di Emilio Fede. Negli anni la lista di questi esecrabili reati si allungava senza che fosse chiara la matrice: Pippo Franco, Alfonso Signorini. Quello che è apparso subito certo, però, è che il piano fosse concertato e progettato da professionisti capaci di non lasciare la minima traccia. Infatti i tentativi di emulazione da parte di bande sbandate – come con la salma di Enrico Papi – sono stati sempre puntalmente smascherati dalle forze di polizia.

Tutto si è svelato quando ieri notte, ad Arcore, quella che pareva una violenta scossa di terremoto ha svegliato la città. L’enigmatico mausoleo dell’ex Premier Silvio Berlusconi ha infine dischiuso il suo mistero quando enormi reattori sotterranei – di cui niente si sapeva – si sono azionati con una potenza propulsiva immensa, scrollando dalla terra il faraonico monumento, che si è scoperto, all’esterno, interamente decorato a specchio, e sollevandolo dapprima lentamente poi sempre più rapidamente verso il cielo, mentre l’enorme fiammata dei reattori tracciava una scia di fuoco nel cielo notturno. Attualmente orbita attorno alla terra – ed è visibile in tutto il globo ad ogni ora del giorno e della notte, a parte i casi di congiunzione col sole, sotto forma di sfera luminosissima. La meravigliosa villa dei Casati Stampa ad Arcore è crollata rovinosamente, e accanto vi si apre una voragine gigantesca.
Allo stesso tempo è stato divulgato un video di Silvio Berlusconi, girato nel 2010 e rimasto segreto fino ad oggi, in cui spiega che è stato lui a ordinare di trafugare le salme delle personalità eminenti che più delle altre – volontariamente o meno – hanno contribuito a realizzare il progetto della loggia Propaganda 2 prima, e il suo poi, per accoglierle magnanimamente all’interno del suo mausoleo – che sarebbe poi stato elevato alle altezze celesti che giustamente si confanno agli unti dal Signore e agli umili che bene hanno servito il loro carismatico piano.
Il lancio è stato effettuato quando anche l’ultima salma mancante – che doveva essere quella di Gerry Scotti – è stata clandestinamente collocata nel proprio loculo del monumento. La lista completa delle salme celebri che sono ospitate nel mausoleo è in via di pubblicazione, ma per certo vi sono anche quelle di Previti e Confalonieri.

Le reazioni all’evento sono state le più variegate, dall’entusiasmo dei nostalgici all’indignazione sgomenta degli avversi – e la politica stessa si divide. I capi di Stato di mezzo mondo, molto obbligati per la vecchia amicizia con l’ex premier hanno reagito con un contenuto plauso per l’eterno ricordo dell’affabile burlone. I capi di Stato dell’altra metà del mondo ridono a crepapelle.

Su internet è già partita la campagna di donazioni “Uno Stinger per Silvio”, attraverso cui ciascuno potrà dare il suo contributo all’acquisto del razzo che nella notte del solstizio d’estate abbatterà festosamente il mausoleo volante ponendo fine alla pagina più incresciosa della storia politica e culturale italiana dopo il ventennio fascista.

Firenze, 30 gennaio 2036

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nov 24 2010

Uranium is sooo ‘last century’!

di Tiziano Vignolini

E’ innegabile che abbia un suo fascino vintage da guerra fredda, con quelle centrali fumanti e misteriose culla di tante leggende metropolitane, con quelle alte torri di raffreddamento che ci ricordano un po’ i supereroi degli anni ’50 – tutti legati da un trascorso più o meno felice con le radiazioni nucleari; lo abbiniamo sorridendo ai pesci triopi del lago di Springfield, e – sorridendo magari un po’ meno – ai bambini deformi della zona irradiata di Cernobyl. Ma ormai è inutile girarci intorno: l’uranio è decisamente retrò, e la fissione nucleare classica è obsoleta. E poi – converrete – le miniere di sale piene di fusti radioattivi sono decisamente out.
Urge trovare un’alternativa all’uranio, che ci rifornisca comunque di energia elettrica a livelli relativistici. Quindi, mi dispiace fonti rinnovabili, ma con le attuali tecnologie da sole non ci bastate. La fissione resta; ovviamente con le opportune abissali modifiche del caso.

La soluzione arriva direttamente da Asgard, dove il buon dio Thor tralascia per un attimo le sue battaglie coi giganti per dare il nome ad un particolare metallo pesante, il torio (Th, n° atomico 90). Questo simpatico attinide è in grado di sostenere la fissione nucleare se disciolto in soluzioni a base di fluoro (da cui il nome in codice dei reattori sperimentali LFTR – detti “lifter” – che sta per Liquid Fluorure Thorium Reactor) ed è estremamente preferibile all’uranio, in quanto lo batte in una lunga serie di campi:

La resa

Secondo i dati raccolti nelle centrali finora testate, nella fissione viene prodotta circa 250 volte più energia per unità di torio che per unità di uranio.

I rischi

La centrale al torio è virtualmente esente da qualsiasi rischio di meltdown del nocciolo. La reazione dell’uranio è pericolosamente esplosiva e necessita di enormi impianti di raffreddamento e di sofisticati sistemi di controllo. Quella a base torio è estremamente più sicura grazie a due fattori:

  • Si auto-regola. Il combustibile liquido della centrale LFTR è incanalato in un sistema di tubi: se la reazione aumenta di intensità, il reagente si espande per effetto del calore, fuoriesce dai tubi e viene raccolto in apposite cisterne, rallentando di conseguenza la fissione.
  • Il torio è un metallo cosiddetto ‘fertile’. Ciò significa che di per sé non è fissile, ma lo diventa se lo bombardiamo di neutroni. Di conseguenza, è sufficiente interrompere il flusso di neutroni per bloccare la reazione.

La reperibilità

Le riserve di uranio, continuando di questo passo, alimenteranno l’industria nucleare e bellica per i prossimi vent’anni. Dopodiché, si affaccerà una poco piacevole crisi energetica. I giacimenti di torio attualmente conosciuti sarebbero sufficienti a sfamare le nostre reti elettriche virtualmente in eterno, essendo questo comune più o meno quanto il piombo.

Le applicazioni belliche

Il plutonio, sottoprodotto delle centrali a fissione convenzionali, è tristemente noto per aver alimentato la bomba che distrusse Hiroshima, e trova il suo naturale habitat all’interno di testate missilistiche intercontinentali. Il combustibile esausto delle centrali al torio, di cui tratterò tra poco, è totalmente inutile e non può essere utilizzato per la costruzione di ordigni di alcun tipo.

L’impatto urbanistico

Una centrale nucleare tradizionale necessita di un’ampia zona-cuscinetto a bassa densità di popolazione, per limitare i danni di un eventuale incidente. Una centrale LFTR, per via delle ragioni di sicurezza sopra esposte, potrebbe tranquillamente far parte del tuo vicinato. Oltretutto, dato che non necessita di strutture di raffreddamento di sorta, può giungere ad occupare un’area di soli 250 metri quadri.

E, soprattutto, le scorie

Un reattore all’uranio di 3ª generazione produce scorie che, per ridurre la propria radiotossicità a livelli pari a quelli del proprio combustibile di partenza, impiegano circa un milione di anni. Le scorie prodotte da un reattore a fluoruro di torio liquido, oltre ad essere quantitativamente molto minori, presentano già da subito una radiotossicità minore di quella dell’uranio allo stato naturale.

Una meraviglia della tecnologia moderna? Assolutamente no. I primi esperimenti sulla fissione del torio, condotti con successo principalmente dal fisico Alvin Weinberg, risalgono alla seconda metà degli anni ’50.
Come mai allora – vi chiederete giustamente – ci ritroviamo immersi in questo vecchiume radioattivo, mentre potremmo alimentare le nostre lampadine con i fulmini di Thor?

Paradossalmente, ciò che ha permesso all’uranio di prevalere sul torio è proprio uno di quei difetti di cui quest’ultimo è privo. La guerra fredda ha reso i governi del mondo ghiotti di plutonio, e la corsa agli armamenti nucleari ha fatto sì che si glissasse poco elegantemente su tutti i pro e i contro che non avessero qualcosa a che fare con le bombe. Di conseguenza, le centrali all’uranio hanno prosperato indisturbate, e al giorno d’oggi ci ritroviamo con delle potentissime lobby dell’energia nucleare che non vedono molto di buon grado l’ipotesi di smantellare e ricostruire tutti i propri costosi impianti.

L’energia nucleare pulita può quindi sembrare ancora un miraggio, ma c’è ancora qualcuno che lotta per la causa del torio ed eventualmente riesce ad ottenere qualche discreto successo: fondata da Alvin Radkowsky, l’azienda americana Lightbridge opera attualmente in Russia, dove tenta di commercializzare una tecnologia (tecnologia del reattore seme-mantello) che può convertire gli attuali reattori ad uranio in ibridi torio-uranio che, nonostante non siano la stessa cosa di un LFTR, presentano rischi di incidente molto ridotti, così come una ridotta quantità di scorie. Lo stesso Obama ha espresso la necessità di trovare una sostituzione alle centrali termoelettriche a combustibili fossili, vero cancro ambientale del nostro pianeta, e si è dichiarato disponibile verso forme di energia nucleare alternativa.
La vecchia Europa sembra sempre la più restia ad accettare innovazioni tecnologiche particolarmente interessanti (vedi il caso degli OGM, di cui probabilmente tratterò più avanti), mentre già India ed Emirati Arabi si stanno applicando per sfruttare il nucleare in modo sostenibile.
Sperando che i farraginosi meccanismi del potere ruotino prima o poi nella direzione giusta, non posso che consigliarvi il sito del movimento Energy From Thorium.

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ott 25 2010

Bellezza e selezione naturale

Meglio essere belli fuori o belli dentro? Quante volte ci hanno fatto questa domanda, e quante volte – forse sinceramente, o forse temendo di apparire superficiali – abbiamo risposto belli dentro? E che c’entra la selezione naturale con questa roba?

Cosa sia la selezione naturale all’incirca lo sappiamo tutti. E’ quel meccanismo che fa sì che in una specie vi siano individui che hanno maggiori possibilità di sopravvivenza e che si riproducono di più rispetto ad altri, grazie a particolarità genetiche che si traducono in tratti fenotipici (ovvero roba-che-si-vede). Solitamente pensiamo alla selezione naturale come “sopravvivenza del più adatto” e raramente in termini di “sopravvivenza del più adatto più bello”, ma in realtà la bellezza gioca un ruolo fondamentale. Un esempio molto interessante lo si trova proprio nell’uomo, in particolare negli occhi.

Nella caverna
Inizialmente tutti gli occhi erano marroni (o comunque scuri), colorazione dovuta ad un’alta concentrazione di melanina nell’iride. Immaginatevi in una caverna il clan seduto intorno al fuoco ad assistere alla nascita di un bimbo, che diversamente dai suoi simili, ha occhi chiari. Sarà facile immaginare come una volta cresciuto quest’individuo fosse il più attraente in un gruppo di ragazzi tutti con dei monotoni occhi marroni. E la parte della riproduzione insomma, immaginatevela voi! Fatto sta che questo ed altri caratteri che normalmente verrebbero subito scartati perché non evolutivamente vantaggiosi, sono arrivati fino a noi. Quindi la selezione naturale ci dice che è meglio essere appariscenti e che è cosa buona essere belli fuori, mentre del bello dentro manco se ne occupa.

Oggi
Dalle caverne ad oggi abbiamo fatto enormi passi a livello evolutivo, così grandi da aver praticamente eliminato la selezione naturale per la nostra specie, e da poter controllare quella degli altri viventi. (Guai a chi dice che è sempre andata in un modo e sempre continuerà così: questa ne è una prova.) Con lo sviluppo delle facoltà mentali l’uomo contemporaneo ha capito (forse) che scegliere la compagna con cui passare la vita in base al bel paio d’occhioni blu che si questa si ritrova, non è sempre una scelta azzeccata, soprattutto quando questi stanno incastonati nelle orbite di una decerebrata. Ci troviamo quindi a scegliere un partner in maniera un po’ più equilibrata, valutandone oltre all’aspetto fisico anche la personalità e altre caratteristiche. Personalmente credo che adesso ci sia abbastanza equilibrio tra l’importanza del bello fuori e il bello dentro.

Ma in futuro che succederà? Tra centinaia e centinaia di generazioni ci saranno forse popolazioni di cessi simpaticissimi e alla mano con i quali passare momenti indimenticabili? O forse cessi ignoranti? Perché il bello fuori può essere genetico, ma il bello dentro sfortunatamente no.
Voi che ne pensate: vincerà il bello fuori o il bello dentro?

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mar 23 2010

Quando FaceBook smetterà di funzionare

Palo Alto (California) – Il 21/12/2012 è veramente una data che rimarrà nella storia. FaceBook, il più popolare social network della rete, che a ieri contava più di due miliardi e mezzo di utenti, ha cessato di funzionare contemporaneamente in ogni angolo del pianeta.
Stando alle dichiarazioni rese dal servizio stampa, cellule terroristiche di matrice neoumanista avrebbero utilizzato in concerto potenti ordigni elettromagnetici contro tutti gli edifici in cui fossero custoditi server del sito, in centoventitre stati diversi. Il danno è irreparabile. I circuiti dei server sono bruciati. FaceBook è irreversibilmente distrutto.
L’amministratore delegato, il fondatore Mark Zuckerberg, ha tentato di rassicurare i media, i fruitori e gli azionisti, ma non è bastato ad evitare un collasso del titolo tale da rendere necessario il ritiro dalle contrattazioni. Si è impiccato poco dopo.
Tutti gli Stati del mondo si sono ritrovati a dover gestire una situazione imprevedibile. Le persone, ormai abituate a far sentire le proprie voci e a comunicare quasi esclusivamente sul social network, si sono ritrovate mute e nel panico. La paura di altri attacchi terroristici è dilagata, nessuno si sente più al sicuro, anche se i Capi di Stato di ogni Paese tentano di tranquillizzare le rispettive nazioni, sull’orlo del collasso dopo il crollo di FaceBook. E nessuna azienda informatica, almeno per adesso, vuole tentare di prenderne il posto creando un’alternativa: troppa la paura di diventare il prossimo bersaglio di un terrorismo cieco e barbaro.
Migliaia di computer sono stati distrutti durante la follia successiva al diffondersi della notizia. Rabbia, paura, accessi di pazzia. Nella stessa redazione da cui scrivo non ce ne sono più: sto battendo su una maccina da scrivere Olivetti; le copie di questa edizione straordinaria vengono stampate con la vecchia rotativa.
La gente si è barricata nelle case davanti alle televisioni accese che trasmettono notiziari e comunicati ventiquattrore su ventiquattro. In centinaia di migliaia disertano il lavoro. I treni sono fermi, la posta non viene consegnata: il Paese è paralizzato.
nelle città pochi si azzardano a scendere nelle strade deserte. Non circolano automobili. Solo debosciati in bicicletta o a piedi, senza meta. Sorridenti, tenendosi per mano, come fosse per piacere.
Il Presidente invita comunque tutti alla calma. Tutto andrà bene. Tutto andrà bene.
Non è la fine del mondo.
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I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

Sono cent’anni che ti aspettiamo! E anche se non lo sapevi, ci stavi cercando.

Chi sono questi idioti coi cartelli?
E soprattutto, perché? li stavi cercando?
Leggi qua sopra: capirai.

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