apr 8 2009

Terremoto in Abruzzo. Scatta la gara di solidarietà. Porca…

Enosìctono è l’epiteto fisso di Poseidone nei poemi omerici. Significa “scuotitore di terra” – infatti il buon Poseidone, oltre ad essere il fiero dio del mare, quando era nervoso saliva sul proprio cocchio, rapidissimo raggiungeva la costa e vi scagliava il celeberrimo tridente, provocando un terremoto. Recenti scoperte scientifiche hanno determinato che in realtà Poseidone bluffava – era semplicemente il massimo esperto di tettonica a placche che esistesse, prevedeva i sismi, li precedeva lanciando il tridente qua e là, e la domenica, sull’Olimpo, faceva il grosso con gli altri dèi dicendo che le scosse erano merito suo.

Mmm. Qualcuno storcerà il naso. Probabilmente secondo il senso comune non è il momento più adatto per scherzare sui terremoti, e potrei passar per cinico. Francamente, me ne infischio. Sanno tutti che l’Italia è un paese ad elevatissimo rischio sismico, e se per comodità si chiudono gli occhi davanti a edifici vecchi di secoli che posson venir giù come castelli di carte, be’, dalle mie parti si dice “il mal voluto non è mai troppo“.
“Ma migliaia di persone hanno perso tutto! Tu che vai a giro predicando l’amore incondizionato per tutti, come puoi dire cose simili?”
Ma per favore. Sostenere e percorrere una via d’amore incondizionato non vuol dire foderarsi gli occhi di prosciutto e indossare gli occhialoni a forma di cuore di Pollyanna.
Pur parlando dall’alto di una torricciola d’avorio, mi sento comunque di dire che è probabile che solo pochi abbiano perso davvero qualcosa di valore (quanto vale davvero una casa, un LCD?); e che diversi di quelli che l’hanno persa, prima, quel valore è facile che non lo conoscessero (parenti e conoscenti morti che in vita si erano sempre maltrattati o ignorati). Nel momento in cui si vive una vita di vera comunione, non c’è terremoto che possa abbatterla. Appunto per questo – per non rigirare il coltello nella piaga – non è dei terremotati che voglio parlare.

Io se fossi Dio
non avrei fatto gli errori di mio figlio
e sull’amore e sulla carità
mi sarei spiegato un po’ meglio.
Infatti non è mica normale che un comune mortale
per le cazzate tipo compassione e fame in India
c’ha tanto amore di riserva che neanche se lo sogna
che viene da dire
“Ma dopo come fa a essere così carogna?”

Così diceva Gaber nella sua colossale canzone “Io se fossi Dio“.
Lo stesso vediamo oggi, ed è un fenomeno aberrante ma di un fascino morboso. Le persone, nella loro vita quotidiana, si uccidono a vicenda a colpi di clacson, tentano costantemente di sopraffarsi l’un l’altra con ogni mezzo possibile, se ne fottono del dolore e delle vite altrui a loro più prossime. Ma lasciate che avvenga un delitto cruento, una strage, un cataclisma. Scatterà la gara di solidarietà.

Faccio una piccola glossa su questa espressione: scatta la gara di solidarietà. A parte il fatto che qualunque nuovo modo di dire esca dalla bocca di un Presentator telgiornalis ha probabilità vicine al 100% di essere merda, questa è un vero abominio estetico.
Non solo per l’inflazionatissimo verbo “scattare” (scatta l’ora legale, scattano nuove misure di sicurezza, scatta la caccia all’uomo, scatta l’operazione “Fava lessa”) ma anche – e soprattutto – per la parola “gara”. Infatti, quella che scatta in casi di necessità come il terremoto in Abruzzo, è davvero una gara. Non si tratta di un semplice, accattivante modo di dire. E’ una sfida tutti contro tutti a mostrarsi più solidali – e quindi eticamente superiori – combattuta a colpi di SMS che donano un euro, sacche di sangue (zeronegativo batte tutti), volontariato diretto. Certo, gli effetti alla fin fine sono positivi, ma non oso sperare che a qualcuno gliene fotta davvero qualcosa di quel che è successo in Abruzzo. L’importante è ostentarsi compassionevoli – anche su Facebook, no? Gruppi solidali e appelli sbandierati a costo, fatica e utilità zero – e nel mentre, magari, anche mettere a tacere o eccitare la propria coscienza agonizzante.
O chissà… forse è una solidarietà-boomerang. Profusa nella speranza di riceverla indietro se e quando se ne avrà bisogno.

Sismogramma o encefalogramma etico?

Sismogramma o encefalogramma etico?

Ricapitolando mi sono quindi ritrovato a tirare una conclusione che speravo di non raggiungere.
Oggi come oggi, tutta la cancrena purulenta della morale personale viene pulita e medicata da questa sorta di periodica catastrofe-giubileo che con un SMS monda da tutti i peccati di una quotidianità priva di umanità.
Quasi geniale come il giubileo cattolico. Fra l’altro, avete sentito? Secondo Radio Maria il terremoto l’ha voluto Dio. Per rendere partecipi gli Abruzzesi della Sua Passione. Oh, gentilissimo, ma… be’, speriamo che gli anni prossimi non stia a scomodarsi.

In giro sento anche dire che “E’ vero, siamo quel che siamo, ma è in questi casi che mostriamo il nostro grande valore come popolo!”.
Be’. Anche lasciando perdere l’aspetto della catastrofe-giubileo, se per mostrare il nostro grande valore in una comunione di compassione e amore servono 200 morti e migliaia di sfollati, mi sa che sulla strada della civiltà, noi, ci stiamo ancora allacciando le scarpe.

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feb 8 2009

Amo guardare come muoiono i bambini

“Amo guardare come muoiono i bambini”, diceva Vladimir Majakovskij in Qualche parola su me stesso. Be’, ai tempi forse poteva essere un’affermazione scandalosa – almeno, questo è l’intento con cui è formulata. Il povero Vladimiro non sapeva che invece una reale simile tendenza sarcofaga» di morbosa attenzione alle morti più tragiche dei bambini si sarebbe addirittura largamente inflazionata, ai giorni nostri. Esatto, largamente inflazionata – almeno qui in Italia, beninteso.

Ormai li sappiamo tutti a memoria, i loro nomi.
Il piccolo Samuele, il piccolo Tommaso, i piccoli Ciccio e Tore sono i capitani di questa schera di bimbi malamente morti. Bimbi morti che soli riescono eroicamente a tenere tutta unita l’Italia.
Fermatevi un attimo e riflettete. A parte i mondiali, c’è qualcosa che rende più fratelli gli Italiani del commuoversi tutti insieme con la bava alla bocca davanti alla televisione, mentre il telegiornale zoomma sulle mamme piangenti dei pargoletti ammazzati a zoccolate, squartati, o tragicamente crepati di fame e sete in un pozzo secco? E il fortunato intervistatore, felice come se fosse stato estratto a sorte per fare un’intervista incrociata fra Obama e Ahmadinejad, domanda “Come si sente, signora?” e lei giù, altri pianti.

Delacroix: "Medea uccide i figli". Poi ne servirà le carni in pasto al marito. Italiane, patriote, prendete esempio, please.

Delacroix: "Medea uccide i figli". Poi ne servirà le carni in pasto al marito. Italiane, patriote, prendere esempio please.

Certo, i bambini decomposti sono le prede preferite dai giornalisti (insieme alle loro famiglie, ovviamente); ciononostante, ci si può accontentare anche di un qualsiasi omicidio, sempreché sia particolarmente truculento e le indagini e il processo tirino avanti per anni. Anche questi li conosciamo tutti, dalla strage di Erba a Meredith, e anche questi sono pilastri dell’unità nazionale, da Bergamo a Canicattì.
Quando parlano di certe notizie si vede proprio che ai giornalisti si allarga una misteriosa chiazza sui pantaloni. Il sangue e le lacrime li eccitano sessualmente. E gli Italiani dietro, pronti a leccare la padella, già pregustando le foto delle vittime in tempi felici, i genitori straziati, il volto dell’assassino – hai notato? Assomiglia un casino al tuo vicino di casa.

Questo mi ha dato un po’ da pensare… Ok lo sport come malta sociale, ma se siamo arrivati a questo punto, che conseguenze ne devo trarre? Perché c’è questo latente desiderio di vivere il dramma altrui? Poi, viverlo… far finta di avere idea di che cosa sia quel dramma quel tanto che basta per apparire sensibili, compassionevoli e forti. Forse l’uomo ha bisogno di commuoversi per qualcosa, di raddoppiarsi al di fuori della propria vita interpersonale. E forse, se non lo trova nei libri, e piange leggendo l’ultimo monologo di Novecento o La Città della Gioia, nei film, e ride con le lacrime di commozione agli occhi guardando Big Fish, o Neverland, o La Morte a Venezia, a teatro, e a bocca aperta gli si rigano le gote – e nemmeno se ne accorge! – quando Otello inizia a dire “Ad Aleppo… Ad Aleppo…”, forse, dico, senza questo c’è davvero bisogno di raddoppiare i propri sentimenti in quelli altrui visti al telegiornale – che passione! teatro tragico quotidiano, fisso in programma ad ogni stagione. E magari diamo anche un’occhiata al Grande Fratello» , eh? Riflesso di vita q. b. per evitare di accorgersi di non star vivendo, e coscienza in pace per aver già condiviso del dolore altrui. Nel modo più inutile possibile? Sì, ma via, questo è tutt’un altro discorso…
Male non può fare. Dopotutto, è solo televisione, uno può spengerla quando vuole.
La pensa così anche un eroinomane che conosco, quindi dev’essere vero.

Comunque, la prossima volta che vedrete un telegionale che parla dell’ennesimo morto, mettetevi sull’attenti e presentat-arm all’eroe dell’unità nazionale. E se è un bambino, medaglia d’oro.

Anzi, sapete una cosa?, non mi stupirei se il Presidente della Repubblica Napolitano lanciasse un appello agli Italiani: “Se proprio dovete morire, cercate di farlo nel modo più agghiacciante e tragico possibile – almeno chi resta si sentirà più unito“.
Onore alla Repubblica.

(ringrazio gli Hyronisti per lo spunto)

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Sarco-fago, mangiatore di carne
Ma come si può anche solo pensare di chiamare seriamente un programma televisivo come il dittatore di 1984?!

I problemi del mondo sono ingestibili, riparare a quelli della propria esistenza è come tener su una nave che affonda, si ha continuamente la sensazione di non aver capito nulla della vita, delle persone che ci stanno intorno, dei nostri e dei loro sentimenti, il nostro domani sembra uguale allo ieri, ci si sente in trappola e non si sa come venirne fuori.
Fin qui saremo quasi tutti d'accordo. E qui è dove si ferma la maggior parte delle persone. Per questo nasce To Honolulu.
Partendo da una presa di coscienza su questo disagio comune, il progetto di To Honolulu è un invito ad assumere una consapevolezza maggiore non solo su se stessi ma anche sul mondo in cui si vive e sulle persone che ci vivono insieme a noi, un invito ad essere presenti in ogni scelta che facciamo, attivi e critici rispetto a ciò che ci accade intorno, un invito a stimolare altre persone col proprio entusiasmo a far tutto questo, con la complicità umile di chi ha un destino ignoto ma comune.
Avanti e in alto, To Honolulu!

Finalmente!

Sono cent’anni che ti aspettiamo! E anche se non lo sapevi, ci stavi cercando.

Chi sono questi idioti coi cartelli?
E soprattutto, perché? li stavi cercando?
Leggi qua sopra: capirai.

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